La polemica a 5 stelle sui referedum

Intervista ad Andrea Penoni, segretario del Partito della Rifondazione Comunista di Senago, a proposito della polemica di questi giorni da parte del Partito 5 Stelle nei confronti del neonato comitato referendario.

“Cosa ne pensa della posizione che gli esponenti del nuovo Partito 5 Stelle a Senago hanno assunto nei confronti della raccolta firme per i referendum nazionali sul lavoro?”

“Vorrei molto sommessamente intervenire come militante di una forza politica che aderisce, promuove e sostiene la raccolta firme per l’indizione dei referendum popolari su temi quali la reintroduzione ed il ripristino dell’articolo 18. Sono iscritto al Partito della Rifondazione Comunista e faccio parte del Comitato Referendario che si è costituito anche a Senago. Alcune delle cose scritte in un recente post pubblicato da 5 stelle di Senago possono essere del tutto condivisibili. L’atteggiamento bifronte di alcuni parlamentari, soprattutto del PD, come giustamente ricordato, è esemplificativo di una certa incoerenza politica. Prima si vota il pacchetto Fornero e poi ci si adopera per modificarlo. Ammetterete però che questa osservazione non può essere fatta alle forze politiche che compongono l’alleanza che si è venuta a creare attorno ai quesiti referendari. Tra queste forze politiche solo una è presente in parlamento e si colloca inoltre apertamente all’opposizione del Governo Monti. Detto ciò mi pare chiaro che il lavoro da compiere alla Camera ed al Senato siano nettamente in salita e comunque con numeri che favoriscono invece chi lavora per smantellare le garanzie dello statuto dei lavoratori, del sistema previdenziale, della scuola pubblica e così via.
Qui ovviamente, come membro di un partito ed anche come semplice cittadino, rispondo esclusivamente della mia personale coerenza e di quella della forza politica a cui appartengo. Il PRC ha da sempre partecipato alle manifestazioni che chiedevano la tutela e la salvaguardia dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Dalla oceanica manifestazione al Circo Massimo di diversi anni fa a quelle meno partecipate che si sono svolte altrove. Abbiamo anche promosso nel 2003 un referendum popolare perché l’articolo 18 venisse esteso anche alle realtà sotto i 15 dipendenti. In quel caso è noto a tutti il risultato. La battaglia fu osteggiata da tutte, o quasi tutte, le forze parlamentari e sindacali ed oggi, anche grazie a quella sconfitta possiamo assistere all’attacco frontale ai diritti che questo governo ed altri soggetti portano avanti.
Ora affermare che una raccolta firme venga caldeggiata e condotta con il fine di percepire, qualora il referendum si svolga, e quindi previa approvazione della Corte Costituzionale, e qualora venga raggiunto il quorum e quindi il 50% + 1 dei cittadini partecipi alla consultazione, mi pare che ricalchi un po’ il grossolano errore di chi guarda il dito e non la Luna. La battaglia sull’articolo 18 fa parte di una sorta di DNA politico per chi appartiene ad una forza politica che si batte per i diritti dei lavoratori. Non mi pare che quando, giustamente ed in modo sacrosanto, lo scorso anno si è portato l’elettorato alle urne sui referendum relativi ad acqua pubblica e nucleare si sia gridato allo scandalo dei rimborsi. Mi pare che le cause che ci conducevano al voto fossero più che nobili. Questo mi sembra essere confermato anche da persone, oggi vicine al Movimento Cinquestelle, che operarono come rappresentanti di lista al seggio a favore di quei quesiti referendari.
Si può anche parzialmente convenire sul fatto che il Referendum possa essere uno strumento talvolta logoro ed abusato, per eccessiva proliferazione a cui i radicali ci hanno abituato negli scorsi anni. Si può anche talvolta concludere che l’esito referendario sia stato bellamente cestinato. L’esempio più recente del quesito sulla gestione pubblica dell’acqua è un caso ancora aperto e scottante. Tuttavia non mi pare esistano altri strumenti di partecipazione diretta diversi da questo. In questo caso ci troviamo in una di quelle condizioni in cui l’intervento dal basso può ristabilire un minimo di democrazia perduta su diversi temi (articolo 18, articolo 8, riforma pensioni, vitalizi). Ai quesiti in questioni si somma anche la petizione con la richiesta di iniziativa di legge popolare sul reddito minimo garantito. Anche le leggi di iniziativa popolare hanno sempre avuto uno scarso peso ed un impiego quasi nullo nel nostro paese, ma possiamo permetterci di non praticare tutte le potenziali e possibili strade per introdurre anche in Italia un diritto ed un principio che esiste ed in modo solido altrove ? Quanto oggi la precarietà sia in grado di uccidere è sotto gli occhi di tutti.
In passato, quando ancora non esisteva una sorta di sentimento diffuso anti “casta”, il Partito della Rifondazione Comunista si fece promotore di una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare che non permettesse a manager pubblici di godere degli stipendi d’oro a loro concessi. Si parlava di calmierare gli stipendi d’oro non permettendo a nessun pubblico dipendente di beneficiare di un salario superiore a dieci volte il reddito del dipendente pubblico meno pagato tra tutti. Certo poteva non era una manovra rivoluzionaria, ma conoscete altre iniziative che siano state presentate in questa direzione ? Questo solo per testimoniare la coerenza di una forza politica tra le promotrici delle iniziative referendarie attualmente in campo.
Vorrei concludere poi il mio intervento sulla questione relativa al finanziamento pubblico. Il partito in cui milito, non sostiene questo quesito, sebbene ai banchetti unitari dove vi sono militanti di Rifondazione Comunista potete trovare anche il modulo relativo all’abolizione del rimborso elettorale. Non sosteniamo il quesito, ma per uno spirito unitario con cui si muove il comitato referendario senaghese non ne osteggiamo e nemmeno boicottiamo la raccolta firme. La mia opinione rispetto al tema è netta. Io sono favorevole al fatto che la politica goda di un finanziamento pubblico. Si badi bene sono favorevole ad un sostegno pubblico della politica, ma non agli sprechi ed alle esagerazioni che sono stati perpetrati in questi anni. Il mio favore al sostegno economico pubblico della politica risiede nel fatto che, senza questo contributo, sarebbe permesso di svolgere attività politica solo ai ricchi dotati di mezzi e di strumenti di comunicazione a loro favore. Si badi bene anche la semplice comunicazione, perché il più banale dei volantini ha un costo, verrebbe negata a chi non avesse alle spalle un munifico mecenate. Mi pare che l’inondazione quando non addirittura l’invasione di Berlusconi via etere ed anche in forma cartacea sia il modo con cui, Forza Italia prima ed il PDL dopo, hanno fatto il loro pesante ingresso nella comunicazione politica. Eliminare ogni minimo sostentamento alla politica vorrebbe dire favorire l’agibilità soltanto dei soggetti politici ricchi. Detto ciò sono sicuramente poi severissimo nel valutare come i soldi pubblici di cui hanno beneficiato i politici, finora indubbiamente troppi, vengono utilizzati. L’impiego del rimborso elettorale e quindi del finanziamento pubblico in alcune Regioni è stato usato da diversi consiglieri regionali per pagare compiacenti interviste nelle quali il consigliere regionale di turno spiegava le proprie iniziative e relazionava sulla propria attività al Parlamento Regionale. Mi pare che questa consuetudine indubbiamente poco gradevole, abbia coinvolto in modo eterogeneo diverse formazioni politiche Movimento Cinquestelle compreso in Emilia Romagna. Anche in quel caso non mi pare vi sia stato un aperto e franco diniego della sovvenzione pubblica. Non credo e non vorrei mai che la politica italiana possa ridursi come quella dei “democratici” Stati Uniti in cui le multinazionali del petrolio da sempre foraggiano sia la campagna elettorale dei repubblicani che quella dei democratici. Vogliamo credere che i soggetti finanziatori siano dei benefattori disinteressati ? Vogliamo realmente essere inseriti in un sistema in cui il benemerito finanziatore un giorno venga a chiedere il conto del proprio obolo attraverso uno scambio politico di qualsivoglia natura? Ora credo che razionalmente ognuno di noi sia favorevole ad una stretta nei confronti della cosiddetta casta, ma cerchiamo di non gettare il bambino con l’acqua sporca. La democrazia ha un suo prezzo, l’alternativa è la dittatura del più forte, tanto sui diritti dei lavoratori quanto sulla semplice comunicazione delle proprie opinioni.”

 

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