Archivi del mese: dicembre 2012

Parole, parole, parole …

Mentre la Giunta di Senago continua nel suo triste silenzio e il consiglio comunale continua nelle sue pratiche inconludenti, non ultima la commissione sulle vasche organizzata per “far vedere” qualcosa ai giornalisti presenti (chiamati forse appositamente), la Provincia di Milano fa un passo avanti deciso verso le vasche di laminazione, approvando la delibera finale con la quale si da inzio ai lavori di adeguamento del canale scolmatore.

E mentre da un lato il Comitato Senago Sostenibile chiama tutti i partiti all’appello per fare corpo comune nella battaglia contro le vasche di laminazione, battaglia che si delinea ora di tipo legale, dall’altra alcuni di questi, i partiti di maggioranza PD-SEL-IDV e IPS, si disallineano facendo fronte comune tra loro e promuovendo un’assemblea  pubblica in fretta e furia, forse più per rifarsi una facciata che per informare veramente la popolazione.

Il titolo non è confortante: “Ora dalle parole ai fatti”. Non lo è perchè forse sono drammaticamente in ritardo per farlo.

Non lo è perchè di fatti non se ne sono mai visti.

Non lo è perchè con quest’assemblea ci si stacca ancora una volta da un possibile fronte comune in cui crediamo fermamente e soprattutto in cui crede il Comitato che lo ha proposto.

E quindi anzichè accostarsi tutti i partiti insieme in un’azione comune,  questi hanno preferito una strada autoreferenziale.

Citiamo dal loro volantino: “La futura Amministrazione dovrà essere fermamente impegnata ad evitare che sul territorio di Senago vengano realizzate le vasche di laminazione…”. Forse dimenticano che la futura amministrazione già amministra ora Senago e lo sta facendo da più di sei mesi. E dimenticano che l’amministrazione sono proprio loro.

Strano poi che in tutta Senago non si è visto un solo manifesto a promuovere l’iniziativa. Lo stiamo facendo noi per loro.

Chiediamo però, con umiltà di ruolo, per il bene di Senago, che anche costoro possano unirsi e ritrovarsi nella proposta del Comitato Senago Sostenibile, così come in molti hanno già affermativamente aderito. Il tempo è scaduto e non possiamo più perderne.

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PER UNA AGENDA CONTRO L’AUSTERITA’

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PER UNA AGENDA CONTRO L’AUSTERITA’

Le prossime elezioni hanno già dei vincitori: sono lo spread e il fiscal compact, il pareggio di bilancio e l’austerità, il massacro dei diritti sociali, civili e del lavoro; insomma l’Agenda Monti.

Mentre si scontrano per le elezioni, tutti i partiti presenti in parlamento votano a favore della legge che applica il pareggio di bilancio costituzionale. si afferma così il partito unico del fiscal compact.

I governi più potenti d’Europa, in primis quello tedesco, e i principali poteri economici pretendono la continuità delle politiche economiche e sociali liberiste e di austerità e tutti i principali schieramenti e partiti hanno già accettato questo vincolo.

E intanto la crisi economica si aggrava: in Italia un terzo della popolazione è a rischio povertà, 5 milioni sono i disoccupati e tutti i lavoratori/trici assieme alla maggioranza della popolazione vedono calare il loro reddito e la loro sicurezza sociale. I governi che si sono succeduti in questi anni sono responsabili di aver portato l’Italia al disastro economico, ma Monti ha rappresentato la stessa risposta alla crisi che ha portato la Grecia alla devastazione sociale e che sta facendo sprofondare il nostro paese. Insomma, tanto più aspro viene fatto apparire il prossimo scontro elettorale, tanto sono ridotte le reali differenze programmatiche tra le forze politiche in grado di vincerlo: e ciò segnala il massimo di regressione del confronto democratico del paese, il degrado delle alternative politiche reali, facendo apparire le prossime elezioni, dominate dal potere dello spread, un appuntamento privo di vere scelte.


Per questo le forze e le persone che hanno organizzato il No Monti Day hanno deciso di iniziare insieme un lavoro per definire in un’Agenda anti-austerità, le basi per costruire piattaforme e lotte con contenuti di rottura con le politiche dominanti. Un percorso unitario che reclami scelte alternative alle politiche economiche e sociali del centrosinistra, del centrodestra e dei governi tecnici che si sono alternati in questi decenni nella sostanziale continuità delle scelte di fondo, che sia alternativo alle politiche di concertazione e complicità sindacale che hanno portato il mondo del lavoro italiano in una delle condizioni peggiori d’Europa, nonché alle politiche di competitività, produttività, privatizzazione che distruggono la salute delle persone, l’ambiente, i Beni comuni; e che rompa con i vincoli della Troika, del FMI, della BCE e della Commissione Europea, che sono voluti dai governi liberisti e dalla finanza e dal grande capitale internazionale.


I temi fondamentali qui elencati definiscono una prima base di un’Agenda alternativa a quella montiana: proponiamo che vengano approfonditi e diffusi a partire dall’Assemblea, con un lavoro comune nel periodo che ci separa dalle elezioni.

Rifiuto della guerra e dell’austerità, per i diritti sociali e del lavoro

Rinuncia immediata alla commessa degli F35 e taglio di tutte le spese per nuovi armamenti. Ritiro delle truppe italiane dalle missioni all’estero e messa in discussione dei trattati internazionali con la rottura con ogni politica di guerra ed intervento militare. Sostegno alla lotta del popolo palestinese e a tutte le lotte di liberazione dei popoli.

No al vincolo del pagamento del debito e no all’austerità europea, ritirando l’adesione ai trattati liberisti, dal Fiscal Compact ai Patti di stabilità, fino ai trattati di Maastricht, per dire basta alle politiche liberiste ed avviare un percorso di trasformazione sociale. Rifiuto del pareggio di bilancio costituzionalizzato.

Una politica fiscale che colpisca la ricchezza e la finanza e ridistribuisca reddito, contro l’evasione fiscale a partire da quella del grande capitale, per il rilancio della spesa pubblica, per il lavoro e lo stato sociale. Una politica di pubblicizzazioni nel sistema bancario, svincolata dai mercati finanziari, e nelle imprese strategiche con forme democratiche di controllo da parte dei lavoratori/trici e dei cittadini

La lotta alla disoccupazione e alla precarietà del lavoro costituisce il punto prioritario di ogni politica economica di rottura col liberismo e l’austerità. Bisogna procedere al blocco dei licenziamenti nel privato come nella pubblica amministrazione. Vanno cancellate le controriforme delle pensioni degli ultimi governi, va ridotto l’orario di lavoro a parità di salario come unico vero strumento di redistribuzione delle attività utili. Va eliminata tutta la legislazione che dal Pacchetto Treu alle leggi Biagi, Sacconi e Fornero ha destrutturato il mercato del lavoro autorizzando tutte le forme di precarietà.

Bisogna riaffermare ed estendere la tutela dell’art. 18 contro i licenziamenti ingiusti e istituire un reddito che copra la disoccupazione per tutta la sua durata, finanziato dalla fiscalità generale. Vanno detassate le pensioni medio-basse. Va riaffermata l’autonomia rivendicativa dei lavoratori a partire dal contratto nazionale, contro i vincoli di compatibilità, le deroghe e gli accordi tra sindacati collaborazionisti e governi degli ultimi anni. Vanno garantiti tutti i diritti sociali e civili ai migranti e va abolita la legge Bossi-Fini.

Per la Scuola pubblica, la Sanità e lo Stato sociale.

La scuola, l’università, la formazione e la ricerca pubbliche devono essere rilanciate e rifinanziate cancellando il finanziamento alle scuole private. Va respinta l’aziendalizzazione della scuola e dell’istruzione, va ripristinato ed esteso il diritto allo studio fino all’Università.

Aumentare e democratizzare le funzioni dello stato sociale, garantendo trasparenza nei conti attraverso il controllo democratico della popolazione.

Deve terminare il massacro della Sanità pubblica che anzi va massicciamente finanziata e potenziata, come i trasporti, l’energia, le telecomunicazioni che devono essere riconosciuti come servizi pubblici e come tali gestiti.

Vanno rilanciate ed estese le tutele dello Stato sociale, che rappresentano la principale conquista democratica dell’Europa. Il diritto alla casa deve essere affermato in concreto.

Per l’ambiente e i Beni comuni, la salute nel lavoro e nel territorio.

Ci opponiamo ad una crescita distorta fondata sullo sfruttamento dell’ambiente come delle persone, alla politica delle cosiddette Grandi opere che va abbandonata e sostituita da quella delle migliaia di piccole e medie opere davvero necessarie per risanare l’ambiente, ricostruire, mettere in sicurezza il territorio e le città. Vanno prioritariamente cancellati la Tav in Valle Susa e il decreto che autorizza la produzione all’Ilva di Taranto. Non si può continuare a sacrificare la salute e l’ambiente a produzioni dannose in cambio di un lavoro nocivo a sé e agli altri, non più lavoro socialmente accettabile.

Il salario dei lavoratori va comunque tutelato e se, come all’Ilva di Taranto, il privato non intende finanziare la bonifica dei territori e delle fabbriche, allora lo stato deve intervenire attraverso la nazionalizzazione e l’esproprio e procedere al risanamento mantenendo il salario dei lavoratori.

Il lavoro deve soprattutto venire dalla politica di salvaguardia ed estensione della funzione pubblica e sociale dei Beni comuni, a partire dalle produzioni davvero strategiche ed utili; da un piano di riconversione delle produzioni industriali, di risanamento del territorio, di riassetto idrogeologico e di tutela della biodiversità che può occupare un enorme quantità di persone; da un piano per i Beni culturali e storici e per la ricerca scientifica che metta all’opera intelligenze e competenze oggi inutilizzate.

Per una vera democrazia.

La centralità del pubblico rispetto al mercato pone la necessità di veri poteri democratici nei luoghi di lavoro, nella società, nel sistema politico. Bisogna eliminare i privilegi della casta e combattere a fondo la corruzione e le mafie, ma non certo affidandosi ai privilegi e al potere della ricchezza e del grande capitale. Bisogna istituire e sviluppare i poteri della gestione e del controllo democratico, da ideare e praticare a partire dai conflitti sociali e lavorativi quotidiani, dopo decenni di autoreferenzialità della rappresentanza politica.

Vanno cancellati i patti di concertazione sindacale che subordinano la rappresentanza alla accettazione degli accordi, vanno restituiti a tutte le organizzazioni sindacali e ai lavoratori/trici i pieni diritti di contrattazione, assemblea, voto sugli accordi, stabilendo sistemi di formazione e misurazione della rappresentanza nazionale, di quella locale e aziendale davvero democratici, limpidi e senza privilegi per nessuna organizzazione.

Vanno estese nel territorio la democrazia e la partecipazione e va resa obbligatoria la consultazione delle popolazioni sugli interventi nel territorio.

I cittadini italiani devono essere chiamati a decidere con adeguata informazione sul fiscal compact e i trattati europei che impongono l’austerità.

Comitato promotore No Monti Day (Testo approvato dall’ assemblea  del 15 dicembre 2012 a Roma )

Tempo perso

bmL’anno perduto tra Berlusconi e Monti

È bastato che Silvio Berlusconi si riaffacciasse sugli schermi, col volto mal tirato in su – ci sono limiti, non fosse che d’età, al rifacimento dei tratti – perché l’Italia corresse a rifugiarsi sotto l’ala di Mario Monti. O l’uno o l’altro, tertium non datur. Non sono la stessa cosa, come suggerisce Alberto Burgio, anche se la rotta che indicano è sempre “a destra tutta”, ma da tempo gli italiani sembrano disabituati a pensare che la distinzione fra destra e sinistra abbia ancora senso. Oggi non ci sarebbe che “quella” rotta, indicata dalla prevalenza del finanzcapitalismo, come lo chiama Luciano Gallino, assai pudicamente corretta dal recente vertice europeo – ma la strizzatina d’occhio agli evasori fiscali, il primato agli interessi privati come metodo di governo e di vita, qualche battuta antieuropea e finto popolare – “lo spread? chi era costui? – un certo plebeismo considerato spiritoso si riconosce in Berlusconi come in Grillo e simili. Non hanno del tutto torto all’estero a vederci come una perpetua commedia dell’arte, Pulcinella o Arlecchino vincenti sulla stoltezza altrui. E quella metà della gente che non predilige la furbizia si rivolge a una figura che appare più frequentabile per costumi e decenza.

Stiamo perdendo troppo tempo. Tertium non datur perché non esiste una sinistra sufficientemente forte per darsi una politica convincente e diversa dal rigore. Eppure non è cadere dalla padella del cavaliere di industria nella brace del liberista tutto d’un pezzo. Sono ormai tante le voci degli esperti che avvertono: su questa strada l’Europa del sud sta cadendo in un buco sempre più profondo, in una crisi di società sempre meno agibile. Si ha un bel rosicchiare sulle spese pubbliche, anche con più energia ed equità di Monti, finché non ci sarà una svolta nell’economia l’impoverimento del novanta per cento della gente continuerà fino a limiti insostenibili. Già lo sono: la percentuale dei disoccupati nel continente, più che raddoppiata per i giovani in cerca di impiego, pesa come un macigno. Attorno ai quattro milioni dichiarati in Francia e più che presunti in Italia, con almeno altrettanti precari e lavoro al nero, specie di donne e stranieri, è meta delle forza di lavoro che vacilla o già si trova sotto il livello di povertà. La spugnosità dell’Italia degli anni ’70 e ’80 non esiste più, lo scarto fra redditi da lavoro e da patrimonio, mobiliare o immobiliare, svolazzante sui mercati mondiali, si è invertito a favore dei secondi e non c’è traccia della lucetta che Monti diceva di intravvedere già in fondo al tunnel. Gli indici di crescita dell’Europa, già assai bassi, non accennano che a diminuire e perfino il Fondo Monetario Internazionale avverte: attenti, se non crescete state andando nel baratro.

E non si tratta di piccoli raggiustamenti. Occorre mettere un freno alla caduta produttiva e conseguente impoverimento dei più per ricostituire una crescita – altro che lo schema argentino, il cui esile fiato sta finendo. In verità c’è dovunque un correggersi delle previsioni, anche la Cina cresce meno di alcuni anni fa, il volto economico del mondo è tutto un fremito di varianti. Ma non è pensabile di salvare l’Europa e la sua moneta attraverso alcune sagge manovre della Bce in presenza di un permanente calo delle merci da produrre e vendere fuori dal paese e dell’esercito salariato che le produce e le acquista: non occorre essere un economista per capirlo. Occorrerebbe tagliare qualche artiglio di più alla finanza, restaurare qualche controllo sul movimento di capitali (come ha spiegato Andrea Baranes), contrattare, possibilmente assieme agli altri paesi del sud in via di soffocamento, un ragionevole rinvio del debito, se non la sua quantificazione, e ristabilire un potere politico sulle politiche economiche. È insensato che l’Europa si sia privata di tutte le sue più importanti capacità produttive dell’acciaio (ed era un bene costruito con i soldi pubblici) per venderle al miliardario indiano Mittal, il quale adesso chiude alcuni altiforni conservando le produzioni di acciai ad alto valore aggiunto, senza che gli stati possano difendere i lavoratori messi per strada, la cui assistenza come disoccupati ricadrà su di loro. Il tutto in attesa che la mano invisibile del mercato, socialmente cieco, offra chissà quando e dove un impiego. Balorda l’idea che il continente potesse spogliarsi impunemente delle risorse strategiche – l’acciaio non è una merce optional. E chi rappresenta i lavoratori dell’acciaio o dell’automobile rimasti senza lavoro? Chi ha le possibilità di cambiarne le condizioni? Perfino la Germania comincia ad ansimare.

Alla faccia delle Costituzioni, chiamate in ballo soltanto per confermare il primato del mercato e dei conti i pubblici, tranquillamente disattese per quanto riguarda i diritti: Marchionne può riconoscere o disconoscere i sindacati, nulla succede, nessuno lo incrimina. In Francia, la Psa (Peugeot-Citroen) si libera di ottomila posti, cancellando un intero paese dell’Ile de France che le lavorava dentro o nell’indotto, e ha chiesto l’altra sera altri millecinquecento licenziamenti – fuori di sé, gli operai hanno demolito tutti i materiali della direzione mentre la gente e i sindacati perbene si sono scandalizzati: quale violenza! Mentre ridono del tentativo del governo di nazionalizzare, confusamente e pro-tempore. Ma dove si credono. E la concorrenza? E i trattati?

In Italia Mario Monti si tira fuori per vedere come se la caverà il paese senza di lui. Berlusconi spaventa gli avversari più di quanto incanti quelli di casa sua, dove regna la più grande confusione. Ha fatto un movimento verso la Lega e Maroni lo mandato a spasso, la sua sola risorsa essendo il mito di onestà che circondava i leghisti prima degli incidenti dei Bossi. Ha tentato un altro passo verso Monti, proponendogli (udite udite) di orchestrargli la campagna elettorale, e ne ha avuto lo sdegnoso invito ad andare a quel paese. E però Monti non è riuscito a dotarsi di un esercito. Ha dietro di sé tutti i vescovi, cosa mai vista – perché va in chiesa tutte le mattine – ma Andrea Riccardi e Luca di Montezemolo non hanno ampliato le file dei poteri e dei personaggi che dovrebbero formare con Casini l’invincibile centro. Neanche tutto il Vaticano e il papa bastano a rifare di colpo un’edizione aggiornata della democrazia cristiana.

E in questa situazione, che sarebbe la più favorevole a una mite sinistra, questa manda segnali che più vaghi non potrebbero essere. In rapporto alla svolta di cui sopra, nulla. Bersani si augura che Monti non si ripresenti, sottintendendo che montiano è già lui. Ma se si ripresenta, gli sarà un alleato fedele. Nichi Vendola scommette sulle difficoltà che avrà Bersani a tenere assieme metalmeccanici, disoccupati, precari e Casini, scommessa più che rischiosa. Berlusconi incassa rifiuti ma le sue risorse – i media, arma fatale – sono più estese di quelle altrui.

In Italia l’antieuropeismo – fuori dall’Europa, fuori dall’euro, fuori dalle palle gli immigrati, soli e autarchici – non ha la forza del Fronte nazionale francese, con il quale su questo tema flirta il Fronte delle sinistre di Melenchon (appena più prudente il Pcf), ma la comunanza degli obiettivi fa spavento e rafforza il pilatismo dei democratici per bene. Così, se una svolta seria sarebbe la salvezza di una sinistra, questa non si vede. Non ha votato senza aprir becco quel “Fiscal compact” che le preclude ogni possibilità di movimento? Arancioni e magistrati, Alba e Verdi, ora come ora, la minacciano più che non la sostituiscano. Così l’Italia si è scordata di come sono finiti gli anni venti del secolo scorso e, ignorando ogni avvertimento, propone un modesto cambio di persone per continuare a fare quel che finora ha fatto. Siamo al punto di un anno fa.

16/12/2012 10:05 | POLITICAITALIA | Fonte: sbilanciamoci.info | Autore: Rossana Rossanda

Regione Lombardia: sabato 15 dicembre le primarie del centro sinistra

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Dove si vota

A SENAGO si vota presso la sede di partito del circolo PD in via Garibaldi, 33.

Come si vota

Si vota dalle ore 8.00 alle ore 20.00 di sabato 15 dicembre 2012. Occorre portare con sé la carta di identità e la tessera elettorale (per chi ne è in possesso). Chi non potesse raggiungere il proprio seggio potrà chiedere ai coordinamenti provinciali di votare fuori sede entro le ore 20 di giovedì 13 dicembre.

La partecipazione alle Primarie del Patto Civico è aperta a tutte le cittadine e i cittadini italiani residenti in Lombardia, in possesso dei requisiti previsti dalla legge; alle cittadine e ai cittadini dell’Unione Europea residenti in Lombardia; alle cittadine e ai cittadini di altri Paesi, residenti in Lombardia e in possesso di regolare permesso di soggiorno e carta d’identità; ai giovani residenti in Lombardia che abbiano compiuto i 16 anni entro il 15 dicembre 2012. Gli elettori dovranno versare un contributo alle spese organizzative di almeno 1 euro e fornire i propri dati anagrafici.

Non è possibile il voto all’estero e fuori da regione Lombardia.

LA DANNAZIONE DEL CAPO

beppe-grillo-300x26713 dicembre 2012- Fonte: Il Manifesto

Andrea Fabozzi – Immaginate il prossimo parlamento. Il Movimento 5 stelle non manda più in tilt i sondaggi, ma è ancora in doppia cifra. Avrà molti deputati e senatori. E un capo, formalmente riconosciuto da tutti quelli che si sono candidati alle primarie online (e pure da quelli, non tantissimi, che hanno potuto votarli). Il capo sarà fuori dal parlamento: è incandidabile per il «non statuto» e per il decreto liste pulite. Però avrà potere assoluto sugli eletti dal popolo. Quando gli girerà – e gli girerà – farà le sue scomuniche. Toglierà il diritto di parlare in nome della lista, del gruppo, del simbolo. Potrà farlo: è tutta roba sua. E allora, per quante ragioni possa avere il Movimento 5 stelle, per quante battaglie abbia azzeccato Grillo, votarli significherà eleggere parlamentari ricattabili. Non liberi. Allineati o espulsi. È per questo che i sondaggi calano. Per questo e anche perché intorno a Grillo il panorama si è mosso. Il Pd si è mosso. Più per paura che per convinzione, ma le primarie le ha fatte. Un po’ dello spirito dei 5 stelle è diventato lo spirito del tempo, ha contagiato la campagna della «rottamazione». E adesso il Pd farà altre primarie, o una specie, anche per i parlamentari. Non tutti potranno votare, ma saranno certo più dei 30mila approvati da Casaleggio. Si è mosso anche altro, giusto ieri il Movimento arancione che per parole d’ordine, riferimenti ideali e protagonisti concreti incrocia molto la vicenda grillina. Nel bene e nel male. Ma ne costituisce un’alternativa, fuori dai toni apocalittici. Se fosse in grado di vederla in positivo, Grillo potrebbe concludere di aver cominciato a vincere. Invece teme la concorrenza. Ha bisogno che le vacche siano tutte nere perché possa essere notte. L’abbiamo visto fare il diavolo a quattro contro i tentativi di cambiare la legge elettorale, lo sentiamo urlare perché è rimasta la vecchia legge. Con tre righe dal tinello ha definito «il giorno dei morti viventi» le primarie del centrosinistra. E via scivolando. Fino al video di lunedì, più grave delle espulsioni di ieri – che di fatto erano già avvenute e provano soltanto quanto la stizza sia più forte delle opportunità politiche. Di fronte all’annuncio che «chi fa domande» e «parla di democrazia» sarà mandato «fuori dalle palle» cosa c’è aggiungere? Bisogna invece moltiplicarle le domande, tanto più che la gestione Casaleggio ne provoca sempre di nuove e serie. Domande, risposte nessuna. Chi ha conosciuto da vicino il movimento dei Meet-up ha capito presto che si trattava di un fenomeno originale e autentico, una forma di partecipazione intelligente, pulita e costruttiva. E ha colto il contrasto tra una militanza libera e aperta e un capo prepotente e proprietario. È bene che la contraddizione esploda. Ci si potrebbe augurare un’autoriforma popolare. Non fosse che nei partiti personali sono i fondatori a liberarsi del popolo.

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Ancora e sempre NO alle VASCHE di LAMINAZIONE

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Considerazioni CCNL metalmeccanici

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Prime considerazioni di merito sul testo dell’accordo separato sul CCNL metalmeccanici

[di Sergio Bellavita – Rete28Aprile Fiom]

Salario
I 130 euro di incremento dei minimi definiti dall’intesa separata nascondono due gabole non da poco:
In primo luogo si sana qualsiasi scostamento tra quanto avuto nel triennio precedente, i 127 euro, e il tasso di inflazione reale. In termini sindacali significa che persino la foglia di fico dell’accordo separato sul modello contrattuale del 2009 che defini’ l’indicatore IPCA e il successivo recupero dello scostamento, tranne la famosa inflazione importata su cui si erano esercitati molti sindacalisti di professione, altro non era che una balla colossale per consentire la riduzione dei salari.
In secondo luogo l’intesa stabilisce che la seconda rata ( 45 euro al quinto livello il 1/1/14)e la terza ( 50 euro al quinto livello il 1/1/15) sono nei fatti a disposizione delle singole aziende che potranno posticiparne il riconoscimento fino a 12 mesi e/o darli alla contrattazione di secondo livello, o meglio a disposizione di intese aziendali per particolari obbiettivi, secondo quanto definito dal patto sulla produttivita’ siglato recentemente. Sebbene sia stato definito, per ora, un riallineamento sui minimi nazionali che induce a presupporre il mantenimento formale del valore del contratto nazionale, l’introduzione di questo schema di possibile deroga sui minimi, da una parte apre per la prima volta ad una differenziazione temporanea dei minimi salariali nazionali, dall’altra sottrae risorse alla contrattazione di secondo livello, i padroni dal loro punto di vista penseranno di disporre a loro piacimento di quelle tranche e le riconosceranno nei tempi dovuti solo a fronte di ulteriori ricatti e peggioramenti.
Si sostanzia cosi sempre piu’ la contrattazione di restituzione o di ricatto, secondo lo schema ormai ben noto. Quali aziende potranno usufruirne? Tutte quelle interessate da crisi,avvio produzioni o incrementi produttivita’. Cioe’ tutte.
Sulle qualifiche si compie l’ennesima operazione a danno dei lavoratori. Nel 2005 e nel 2008 resistemmo alle pretese di Federmeccanica di introdurre un livello aggiuntivo tra terzo e quarto come tentativo di impedire il passaggio dal terzo al 4 livello, assolutamente di miglior favore per i lavoratori. Nacque cosi’ la mediazione della terza erp, non molto positiva ma comunque confinata ad alcune tipologie lavorative. Ora con la pattuizione di una 3 super si condannano i terzi livelli a non diventare mai quarti.
Sempre sull’inquadramento sono previste ulteriori manomissioni nei prossimi mesi con l’evidente obbiettivo di cancellare l’automatismo tra secondo e terzo livello e introdurre il 4 super, livello tra quarto e quinto con il sapore della stessa beffa realizzata con il 3 super.
Incredibile quanto previsto sulla contrazione temporanea dell’orario di lavoro in caso di minor lavoro. Fermo restando l’esistenza degli ammortizzatori sociali ( bonta’ loro!!!)l’azienda, previo esame con le rsu, senza cioe’ alcun vincolo ad intese, puo’ disporre di ferie e permessi dei lavoratori anche in modo collettivo. Un bel modo per dire senza mezzi termini che la crisi la pagano direttamente i lavoratori! Una pesante lesione del diritto del lavoratore a godere le proprie ferie e permessi secondo le proprie esigenze.
Si escludono dal computo quelle in corso di maturazione, mentre si prendono, non solo il residuo anni precedenti, ma persino quello gia’ maturato nel corso dell’anno e non ancora goduto. Sugli orari di lavoro si compie il vero omaggio a federmeccanica. Si conferma che l’orario settimanale di lavoro e’ di 40 ore, ma solo in maniera simbolica in quanto e’ computato come media annuale, salvo accordi aziendali. In sostanza si conferma, in ossequio a accordo 28 giugno e patto produttivita’ il possibile aumento dell’orario di lavoro settimanale ( ferrovieri docet).
Si cancella ogni potere della rsu sulla flessibilita’ di orario in quanto l’azienda ha il solo obbligo all’esame congiunto, poi trascorsi dieci giorni applica l’orario anche unilateralmente.
La collocazione della mezzora di pausa refezione sul turno e’ consegnata a intese aziendali. Viene introdotto l’obbligo al lavoratore in turno che non viene sostituito a farsi anche l’altro turno per intero. Ulteriore deroga ai bisogni fisiologici umani. Tali lavoratori sono esentati per sei giorni da altro straordinario ma nessun recupero o riposo compensativo. Si incrementa il numero di ore di flessibilita’ max in un anno, che passano cosi’ da 64 a 80. L’azienda anche qui potra’ fruirne unilteralmente dopo aver disbrigato l’ esame congiunto con le rsu.
Per quanto attiene ai PAR, permessi annui retribuiti, l’accordo separato consegna alle aziende 5 giornate all’anno di PAR dei lavoratori. L’impegno tra le parti sul premio di risultato e’ eloquente. Si definisce che tra i criteri per il riconoscimento del premio c’e’ l’effettiva prestazione di flessibilita’. Cioe’ il premio fedelta’ per chi partecipa alla flessibilita’ aziendale, una sorta di premio partecipazione, variante del premio presenza. Sul trattamento di malattia l’accordo separato fa un’operazione meschina. Si introduce un meccanismo di pesante penalizzazione per le cosidette malattie brevi, quelle cioe’ sino a 5 giorni di durata. Oltre la terza malattia breve nel corso dell’anno verra’ ridotta la retribuzione, del 34% per la quarta malattia e del 50% per la quinta e successiva. In sostanza si riduce drammaticamente il riconoscimento economico della malattia andando persino oltre l’attacco ai primi 3 gg di carenza, pagati al 100% dalle aziende, in quanto e’ l’intero periodo,max 5, ad essere colpito. Nascono pertanto quattro possibili fasce di retribuzione malattia: 50% 66% 80% 100% Le imprese ottengono cosi’ di aggredire la parte piu’ consistente, perche’ piu’ frequente, del diritto alla malattia e concedono un simbolico incremento ai rari casi di malattie della seconda fascia del precedente schema che passa dal 50% all’80%.
Questi i principali punti che ad una prima veloce lettura appaiono piu deleteri dell-intesa separata.
Sergio Bellavita Rete 28 aprile Fiom