Spese pazze Lombardia, condannati per peculato Renzo Bossi, Nicole Minetti e capogruppo Lega al Senato Romeo. (La lega e il destino dei soldi dei cittadini di Regione Lombardia)

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In totale sono 57 imputati al processo tutti ex consiglieri ed ex assessori in Regione Lombardia tranne uno. I difensori di alcuni imputati avevano chiesto il rinvio dell’udienza in attesa dell’entrata in vigore della legge Anticorruzione. Nei giorni scorsi era emerso che è stata approvata una modifica all’articolo 316 ter (indebita percezione) che potrebbe incidere su alcuni processi

Furono spese pazze con soldi pubblici. E per 52 dei 57 imputati del processo Rimborsopoli, tutti ex consiglieri ed ex assessori in Regione Lombardia (tranne uno), è arrivata una sentenza di condanna. I giudici della X sezione penale del tribunale di Milano ha condannato gli imputati a pene tra un anno e 5 mesi fino a 4 anni e 8 mesi.

I giudici hanno inflitto un anno e 8 mesi Massimiliano Romeo, attuale capogruppo della Lega in Senato, un anno e mezzo ad Angelo Ciocca,attualmente eurodeputato del Carroccio. Per entrambi la pena è sospesa ed è stata decisa la non menzione. Condannati anche Stefano Maullu, attualmente europarlamentare di Forza Italia, condannato a una pena di 1 anni e 6 mesi (pena sospesa e non menzione), e Alessandro Colucci,deputato del gruppo misto, condannato a 2 anni e 2 mesi. La pena più alta di 4 anni e 8 mesi per Stefano Galli, ex capogruppo della Lega in Regione. Assolti o prescritti invece 5 ex consiglieri. Condannati a due anni e sei mesi per Renzo Bossi, figlio di Umberto Bossi detto il Trota, e a un anno e 8 mesi l’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi Nicole Minetti. Assolti Romano Colozzi, Daniel Luca Ferrazzi, Carlo Maccari, Massimo Ponzoni e l’ex presidente del Consiglio Paolo Boni che si è visto anche dichiarare la prescrizione per truffa.

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Aggressioni fasciste ed il pensiero di Luciano Canfora

In una recente intervista lo storico e classicista Luciano Canfora ha mostrato grande preoccupazione e si è detto particolarmente allarmato dalla situazione del paese

(da https://it.blastingnews.com)

Il successo di Lega e Movimento Cinque Stelle ha cambiato il modo di vedere la Politica italiana. In molti hanno raccontato il successo dei due partiti come la definitiva consacrazione dei populismi, ma c’è chi non usa giri di parole per manifestare il proprio dissenso relativamente a quelle che sono le politiche messe in atto dalle due forze che attualmente guidano il governo. Tra loro c’è, ad esempio, lo storico Luciano Canfora che, da ospite della trasmissione Circo Massimo in onda su Radio Capital, ha avuto modo di usare parole piuttosto dure per commentare l’ascesa delle due forze politiche al timone del governo italiano.

Canfora preoccupato dal momento dell’Italia

E’ un’analisi quasi sociologica quella che Canfora prova a fare sottolineando come, all’indomani di un’aggressione fascista (così è stata definita) a dei giornalisti de ”L’Espresso” di cui molto si è parlato, la società italiana abbia “anticorpi in declino” rispetto alla possibilità che episodi di quel genere non tornino a ripetersi.

“La diseducazione di massa – ha detto Canfora – realizzata attraverso strumenti innumerevoli, di cui la comunicazione è un elemento fondamentale, ha cercato di squalificare capillarmente e metodicamente il concetto di antifascismo. E’ stato vilipeso, archiviato e messo tra parentesi”. “Questo – prosegue – risale a tempi non vicinissimi. A sdoganare il Movimento Sociale ci pensò persino Craxi quando gli venne l’idea di aprire verso quella parte”. Canfora, inoltre, ha sottolineato come al giorno d’oggi il Papa parli e lo faccia invano in un paese cattolico. “I giornali – evidenzia – lo mettono in un angolino. Io non sono mai pessimista, l’oscillazione dell’opinione pubblica è cosa notoria, ma il pericolo è grande”.

Canfora parla della situazione politica

“Non esalterei – commenta – troppo il successo salviniano, sta divorando la destra e la parola d’ordine prima degli italiani era della Meloni.

Simile a quell’area lì e i numeri non devono essere sopravvalutati“.

“Dall’altra parte -attacca – c’è una banda di incompetenti. La devozione alle cariche finalmente conquistate da parte di una dirigenza incolta, impreparata e demagogica è l’ideale aiutante di un uomo che ha le idee chiare e ha trasformato un partito localistico come la Lega in un partito palesemente fascistoide, cioè ipernazionalista”.

“La situazione – conclude Canfora- nella quale ci troviamo non potrà che esplodere e trasformare le posizioni politiche esistenti in qualcos’altro. I Cinque Stelle non potranno che esplodere per le contraddizioni che si stanno vedendo”

Da “Circo Massimo – Radio Capital”

LUCIANO CANFORA

LUCIANO CANFORA

Un altro assalto fascita. Federico Marconi e Paolo Marchetti, due cronisti dell’Espresso, sono stati aggrediti ieri da un gruppo di Avanguardia Nazionale, riunito al cimitero del Verano dopo la commemorazione per Acca Laurentia. “Stavano documentando senza disturbare, senza provocare, sono stati aggrediti, picchiati e minacciati solo perché facevano questo lavoro”, racconta a Circo Massimo, su Radio Capital, il direttore de L’Espresso Marco Damilano, “Hanno raccolto i loro dati personali e gli hanno detto ‘sappiamo dove abitate’.

matteo salvini luigi di maio

MATTEO SALVINI LUIGI DI MAIO

La Digos e le forze dell’ordine sono intervenute in un secondo momento. Il capo di questo gruppo, Giuliano Castellino, noto per atti di violenza, indagato per truffa e sorvegliato speciale, non può uscire la sera ma ha partecipato indisturbato a una manfiestazione politica di carattere fascista, che non dovrebbe svolgersi per molto motivi, a partire dal fatto che la Costituzione lo proibisce”. Dopo l’aggressione, il ministro dell’interno Salvini ha genericamente dichiarato “Per chi mena le mani c’è la galera”: “Mi ha ricordato quando c’erano delitti di mafia e c’era una sottovalutazione, si diceva che era un atto di violenza, di delinquenza”, dice Damilano, “No, quella non era una rissa per strada ma un’azione politica di un gruppo che si richiama al fascismo contro due giornalisti. Dalle parole di Salvini traspare la sottovalutazione, la banalizzazione, la minimizzazione. È molto grave che non trovi una parola una per condannare un atto di squadrismo fascista contro i giornalisti”.

SALVINI CON IL PUPAZZO DI DI MAIO

SALVINI CON IL PUPAZZO DI DI MAIO

Il direttore poi ammette: “La rassegna stampa di oggi ci lascia un po’ sgomenti. Il Manifesto è l’unico quotidiano, insieme a Repubblica, che ha messo l’aggressione in prima pagina. La banalizzazione fatta da Salvini è condivisa da un pezzo della nostra categoria, e sicuramente ha delle radici nel suo elettorato. Il problema”, continua, “non è solo Salvini, ma quell’Italia a cui Salvini dà voce. I sondaggi per ora premiano lo premiano. Vedo un’assenza da chi vuole rappresentare un’altra Italia. Non c’è l’opposizione”

salvini e di maio murales by tvboy

SALVINI E DI MAIO MURALES BY TVBOY

Sull’argomento, nella trasmissione condotta da Massimo Giannini e Jean Paul Bellotto, interviene anche lo storico Luciano Canfora: “Mi viene in mente un paragone illuminante: quando la banda Dumini fece fuori Matteotti, formalmente si imbastì una specie di processo a Dumini che poi ovviamente ne uscì assolto. Come Salvini dice ‘chi mena le mani va punito’, allora il regime, in quel momento non ancora consolidato, mostrava di voler perseguire un assassinio che era un pilastro dell’azione repressiva che Mussolini medesimo aveva innescato”.

DI MAIO SALVINI

DI MAIO SALVINI

La strada imboccata da Salvini, secondo Canfora, è “non solo pericolosa ma ha antecedenti anche lessicali. La formula ‘prima gli italiani’ è l’architrave del manifesto della razza. Tutto questo va ricordato. Il 1938 non è tanto lontano. Non sono il primo a parlare di pulsioni fascistiche che sono sempre latenti ma che si sono sprigionate. A un certo momento, arriva un governo in cui il ministero dell’interno è nelle mani di un uomo che pensa prima gli italiani, che ritiene Casapound sia un ottimo interlocutore del suo parco elettorale. È un personaggio al quale il neofascismo non fa schifo”.

LUCIANO CANFORALUCIANO CANFORA

E gli anticorpi? Secondo Canfora “sono in declino”. La causa è la “diseducazione di massa”, che “ha cercato di squalificare capillarmente, costantemente e metodicamente il concetto di antifascismo, che è stato vilipeso, archiviato. E in tempi non vicinissimi. Persino Craxi sdoganò l’MSI. Ma oggi vediamo fenomeni macroscopici. Ad esempio, il Papa parla invano. E in un paese cattolico, o sedicente tale, è paradossale che quest’uomo parli e questo bilancione dal Viminale risponde qui comando io.

papa francesco

PAPA FRANCESCO

I giornali mettono il pensiero del Papa in un angolino. È sintomatico. Siamo arrivati a un punto di non ritorno. Io non sono pessimista e l’oscillazione dell’opinione pubblica è cosa notoria, ma il pericolo è grande”. Intanto, dal M5S non sono ancora arrivate reazioni: “È una banda di incompetenti”, taglia corto Canfora, “C’è una dirigenza confusa, incolta, impreparata, demagogica, ideale aiutante di un uomo che ha le idee chiare e che in poco tempo ha trasformato un movimento localistico come la Lega in un partito fascistoide e sovranista. È una situazione che non potrà che esplodere e trasformare le formazioni poltiiche esistenti in qualcos’altro. Questi 5 stelle sono una bolla che non può che esplodere per le contraddizioni che già si vedono”.

 

Aridatece er puzzone? Riflessioni politiche di fine anno

di Angelo d’Orsi (tratto da MicroMega)

Nella Roma appena liberata dalla presenza nazifascista (siamo nel giugno del 1944), superati i primi salutari entusiasmi, davanti a fenomeni di opportunismo, e a manifestazioni di incongruenza tra le forze politiche dell’arco ciellenistico, qualcuno lanciò, a mo’ di battuta, la frase “Aridatece er puzzone!”. Era un’esclamazione paradossale, una scherzosa provocazione, ma divenne presto quasi un motto che esprimeva lo scontento nei riguardi di una liberazione che liberava poco, e dava voce alla delusione popolare, che si traduceva in una sorta di rimpianto di chi era stato appena defenestrato: “er puzzone”, cioè il duce, alias Benito Mussolini. Era uno sberleffo, uno schiaffo alla riconquistata democrazia, uno sfogo sgangherato, con una punta di qualunquismo, se vogliamo, ma genuino e ingenuo, che, tuttavia, nella sua forma provocatoria, era una richiesta di ascolto che dal popolo giungeva al ceto politico.

Sul finire dell’anno di grazia 2018, la frase è tornata più volte alla mente del (vecchio) osservatore del tempo presente. E come in un eterno apologo, la tentazione affiora, e spinge a esercitare la rischiosa arte dell’analogia storica. Stabilire una periodizzazione condivisibile, non è facile, ma ci si può provare, risalendo agli anni Ottanta del secolo XX, quando in Italia regnava come un dio sull’universo, il “Caf”, all’interno di un quadro sovranazionale dominato da Ronald Reagan e da Margareth Thatcher.

Fu un decennio terribile che vide un arretramento complessivo dello Stato sociale, una perdita grave sul piano dei diritti e delle condizioni di vita dei ceti subalterni, con una Italia preda di una corruzione generalizzata, e i partiti politici divenuti simbolo oltre che strumento di quella sistematica occupazione dei gangli dello Stato e della società, che un inascoltato Enrico Berlinguer denunciò non troppo tempo prima di morire, prematuramente, inaspettatamente.

La nascita della Lega Nord-Padania, e l’ascesa repentina di Silvio Berlusconi, tra il 1989 e il 1994, con il suo “partito di plastica” (come fu chiamato da qualche politologo), succursale politica di Mediaset, in una incredibile, travolgente avanzata di una destra feroce, quanto incompetente, non tardò a suscitare forme di rimpianto dell’era precedente, in cui, in fondo, erano al potere democristiani e socialisti, ossia figure note della scena politica, da cui sapevi cosa aspettarti: corruzione, clientelismo, come corrispettivo di un assistenzialismo, in cui il cattolicesimo la faceva da padrone.

Insomma, davanti alla volgarità berlusconiana, e alla commistione fra interessi privati e interessi pubblici, con il rapido sopravanzare dei primi sui secondi, alla trasformazione delle sedi istituzionali in bordelli eleganti, la nostalgia dilagò. Il beffardo “non moriremo democristiani” si rovesciò in un “era meglio morire democristiani”. Perciò, quando, nel novembre del 2011, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, liquidò “il cavaliere”, quel semi-golpe venne approvato a furor di popolo. Un’autentica euforia accompagnò quelle giornate convulse: pareva la liberazione dell’Italia dai tedeschi, appunto.

A sostituire Berlusconi fu chiamato, con procedura a dir poco bislacca, un “bocconiano”, l’algido professor Mario Montiipso facto insignito di laticlavio senatoriale, il quale, con stile ragionieristico si pose a rivedere i conti finanziari della malconcia Italia, in una collaborazione coordinata e continuativa con i famosi “gnomi” di Francoforte e i “burocrati” di Bruxelles, la luna di miele fu presto dimenticata, e il nuovo premier Monti e larga parte della sua “squadra di governo” (in particolare la sua sodale Fornero, che usò l’accetta per “rivedere” il sistema pensionistico, attirandosi gli odi della quasi totalità del popolo italiano), furono più odiati di quanto non fosse Berlusconi e la sua corte. In sostanza, una volta rivelatasi la natura ferocemente antipopolare del “governo tecnico”, mandatario dei poteri forti dell’UE, si cominciò a mormorare che “si stava meglio quando si stava peggio…”, e che in fondo “almeno Berlusconi era simpatico… raccontava le barzellette”; e non pochi si spinsero a commentare che regalava al “popolino” il sogno di essere come lui, con l’ostentazione cafonesca della sua ricchezza e della sua depravazione… E, dulcis in fundo, “il Berlusca” forniva uno straordinario, ricchissimo materiale a vignettisti, scrittori e attori satirici, e allo ius murmurandi popolare, con le sue infinite gaffe e le sue donnine procaci quanto disponibili…, naturalmente purché si fosse in grado di staccare assegni a quattro zeri, e procurare come minimo una parte in commedia, ossia una “particina” in una serie tv o una conduzione di un talk show. Tutto ciò che fino al momento della defenestrazione era apparso sordido, d’improvviso fu visto in fondo come ludico e gioioso, davanti alla ferrea volontà di “tagli”, che veniva giudicata come una scientifica pratica di “macelleria sociale”.

Dopo elezioni che in realtà bloccarono il Paese, producendo governi di compromesso, l’ectoplasmatico Enrico Letta sembrò annunciare una condizione depressiva di massa, in un ministero senza sostanza e senza mordente: l’arrivo al governo del “traditore” Matteo Renzi, pur suscitando qualche borbottio dei soliti “moralisti” e le critiche dei “parrucconi” e dei “professoroni” che “gufano per mestiere”, in fondo fu accolto con attenzione. Era il populismo giovanilistico al potere, e buona parte dell’Italia si sentì quasi rianimata, persino a prescindere dalle preferenze politiche.

Dopo il micidiale uno-due Monti-Letta, insomma, un’ondata di ottimismo giovanilistico, di neofuturismo in politica. Era, mutatis mutandis, in qualche modo, un ritorno al berlusconismo, tanto che si creò subito il neologismo “Renzusconi”. Nel corso dei mesi, all’iniziale simpatia (di una parte soltanto, della popolazione in età di voto, tradottasi in consenso elettorale, alle Europee) per quel giovanissimo capo di governo, smart e speedy, efficace comunicatore, un vero piazzista commerciale, seguì abbastanza presto il disincanto, davanti a promesse non mantenute, e alla presuntuosa arroganza di quel ragazzotto di provincia; giunse quindi il distacco, come una serie di appuntamenti elettorali mostrarono impietosamente. E il ritornello del “puzzone” si riaffacciò sulle bocche di italiani e italiane. Renzi, in fondo, fu visto come un piccolo Berlusconi, un “berluschino”: una modesta imitazione dell’originale. Tanto valeva tenersi l’originale, che, complice il trascorrere degli anni e una esistenza condotta non proprio da monaco cenobita, appariva inoffensivo e alla fin dei conti, quasi simpatico…

Perciò, la rovinosa caduta di Renzi con il referendum del 4 dicembre 2016, suscitò una subitanea ondata di gioia contagiosa nelle piazze e nelle case: anche chi non aveva vissuto il 25 aprile del ’45 e il 2 giugno del ’46, sentì vibrare le corde di un ritrovato e rinnovato patriottismo, che era il patriottismo della Costituzione. Seguì la profonda disillusione con il successivo governo Gentiloni: altro stile, senz’altro, felpato, all’insegna del profilo basso, profondamente, intimamente democristiano; la disillusione nasceva dal fatto che quel governo fosse quasi una fotocopia di quello, ormai resosi odioso, di Matteo Renzi.

E fu quella una delle cause più rilevanti della disfatta del loro partito, nella successiva competizione elettorale, e l’arrivo al potere di una strana alleanza, tra due movimenti populisti assai diversi tra loro, che dopo una trattativa durata quasi tre mesi (un primato nella storia del Paese), stilarono un cosiddetto “patto di governo”, inventando una figura extracostituzionale, un “avvocato del popolo”, estraneo a qualsiasi ambiente politico-intellettuale, al quale veniva affidato il ruolo di presidente del Consiglio pro forma, mentre le funzioni di comando rimanevano saldamente nelle mani dei due leader politici, Luigi Di Maio e, soprattutto, di Matteo Salvini che trasformava il ruolo di ministro dell’Interno in ministro di Polizia, mostrando come la lotta contro il referendum costituzionale del 2016, per la forza politica da lui rappresentata, aveva un valore meramente strumentale. Le offese alla Costituzione e alla prassi istituzionale, divennero rapidamente una costante del nuovo governo, diretto da quell’inusuale trio, dove i due vicepresidenti erano in intimo contrasto, affidatari di interessi sociali e di bacini elettorali diversi, mentre il loro sedicente “capo”, politicamente inesistente, appariva un esempio preclaro di inettitudine e goffaggine. Ma i tre erano uniti soprattutto da un’arroganza fenomenale, che tentava, inutilmente, di coprire l’inesperienza e l’inadeguatezza all’esercizio dell’arte di governo. Arroganza che faceva impallidire nella memoria quella di Matteo Renzi.
Precisamente la somma tra ignoranza e arroganza, da un canto, e dall’altro l’annunciata e quotidianamente ribadita intenzione di essere il “governo del cambiamento”, suscitava una cospicua opposizione, che, sia pur probabilmente minoritaria in termini elettorali, appariva in crescita, davanti a una serie di provvedimenti che al consenso di routine dei sostenitori delle due forze politiche al governo, aveva come contraltare un dissenso forte e diffuso a livello sociale e intellettuale prima che politico.

Ed ecco appunto che dopo il craxismo, il berlusconismo, il post-berlusconismo, il renzismo e il post-renzismo, anche il grillismo in combutta con il leghismo, suscitando disgusto, facevano riecheggiare il motto: “aridatece er puzzone!”.

Ebbene tutti questi governi e questi capi politici succedutisi nel tempo, sono caratterizzati da un populismo di varia natura, con diversa caratterizzazione e diverse modalità, talora schiettamente caratterizzato a destra, talaltra, pretendendo di andare oltre la distinzione destra/sinistra (presentata, ingannevolmente, come “superata”), in nome dell’esaltazione del “popolo” non meglio definito, mitica entità nella quale si raggrumano tutte le virtù, vi si richiamava come fonte di legittimazione del potere, un potere che in fondo sarebbe aideologico. In realtà si trattava di una posizione che definiva un deciso allontanamento dai valori storici della sinistra, non a caso (vedi Renzi) sostituendo a quella locuzione politica, l’altra, di dubbia forza teorica, di “centrosinistra”. 

Quel medesimo popolo, peraltro, sembra di labile memoria, e di volatile consenso: alla caduta dei potenti, che fino al giorno prima avevano parlato in suo nome, le statue vengono profanate, gli idoli infranti, l’esaltazione dei seguaci si rovescia in denigrazione, e la vox populi si esprime in un conclamato rimpianto dei predecessori: “A ridatece er puzzone!”, insomma. Chi di popolo ferisce, di popolo perisce. Aspettando il seguito, in questa mesta fenomenologia di fine anno, della nostra “serva Italia / di dolore ostello/ non donna di provincie/ ma bordello”.

Concludo così, dunque? Nessuna speranza? Premesso che condivido le accorate parole del grande Mario Monicelli sulla speranza “trappola inventata dai padroni… una cosa infame inventata da chi comanda”, non possiamo accontentarci della ricostruzione fattuale, in tempi difficili come i presenti, e neppure della denuncia: due elementi fondamentali, ma occorre partire da essi, per lavorare in prospettiva. Il “Che fare?” si affaccia prepotente. Non si può lasciare il contrasto al populismo becero di questo governo al PD (che dopo anni di governo pare scoprire adesso, dall’opposizione, cosa sia meglio per il Paese) e a Forza Italia (su cui neppure vale la pena di spendere pensieri). E i piccoli gesti provenienti dai rimasugli della sinistra in Parlamento, sono poca cosa, anche se non disprezzabili nelle attuali circostanze. Il discorso sarà da riprendere, al più presto anche in vista degli appuntamenti elettorali, rispetto ai quali bisognerà pur dare una risposta: partecipare, come, con quali alleanze, con quali referenti sociali? 
Intanto, però, occorre, credo, innanzi tutto dar vita a una diffusa, quotidiana opposizione sociale, prima ancora che politica, su fisco, infrastrutture, pensioni, sanità, istruzione, informazione, cultura, migranti: su tutto quanto incide sulla quotidianità di quel popolo di cui costoro si presentano come rappresentanti autentici e benefattori. 
Occorre in secondo luogo smontare la narrazione tanto di chi, dal governo, in modo mendace si propone come interprete della volontà popolare, e crea nuove pesanti ingiustizie, e aumenta l’inefficienza della macchina pubblica, quanto di chi, sul fronte opposto, non ha di meglio da argomentare che la litania dell’Europa, dei mercati, dello spread.

Non accettiamo la morale dell’“Aridatece”, perché si tratta di un gioco al ribasso, e i “puzzoni” sono equivalenti, sia pure nella loro diversità. Non facciamoci fregare dalla speranza, certo, ma neppure dalla nostalgia. La sola nostalgia che ci deve essere consentita è quella del futuro.

SEGNALAZIONE alla sindaca Beretta e all’assessore Capuano

Gabriele D’annunzio non è stato un filosofo, né tanto meno un divulgatore di concetti fondanti del nazionalsocialismo. Lo è stato Ernst Junger, autore del “Trattato del ribelle”, che nella prima parte del 2019 il filosofo Diego Fusaro discuterà a Senago per la presentazione del suo libro “Pensare altrimenti”, dietro un compenso di 1050 euro per quell’unica serata.

Fusaro_MarxE pensare che la sindaca Beretta derideva una eventuale proposta culturale di Sinistra Senago relativa a Marx, e si ritrova invece con un filosofo che ha tratto ispirazione da tale autore per discutere la propria tesi e pubblicare vari volumi, distorcendone però il pensiero in senso sovranista.

ALLOGGI ERP A SENAGO E ALLOGGI IN BANGLADESH

Difficile staccarsi dalla propria casa, dal paese nel quale si è nati, dove si è trascorsa l’infanzia. Lo sanno tanti, tanti altri no, hanno vissuto nella stessa nazione, nello stesso paese tutta la vita. Forse vivono nella casa che hanno costruito i genitori, i nonni. Mobili, oggetti cari, ricordi. Si lascia la propria casa per spirito di avventura, tanti lo hanno fatto nel tempo passato, tanti lo fanno oggi. Desiderare di vivere in luoghi ancora selvaggi, oppure, al contrario, in una grande metropoli, New York, ad esempio.

450px-House_of_Khasia_Tribe_in_Jaflong_Sylhet_Bangladesh_06Qualcuno che conosciamo, o hanno conosciuti i nostri genitori, qualche parente delle generazioni precedenti si è mosso verso una terra lontana, Argentina, Canada, Australia, per avere un lavoro e un futuro che in Italia non poteva avere. Nel paese d’origine ha lasciato la casa dove hanno vissuto generazioni; probabilmente ora è ridotta ad un ammasso di pietre pericolanti. Quanto vale questa casa?

Molti hanno sperimentato che, messa in mano all’Agenzia Immobiliare, viene deprezzata anno dopo anno, finché non diventa un peso per tutti. Un italiano che chiede un alloggio ERP a Senago deve presentare un documento che dimostri di non possedere immobili, anche se lo possiede in una zona abbandonata e con zero valore.

Una persona che, ad esempio, proviene dal Bangladesh, un luogo dove esiste un feroce estremismo islamista, dove gli uffici pubblici funzionano con estrema difficoltà, dove le case, anche nuove, hanno il valore una nostra bicicletta “per tutti i giorni”, deve attestare che la possiede o che non la possiede, come se facesse differenza, come se non avesse alcun diritto ad ottenere un alloggio popolare nel luogo dove lavora da almeno cinque anni.

QUESTA È LA CULTURA PER L’AMMINISTRAZIONE DI SENAGO

lascuo1L’Amministrazione Comunale di Senago spende ben 5.250 euro per finanziare un ciclo di conferenze di carattere culturale affidate ad una associazione sconosciuta ai più: “Accademia Diciannove”.

Questa risulta vicina ai gruppi di estrema destra “Lealtà Azione” e “Hammerskin”; inoltre, nel corso di un incontro, verrà fatto riferimento esplicito ad un filosofo del secolo scorso, amante della guerra e divulgatore di concetti fondanti del nazionalsocialismo.
Il progetto di “Accademia Diciannove” è privo di adeguato supporto scientifico e non prevede interventi di intellettuali di rilievo, benché ogni conferenza sia lautamente compensata anche oltre il ragionevole ed offra, in maniera poco plausibile, crediti scolastici agli studenti che saranno presenti.

La stessa Amministrazione Comunale di Senago che spende oltre 5 mila euro per “Accademia Diciannove” mostra nel contempo riluttanza a concedere il proprio supporto alle associazioni di base ed è uscita dal Coordinamento Nazionale delle Amministrazioni per la Pace, l’adesione al quale costava 500 euro annui.

Sono solo questioni di bilancio?
Come mai, ed in base a quale criterio, l’Amministrazione ha scelto proprio “Accademia Diciannove”?

Non si sa.

lascuo2Senza adeguate giustificazioni da parte del Comune, si è autorizzati a supporre che dietro a questa operazione si nasconda la volontà di propagare significati, o forse disvalori, che appartengono unicamente alle ideologie di destra, che nel secolo scorso hanno prodotto catastrofi immani.
Il Comune di Senago non è di proprietà dell’Amministrazione che lo governa e per questo appare ingiusto che questa utilizzi i fondi pubblici, cioè i soldi di tutti i cittadini, per un’operazione culturale che potrebbe manifestarsi come l’indottrinamento mascherato di teorie contrastanti con lo spirito della nostra Costituzione.
La cultura è pluralità di voci, democrazia, spirito critico, costruzione collettiva di significati. E la Repubblica Italiana è antifascista, nata dalla resistenza Partigiana.

Questi significati e questi valori sembrano essere stati dimenticati dall’Amministrazione di destra del Comune di Senago.

 

CasaPound in infradito e Matteo a torso coperto: lo chiamano Ferragosto

di Alessandro Robecchi

Buon ferragosto, questa specie di Capodanno estivo dove tutti devono divertirsi per forza, tempo di pantagrueliche mangiate. Un giorno in cui il Paese intero ha facoltà istituzionale di comportarsi come una seconda media, il che, diciamolo, per molti è una promozione inaspettata. Solo alcuni gavettoni turberanno la giornata. Ecco i principali.

Casapound invade la Polonia. Eccitati dalle cronache dei giornali che parlano di loro, gli arditi di Casa Pound commettono un grave errore: pensano di esistere veramente. Dopo averli visti ad Ostia dispiegare la loro geometrica potenza contro un paio di venditori di cocco fresco, le loro azioni sembrano in crescita: esattamente come novant’anni fa quando menavano i contadini per far contenti gli agrari. Ma ora questo non basta più e oggi festeggeranno il Ferragosto sempre in spiaggia, chiedendo ai bagnanti di sfilarsi le fedi dalle dita e regalare oro alla patria per costruire l’impero. Poi passeranno alle vie di fatto: prima la Polonia, poi Grecia e Albania, a spezzare reni qui e là. Per la campagna di Russia aspettano l’inverno, così potranno andare sul Don a meno quaranta gradi con le infradito, rispettando la tradizione fascista che li ispira. Complice l’estate, mostreranno al volgo spiaggiato i loro tatuaggi, soprattutto il volto di un signore pelato che venne fucilato mentre scappava in Svizzera con l’amante e qualche complice, che è un po’ come tatuarsi sul petto Wile Coyote.

Salvini mette la maglietta.Foto con mozzarella e senza mozzarella, con moto d’acqua e senza moto d’acqua, con fidanzata e senza fidanzata, con frittura di pesce e senza frittura di pesce, con mojito  e senza mojito. Ma oggi Salvini ha deciso di stupire tutti e si è metterà una maglietta. Un vero peccato, perché le sue foto da un mese a questa parte erano l’unica occasione di vedere un topless (porta una seconda). Va detto: Salvini in maglietta (di solito usa magliette stampate da simpatizzanti nazisti) è una delusione: sembra un fesso normale invece di sembrare un fesso seminudo, tipo il buffone di cui sopra alla battaglia del grano. Continua però indefessa la sua battaglia di civiltà: cacciare dalle spiagge venditori di asciugamani e di collanine, mentre sulle spiagge di Calabria si può assistere a divertenti sparatorie tra mafiosi in mezzo ai bagnanti. Servirebbe un ministro dell’Interno, e invece abbiamo ogni giorno il paginone con miss Agosto Sovrappeso. Come gavettone agli italiani, niente male.

Il ritorno di Renzi. Tra i più riusciti gavettoni di questo Ferragosto c’è la terribile minaccia dell’altro Matteo: sta per tornare, forse si candiderà al congresso del Pd, perché è uno che non vuole lasciare il lavoro a metà e il 18 per cento gli sembra ancora troppo. Prima, però, farà qualche passaggio in tivù, per dire a tutti come lui, la Boschi e Lotti hanno rilanciato Firenze durante il Rinascimento, rendendola quella che è oggi: una città governata da Nardella. Dicono le cronache che per dispiegare la sua verve divulgativa affitterà la piazza principale del paese, dove spiegherà – prendendosene i meriti – le belle cose che fecero i Medici cinque secoli e mezzo prima di perdere il referendum istituzionale. E’ sicuro che, visto il suo documentario storico, tutti gli italiani torneranno ad essere innamorati di lui. Un auto-gavettone, insomma.

Lo sciopero dei padroni.Grande idea ferragostana del presidente di Confindustria Boccia, che minaccia una possibile mobilitazione di piazza degli imprenditori italiani. Si temono scontri. Oltre al fitto lancio di Rolex contro le forze dell’ordine (un classico) c’è forte preoccupazione per i costi dell’iniziativa. Qualcuno già propone di delocalizzare la manifestazione in Romania, Serbia o Albania, dove i foulard Hermès per coprirsi il volto durante gli scontri costano meno.