Ecco serviti i licenziamenti

Facciamo un po’ di chiarezza sulla nuova disciplina dei licenziamenti proposta dal governo Monti per le aziende con almeno 15 dipendenti. Essa, come è noto, stravolge l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che stabiliva la reintegrazione nel posto di lavoro in tutti i casi in cui il licenziamento era ingiustificato.

Le nuove regole riguardano tre tipologie di licenziamenti:

Licenziamenti discriminatori

Il giudice, quando il lavoratore riesce a provare la natura discriminatoria o illecita del licenziamento, ordina il reintegro nel posto di lavoro. L’onere della prova grava sul dipendente. Gli esperti di diritto del lavoro assicurano che è difficilissimo provare la natura discriminatoria di un licenziamento.

Licenziamenti disciplinari

Sono quelli intimati per comportamenti gravi o per inadempienze. Il giudice, quando verifica che i fatti addebitati al lavoratore non sussistono, ordina il reintegro. Se invece il datore di lavoro ha licenziato il dipendente in seguito ad un comportamento accertato ma per il quale il contratto di lavoro non prevede il licenziamento, il giudice non può più ordinare il reintegro ma può solo condannare la parte datoriale ad un indennizzo. In tutti i casi tocca al dipendente l’onere della prova.

 Licenziamenti economici

Sono i licenziamenti sostenuti da ragioni economiche: in pratica, dovuti allo stato di crisi di un’impresa o anche al fatto che in un’azienda scompare la mansione di un dipendente. Il giudice a cui ricorre il lavoratore licenziato per questi motivi, addotti dal datore di lavoro, controlla se essi sussistono. Se essi non sussistono, il lavoratore non viene reintegrato: percepisce solo un’indennità.

 Come si vede, il reintegro sul posto di lavoro rimane una possibilità residuale. I datori di lavoro potranno licenziare anche senza giusta causa, “pagando” con un’indennità l’ingiustizia commessa.

Monti e Fornero non dicono che la perdita di un posto di lavoro costituisce oggi in Italia l’apertura di un dramma di difficile soluzione.

 Non dicono che aprendo la possibilità di licenziare di più non si favorisce la crescita economica, ma la disoccupazione.

 Il governo “tecnico” assume una posizione molto “politica”: pagano sempre i più deboli, cioè i lavoratori dipendenti, che hanno meno garanzie di prima; per contro, aumentano i vantaggi e le libertà per i più forti, cioè i datori di lavoro.

 Che siamo in crisi, è vero, ma non è così che potrà decollare l’economia italiana; anzi, l’aumento dei licenziamenti non potrà che deprimerla. Ma per fortuna in Italia c’è chi è ancora capace di rivendicare equità e diritti. Noi stiamo con chi ha il coraggio di opporsi e pensare ad un’Italia diversa, un paese in cui non è necessario rinunziare ai diritti ed alla dignità per risollevare l’economia nazionale, prostrata dalle stesse persone che ora pretendono di salvarla facendo pagare la crisi a chi non l’ha causata.

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