Expo e Dalai Lama, frittata alla milanese

Ci sono regole che è meglio rispettare, anche se non ci piacciono. Tipo non fare il bagno dopo mangiato, non guidare ubriachi, non promettere riconoscimenti al Dalai Lama se hai molto bisogno di soldi cinesi.

Nei primi due casi si rischia la salute, nel terzo la figuraccia, e chissà cosa è meglio.

Ma insomma, ora che la frittata è fatta, si medita su come rimettere insieme le uova. Frittata alla milanese, per la precisione, perché il gioco della cittadinanza onoraria con l’elastico – prima annunciata, poi ritirata un minuto prima del voto –  al capo spirituale della comunità buddista mondiale è uno di quel manicaretti di cui si parla e si parlerà in tutto il mondo.

E del resto, si dirà, è facile fare bei discorsi, ma poi tutti si paralizzano davanti al “che fare?” d’ordinanza. Già, che fare? Mostrare coerenza e schiena drittissima e perdere poi il più volte annunciato padiglione cinese all’Expo? Perdere quel milione di visitatori cinesi d’alta gamma di cui si favoleggia? Tutta brava gente con soldi in tasca, frequentatori di mostre e ristoranti, abitatori di alberghi, consumatori forti, compratori di Ferrari, moltitudini in assetto di guerra che lanceranno l’assedio alle boutiques? Vuoi mettere con una guida spirituale, pur nobilissima e stimata in tutto il mondo?

Andiamo, qualunque statistica economica vi dirà chiaro e tondo che il turismo tibetano non è granché, anche per la notoria parsimonia dei monaci: un tozzo di pane, un po’ di burro di yak e loro sono a posto, mentre i cinesi comprano Armani e Prada. Lo scambio è dunque fuori discussione.

L’autogol milanese della prima giunta perbene dopo anni e anni di saccheggiatori, mediocri amministratori di condominio e persino signorotti della Lega (parlandone da viva), è un po’ triste e un po’ maldestro.

Triste, perché ci ricorda, se ce n’era bisogno, che la prevalenza dell’economia su tutto il resto, valori, promesse, principi, democrazia è soverchiante. Maldestro perché ora si assiste al balletto della toppa peggio del buco: un discorso in consiglio comunale invece della cittadinanza, tanti salamelecchi, molti attestati di stima, ma sempre con l’uccellaccio cinese, minaccioso e ricattatorio, appollaiato su una spalla, a ricordare chi comanda. Con il contorno di precedenti illustri. Anche Obama aveva dovuto piegarsi alle proteste cinesi e incontrare il Dalai Lama privatamente. Anche la Moratti (ci si perdoni l’accostamento) aveva tirato indietro la gamba al momento del contrasto. E così decine di governi mondiali per cui un “bau!” della Cina può significare milioni e milioni di dollari.

Dunque, che anche la città di Milano – di più e di meglio, la città di Milano governata da Giuliano Pisapia – scopra l’esistenza della Realpolitik non deve fare troppo scalpore. Semmai dispiace per il modo, che un po’ offende e un po’ fa ridere: ecco la cittadinanza, driiiin, chi è? L’ambasciatore cinese… ecco, ci ridia la cittadinanza, per favore. Non bello. Eppure, diciamolo, tragicamente e cinicamente comprensibile.

Del resto, questa maledetta Expo su cui tutti puntano quasi senza sapere cosa sarà, appare pure agli scettici come una medicina per tutti i mali. Fare incazzare i primi clienti non è una buona mossa, e a Milano, per storia, cultura e tradizioni, di commercio ci s’intende parecchio. Peccato, e fine della storia.

Assago, che da Palazzo Marino dista tre-quattro chilometri, offre la cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Bella mossa. Lui, nella sua immensa saggezza, sa che ogni creatura ha la stessa dignità, e che magari Assago, in una prossima vita, si reincarnerà in una grande metropoli capace di non impaurirsi davanti a un diktat cinese. Cioè, non è così facile, ma non si sa mai: essere un po’ zen non può far male, nemmeno a sinistra.

tratto dal sito ufficiale di Alessandro Robecchi (pubblicato in “Il Manifesto” di sabato 22 giungno 2012)

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E se anche SENAGO seguisse le orme del sindaco di Assago?

Fois, Giunta, Consiglio, che ne dite? PRONUNCIATEVI!

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