LA CRISI E LO SVILUPPO CHE NON C’E

L’Italia è in recessione, non cresce economicamente da circa 15 anni, sono crollati i consumi, è cresciuto il debito pubblico, la disoccupazione è in aumento, gli ammortizzatori sociali sono insufficienti, è cresciuta la pressione fiscale, gli stipendi e i salari sono i più bassi d’Europa, il sistema pensionistico continua a peggiorare, in questo paese da tempo manca la ridistribuzione della ricchezza. Il nostro paese perde inoltre costantemente competitività perchè rinuncia a possedere un’industria manifatturiera. L’Italia ha recentemente perso tre posizioni passando dal 5° all’8° posto per produzione manifatturiera ed anche questo è un segnale dell’abbandono i cui versa il nostro settore manifatturiero.
Siamo ormai diventati sempre più un popolo di disoccupati, precari, cassintegrati, pensionati al minimo e debitori di Equitalia. Nonostante questo il 10% della popolazione possiede circa il 50% della ricchezza del paese, e qui nasce quel dato che solo in Italia risulta così drammatico di evasione ed elusione fiscale.
Ebbene vediamo i tanti responsabili della crisi in cui siamo precipitati. Ricordiamo l’ex governo Berlusconi, che comunque oggi determina ancora la maggioranza al governo del paese. Va sopratutto menzionata la famigerata globalizzazione, opera iniziata da Clinton e Blair, su suggerimento dei grandi esperti dell’economia mondiale del FMI (Fondo Monetario Internazionale), con l’idea di concentrare le banche commerciali con quelle finanziarie (new economy) e così che hanno cominciato a creare la premessa del debito esportabile; opera che si completa con il presidente statunitense Bush. 
Il tutto è diventato un sistema: quello del capitalismo finanziario, più speculativo, autoritario e fascistizzante.
Oggi nel mondo e con la globalizzazione esplode l’immigrazione di massa con le sue brutte sfaccettature di grandi sofferenze e disumanità.
Questo sistema di potere capitalistico svincolato da ogni controllo politico, sta producendo una delle più grandi crisi cicliche dell’economia mondiale, le cui conseguenze sono la progressiva verticalizzazione del potere in qualsiasi ambito della cosa pubblica, a scapito della democrazia in Italia, in Europa ma anche a livello planetario, fomentando tensioni imperialiste mai sopite, in un quadro di stato di guerra permanente globale. Se rimane questo futuro, aumenterà sempre più il numero di esseri umani senza radici e senza patria, ma sopratutto senza diritti.
Nell’elenco delle responsabilità, c’è la politica sbagliata della Comunità Europea: una politica liberista di destra che ha incoraggiato la speculazione finanziaria del debito a danno dello sviluppo produttivo.
Non si sono preoccupati dello sviluppo della produzione industriale, del lavoro, dell’occupazione, dei diritti dei lavoratori. Colpendo così i popoli dei paesi più deboli della Comunità Europea: Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, favorendo viceversa la Germania, la Francia e i paesi del nord Europa.
La B.C.E. (Banca Centrale Europea) con una lettera indirizzata all’ex governo Berlusconi chiese, ma in realtà pretese privatizzazioni, liberalizzazioni, licenziamenti e revisioni pesanti delle pensioni e dello stato sociale, abrogazione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori e dure manovre per il rientro del debito pubblico.
Il governo Monti che in questi mesi ha sostituito l’impopolare Berlusconi, ha obbedito fedelmente a questi diktat-indicazioni della B.C.E. con decreti e leggi che hanno ulteriormente allungato l’età pensionabile, hanno reintrodotto la tassa anche sulla prima casa sostituendo l’ICI con l’attuale IMU e stanno infine portando a compimento la famigerata “riforma del lavoro” che peggiora l’art.18, i contratti a termine e gli ammortizzatori sociali. Tutto ciò avviene con il voto ed il sostegno convinto da parte di PD, PDL e Terzo Polo. Ormai pensiamo che anche le contradizioni all’interno del PD non siano più tali e sufficienti da risvegliare in quel partito quel vago anelito di sinistra che ancora vi si può celare. E’ probabilmente e definitivamente terminata la dinamica e la fase politica in cui si facevano i conti con le cosiddette due sinistra: una moderata e riformista e l’altra di alternativa e massimalista. Oggi nell’amara situazione reale rimane in campo sicuramente solamente una opzione di sinistra, in Italia, come in Greca, dove si è assistito ad una campagna elettorale, quella appena conclusasi nella qual mai si era osservata una tale invasione di campo da parte dell’Europa della banche e del capitale. Syriza da sola ha fatto il massimo veramente contro tutto e tutti.
Tornando alla crisi del debito pubblico degli stati dell’Unione Europea, essa va collocata nell’ambito della crisi più generale di sistema dell’accumulazione capitalistica e nello scontro di un nuovo processo di mondializzazione dei mercati e delle aree valutarie (dollaro-euro). Ciò comporta una forte limitazione della sovranità popolare: gli stati in crisi (oggi la Grecia) vengono commissariati (come ha preteso rozzamente la “signora” Merkel). I parlamenti e i governi sono trasformati in cinghie di trasmissione dalle draconiane misure economiche decise a Berlino, che vincola la richiesta di iscrivere nelle Costituzioni dei paesi dell’Unione Europea il pareggio di bilancio, condizionando così la politica economica degli stessi, non solo per il presente ma anche per il futuro. La crisi diventa il pretesto per imporre una politica verticistica dell’Unione Europea che limiti la sovranità nazionale e la dialettica democratica dei paesi periferici. Chissà per quale strana ragione la Germania non si accorgeva del debito greco nel momento in cui era ferocemente impegnata ad esportare nel paese ellenico i prodotti della sua industria bellica. Quando la Grecia era un acquirente fedele e ligio alle regole del mercato anche nell’acquisto del superfluo non riceveva alcun rimprovero.
                                             
FISCAL COMPACT E IL PAREGGIO DI BILANCIO: UN’ IPOTECA SUL FUTURO 

Nel vertice di Bruxelles del 30 gennaio, l’Italia ha sottoscritto il cosidetto “fiscal compact” il patto fiscale prevede nuove regole.

I paesi UE s’impegnano a:

1)  avere il deficit sostanzialmente in equilibrio con il valore massimo dello 0,5% rispetto al Pil, quindi molto al di sotto della quota fissata dagli accordi di Maastricht, che prevedevano un deficit annuale inferiore al 3%
2) ridurre il debito pubblico annuale in rapporto al Pil di 1/20 della distanza tra il suo livello effetivo e la soglia del 60%

Per l’Italia ciò significa già dal 2013 un abbattimento di circa 47 miliardi di euro l’anno. Su un debito italiano di circa 2 miliardi è presumibile che circa 20 miliardi del prodotto interno lordo ogni anno saranno destinati esclusivamente al pareggio di bilancio, questo basta per farci capire che non ci potrà essere una politica di sviluppo ma solo di recessione.
Questo nuovo “patto fiscale” sottoscritto a Bruxelles, prima da Berlusconi e poi da Monti prevede l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, che in prima lettura ha visto un voto parlamentare unanime dal PD, PDL, Terzo Polo fino alla Lega e IdV. Purtroppo è mancato un significativo voto contrario. Questo denota quanto sia grave l’assenza in parlamento dei comunisti e della sinistra di alternativa. Sarà ora indispensabile una seconda votazione in Parlamento per l’introduzione in via definitiva del pareggio di bilancio nella Costituzione. Se i voti favorevoli risulteranno raggiungere i 2/3 della maggioranza finirà ogni possibilità di promuovere un referendum popolare confermativo, che darebbe voce al popolo italiano e la facoltà di annullare questa scelta parlamentare sciagurata e incomprensibile.

Se dovesse entrare in vigore questo nuovo “patto fiscale”, voluto sopratutto dalla Merkel nell’ambito dei vertici della UE, si imporrebbero dei vincoli assurdi penalizzanti:

1) il commissariamento dello stato inadempiente, se non rientra dal suo debito pubblico
2) il restringimento degli spazi democratici e di sovranità

3) il ridimensionamento dei diritti sociali, peggiorando così le condizioni di vita dei ceti popolari e innescando possibili derive antidemocratiche.

La sinistra deve quindi anzitutto porre il tema di un diverso orientamento complessivo delle politiche europee, che muova dal rifiuto del consenso al “fiscal compact” (patto fiscale) e alle misure in esso previste, a cominciare dall’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione. E bene che la sinistra italiana che siede in Parlamento, che sciaguaratamente ha già votato il “nuovo trattato fiscale”, impari dai socialisti francesi che hanno votato, in Parlamento, contro l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione.

Il neo eletto presidente francese, il socialista Hollande, ha già assunto l’impegno di non rettificare “il patto fiscale” previsto dal “nuovo trattato” Europeo. Monti il Presidente del Consiglio, invece ha voluto dimostrare che rappresenta gli interessi del grande capitale dell’occidente, confermando la sua scelta di campo nel tutelare il reddito dei poteri forti di questo paese: non adottando misure efficaci per colpire i grandi patrimoni e le rendite, le speculazioni finanziarie, i cospicui capitali esportati all’estero, non ha voluto ridurre le pensioni d’oro e tagliare le spese militari. Ma viceversa e riuscito con il suo governo a far passare un disastro sociale mai visto sinora, con il consenso del PDL e del Terzo Polo e questo non ci sosprende.

Invece è grave che il Partito Democratico che si dichiara di centrosinistra, abbia sostenuto queste manovre pesantissime, che colpiscono la qualità sociale e di vita di chi lavora ormai da tempo, allugando brutalmente l’età pensionabile, ripristinando la tassa sulla prima casa, aumentando la tassazione sui consumi (benzina-IVA), tariffe (luce-gas) e concludendo con il varo di quella brutta “riforma” sul mercato del lavoro, che svuota l’art. 18 (togliendo la giusta causa) e massacrando l’istituto della cassa integrazione.
Tutto ciò non va nel senso dello sviluppo, della crescita e dell’equità, ma viceversa ci conduce a un’ulteriore politica dei tagli (in continuità con l’ex governo Berlusconi) nella sanità, nella scuola, nei servizi sociali e alla persona, e alle risorse per i comuni. Il capitale privato, le banche, i mercati finanziari, stanno operando per uscire dalla crisi, riversando sull’economia pubblica, sul lavoro dipendente e autonomo tutti i costi e le conseguenze della propria degenerazione speculativa, attuata da banche d’affari come la Goldman Sachs tra i principali responsabili del crack internazionale dei derivati, seminando in tutto il mondo i titoli spazzatura realizzando guadagni record. Tutto questo, mentre interi paesi strangolati dal patto di stabilità e dalla speculazione finanziaria, sono scaraventati nella bancarotta e nella miseria.

Oggi è lampante il caso della Grecia, con il probabile rischio che esca dall’euro e domani potrebbe essere il turno del Portogallo e della Spagna, già nel mirino delle agenzie di rating, con lo spread sempre più elevato.

Cosa succederà all’Italia ? Uscirà dall’euro per tornare alla lira, come paventano già, alcuni noti irresponsabili. Comunque è una tragedia che sta distruggendo la vita di decine di milioni di persone (di lavoratori) nel cuore dell’Europa che si vuol far credere “Unita”. Di fronte a tale situazione di crisi e tali misure regressive sarà urgente e necessario, superare la divisioni a sinistra e costruire una forte opposizione politica e sociale nel paese, senza equivoci, al governo Monti, con obbiettivi che rendano chiara un’alternativa capace di creare consenso sul piano delle politiche economiche e del lavoro.

Vi sono assolute priorità

La lotta alla disoccupazione partendo dai giovani e dal sud, dove si registrano livelli altissimi. Va preparato un piano straordinario per il lavoro, che attivi direttamente lo Stato, gli enti locali per un ritorno fondamentale del ruolo pubblico, della gestione dell’economia, attraverso la pianificazione democratica e la programmazione.

Va finalmente condotta una risolutiva innovazione dei vari settori dello sviluppo economico: le energie rinnovabili, la mobilità alternativà, le grandi opere infrastrutturali, riassetto idrogeologico del territorio, il turismo ecocompatibile, la cultura, i beni paesaggistici, la salute, la sicurezza nei luoghi di lavoro, la formazione e ricerca universitaria, le nuove tecnologie ed infine un piano di estensione ovunque della “banda larga” in cui passino televisione, telefono, internet.

Nel nostro programma di opposizione va respinta con decisione la recente legge sulla “riforma” del mercato del lavoro, che per molti aspetti va considerata più che reazionaria, visto che di fatto abolisce L’art.18 (dello statuto dei dei diritti dei lavoratori) smontando l’impianto della giusta causa e dall’altro canto mantiene quasi in toto la “vecchia” legge 30 sulla flessibilità. Questa “riforma” introduce una parvenza di salario sociale per i giovani e i disoccupati e peggiora l’istituto della cassa integrazione e mobilità. Comunque una legge sul lavoro che non risolverà il problema dei giovani precari e dell’occupazione.

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