IL TAR DI MILANO: NO AL NUOVO INSEDIAMENTO DI TECNOLOGIE AMBIENTALI NEL SITO DELL’EURECO DI PADERNO DUGNANO

trasferimento-300x173Il Tar della Lombardia con sentenza n. 01747 dell’8 agosto annulla gli atti della Città Metropolitana che hanno autorizzato la società Tecnologie Ambientali s.r.l. di riprendere la produzione nel campo del trattamento di rifiuti con tipologie e modalità quasi identiche a quelle in precedenza autorizzate (e non rispettate) dalla ditta Eureco di Paderno Dugnano. Il ricorso è stato presentato dal Comune di Paderno Dugnano con intervento ad adiuvandum di Medicina Democratica (MD) difesa dall’avvocato Paola Ferrari del foro di Milano e con consulenza tecnica di Marco Caldiroli, responsabile Ambiente di MD.
Indimenticabile quanto è avvenuto il 4 novembre 2010 all’Eureco dove 4 operai hanno trovato la morte bruciati dal fuoco al seguito della lavorazione dei rifiuti svolge in spregio della normativa sulla sicurezza sul lavoro e a tutela dell’ambiente: un crimine che ricorda da vicino quanto già avvenuto alla Tyssen Krupp di Torino, dove i morti furono 7.
La popolazione di Paderno Dugnano, un comune importante del nord Milano di 50.000 abitanti, guidata dal “Comitato a sostegno dei famigliari delle vittime e dei lavoratori dell’Eureco” si è mobilitata inducendo il Comune a impedire che il nuovo (vecchio) insediamento industriale riprendesse la produzione. Non sono bastati i 4 operai morti e gli altri feriti con gravi conseguenze oltre che la perdita di lavoro e di reddito ? Non è bastata la condanna del titolare dell’Eureco Giovanni Merlino che forse non è estraneo alla richiesta di riapertura dell’impianto sotto un’altra ragione sociale ? Nemmeno è bastato il processo penale che ha visto l’esclusione delle parti civili Medicina Democratica e AIEA (Associazione Italiana Esposti Amianto) che maggiormente si sono mobilitati, non ancora chiuso nonostante il riconoscimento parziale delle responsabilità di Giovanni Merlino, per il quale i lavoratori dell’Eureco rimasti non sono stati pienamente risarciti pur privi di risorse economiche oltre che segnati duramente dall’incidente-crimine?

ALMENO UN PO’ DI GIUSTIZIA!
Ora l’Eureco, come stabilito dal TAR, per iniziativa del comune di Paderno che ha presentato ricorso e per intervento di MD ad adiuvandum, per quanto tale richiesta sia stata dichiarata inammissibile (secondo il TAR MD, in quanto legittimata avrebbe dovuto intervenire autonomamente), non riaprirà. E speriamo che la Città Metropolitana di Milano, cui certamente ci rivolgeremo a breve, non presenti ricorso al Consiglio di Stato per rendere possibile che la sentenza passi in giudicato.

Milano, 9 agosto 2017

Fulvio Aurora, responsabile vertenze legali Medicina Democrativa Movimento di Lotta per la Salute Onlus Lorena Tacco, MD Nord Milano

LA SALUTE E’ UN DIRITTO NON UN AFFARE

Pubblichiamo dal sito di “Medicina Democratica”.

CRONICI-300x225REGIONE LOMBARDIA, DELIBERA 6551/2017 SUI MALATI CRONICI: PRIMA SCONFITTA E BATTUTA D’ARRESTO) ENTRO IL 31 LUGLIO I MEDICI DI MEDICINA GENERALE (mmg) DOVEVANO ADERIRE ALLA NUOVA (PSEUDO) RIFORMA VOLUTA DA MARONI

DAL BLOG DI VITTORIO AGNOLETTO (www.vittorioagnoletto.it)
Ieri, 31 luglio,  è scaduto il termine entro il quale i MMG ( Medici di Medicina Generale, medico di famiglia) avrebbero dovuto dare la loro adesione al piano di controriforma sanitaria deciso dalla regione Lombardia attraverso la delibera sull’assistenza ai malati cronici. Come più volte spiegato:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/15/regione-lombardia-sei-malato-non-chiamare-il-medico-ora-ce-il-gestore/3586471/
il tentativo della regione Lombardia è quello di privatizzare l’assistenza sanitaria ai 3.350.000 malati cronici lombardi sostituendo, progressivamente, il MMG con dei “gestori”. I MMG avrebbero dovuto dichiarare entro ieri sera la propria disponibilità a trasformarsi in “gestori” o almeno in “cogestori”.
Per evitare che questo accadesse avevo inviato insieme a due colleghi e a Medicina Democratica una lettera aperta a tutti i MMG della provincia di Milano:
http://www.medicinademocratica.org/wp/?p=4920
una lettera che non si è mostrata inutile. Infatti, nonostante la campagna forsennata di pressione e le minacce, più o meno velate, di subire conseguenze sulla propria professione, oltre la metà dei MMG ha rifiutato di aderire alla delibera regionale e ha scelto di continuare a seguire i propri pazienti come MMG inserito nel Servizio Sanitario Nazionale.
L’assessore regionale alla sanità, Gallera, cerca di far buon viso a cattiva sorte presentando come vittoria l’adesione di poco meno del 45% dei MMG; in realtà il piano della regione ha subito una sonora sconfitta ed infatti Gallera annuncia la proroga fino al 30 settembre per i MMG che desiderino “ravvedersi” e ed aderire al piano della regione.
Inoltre, secondo il ragionamento sviluppato dal dott. Giuseppe Belleri a link:  http://curprim.blogspot.it/2017/08/medici-aderenti-alla-presa-in-carico.html ,  l’adesione dei MMG e dei pediatri  in realtà sarebbe ancora più bassa.
Comunque sia, con una % di adesione decisamente inferiore alla metà dei MMG e dei pediatri, la delibera sui gestori e sulla presa in carico dei pazienti cronici subisce una forte battuta d’arresto. Inoltre il 12 settembre il TAR della regione Lombardia comincerà a discutere quattro ricorsi (uno di Medicina Democratica e tre dei sindacati medici) che chiedono l’annullamento della delibera perché anticostituzionale.
Ora si tratta di replicare il successo, ottenuto oggi, nel mese di ottobre quando oltre tre milioni di nostri concittadini riceveranno la lettera della regione che chiederà loro di consegnare la propria salute nelle mani di società, i “gestori” appunto; l’obiettivo è che anche in quel caso la maggioranza respinga al mittente la lettera di Maroni e Gallera perchè: “la salute è un nostro diritto, non il vostro business “

Medicina Democratica
Milano 02/08/2017

ABBIAMO APERTO SU QUESTO SITO (Medicina Democratica ndr), UNA PAGINA DOVE SONO PUBBLICATI DOCUMENTI E LINK ESTERNI SULLA QUESTIONE SOLLEVATA DA QUESTE DUE DELIBERE IN MERITO ALLA GESTIONE DELLA CRONICITA’ (CLICK QUI PER RAGGIUNGERE LA PAGINA).

DECRETO LORENZIN: QUANDO IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI

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DECRETO LORENZIN: QUANDO IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI
Il Decreto Legge che rende obbligatorie ben 10 vaccinazioni, recentemente convertito in Legge grazie all’imposizione della fiducia, è l’ennesima dimostrazione di quanto sia diventato incolmabile e sempre più ampio nel nostro paese il divario fra le istituzioni (e la classe politica che le occupa) e la società civile.
Il Governo, sempre meno rappresentativo non solo degli elettori (che non lo hanno mai votato) ma anche delle stesse componenti sociali che in qualche modo si illude di rappresentare, è costretto a ricorrere all’autoritarismo per colmare il vuoto di autorevolezza (e cioè di condivisione delle proprie scelte politiche) che lo attanaglia anche nel campo della sanità pubblica.
In questo senso il provvedimento, con il quale il Governo ha affrontato una questione che non presentava alcun presupposto d’urgenza che potesse giustificare il ricorso a questa forma di legiferazione emergenziale, è coerente con le precedenti iniziative assunte da diverse Regioni (governate dalle medesime forze politiche) tese a forzare la vaccinazione dei minori attraverso il ricatto della non ammissione dei piccoli al di sotto dei sei anni ai nidi ed alle scuole materne, ma anche attraverso una politica censoria (vedi l’annullamento in un’aula del senato del film Vaxxed di alcuni mesi fa, l’esclusione dai media della maggior parte delle notizie relative alle numerosissime e partecipate manifestazioni contro il decreto, la banalizzazione delle critiche tramite il dispregiativo e insulso termine NOVAX) o ricorrendo a pesantissime sanzioni.
Questa legge, assumendo la medesima modalità ricattatoria delle precedenti Leggi Regionali, conferma la contraddittorietà alla base dell’imposizione, poiché in Italia esiste già una legge che consente, in caso di epidemie conclamate, l’utilizzo dello strumento coattivo per motivi di sanità pubblica, impossibile però da utilizzare in questo momento proprio perché non giustificato da pericoli reali ed immediati.
La novità, però, è che su questa strada si è inserito anche l’organismo rappresentativo della classe medica, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, il quale non solo ha plaudito tale direttiva autoritaria ma ha cercato di superare la politica procedendo a forza di richiami e radiazioni laddove non era in grado di convincere quella parte dei propri iscritti, evidentemente molto più numerosi di quanto non si pensi, preoccupati sia delle modalità organizzative che delle ulteriori forme di repressione nei confronti di chi manifesta un pensiero critico.
Agli episodi di aperta criminalità in campo medico, e a quelli numerosissimi di corruzione da parte di medici ed amministratori pubblici del settore che hanno contraddistinto gli ultimi tempi, si somma quindi una palese sfiducia verso chi, pur affermando di possedere argomentazioni scientifiche da vendere a favore delle proprie tesi, si rifiuta categoricamente di confrontarsi con chi le confuta limitandosi a banalizzarne e censurarne le ragioni.
Il significato della nuova legge sulle vaccinazioni obbligatoria appare come il modo per nascondere quanto avviene in via di fatto nella sanità pubblica: tagli ai bilanci, riduzione di personale, assunzione di personale precario, mancanza di informazione, sottovalutazione della prevenzione. Appare evidente come chi governa e gestisce la politica sanitaria voglia transitare verso un sistema diverso, mutualistico o assicurativo, non più universale; piuttosto commerciale e affaristico. In questo – come nel campo dei vaccini – le case farmaceutiche hanno la loro convenienza.
Ciò – al di là dei risultati delle costrizioni messe in atto – non potrà che incrementare la diffidenza in strati sempre più ampi della popolazione, anche tra coloro che si sono sempre sottoposti a profilassi motivate da patologie ritenute altamente pericolose e realmente epidemiche, o al più, tendevano a ritardare il momento della vaccinazione dei figli temendo effetti avversi (di cui si conferma l’esistenza passandone la “gestione” all’AIFA nella nuova norma) a causa dell’età dell’intervento.
Medicina Democratica, Movimento di Lotta per la Salute, si batte per il diritto alla salute come bene fondamentale e collettivo. Le imposizioni assolute, come nel caso della legge sulle vaccinazioni, con false motivazioni, o prive di motivazioni, scientificamente del tutto insufficienti, sono sbagliate. Le scelte repressive che ne conseguono sono controproducenti anche per gli scopi che si vogliono raggiungere, qualunque politica sanitaria deve essere basata sul consenso e la partecipazione dei cittadini.

Medicina Democratica Movimento di Lotta per la Salute Onlus

(pubblicato sul sito di Medicina Democratica)

Cronache dal consiglio

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Nella foto – ANSA/ADDAMS – la Sindaca di Senago Magda Beretta della Lega Nord, quella creata dal Bossi, il Trota, Borghezio e tutta la malaspecie umanoide padana di cui gli attori senaghesi si sentono affini e orgogliosi.

L’altro ieri sera si è tenuto il secondo consiglio comunale dopo l’elezione della sindaca Beretta.

In questo consiglio comunale che aveva all’ordine del giorno sostanzialmente punti meramente tecnici relativi ad assestamenti di bilancio e soprattutto integrazioni relative ai bilanci già predisposti dalla precedente amministrazione ogni partito/gruppo ha svolto sostanzialmente il proprio ruolo:
– la maggioranza che ha fatto illustrare alla dottoressa Pasciuta tutti gli aspetti tecnici relativi a queste modifiche e ha approvato tutti i punti ad eccezione dell’ultimo rimandato perchè mancava un parere necessario e che ha reso la documentazione incompleta
– il Pd che ha fatto fondamentalmente il Pd approvando i punti in quanto coda amministrativa della propria gestione e quindi facendo solo richieste tecniche, ma senza alcuna osservazione politica
– il Movimento 5 Stelle (assente il consigliere Tagni) che ha fatto il Movimento 5 Stelle astenendosi su tutto in quanto opera ed azione proveniente da un periodo in cui “loro” non erano in Consiglio Comunale. Del resto per M5S la storia nasce da quando loro esistono e tutto ciò che c’era prima è solo degno di non considerazione.

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Nella polaroid – ANSA/ANSIA – il consigliere comunale e candidato sindaco grande assente Riccardo Tagni Grillo.

Nell’insieme è parsa più coerente la lista di Rinnovamento Democratico che si è astenuta su un punto votando contro sull’altro, ma dando una giustificazione relativa alla condivisione o meno di una impostazione di bilancio come quella condotta dalla precedente amministrazione.

Sarebbe opportuno spendere qualche parola in più sulla prima parte del consiglio comunale relativa a una interrogazione / osservazione sulla lettera inviata dalla sindaca Beretta al Prefetto per comunicare la decisione di recedere dalla partecipazione al progetto Sprar da parte dell’amministrazione di Senago. Gli interventi ovviamente più significativi sono stati quelli del gruppo consiliare del Pd (nota a margine assente ancora l’ex sindaco).
Secondo il PD fondamentalmente la sindaca ha revocato la partecipazione del Comune per accondiscendere alle richieste che provenivano da via Bellerio (sede della lega nord).

Questo punto si è articolato su una serie di schermaglie che hanno visto il gruppo del Pd rivendicare l’accordo Sprar e soprattutto accusare l’attuale maggioranza di fare un gioco probabilmente autolesionista in quanto uscire da questo protocollo potrebbe condurre alla imposizione da parte della Prefettura di un maggior numero di rifugiati / richiedenti asilo presso il Comune di Senago.
Il gruppo consiliare del Pd ha ricordato anche alla maggioranza che si tratta di una accoglienza di secondo livello in quanto le persone che verrebbero ospitate nel comune di Senago avrebbero già sostanzialmente passato una sorta di filtro.
Da parte della Lega da parte del consigliere Pase c’è stato anche qui gioco facile nel ricordare ai rappresentanti del Pd le parole dell’ultimo libro dato alle stampe dal loro attuale segretario ed ex premier che rivendica il fatto che l’Italia non ha il dovere morale della ospitalità nei confronti di queste persone. Pase ha inoltre rivendicato la logica dell’ “aiutiamoli a casa loro” come una delle affermazioni basilari su cui la Lega ha sempre praticamente giocato.
Sulla campagna relativa al fenomeno migratorio tutto viene definito come un’emergenza ed anche in questo caso la sindaca ha chiaramente imposto una linea di demarcazione che vede sempre gli italiani e i migranti come fieri avversari, fieri avversari di una spartizione della miseria invece che potenziali partecipi e costruttori di una nuova società che faccia della convivenza e del multiculturalismo la base fondamentale per la costruzione di una città solidale. Pase ha poi fato riferiment al fatto che i numeri di chi fugge dalla guerra sono in realtà inferiori e che il grosso corpo delle pooplazioni migranti è costituito da migranti economici.

Purtroppo sarebbe stato il caso di fare loro una lezione di storia, ma non ce ne era il tempo e probabilmente non sarebbe servito a molto data la scarsa qualità dei discenti.

Referendum Lombardia, Maroni compra 24mila tablet per il voto elettronico. Spesi 23 milioni di euro

“Costi della politica”
Roberto Maroni ha acquistato oltre 24.000 tablet che saranno utilizzati per votare al referendum consultivo sull’Autonomia della Lombardia del prossimo 22 ottobre negli 8mila seggi allestiti in tutta la regione. Spesa complessiva? 23 milioni di euro (21 più Iva).

Chi pagherà? Ma tutti noi, naturalmente. Avevate qualche dubbio? Avanti padania; diamo la Regione nelle mani della lega: Maroni, Bossi, il Trota, Salvini e tutta l’avanguardia di destra, pronta a saltare nel piatto di governo e tornare a distribuire olio di ricino a chi non sta con loro.

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La rivoluzione industriale che ci sta cambiando

Presentiamo un interessante articolo scritto da Andrea Aimar e pubblicato sul sito “sbilanciamoci.info” che descrive, con sublime lucidità, il futuro che ci aspetta, che molti non vedono e che in parte già esiste. E’ piuttosto lungo ma ne vale senz’altro la pena. Buona lettura.

§

 

rivoluzione_industrialeSono nomi di computer ad alta potenza di calcolo, software, start up, piattaforme: YuMi, StasMonkey, Watson, Tug, Sedasys, Coursera, Shutterstock, Digits, Warren, e-discovery, Baxter, Iamus, Workfusion, Sawyer. Rappresentano il presente dell’innovazione e l’anticipazione di un futuro probabile dove il lavoro umano diminuirà.

49% o 47% le ipotesi più radicali, 9% quelle più caute, 35% per chi preferisce una via di mezzo: dietro le percentuali i posti di lavoro che verrebbero bruciati dall’innovazione tecnologica. Tecnologie delle reti e dell’informazione, robot, macchine potentissime, big data: è più o meno questa la ricetta che si aggira per il mondo promettendo rivoluzioni digitali e industrie 4.0.

Chi minimizza ricorda l’introduzione del telaio meccanico a fine Ottocento e l’automazione degli anni ‘70 e ‘80: sembrava la fine del mondo ma era solo l’inizio di qualcosa di nuovo. Si bruciano posti di lavoro ma si ritrovano da altre parti. Ma assai più del “vissero tutti felici e contenti” sembra convincere la narrazione a la “Houston, abbiamo un problema”.

A guardarla da vicino, questa rivoluzione guidata da algoritmi intelligenti, sembra davvero un’altra storia. È difficile cercare riscontro in qualche precedente perché l’aumento di produttività che queste tecnologie promettono e la diversa qualità dei processi che possono innescare, raccontano di un salto di paradigma ben più alto dei precedenti. Non siamo di fronte solamente a innovazioni che migliorano sensibilmente le prestazioni, ovvero fanno meglio ciò che facevamo già prima, in questo caso fanno altro: cambiamo il modo in cui si gioca, ne modificano le regole, si comportano da tecnologie «game changer».

 

“Houston, abbiamo un problema” per almeno due ragioni.

La prima è che l’ondata di automazione in arrivo non colpirà solamente i lavori manuali a bassa qualifica ma avrà nel mirino anche quelle professioni medie intellettuali che siamo soliti attribuire alla classe media. Quei lavori che costituiscono l’ossatura delle economie terziarie dei paesi occidentali, da cui dipende anche la loro stabilità sociale. Se lavorate in uffici dove svolgete compiti di routine e seguite delle procedure standard potete iniziare a preoccuparvi. Perché ci sono degli algoritmi in grado di imparare ciò che fate se glielo insegnate (o se vi “osservano” mentre lavorate) e lo ripeteranno meglio: sbaglieranno meno, non dormiranno, non mangeranno, non si faranno distrarre, non andranno in ferie. Il mondo delle assicurazioni e della finanza, della pubblica amministrazione e di quella aziendale è pieno zeppo di questi tipi di impiego. Ma se siete giornalisti, autisti, medici, avvocati, manager di medio livello, insegnanti, non sedetevi sugli allori perché gli algoritmi sono lì in agguato. Stanno imparando non solo a copiare bene ciò che già fate, ma sanno “inventare” e “imparare facendo”: li chiamano «sistemi di apprendimento automatico» e vi batteranno in un gioco a quiz, guideranno per voi, scriveranno articoli più dettagliati ed emozionanti dei vostri, vi dedicheranno una canzone da loro composta. Fantascienza? Forse per alcune applicazioni estreme sì ma ciò che alcune macchine sono già in grado di fare ci raccontano di un futuro molto vicino. D’altronde chi avrebbe detto nel capodanno del 2000 che avremmo passato ore su di un social network (social che?!)? Oppure a metà Ottocento avreste creduto alla storia dell’uomo in grado di volare?

La seconda è che queste trasformazioni stanno avvenendo in un sistema economico dove:

  • tutti gli aumenti di produttività avvenuti nei decenni scorsi non hanno mai comportato un aumento dei salari;
  • gli aumenti di PIL (la crescita) non hanno avuto conseguenze sul livello di occupazione;
  • la massima prevalente continua essere la concorrenza basata sul basso costo del lavoro (globalizzazione dei mercati e delocalizzazioni docet);
  • le disuguaglianze sono aumentate radicalmente e per garantire il funzionamento della macchina, nonostante l’esistenza di lavoratori poveri/consumatori deboli, si è scelta la strada dell’indebitamento.

Tutto questo dentro una gigantesca «cattura del regolatore» ovvero il pubblico (lo Stato o gli Stati) che ha fatto e continua a fare gli interessi di pochi in nome di un falso bene comune.

Se la trasformazione tecnologico-produttiva prima evocata sarà guidata da queste logiche ci ritroveremo con ogni probabilità in un mondo ancora più diseguale.

Il mercato del lavoro vedrà una polarizzazione tra impieghi qualificati e una grande quantità di occupazioni di bassissimo livello, generatrici di lavoro povero. I lavori di natura intermedia si ridurranno drasticamente e la tendenza all’accentramento della ricchezza in poche mani sarà amplificata. Ne abbiamo già un’anticipazione con i monopoli dei giganti del web: nella logica del capitalismo di piattaforma connesso alle innovazioni il “primo che arriva” si prende tutto il mercato.

Le condizioni di lavoro peggioreranno perché sempre meno i processi di valorizzazione avranno bisogno del contributo umano: ciò significa che la maggior parte delle persone dovrà fare molti lavoretti per sperare di rimanere un lavoratore povero. Mentre la quota di disoccupazione di natura tecnologica salirà progressivamente a fronte di un sistema pubblico non in grado, a queste regole e a queste logiche, di rispondere ai nuovi bisogni.

Vivremo molte contraddizioni, alcune già tra noi: i prezzi dei beni si ridurranno, in quanto consumatori impoveriti saremo contenti di potere acquistare comunque ma nel frattempo ci staremo peggiorando la vita in quanto lavoratori (vedi alla voce Amazon, Uber, ecc.). Inoltre tutto ciò che faremo, diremo, penseremo, sarà valorizzato in qualche processo economico a noi sconosciuto: siamo e saremo il nuovo petrolio dell’economia futura, i dati e le informazioni che regaliamo vivendo la nostra vita sono il carburante più ambito.

Abbiamo di fronte due strade: subire questo progetto di trasformazione guidato dall’interesse di pochi oppure tentare di guidarlo nell’interesse di tanti.

 

I requisiti per agire

Piace di questi tempi dividere il mondo tra i nostalgici del passato e gli amanti del futuro, tra chi crede nel progresso e chi lo combatte in nome della conservazione. Sono categorie stanche, spesso vuote, a volte rovesciate di senso. Tra l’essere dei fan acritici della modernizzazione, di quelli che si accomodano sulla retorica del cambiamento inevitabile, oppure dei nostalgici di vecchi equilibri e con tentazioni para luddiste (a volte legittime), è possibile immaginare un’altra ipotesi?

Per esempio un progetto che sappia cogliere le sfide di questa modernizzazione, di queste innovazioni tecnologiche, ma le includa in un diverso paradigma economico?

Facciamolo un attimo questo sforzo di immaginazione: se si potrà produrre molto di più con molto meno lavoro umano, provate a pensare se tutta quella ricchezza che guadagneremo con il minimo sforzo ce la dividessimo fra tutti. Una società dell’abbondanza dove poter lavorare per necessità poche ore al giorno, dove garantire ad ognuno una quota base di reddito e la soddisfazione dei bisogni utili a una sussistenza degna.

Sforzatevi di immaginare tutta questa potenza di calcolo, le migliori tecnologie, le sterminate informazioni disponibili, utilizzate per migliorare la qualità di vita delle persone: servizi di cura costruiti su misura, politiche pubbliche con un elevato grado di efficacia, occupazioni meno faticose. Usate la fantasia per pensare a come queste innovazioni travolgenti che abbiamo tra le mani potrebbero facilitare una conversione ecologica necessaria. Nuovi stili di vita sostenibili, diversi modelli di consumo, produzioni poco energivore e di qualità, una differente distribuzione di energia, ecc.

Tutto questo è possibile se la maggioranza delle persone, quelle che vedono e vedrebbero la loro vita peggiorata dalle trasformazioni in corso, si uniranno intorno a un’idea e determineranno quei rapporti di forza necessari per confliggere con chi oggi guida questi cambiamenti.

E qua entra la politica, e l’idea di una «cultura del progetto» e della «proposta» che l’agire politico dovrebbe avere quando muove nell’interesse di molti. La chiamerò sinistra, ma se qualcuno su questo ha dei problemi, la chiami come crede. Io penso che nella storia della sinistra, nelle sue culture, ci siano le risorse utili per immaginare questa nuova società e affinare gli strumenti per ottenerla. Questa eredità esiste a patto che la sinistra, politica e sindacale, faccia i conti con la propria storia.

C’è una figura, insieme ad altre, che può essere utile per affrontare i nodi rimasti irrisolti. Penso a Bruno Trentin e a quel monito lanciato nel 1997, nel suo libro “La città del lavoro”:

“Se la sinistra non prende coscienza dell’ampiezza e della profondità della crisi d’identità che l’ha investita, ben prima del crollo definitivo delle esperienze del socialismo reale, e non si libera della cultura “fordista”, “sviluppista” e taylorista di cui è stata impregnata, per misurarsi con le fatiche di una politica fondata sulla democrazia e sul progetto di società, rialimentandosi con le nuove domande che si sprigionano nel conflitto sociale, allora essa sarà inevitabilmente condannata a subire una nuova rivoluzione passiva, di proporzioni ben più vaste e di una durata ben maggiore di quella lucidamente analizzata alla fine degli anni Venti, da Antonio Gramsci”.

Sta lì, in quelle poche parole, il succo di un cambio di impostazione necessario. In effetti le culture politiche e sindacali maggioritarie della sinistra hanno legato il proprio destino, in maniera subalterna, alle sorti di un certo tipo di capitalismo industriale. È valsa, anche oltre il tempo massimo, la regola che lo sviluppo delle forze produttive sarebbe andato a favore dei lavoratori. Attraverso lo Stato la classe operaia avrebbe ereditato il sistema produttivo fatto crescere dal capitale e lo avrebbe governato a suo favore. Che non fosse sufficiente cambiare l’autista della macchina per modificare la macchina lo ha reso chiaro la storia del Novecento.

Questa impostazione prevalente, il rimandare sempre a un “dopo” la presa del potere statale, ha di fatto interrotto una ricerca e una sperimentazione su quali dovessero essere le forme di organizzazione economica e sociale migliori. Questa interruzione non ha solo privato il movimento operaio e i suoi eredi di una capacità creativa e di un progetto di trasformazione, ma ha finito per far introiettare nell’antagonista per antonomasia del modello economico capitalista, gli stessi fini ultimi e le stesse modalità organizzative.

È quell’assenza di un’autonoma visione, quella mancanza di una propria strategia di mutamento del modello di sviluppo e di riforma dello Stato, che dev’essere interrogata per colmare oggi quei vuoti.

Ed è difficile non connettere a quell’impostazione subalterna, il disorientamento delle forze sindacali e politiche del lavoro dinanzi ai mutamenti degli anni ‘70 e ‘80, così come il mutismo degli anni successivi vissuti più con il torcicollo che con lo sguardo rivolto all’orizzonte. Quando sarebbe stato necessario, già allora, sostituire a una cultura della crescita una del limite e passare, con un proprio punto di vista autonomo, da un’economia della quantità a una della qualità.

E quei nodi irrisolti sono oggi da affrontare per essere in grado di raccogliere le nuove sfide e tentare un proprio progetto di trasformazione del gorgo di questa nuova rivoluzione del capitale.

Tenendo a mente come una bussola ciò che ci ricorda Juan Carlos Monadero: «Ci sono grosse differenze tra i popoli che vogliono conquistare qualcosa e quelli che temono di perdere ciò che hanno».

E quel «qualcosa» da conquistare è possibile definirlo se le forze e le culture che s’interrogano su di un’alternativa, saranno in grado di definire nuovi paradigmi e recupereranno un punto di vista autonomo. Se la sinistra tornerà ad occuparsi di organizzazione del lavoro, di riqualificazione dei processi produttivi e dei modelli di consumo, di governo degli orari e dei tempi di vita, potrà incarnare una proposta credibile in grado di non subire le attuali e prossime trasformazioni. Non si tratta solo di indicare nuovi orizzonti ma di essere in grado di praticare «qui ed ora» nuove possibilità, sperimentare soluzioni, stare nel flusso con chi ogni giorno “ci prova” nonostante tutto.

 

Una piattaforma per prendere tempo e un’occasione per guardare avanti

La sfida che serve giocare per dare corpo a un proprio progetto di trasformazione, obbliga a uno sforzo importante di immaginazione giuridica, economica e istituzionale. Sui modelli proprietari e sulle forme organizzative ci sarà bisogno di tutta la migliore intelligenza. Bisogna integrare le innovazioni tecnologiche in queste proposte di mutamento, servirà uscire dai sentieri consolidati e tracciare nuove strade.

Nel frattempo, mentre una vasta iniziativa di ricerca e sperimentazione dev’essere continuamente condotta, è necessario attrezzarsi con alcuni interventi in grado di facilitare il governo di questi anni e prendere tempo. Ci serve una piattaforma di base sulla quale chiamare a raccolta buona parte della società e potrebbe avere i seguenti pilastri:

– L’istituzione di un reddito di base che diverrà sempre più urgente nel momento in cui il lavoro povero e la disoccupazione tecnologica diverranno tendenze diffuse. Accanto a ciò urge un programma di redistribuzione di ricchezza attraverso la tassazione dei grandi patrimoni e lo spostamento delle imposte dal lavoro al capitale. È la condizione di partenza per ristabilire un minimo di validità a un contratto sociale oggi saltato.

– La riduzione e redistribuzione degli orari di lavoro, anch’essa necessaria in un contesto di riduzione di disponibilità di occupazione e per superare la contraddizione di persone costrette a lavorare moltissime ore e persone disoccupate.

– Una socializzazione e redistribuzione della ricchezza prodotta dalle innovazioni tecnologiche. l’ipotesi di una tassazione dei robot che sostituiscono lavoro potrebbe andare in questo senso ma anche qua serve immaginare nuovi strumenti in grado di garantire un godimento collettivo delle innovazioni.

Vale qui la riflessione per cui gli innovatori che riescono a rendere fruttuosa a livello economico una tecnologia sono gli ultimi anelli di una ricerca che ha coinvolto tutta la società e l’investimento pubblico. Google, Apple non esisterebbero senza i massicci investimenti in ricerca dei contribuenti.

– Una riforma del sistema finanziario per arginare la «cattura del regolatore» che viene agita soprattutto attraverso dinamiche impersonali dei mercati finanziari. Inoltre il recupero di una leva fiscale pubblica è necessaria per rendere effettivi nuove politiche industriali e sul lavoro, e per finanziarie una transizione verso altri modelli economici.

Dal 26 settembre al 1 ottobre si svolgeranno a Torino i G7 di Industria, Scienza, Lavoro. Una delle diverse occasioni in cui la visione di un’innovazione tecnologica a vantaggio di pochi verrà discussa nell’anacronistico ed elitario schema dei 7 più o meno grandi.

Vogliamo sfruttare questa occasione per dotarci di strumenti, proposte condivise e di una nostra lettura sui mutamenti in corso. Vogliamo organizzare in concomitanza del vertice una settimana di incontri, azioni, manifestazioni in cui gettare le basi di una strategia politica che ci permetta di non subire le trasformazioni in corso ma delineare un progetto di trasformazione in grado di cogliere le sfide del presente.

Intendiamo invitare lungo le rive del Po tutte le persone che in Italia e in Europa hanno cambiato o stanno cambiando il corso delle cose: chi ha studiato e ragionato su ciò che oggi, nel nostro mondo, sono diventati l’economia e il lavoro, che cosa ne muove le innovazioni, a vantaggio di chi, con quali effetti sulla società.

Una “Peretta” al giorno, toglie il medico di torno

31cLG6VSDZL._SY355_Si è così, l’antico e sapiente detto coglie tutta l’essenza della politica senaghese che va delineandosi per i prossimi anni.

Le purghe leghiste, iniettate dalla sindaca Beretta, risultano tanto spietate quanto fascinose per una destra cui la lega ha da sempre ammiccato in modo proverbiale per assicurarsi le “cadreghe” più alte del consiglio comunale del paese.

E così, ottenuto lo scrigno più ambito,  sarà ora matematicamente costretta a scendere a patti indiscreti coi veri detentori del marchio uncinato che non tarderanno (profezia) a farsi avanti per rivendicare ruoli e poteri nel cospetto della gestione della cosa pubblica.

I primi atti sono già stati compiuti. “Ritiro immediato del Comune di Senago dal Protocollo per l′accoglienza dei rifugiati”. Un rifiuto sbattuto in facci a chi fugge da guerre e maltrattamenti disumani.

Domani sarà la volta, è certo, del ripristino dei cartelli tolti dalla precedente amministrazione con scritto Senago in lingua ostrogota e aliena all’ingresso del paese.

Poi toccherà alla “multiservizi”, la società del comune che si occupa dei servizi ai cittadini, troppo difficile da gestire per chi è abituato a far fare tutto agli altri e più facile quindi da smantellare.

Privatizzare, delegare, controllare, vietare. Ecco le parole d’ordine del nuovo governo di destra, delegato da una parte dei cittadini di Senago.

Berlusconi ha vinto, ancora una volta assieme alla lega. Alla faccia di chi diceva che non voleva stare con la famiglia Addams (ndr Salvini: arrivano i mostri).

Ora Morticia è al governo, Gomez al bilancio, Lurch ai servizi sociali e lo zio Fester alla difesa del territorio contro le vasche volute dalla lega di Maroni & C. Con buona pace per Salvini, la vera “Mano” operativa.