Archivi del mese: luglio 2012

Disoccupazione in Italia al 10,8%

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Mozione approvata con voto unanime!

Il Consiglio Comunale di giovedì 19 luglio approva all’unanimità la mozione contro le vasche di laminazione.

Lo riteniamo un buon risultato, nonostante sia stato stralciato il punto relativo al canale scolmatore e sia stato aggiunto un riferimento improprio quale quello al progetto IANOMI rispetto al testo originale presentato dal Comitato.

Un altro importante tassello è stato posto, mentre per il COMITATO la battaglia continua.

E noi saremo al loro fianco!

 

Commissione urbanistica: “Mozione della Lega: roba buona!”

Diciamo subito che siamo i primi a dire quello che tutti sanno ma che nessuno vuole dire: “Lega e PD costituiscono un fronte politico a Senago facendo traballare la neonata giunta di centrosinistra”. Questo succede a pochi mesi dalle elezioni che li ha visti contrapposti. Si ripresenta quello che già accadde nel 2009.

Ecco lo abbiamo detto. Ma andiamo ai dettagli.

Già dalla prima riunione di Commissione, quella Urbanistica, il ponte sotteso tra le due sponde di Lega e PD, è sembrato a tutti palese. Il tema vasche di laminazione li ha visti paurosamente collimare congiuntamente contro la proposta del Comitato. Per proseguire poi durante la commissione bilancio, dove il disporientamento degli “alleati” del PD è anch’esso apparso più che evidente.

Noi abbiamo assistito ad entrambe le commissioni. Certo non ci è concesso di riprendere e registrare le sedute, anche se sono pubbliche (ma che avranno poi da nascondere?), ma non possono impedirci di fare la nostra brava relazione.

Iniziamo allora dalla commissione urbanistica e non parliamo di vasche ma della mozione presentata dalle Lega. Mozione che anche noi abbiamo accolto con favore in quanto portava a tutelare sostanzialmente tutta l’area sud di Senago, proponendo di destinarla ad attività agricola di interesse strategico all’interno delle osservazioni al PTCP della Provincia. Finalmente si parla di tutela del territorio.

E’ meglio dire “si parlava”. Si, perchè l’opposizione della maggioranza si è subito manifestata in modo prorompente in quanto l’area in questione è strategica per il governo di Senago poichè oggetto di riqualificazione del quartiere Papa Giovanni che tutti i cittadini aspettano. RIQUALIFICAZIONE, che vuol dire case, strade, in altri termini CEMENTO! Ma qualcuno lo ha mai chiesto ai cittadini, che lì ci vivono, se preferiscono un parco verde o la loro riqualificazione?

Ciò che più ci ha sorpresi, è stato il mutare dell’atteggiamento della Lega che ad un certo punto ha cambiato atteggiamento a fronte di una blanda apertura del consigliere del PD, propenso a cogliere un’eventuale mozione se assoggettata a “ragionamenti” sui confini “inquisiti”. Sembrava quasi l’inizio di un patteggiamento che poi, in quella sede, non c’è stato.

Vedremo cosa accadrà in Consiglio Comunale dove la proposta di mozione della Lega è all’ordine del giorno e sarà quindi dicussa e votata. Vedremo se sarà presentata così come in orgine (già presentata come emendamento in Provincia e bocciata dal PDL ma approvata da FDS), ed in tal caso ne saremo sostenitori, o se sarà oggetto di modifiche o manovre d’interesse da parte di qualcuno, ovvero operazione di scambio.

(nella foto, la zona rossa rappresenta la parte che si vorrebbe emendare a zona agricola).

Prossima puntata la Commissione Bilancio.

Vasche di laminazione: mozione in Consiglio Comunale

Nella recente riunione della Commissione Urabanistica in Comune, si è parlato di mozione contro le vasche di laminazione, presentata dal Comitato Senago Sostenibile a tutti i consiglieri.

A parte il gruppo della lega che non era completamente daccordo con l’impostazione della mozione, tutti gli altri rappresentanti in commissione hanno dato parere unanime per presentare, senza alcuna modifica, la mozione scritta dal Comitato.

Aspettiamo quindi fiduciosi il Consiglio Comunale del 19 luglio, dove all’ordine del giorno vi sarà proprio la mozione, sperando che nel frattempo non siano accaduti, o non accadano, colpi di mano.

L’estate, si sa, è prodiga di tentativi “illuminati” in tal senso ed una modifica, seppur minima alla mozione chi il Comitato ha presentato, potrebbe voler dire il suo stravoglimento.

Che dire quindi?

Una eventuale scelta del Consiglio Comunale di cambiare la mozione avrà certamente un connotato tutto politico in quanto non vedrebbe la sperata unanimità richiesta dal comitato proprio attorno alla mozione studiata e concepita per conciliare la politica attorno ad una problema che tutta la comunità di Senago reclama. Una scelta diversa significherebbe mettere altri interessi davandi all’esigenza di difendere a tutti i costi un territorio importante per il nostro Comune e già troppo martoriato dalle speculazioni del cemento.

Noi il nostro lavoro lo abbiamo fatto, sostenendo il Comitato in ogni azione. Ora non possiamo far altro che rimanere in attesa, ma vigili, e pronti a scatenare la tempesta nel caso qualcosa dovesse andare per il verso sbagliato. Allora si che serviranno le vasche per contenere l’ira del fortunale che si abbatterà su Senago.

Ci vediamo GIOVEDI’!

Leggi la mozione del Comitato (clicca qui .pdf)

Leggi l’articolo del Comitato sulla presentazione della mozione (clicca qui .pdf)

Nasce l’ANPI a Senago

Lunedì 16 luglio 2012 alle ore 21,00, presso la sala blu della casa delle associazioni in via Risorgimento, si terrà il direttivo per la ricostituzione della sezione ANPI di Senago.

Antifascisti e Partigiani sarete i benvenuti.

visita il sito: anpisenago.wordpress.com/

Io sto con i partigiani, e tu?

Spopolamento e consumo di suolo: due facce della stessa medaglia

Chi non vorrebbe la sera godersi un tramonto così?

Aspettare le tenebre sul Lago di Como, chiacchierando sulla piazza del paese, mentre i bambini si rincorrono, le nonne gridano “ fermati, che sei tutto sudato”, i vecchi fumano l’ultima sigaretta.

Eppure un paesino come Veleso, arroccato sulle montagne del Triangolo Lariano a 800 m di altitudine (a mezz’ora da Como, Erba e Lecco), è in fase di spopolamento da molti decenni.

Niente di particolare: Veleso è come tante centinaia di paesi italiani in cui si vive bene, ma sempre in meno.

Se ci fosse un piano del territorio intelligente, invece di continuare a cementificare la pianura, si aiuterebbero i piccoli comuni di montagna ad incrementare la loro popolazione, attraverso il miglioramento dei trasporti, le riduzioni dei costi della benzina, il recupero del patrimonio immobiliare, un piano di affitti agevolati e le tante cose che un Comune può inventarsi, quando ha la materia prima, la popolazione!

La popolazione è tutto, l’unica vera ricchezza di un paesino come Veleso che sulla carta ha 287 abitanti, ma in realtà sono molto meno. Sono soprattutto ultra-settantenni, fuggiti verso la pianura negli anni ’60 e tornati adesso che sono in pensione.

Essendo cittadini in rientro, nulla sanno delle tradizioni agricole locali che sono andate totalmente perse, proprio per la fuga verso la città della loro generazione.

C’è stata una frattura, un mancato passaggio di consegne, e, quando gli ultimi contadini sono morti, nessuno sapeva più far niente di quelle che erano le attività tradizionali del posto.

I pascoli sono deserti, la produzione lattiero-casearia è finita, il paese sta morendo sempre più. La scuola ha dovuto chiudere ormai da tantissimi anni, c’è un solo negozio di alimentari e un bar-ristorante. Una desolazione, soprattutto d’inverno.

In compenso ci sono tante case sfitte, che rimangono vuote anche d’estate, perché non siamo più negli anni ‘60, quando le mamme non lavoravano e facevano fare ai bambini tre mesi di villeggiatura in un posto come il nostro, nel quale potevano essere facilmente raggiunte dal marito che lavorava in città (Milano è a 70 km). A Veleso non abbiamo il problema dell’edificazione selvaggia, dobbiamo cercare di conservare in piedi le case che abbiamo, ma come si fa a rendere attraente un paese, se non ci sono fabbriche e negozi da mandare avanti?

Per una milanese come me, abituata a guidare tre quarti d’ora per portare la figlia a scuola, metterci mezz’ora per andare a Como non è un problema, ma non per tutti è così e con quel che costa adesso la benzina sarà sempre peggio. Io vivo qui per scelta da 5 anni, dopo una vita a Milano. Sono consigliere comunale da un anno e ho una delega alla cultura e allo sviluppo del territorio. Purtroppo ogni mio progetto, oltre a dover fare i conti con la mancanza di fondi del Comune, ha dovuto venire a patti con la drammatica realtà dello spopolamento e della mancanza di posti di lavoro.

Ci sono iniziative per circuiti turistici, ma se il turista viene da noi il mercoledì, quando il bar ha il turno di riposo, non riesce neanche a prendere un caffè, neanche nel paese vicino, perché il mercoledì chiudono tutti, persino la farmacia. Ci sono i fondi regionali per una biblioteca multimediale, ma chi la userebbe? Per chi metti a posto la biblioteca, se i paesani stanno in casa a guardare la TV? Abbiamo due illustri compaesani ai quali vorrei dedicare un museo. Uno è Angiolino Schiavio, che segnò il gol della vittoria durante i mondiali di calcio del ‘34 e l’altro è Vincenzo Schiavio, pittore morto nel 1954, di buona fama locale. Stiamo cercando fondi per ristrutturare l’ex asilo, ma quando arriveranno? Vorrei abbellire la piazza, ma i soldi per l’architetto dove li trovo? L’agricoltura, certo! Gli allevamenti, magari! Ma chi vuole venire quassù a fare questo tipo di attività? Qualche appassionato, un po’ alternativo, ma parliamo di numeri piccolissimi, non in grado di rappresentare una controtendenza e poi c’è la concorrenza dell’Italia intera, dei suoi oltre tremila comuni montani.

Eppure siamo a mezz’ora da Como, non proprio sperduti; abbiamo un servizio di mezzi pubblici che ci collega al capoluogo. Siamo a 800 metri slm., l’aria è buona e la vita ha un ritmo più umano.

I nostri figli, pur col sacrificio di una levataccia, hanno fatto tutti le scuole superiori e alcuni sono anche laureati, ma il reinserimento sul territorio con qualifiche troppo elevate non è facile.

Qui da noi, come un po’ ovunque, non servono gli ingegneri, ma gli artigiani e gli agricoltori.

E che la Terra non venga curata si vede: il bosco avanza con alberi sempre più alti, perché nessuno più li taglia per scaldarsi, i prati diventano boschi, perché non ci sono più mucche che li tengono rasati, tutto ha il sapore amaro dell’abbandono e sempre più rari sono persino quelli che si tengono in giardino un paio di galline, tanto per poter dare un uovo “vero” ai nipotini, quando una volta ogni tanto vengono a trovarli con la macchina piena di viveri, comprati al supermercato di città.

In tutto questo viene meno il sentirsi comunità, una perdita enorme. Il paesano invece di rimboccarsi le maniche, si lamenta. Le cose da fare toccano sempre agli altri, in primis al Comune. A nessuno viene in mente di tagliare le erbacce davanti a casa propria, come era normale fare quando io ero bambina, oppure di comprare una latta di vernice e dipingere il guard-rail, perché ne aveva veramente bisogno. Anche il concetto di “buon vicinato” è sparito nel generale imbarbarimento della società. Tutto è monetizzato, essendo finito lo scambio: io ti aiuto a girare il fieno e tu mi aiuti a tagliare la legna, tu fai la spesa a mia madre e io ti pitturo le persiane. Adesso se chiami un vicino a tagliare l’erba, non soltanto ti fa il conto delle ore, ma ti mette in conto anche una quota per l’ammortamento utensili!

I paesani si preoccupano quando si parla di fusione obbligatoria fra i comuni con così pochi abitanti, ma anche questo presunto risparmio è soltanto fumo negli occhi. I servizi principali vengono svolti già adesso, per legge, da un ufficio centralizzato dell’Unione dei Comuni. Con un dipendente e mezzo il Comune di Veleso fa già i salti mortali: riesce a tenere aperto l’ufficio anagrafe tutti i giorni tranne il venerdì e fa la manutenzione delle strade, dell’acquedotto, della discarica e del cimitero con una sola persona, perché i soldi per pagarne un’altra non li ha.

Eppure ti affacci e a maggio ti saluta il cuccù; la notte le strade si animano di caprioli, daini, tassi, faine, volpi e cinghiali; lo scorrere delle stagioni avviene lì sotto i tuoi occhi e l’essere umano si sente a casa, tutt’uno con Madre Natura.

Vera Paola Termali

Manifesto Mdf contro la crescita infinita a debito

(pubblicato sul sito del Movimento per la Decrescita Felice il 25 giungo 2012)

Manifesto Mdf contro la crescita infinita a debito

Per bloccare la spirale dei debiti pubblici nei paesi industrializzati bisogna prendere immediatamente tre decisioni: sospendere le grandi opere pubbliche deliberate in deficit, ridurre drasticamente le spese militari, ridurre drasticamente i costi della politica. In realtà, in base alle considerazioni svolte si tratta di intervenire su tre aspetti di uno stesso problema. Non bisogna essere particolarmente intuitivi per capire che il sistema di potere fondato sull’alleanza strategica tra partiti politici ottonovecenteschi e grandi imprese non prenderà queste decisioni perché ne verrebbe travolto e nessun potere si fa da parte se non è costretto da una forza maggiore alla sua. Detto questo, a livello teorico si potrebbe tuttavia obbiettare che se si tagliasse in maniera così forte la domanda pubblica si ridurrebbe il debito riducendo le spese, ma si ridurrebbe anche il prodotto interno lordo e diminuirebbe il gettito fiscale, per cui il problema si riproporrebbe con l’aggravante di bloccare rilevanti settori produttivi e di far crescere ulteriormente il numero dei disoccupati. Questo accadrebbe se non fosse possibile individuare possibilità alternative di lavoro e occupazione. Invece occorre procedere attivando una decrescita selettiva.

La scelta dei settori produttivi da rilanciare
Per riuscire a ridurre, o quanto meno a non accrescere il debito pubblico, aumentando al contempo l’occupazione, bisogna potenziare le attività produttive nei settori in cui i costi di investimento si ammortizzano con i risparmi sui costi di gestione che consentono di ottenere. Per individuare questi settori occorre uscire da una concezione dell’economia come attività autoreferenziale basata sulla dinamica tra la domanda e l’offerta, e intervenire nelle fasi in cui la produzione e i consumi impattano con gli ecosistemi terrestri: nel prelievo delle risorse, nei processi produttivi che le trasformano in merci e beni, nella riduzione delle merci e dei beni in rifiuti, con l’obbiettivo di sviluppare tecnologie che riducono gli sprechi e le inefficienze: ovvero consentono di ridurre al minimo il prelievo di risorse, le immissioni di sostanze nocive nei cicli biochimici e la produzione di rifiuti. Anziché nella costruzione di grandi opere occorre investire nella ristrutturazione energetica degli edifici esistenti adottando subito e andando oltre la Direttiva 2010/31/CE), nella riduzione delle perdite nelle reti idriche e nel recupero delle acque piovane, nella manutenzione degli edifici pubblici, nel ripristino della bellezza dei paesaggi deturpati negli scorsi decenni da un’edilizia volgare e invadente, nel potenziamento dei trasporti pubblici locali, nella rinaturalizzazione dei quartieri urbani dove insistono edifici industriali o palazzi abbandonati (come si sta facendo a Detroit), nello sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo, nel recupero e riciclaggio dei materiali contenuti negli oggetti dismessi, nell’agricoltura tradizionale di prossimità, nel commercio locale, nell’accorciamento delle filiere tra i produttori e gli acquirenti. Oltre a creare più occupazione delle grandi opere, a differenza delle grandi opere queste attività hanno un’utilità intrinseca e ripagano i costi d’investimento con la riduzione degli sprechi e dei consumi di materie prime, per cui non fanno crescere i debiti pubblici, non richiedono tecnologie potenti ma evolute e il recupero di tecniche artigianali tradizionali, non possono essere svolte da aziende multinazionali che operano sui mercati mondiali, ma solo da piccole e medie imprese, artigiani specializzati e studi tecnici radicati sul territorio, in grado di penetrare in tutte le pieghe del sistema, di conoscere tutte le realtà, anche di dimensioni limitate, che necessitano di interventi di ristrutturazione e di realizzarli con costi di investimento e tempi di rientro ridotti, finanziabili da istituti di credito locali.

Valorizzazione del territorio e dell’economia locale
La saldatura tra i piccoli contadini, i commercianti al minuto, le piccole e medie aziende, gli artigiani e i professionisti radicati nel territorio in cui vivono, con i movimenti che si oppongono alla realizzazione delle grandi opere e alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali, può avvenire soltanto in un contesto di autoemarginazione dalla globalizzazione e rivalutazione delle economie locali, con l’obbiettivo di ridurre al minimo la dipendenza dalle fonti fossili e realizzare la maggiore autosufficienza produttiva in base al principio di sussidiarietà: produzione e commercializzazione negli ambiti territoriali più ristretti di quanto è possibile e conveniente, ampliando progressivamente gli ambiti territoriali di approvvigionamento di quanto non si può o non conviene produrre negli ambiti più ristretti. Questa scelta, che può essere fatta solo su base volontaria, è finalizzata a raggiungere la massima autonomia nella produzione alimentare, in quella energetica e nelle produzioni necessarie a soddisfare i bisogni fondamentali: edilizia, abbigliamento, arredamento, utensileria, attività artigianali, riparazioni e manutenzioni. La riduzione al minimo della dipendenza dalle fonti fossili implica l’abbandono dell’agricoltura chimica e lo sviluppo dell’agricoltura biologica, la valorizzazione della stagionalità dei prodotti, la riunificazione di agricoltura e allevamento, l’accorciamento delle filiere e la riduzione delle intermediazioni commerciali tra produttori e acquirenti, la diffusione delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo con scambio delle eccedenze in piccole reti collegate tra loro sul modello di internet. L’aumento dei prezzi delle fonti fossili e la riduzione progressiva della loro disponibilità renderà sempre più conveniente l’agricoltura biologica, che dovrà comunque essere implementata dalle maggiori conoscenze scientifiche acquisite negli ultimi decenni. L’abbandono della chimica in agricoltura richiederà un aumento del numero di occupati nelle attività agricole e un controesodo di quote non marginali di popolazione dalle città alle campagne. In un’economia globalizzata le piccole e medie aziende possono trovare spazio solo nella produzione di semilavorati e componenti per le aziende che operano sul mercato mondiale (l’indotto) o nella produzione di prodotti finiti per conto di grandi marchi che operano sul mercato mondiale (contoterziste). Solo liberandosi dai vincoli della globalizzazione e producendo per il mercato locale in cui inserite, solo offrendo prodotti finali ad acquirenti del territorio in cui operano, queste aziende possono valorizzare la ricchezza della loro professionalità, della loro creatività e della loro esperienza. Pressoché tutti gli oggetti e i servizi necessari a una vita in linea con gli standard di benessere che caratterizzano i paesi industrializzati possono essere offerti dalle piccole e medie aziende distribuite sul territorio, che nella solo prospettiva devastante della globalizzazione possono essere considerate fattore di debolezza, mentre invece nel contesto di una politica economica finalizzata a consolidare l’autosufficienza e la resilienza delle realtà locali costituiscono uno straordinario punto di forza.

Pensare al medio periodo
Tutti i lavori di efficientamento energetico comportano una riduzione del consumo di risorse a parità di prestazioni, per cui, pur facendo crescere il prodotto interno lordo nell’anno in cui vengono eseguiti, in tutti gli anni successivi lo fanno decrescere. La coibentazione di un edificio per ridurre le dispersioni termiche fa crescere il PIL nell’anno in cui viene realizzata, ma da quell’anno in avanti lo fa decrescere attraverso la riduzione degli sprechi che consente di ottenere. La riduzione degli sprechi è il pre-requisito che consente di soddisfare il fabbisogno residuo con le fonti rinnovabili. Anche le fonti rinnovabili fanno crescere il prodotto interno lordo nell’anno in cui vengono installate, ma da quel momento in avanti lo fanno decrescere con la riduzione dei consumi di fonti fossili. Maggiore è l’efficienza della coibentazione e minori sono i consumi, minori sono i consumi e minore è la potenza energetica in fonti rinnovabili necessaria a soddisfarli. Quanto maggiore è l’efficienza energetica tanto minori sono i consumi e la potenza necessaria a soddisfarli, tanto maggiore sarà la decrescita selettiva del prodotto interno lordo. In questo contesto la decrescita diventa non solo la misura del benessere e del miglioramento della qualità della vita, ma anche una prospettiva in grado di creare un’occupazione qualificata, che paga i suoi costi con i risparmi economici conseguenti alla riduzione dei consumi di fonti fossili che consente di ottenere. La decrescita selettiva del prodotto interno lordo è in grado di offrire uno stimolo decisivo a superare la crisi economica e la crisi ambientale senza far crescere il debito pubblico. Ovvero di ridurre i debiti pubblici senza deprimere le attività economiche.

Politica e decrescita
Per sostenere una politica economica e industriale fondata sulla decrescita selettiva degli sprechi e delle inefficienze occorre una nuova leva di politici, antropologicamente diversi da quelli che si sono formati nei partiti di destra e di sinistra o nelle loro associazioni collaterali, non omologati sul dogma della crescita, culturalmente estranei alle dinamiche politiche del secolo scorso, guidati nelle loro scelte dall’analisi e dalla risoluzione dei problemi. Già se ne stanno formando. I loro incubatori sono i movimenti di resistenza alla costruzione di grandi opere pubbliche e alla privatizzazione della gestione dei servizi sociali, che sono le due linee strategiche su cui si è saldata l’alleanza tra grandi società e partiti di tutti colori con l’obbiettivo di avviare una nuova fase di crescita, dapprima con la costruzione di grandi opere pubbliche finanziate a debito dalle istituzioni statali e successivamente con la cessione a società private della gestione dei servizi pubblici essenziali (acqua, energia, rifiuti, sanità, scuola, trasporti) a copertura dei debiti accumulati dalle istituzioni per finanziare la costruzione di grandi opere pubbliche. La resistenza della Val di Susa alla costruzione della ferrovia ad alta velocità e le vittorie nei referendum contro il nucleare e la privatizzazione dei servizi idrici dimostrano che, nonostante la disparità delle forze in campo, la partita è iniziata e si può giocare.

Conclusioni
Queste considerazioni non hanno la pretesa di costituire una proposta politica alternativa agli slalom tra misure restrittive per arrestare la deriva dei debiti pubblici e misure espansive per rilanciare la crescita in cui si dibatte il blocco di potere fondato sull’alleanza tra le grandi aziende operanti sul mercato mondiale e i partiti di destra e di sinistra che si alternano ai governi dei paesi industrializzati. Ancora non esiste un blocco di potere alternativo in grado di scalzare quell’alleanza e, quindi, non c’è possibilità di superare la crisi in corso, che è destinata ad aggravarsi progressivamente e a concludersi con un crollo rovinoso. Tutto lascia credere che questo esito sia ormai inevitabile. Che sia solo una questione di tempo. Se la prima a precipitare sarà la crisi climatica, sarà difficile trovare una via di scampo. Se invece la crisi climatica verrà ritardata dalla crisi economica o dalla crisi energetica, coloro che non si sono lasciati abbindolare dalla gigantesca opera di disinformazione e propaganda svolta dai mass media, e sono più di quanti si creda, possono evitare di rimanere sepolti dalle macerie. Per potersi salvare occorre sganciarsi dal sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci, organizzando reti di economia, di produzione e di socialità alternative, in grado di funzionare autonomamente e di rispondere ai bisogni fondamentali della vita con le risorse dei territori in cui insistono. Come è sempre stato nella storia umana. Sulla capacità di resistere in un periodo di transizione che sarà inevitabilmente drammatico, sui patrimoni dei saperi e del saper fare accumulati e implementati nel corso delle generazioni, sulla capacità di trasformare con rispetto, efficienza e intelligenza le risorse della natura, sulla capacità di costruire rapporti improntati al rispetto reciproco, è possibile riavviare una nuova fase della storia umana. Perché storica e non congiunturale è la portata della crisi in atto. È la crisi di un modello economico e di civiltà che non ha più futuro, che non può essere riorganizzato e migliorato ma deve essere sostituito.

By Andrea Bertaglio in Economia · Voce di MDF