Archivi del mese: marzo 2012

Ecco serviti i licenziamenti

Facciamo un po’ di chiarezza sulla nuova disciplina dei licenziamenti proposta dal governo Monti per le aziende con almeno 15 dipendenti. Essa, come è noto, stravolge l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che stabiliva la reintegrazione nel posto di lavoro in tutti i casi in cui il licenziamento era ingiustificato.

Le nuove regole riguardano tre tipologie di licenziamenti:

Licenziamenti discriminatori

Il giudice, quando il lavoratore riesce a provare la natura discriminatoria o illecita del licenziamento, ordina il reintegro nel posto di lavoro. L’onere della prova grava sul dipendente. Gli esperti di diritto del lavoro assicurano che è difficilissimo provare la natura discriminatoria di un licenziamento.

Licenziamenti disciplinari

Sono quelli intimati per comportamenti gravi o per inadempienze. Il giudice, quando verifica che i fatti addebitati al lavoratore non sussistono, ordina il reintegro. Se invece il datore di lavoro ha licenziato il dipendente in seguito ad un comportamento accertato ma per il quale il contratto di lavoro non prevede il licenziamento, il giudice non può più ordinare il reintegro ma può solo condannare la parte datoriale ad un indennizzo. In tutti i casi tocca al dipendente l’onere della prova.

 Licenziamenti economici

Sono i licenziamenti sostenuti da ragioni economiche: in pratica, dovuti allo stato di crisi di un’impresa o anche al fatto che in un’azienda scompare la mansione di un dipendente. Il giudice a cui ricorre il lavoratore licenziato per questi motivi, addotti dal datore di lavoro, controlla se essi sussistono. Se essi non sussistono, il lavoratore non viene reintegrato: percepisce solo un’indennità.

 Come si vede, il reintegro sul posto di lavoro rimane una possibilità residuale. I datori di lavoro potranno licenziare anche senza giusta causa, “pagando” con un’indennità l’ingiustizia commessa.

Monti e Fornero non dicono che la perdita di un posto di lavoro costituisce oggi in Italia l’apertura di un dramma di difficile soluzione.

 Non dicono che aprendo la possibilità di licenziare di più non si favorisce la crescita economica, ma la disoccupazione.

 Il governo “tecnico” assume una posizione molto “politica”: pagano sempre i più deboli, cioè i lavoratori dipendenti, che hanno meno garanzie di prima; per contro, aumentano i vantaggi e le libertà per i più forti, cioè i datori di lavoro.

 Che siamo in crisi, è vero, ma non è così che potrà decollare l’economia italiana; anzi, l’aumento dei licenziamenti non potrà che deprimerla. Ma per fortuna in Italia c’è chi è ancora capace di rivendicare equità e diritti. Noi stiamo con chi ha il coraggio di opporsi e pensare ad un’Italia diversa, un paese in cui non è necessario rinunziare ai diritti ed alla dignità per risollevare l’economia nazionale, prostrata dalle stesse persone che ora pretendono di salvarla facendo pagare la crisi a chi non l’ha causata.

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La democrazia entra in fabbrica

La notizia è questa: il Tribunale del Lavoro di Bologna, il 27 marzo 2012, ha accolto il ricorso con il quale la FIOM si è opposta alla decisione con la quale la Magneti Marelli, società del gruppo Fiat, ha estromesso dalla Rappresentanza Sindacale Aziendale il sindacato più rappresentativo, la FIOM CGIL, appunto, perchè non ha firmato l’accordo Fiat formulato sulla base di quello di Pomigliano d’Arco.

Adesso la FIOM può riprendere ad affiggere il suo materiale nelle bacheche sindacali e rientrare in fabbrica.

E’ questo solo l’ultimo “schiaffo” che il gruppo Fiat subisce ad opera della magistratura. Prima di questo, aveva subìto l’intimazione al reintegro di tre operai di Melfi, licenziati per aver organizzato una protesta interna alla fabbrica. Attualmente, il gruppo di Marchionne è costretto ad erogare una retribuzione ai tre di Melfi, ma non permette ancora che essi rimettano piede in fabbrica.

In tutti i casi Fiat è stata condannata per condotta antisindacale. A proposito dell’ordine di riammissione della FIOM nella RSA di Magneti Marelli, il giudice ha considerato l’esclusione della FIOM come un grave vulnus alla democrazia interna.

La Fiat vuole far fuori la Cgil dalle sue fabbriche, ma non le riesce. Ci sta provando in mille modi, spesso con il consenso tacito degli altri sindacati, anche se (proprio perchè) meno rappresentativi. Adesso, per esempio, alla Magneti Marelli di Bologna, erano in fase di avvio le procedure per la rielezione delle RSA (ex RSU), senza la FIOM, che era appunto stata esclusa. In pratica, sta per fallire il tentativo del gruppo Fiat di scegliersi i propri interlocutori.

La sentenza del Tribunale spiazza tutti: Cisl, Uil, Ugl, firmatarie dell’accordo separato, non possono adesso procedere alle elezioni per il rinnovo delle RSA senza mostrare chiaramente la volontà di escludere FIOM.

Ma la lotta non è certo terminata: il gruppo Fiat non farà mancare l’opposizione in appello e, se del caso, in Cassazione.

C’è da chiedersi che Paese sia questo, dove un datore di lavoro si comporta come un despota e pretende che all’interno della sua azienda non siano applicabili i diritti universali e le leggi dello Stato che lo ospita.

C’è anche da sperare che attorno alla FIOM, che difende la democrazia sindacale e materiale, si stringa la solidarietà di tutti coloro che pensano che siano i lavoratori e non la parte datoriale ad avere il diritto di scegliere i rappresentanti sindacali, la solidarietà di coloro che non sopportano l’angheria e la prepotenza, di coloro che difendono i diritti e la dignità di chi lavora.

Domanda e risposta: perchè NO alle tangenziali

“Perchè no alle tangenziali?”, è questa la domanda che mi è stata rivolta domenica mattina.
L’argomento è certamente difficile. Direi che la cosa principale, anche se non quella più importante, è che in molti hanno promesso le tangenziali ed in molti sono caduti nella bugia, pur sapendo di dirla.

Lo fecero la Rossetti e la LEGA, basando la propria campagna elettorale del 2009 proprio su questo, e lo sta facendo nuovamente Fois, con il suo programma di governo attuale, incentrato proprio sulla presenza delle tangenziali.

Promettono sapendo che non si potrà mai fare e senza porre alcuna alternativa.

Non c’erano e non ci sono soldi, nè dalla Provincia nè dal Comune, che comunque dovrebbe metterne una parte.
Perchè allora promettere senza dare alternative possibili? E’ questa la mia prima domanda.

Allora voglio essere realista affermando che le tangenziali non potranno mai essere realizzate. Non mi fermo a questo però, come hanno fatto gli altri. Provo a proporre soluzioni diverse che forse potranno pian piano essere realizzate.

Ma facciamo un passo indietro, tornando ai motivi del no alle tangenziali.

Le ragioni in questo senso sono tante. Tangenziali vuol dire maggior rumore, maggior inquinamento e soprattutto nuovo traffico aggiuntivo e ad alta velocità. Una via che collegherà le due principali arterie stradali attorno a Milano, la statale Varesina con la Statale Comasina, porterà inevitabilmente una enorme mole di veicoli di trastito, che nulla avranno a che fare con Senago, se non invederne i percorsi.

Tangenziali poi vuol dire sacrificare altro territorio in cambio di cemento.

Tangenziali vuol dire nuovi insediamenti sia urbani che produttivi che irrimediabilmente saranno attratti attorno ad essa. Tangenziali vuol dire la morte per asfissia di Senago.

Molti studi indicano che dove viene costruita una strada, inizialmente questa risulta un ottimo percorso alternativo alle vie più trafficate. Questo funziona finchè un numero critico di autovetture non la percorre, giunti al quale ci si ritrova con quella strada anch’essa trafficata. Come conseguenza le auto ripercorreranno le strade adiacenti per trovare quella via più veloce che non hanno più, tornando quindi ad intasare le vie minori della città. La Rho-Monza ne è un esmpio evidente. Una via che inizialmente risultava scorrevole, ora è in procinto di essere raddoppiata perchè sta scoppiando di traffico, con tutte le conseguenze. Una tragedia.

Uno studio dettagliato sui percorsi alternativi è invece più realistico in termini di fattibilità. L’allargamento del ponte Geriale e della via per Cesate sarebbe un più utile e meno invadente percorso alternativo alla tangenziale nord e consentirebbe di deviare il traffico da Limbiete verso le tengenziali già esistento di Garbagnate e la Varesina.

La zona sud della città non necessita di una tangenziale. Viale Lombardia, al confine con Bollate, è già di per se un valido percorso che è in grado di smistare il traffico verso la Rho-Monza e varso Bollate. Una tangenziale sud sarebbe un doppione di questo ampio viale che andrebbe solo adeguato per rendere più fluido il traffico.

Già nel piano delle buone azioni, uscito dal forum di agenda 21 locale di Senago, venivano proposte diverse soluzioni alternative.

Una di queste sarebbe quella di investire nel trasporto pubblico. I costi di realizzazione  manutenzione della tangenziale sarebbero più che abbondanti per realizzare una linea di comunicazione pubblica (bus) tra Limbiate e la stazione di Bollate Nord, principale approdo delle auto provenienti da Limbiate e che attraversano il centro di Senago.

Disporre in sostanza di due linee circolari intercomunali che collegano le stazioni di Bollate e Palazzolo con orari decenti, sarebbe una buona soluzione per invogliare la gente ad usare un mezzo pubblico al posto della propria automobile. Ovviamente la disponibilità di orari del servizio è alla base della reale fruibilità dei mezzi.

La metrotramvia che speriamo sarà realizzata in sede dell’attuale trenino Milano Mombello, diventerà altresì un ulteriore agevole via di collegamento verso Milano, ovvero la metropolitana linea 3.

La fruibilità di percorsi ciclabili correttamente completati renderebbe anche il trasporto su bicicletta molto più utilizzato. Per esempio la realizzazione di una ciclabile da via De Gasperi alla stazione di Bollate Nord è una richiesta che usci proprio dal Forum di agenda 21 circa tre anni fa.

Una città lenta è poi sinonimo di città sicura, dove il pedone vive il proprio diritto di esistere senza dover temere di essere investito, come purtroppo la viabilità odierna ci propone. Una città a 30Km/h è una città a misura di bambino, di anziano, di disabile o meglio, di tutti.

Una città lenta disincentiva le auto ad invaderla e diminuisce i rumori e l’inquinamento.

Queste sono le nostre proposte che si pongono come alternative alle facili promesse. Proposte che cambieranno il volto di questa città per portarla a braccia spiegate verso le nuove generazioni che la erediteranno.

Per chi ha voglia di leggere, molte delle cose descritte sono presenti nel piano delle buone azioni presentato dal forum di Agenda 21 locale di Senago.

cliccare qui per leggere sul territorio

e qui per leggere sulla mobilità

Invito inoltre nella lettura di questo magnifico libro che si può trovare in biblioteca: “MOBILITA’: i segni del collasso” Frederic Vester (Socità editrice ANDROMEDA – indediti n.112)

La scuola pubblica sta per scomparire

(dal sito di Senago Bene Comune Carlo Avossa)

Procede il processo di privatizzazione della scuola pubblica. Come abbiamo già spiegato altrove, la scuola pubblica è quella dello Stato e definire “pubblica” una scuola privata è in realtà un furto d’identità, un imbroglio.

La privatizzazione della scuola della Repubblica procede attraverso diversi provvedimenti legislativi di cui l’animatrice principale è Valentina Aprea.

Chi è costei?

La Nostra, ex dirigente scolastica, è stata sottosegretario del mai compianto Ministro Letizia Moratti e, nell’attuale legislatura, presidente della VII Commissione parlamentare (Cultura e Istruzione). Di recente è stata chiamata dal presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, a far parte della sua Giunta, resa traballante dai numerosi casi di corruzione su cui sta indagando la magistratura.

Valentina Aprea, con sprezzo del pericolo, ha aderito all’invito di Formigoni, si è dimessa da parlamentare e adesso porta  nella giunta Formigoni, come Assessore regionale, tutto il suo impegno per la privatizzazione della scuola pubblica.

Nel suo impegno di presidente della VII Commissione, l’Aprea è riuscita a far approvare un disegno di legge nazionale di riforma degli Organi Collegiali della Scuola. Il testo è definitivo, è stato pubblicato e ora deve essere discusso dal Senato.

Nel disegno di legge rimane, con altro nome, il Collegio Docenti, ma i Consigli di Istituto scompaiono, sostituiti dai “Consigli dell’autonomia”, con poteri molto forti: per esempio, stabiliscono da soli “autonomia statutaria” e regolano la “ istituzione, la composizione e il funzionamento degli organi interni nonché le forme e le modalità di partecipazione della comunità scolastica”. Insomma, possono decidere praticamente tutto: orari, organismi interni, funzionamento, partecipazione. Non si può non vedere come l’idea stessa di una sola scuola, quella disegnata dalla Costituzione, scompare. L’organismo decisionale è in pratica un consiglio di amministrazione, molto ristretto, nel quale non è prevista la partecipazione di ausiliari e amministrativi (sottotraccia c’è il desiderio di appaltare all’esterno questi servizi), ma che include realtà esterne come le aziende: è il privato, che entra nel pubblico e ne determina gli indirizzi.

E’ previsto anche un “nucleo di valutazione”, che intende portare in questa scuola pubblica privatizzata una meritocrazia che sarebbe da eliminare da ogni istituzione che si occupa di formazione.

Questo disegno di legge è sostenuto trasversalmente sia dal PD che dal PdL.

Lasciato il Parlamento, l’Aprea si è dedicata alla Regione Lombardia ed ha continuato il suo progetto di privatizzazione: all’interno di un disegno di legge regionale denominato “Misure per la crescita…”, compaiono disposizioni -di dubbia correttezza costituzionale- che permetterebbero ai Dirigenti Scolastici la chiamata diretta degli insegnanti. Si tratta di uno strappo che mira a rendere il sistema scolastico regionale distinto da quello nazionale.

Tutto il quadro delinea un nuovo sistema scolastico italiano in cui la scuola della Repubblica non esiste più. Si intravede il futuro di una costellazione di scuole “di nicchia”, confessionali o settoriali, con risorse finanziarie (e quindi qualità) determinate dalle disponibilità finanziarie dell’utenza e indirizzi determinati dalle aziende finanziatrici. Le regole di funzionamento degli Istituti non saranno universali.

 Non è questa la scuola che vogliamo. Non vogliamo trasformare la cultura in un business né la scuola-azienda. Vogliamo pari opportunità per tutti, una scuola veramente pubblica. Vogliamo la scuola della Costituzione!

Domanda e risposta: la sporcizia nel canale Villoresi

Inizio da oggi a rispondere ad alcune domande che mi vengono poste ai banchetti, che da ieri abbiamo iniziato a proporre a Senago.

E proprio ieri una gentile signora mi chiedeva “cosa ne sarà della pulizia del canale Villoresi che non viene praticamente mai fatta?”.

La mia risposta non poteva essere esaustiva nei suoi confronti in quanto, non essendo mai stato io in consiglio comunale, oltre a non conoscere le responsabilità passate, non ho neppure io stesso alcun mezzo d’intervento.

E’ ovvio però che vi sono state alcune negligenze e lo stato attuale del canale è eredità quantomeno dell’ultima giunta, quella della Rossetti, PDL e della Lega, che ha governato il paese in questi ultimi due anni, portandolo allo squallore attuale.

Ciò che le ho potuto dire è che il problema è già stato preso dalla mia attenzione e ripropongo l’articolo che pubblicai sul sito “Senago Sostenibile” nel novembre 2011, quando feci un sopralluogo  lungo il Villoresi per rendermi conto di quello che il fiume, considerato pulito, portava con se: un cumulo di immondizia.

Non elargisco però false promesse come fanno in molti, non è nella mia indole, e quindi non ho una soluzione pronta.

Mi ritengo altresì ambientalista e vedere quello scempio mi duole parecchio. E’ certo che se dovessi essere eletto Sindaco, la mia attenzione sarà principalmente rivolta all’ambiente, come già ho espresso in miei precenti articoli, ed orrori come quello della sporcizia accumulata dentro il canale Villoresi sarò certo il primo che cercherà di rimuoverli, partendo magari dal mio secco e convinto NO ALLE VASCHE DI LAMINAZIONE che rappresenteranno, se realizzate, analogo ricettacolo di rifiuti.

SP

leggi il mio articolo sul sito Senago Sostenibile

Boni, la Lega e le vasche a Senago. Il cerchio si è chiuso!

Che la lega faccia confusione inventandosi presunti assalti ROM al nostro paese era oramai evidente. Purtroppo molti inermi cittadini sono cascati nella trappola che fa loro guardare al dito mentre questi indica la luna.

La Lega è sprofondata nel fango per effetto delle indagini che vedono  Davide Boni, presidente del Consiglio Regionale in Lombardia, indagato per presunta corruzione e con lui è finita in un labirinto da cui difficilmente potrà più sottrarsi.

Davide Boni, di cui potete leggere fatti antefatti e misfatti su qualsiasi quotidiano nazionale e locale, è stato il firmatario del famoso accordo di programma tra Ministero e Regione che stanzia i fondi per la realizzazione delle vasche di laminazione a Senago. Questo ATTO ha determinato la svendita del nostro territorio che la lega di Senago ha supportato fino in fondo.

E mentre le indagini vanno avanti qualcuno comincia a parlare. Chissà, forse presto si vedrà che magari anche le vasche di laminazione facevano parte di questo presunto sistema che vede Lega e Forza Italia strettamente alleate. Guarda a caso la stessa compagine che si presenta alle amministrative a Senago e che vuole la costruzione dello scmpio delle vasche di laminazione.

Leggete il documento a firma Davide Boni. Era il 23 ottobre 2009.

Grazie lega per aver messo Senago nei GUAI!! (Atto_integrativo)

La musica, la politica e i legaioli!

L’altra sera la Lega di Senago ha manifestato per le vie della città contro il campo nomadi fantasma. Erano quattro gatti (per lo più gente venuta da fuori porta) ma sufficientemente fascisti per fare confusione e lanciare vogarità alla città.

Una di queste volgarità, oltre gli irripetibili slogan razisti, è stata quella di diffondere a tutto volume le musiche poetiche di Davide Van De Sfroos, a fare da corollario alle loro invettive.

Ora, non è chiaro il nesso tra il cantautore di quest’angolo di mondo ed i quattro legaioli di questo paese di provincia che manifestano contro i fantasmi. Verò è che nelle sue canzoni spesso si parla di streghe, folletti e proprio fantasmi, ma questo non sembra essere un esplicito invito a far parte di una festa gogliardica insudiciata di rigurgiti fascisti.

Ho conosciuto Davide tempo addietro e proprio non mi è parso in lui alcun vezzo fascinoso verso la lega, anzi, proprio verso nessuna proposta politica.

E’ certo però che il fascino della sua musica, espressione dialettale di tempi e modi spesso oramai passati, è un richiamo per chiunque si affaccia ad un territorio non natio, con il quale ripercorrere, attraverso gli ambiti delle sette note, l’esperienza di vita che tracima dalle sue parole. Egli è forse oramai patrimonio nazionale, come lo è stato De Andrè che cantava le storie di pescatori genovesi o Pino Daniele che canta la ricca cultura partenopea e come loro tanti altri cultori della musica italiana.

Una forma, il dialetto cantato, non editata per far immagine a pochi, ma per collimare culture e pensieri lontani dentro un unico sentimento, quello della musica, unico vero linguaggio universale che tutti possono comprendere.

Per cui cari leghisti, lasciate a Davide ciò che è di Davide, prendete i vostri luridi fagotti oramai intrisi di CORRUZIONE e NEPOTISMO e lasciate in pace questo paese.

NESSUNO HA BISOGNO DI VOI!