Archivi del mese: marzo 2013

Bologna e il partito poco democratico

tagli

di Wu Ming –
Questa è la storia di Davide contro Golia, Ulisse contro Polifemo, Beowulf contro Grendel. Solo che il finale è ancora da scrivere. È la storia di un gruppo di cittadini bolognesi, di varia provenienza ed età anagrafica, che di fronte al dissesto della scuola pubblica ha deciso di dare un segnale al manovratore. Prima che sia troppo tardi.
Questa è la storia di un comitato che si richiama all’articolo 33 della costituzione, che ha radunato intorno a sé alcune forze politiche minori, pezzi di sindacato, movimenti, associazioni, e ha sfidato l’intero apparato burocratico e politico dell’amministrazione locale, dei grandi partiti, della chiesa.
Un’impresa apparentemente folle, degna di un poema antico, che, comunque andrà a finire, merita di essere cantata.
Proemio
Il Comitato articolo 33 è nato nel 2011, per promuovere la raccolta delle firme necessarie a indire un referendum consultivo sui finanziamenti comunali alle scuole materne paritarie private.

Il motivo è presto detto: dopo le continue sforbiciate ai finanziamenti per la scuola pubblica da parte degli ultimi governi, il sistema della scuola d’infanzia cittadino inizia a mostrare la corda. Ebbene sì, nella città che ha inventato la scuola a tempo pieno per tutti, si cominciano a vedere i risultati dei tagli di spesa fatti nel corso degli anni. Anni in cui i soldi per la scuola pubblica anche a Bologna si sono fatti sempre più difficili da reperire e quelli per la scuola paritaria privata si sono invece saldamente assestati su un milione di euro all’anno.

Questa differenza di trattamento insiste sul sistema scolastico integrato, varato a metà anni novanta, quando si inclusero alcuni istituti privati nel sistema scolastico pubblico, consentendo loro l’accesso ai finanziamenti regionali e comunali. Il comune di Bologna stipulò l’accordo con la Fism (Federazione italiana scuole materne… “cattoliche”) garantendole la convenzione per cinquanta classi, che nel corso del tempo sono diventate più di settanta. Erano gli anni dell’Ulivo di Romano Prodi, quelli in cui ex comunisti ed ex democristiani gettavano le premesse del percorso che avrebbe poi portato alla nascita del Partito democratico. Anni di convergenze e do ut des. La scuola fu un banco di prova: nel 2000 il sistema integrato venne recepito su scala nazionale dal governo di centrosinistra (legge 62).

Il tempo è passato e oggi, complice la crisi economica, le contraddizioni di quel modello esplodono. Se ne accorgono i genitori bolognesi che oltre a vedere la scuola pubblica sempre più in affanno, rischiano di trovarsi con i figli a spasso.

Proprio così, i posti alla scuola materna pubblica scarseggiano. Quest’anno si è rischiato che rimanessero fuori quasi quattrocento bambini e bambine, e il comune ha dovuto gestire in emergenza quella che dovrebbe essere ordinaria amministrazione: mandare a scuola tutti i bambini, appunto. Pare infatti che gli sforbiciatori non abbiano tenuto conto dell’incremento demografico, che pure c’è, ed è anche costante.

In base al modello integrato, le scuole paritarie private avrebbero potuto assorbire gli esuberi, sennonché alla prova dei fatti ci si è accorti che non sono scuole per tutti. La stragrande maggioranza di questi istituti ha un’impostazione confessionale e rette non indifferenti per le tasche sempre più vuote dei cittadini (la media è tra i 200 e i 300 euro mensili). Che scelta avrebbero i genitori non cattolici e quelli meno abbienti?

Giunti in questo cul-de-sac, la domanda che si sono posti i cittadini riuniti nel Comitato articolo 33 è semplice: in tempi di crisi economica, in una società sempre più multireligiosa e multiculturale, mentre vengono ridotti i fondi alla scuola pubblica, che senso ha continuare a garantire la stessa quota di finanziamento comunale per le scuole private paritarie? Non sarebbe meglio destinare tutti i fondi comunali alla scuola gratuita, laica, pluralista, aperta a tutti, che ne ha un gran bisogno?

A giudicare dalle reazioni scomposte degli amministratori, pare che a Bologna questa sia una domanda irricevibile, addirittura impronunciabile. Come mettere in discussione un assioma matematico o una verità di fede. O, più prosaicamente, come toccare un dente cariato che duole.

Canto primo: ante elezioni
Sarebbero bastate novemila firme. Il Comitato articolo 33 ne ha raccolte tredicimila, consegnate in comune alla fine dell’anno scorso. Il referendum dunque si farà: il 26 maggio.

Questo ha aperto una faglia in città, che attraversa le forze politiche, i sindacati, le associazioni, la maggioranza consiliare.

Contro il referendum si sono schierati da subito la giunta comunale, il Pd, i partiti di centrodestra, la curia, Cl e altre associazioni cattoliche, la Fism.

Favorevoli al referendum, da subito: i consiglieri dei partiti minori di maggioranza (Sel e Idv) e tutti i partiti della sinistra radicale; il Movimento 5 stelle; i sindacati di base e alcune categorie della Cgil (Fiom e Flc); le chiese protestanti; diverse associazioni di genitori, insegnanti, precari della scuola.

I vertici sindacali hanno oscillato tra l’avversità manifesta per il referendum (Cisl) e lo scetticismo sulla sua opportunità (Cgil).

I contrari al referendum si appellano alla sorte dei 1.736 scolari delle paritarie private, sostenendo che sarebbero a rischio, qualora si dovessero togliere alle scuole parificate i fondi comunali. Queste infatti si vedrebbero costrette ad aumentare le rette e tutti coloro che non potessero permettersele dovrebbero essere riassorbiti nel sistema scolastico pubblico, con ulteriore aggravio per le casse comunali. Insomma se il referendum fosse vinto da chi vuole reindirizzare tutti i fondi comunali sulla scuola pubblica, il problema sarebbe aggravato anziché risolto.

Questa argomentazione è il cardine del fronte del no, ed è molto interessante, perché si basa su due false premesse e mette in luce un paradosso cruciale.

La prima premessa falsa è che si assume il referendum come abrogativo, quando invece è consultivo. I referendum consultivi servono a indirizzare le politiche pubbliche su determinate questioni: si tratta di avviare un percorso che porti come risultato finale al disimpegno del comune dal finanziamento alle scuole private, non certo dalla sera alla mattina.

La seconda premessa falsa è che si dà per scontato che, perso il milione di euro erogato dal comune, le scuole paritarie private non troverebbero altre fonti di finanziamento e che sarebbero costrette ad aumentare le rette in misura tale da produrre un esodo di massa verso la scuola pubblica. Anche questo non è dimostrato, non ci sono studi prospettici, indagini in questo senso. Ma l’argomento serve a creare panico.

Infine il paradosso che inquadra precisamente il problema. I difensori del modello integrato si ritrovano ad affermare che senza finanziare le scuole paritarie private – confessionali e a pagamento – non si potrebbe più garantire la scuola a tutti. Questo argomento svela precisamente la minaccia costituita dalla “sussidiarietà”, interpretata non già in senso verticale – lasciare spazio all’autonomia locale rispetto all’onnipresenza dello stato centrale, ogniqualvolta sia possibile – ma in senso orizzontale – ovvero rimpiazzare il servizio pubblico con quello fornito dal privato ogniqualvolta sia possibile. Il risultato è questo: trovarsi costretti a finanziare sempre più il privato per garantire il diritto all’istruzione, in un meccanismo perverso e canceroso che porta il privato a mangiarsi progressivamente il servizio pubblico dall’interno, invece di competere con esso dall’esterno. Il punto d’arrivo di questa logica l’abbiamo sotto gli occhi: le scuole pubbliche sovraffollate e in difficoltà, e i genitori costretti a scegliere tra mandare i figli alle scuole confessionali a pagamento o tenerli a casa.

Tuttavia pare che l’unica cosa che conti per gli amministratori sia risparmiare denaro. E finché la barca va, lasciala andare… Ma capita che ogni tanto la storia presenti il conto. Proprio non se l’aspettavano che tra la cosiddetta base, tra i bolognesi, il referendum trovasse tanto consenso, come non si aspettavano l’esito elettorale del 24 e 25 febbraio. Lo shock di non ritrovarsi primo partito del paese ha d’un tratto fatto evaporare tutta la spocchia e l’arroganza con cui i notabili cittadini avevano appellato il Comitato referendario fino a quel momento.

Il giorno dopo, i toni erano molto diversi.

Secondo canto: post elezioni
The day after… Qualche consigliere e neoeletto deputato del Pd, e perfino il segretario locale, hanno iniziato a suggerire una linea più dialogante sul referendum. Devono essersi accorti che quella che avevano considerato una fastidiosa perdita di tempo e denaro – la cittadinanza che si esprime su una scelta d’indirizzo – potrebbe anche diventare una rogna seria.

Come se non fosse bastata la sorpresa delle urne, il Comitato articolo 33 ha incassato l’adesione di Stefano Rodotà, il quale ha ricordato che “quando ci sono difficoltà economiche bisogna prima di tutto garantire le risorse per le scuole statali”.

Il capogruppo del Pd in regione ha proposto una exit strategy per l’amministrazione: eludere il risultato del referendum. Ha dichiarato che “per la politica e gli amministratori l’unico referendum che abbia un riscontro sono le urne, è il voto” e, siccome il sindaco Merola è stato eletto dalla maggioranza assoluta degli elettori e quegli elettori “hanno votato un programma”, adesso il sindaco ha il diritto di… tirare diritto.

Davvero un’argomentazione bislacca per l’esponente di un partito che si definisce democratico. Come se per vent’anni gli elettori del centrosinistra non avessero votato sotto il ricatto morale dell’egemonia berlusconiana, inghiottendo rospi su rospi, mentre si inseguiva il fantomatico centro. Una stagione che si è conclusa nell’abbraccio mortale con Mario Monti. Come se votare un candidato significasse appoggiare ogni singolo punto del suo programma, senza possibilità di suggerirgli parziali cambiamenti di rotta su questioni specifiche. Fa notare in un comunicato l’Assemblea genitori e insegnanti delle scuole di Bologna e provincia: “Sarebbe come dire che il referendum sull’acqua votato da 27 milioni di persone non ha alcun valore perché solo due anni prima Berlusconi aveva vinto le elezioni e di certo nel suo programma non c’era l’acqua-bene-comune”.

Il sindaco Merola arriva a dire che trova delirante spendere mezzo milione di euro per fare svolgere un referendum che riguarda un finanziamento da un milione. Anche in questo caso la logica con cui i “democratici” calcolano i costi della democrazia suona stramba: il milione di euro alle scuole paritarie viene dato ogni anno, quindi la posta in gioco è ben più alta. Il capogruppo consiliare del Movimento 5 stelle ha buon gioco nel replicare che “il referendum consultivo sui fondi pubblici alle materne private costa soldi, ma è un arricchimento per la democrazia”.

Intanto tra una consigliera comunale del Pd, già presidente provinciale dell’Aimc (Associazione italiana maestri cattolici), e la responsabile nazionale scuola dello stesso partito, accusata di avere propugnato una linea più morbida sul referendum, volano gli stracci, e le frecciate su Facebook si trasformano in querele.

Per citare ancora l’Associazione genitori e insegnanti: “Pare che il Partito democratico, malauguratamente, abbia perso la bussola e non da oggi”. Questo risulta evidente, almeno quanto la conclusione a cui giunge l’associazione: “La scuola pubblica è un bene troppo prezioso per essere lasciato nelle mani di politiche che hanno dimenticato perfino le prescrizioni della nostra carta costituzionale”.

Infine, papà, mamme, maestre e maestri si chiedono con sarcasmo: “Chissà perché il centrosinistra ha perso le elezioni imperdibili?”.

La risposta soffia nel vento. E il vento sta facendo il suo giro.

Finale
Il finale è aperto, dicevamo. La forza del risultato referendario dipenderà probabilmente da quanta gente andrà a votare. Ci auguriamo sia tanta. Vada come vada, questo piccolo grande “caso” merita di essere seguito con attenzione, perché potrebbe rappresentare un precedente nazionale interessante.

Se questo fosse davvero un poema ispirato a un’antica leggenda, allora si potrebbe sperare che l’eroe non muoia mentre compie l’impresa e riesca davvero a salvare la comunità dalla rovina. Che il piccolo Davide – pastore, musicista e poeta – possa atterrare il grande guerriero Golia. Staremo a vedere.

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Petizione sul censimento del cemento: parte la raccolta firme

20120313_censimentoParte la raccolta firme per la petizione popolare sul CENSIMENTO DEGLI IMMOBILI SFITTI O NON UTILIZZATI sul territorio del Comune di Senago.

La petizione segue le molteplici richieste inviate direttamente dal forum di Salviamo il Paesaggio, promotore dell’iniziativa a livello nazionale, ed a cui il Sindaco non ha MAI risposto.

Richieste sollecitate anche nella forma di ISTANZA presentata a settembre da Federazione della Sinistra, SinistraSenago e Senago Bene Comune con lo stesso esito di noncuranza da parte del Sindaco che non ci ha mai risposto.

Anche il Movimento cinque stelle si è mosso su questo stesso percorso, in quanto  anche loro aderenti al forum di salviamo il paesaggio, inviando prima istanze rimaste senza risposta e partendo quindi con la raccolta firme per una petizione, che stanno portando avanti già da alcune settimane.

Il censimento degli immobili sfitti e non utilizzati, è uno dei punti importanti del nostro programma con cui ci eravamo presentati alle elezioni amministrative dello scorso anno e crediamo che sia uno dei principali punti da attuare prima di stilare ed adottare il Piano di Governo del Territorio per Senago.

Si parte domani mattina, lunedì 25 marzo, presso il mercato di Senago.

Vieni a FIRMARE!

Leggi il volantino della petizione del censimento del cemento

 

Di corsa verso … le VASCHE

IMG_1677Ieri (19 marzo n.d.r.) c’è stata un’altra incursione di AIPO nei campi di proprietà della società ALPINA Costruzioni S.p.A. (già concessionaria del permesso per sondare i propri terreni che sorgono dentro al Parco delle Groane – area di bene comune –), dove dovrebbero sorgere le vasche di laminazione. Jeep, trivelle e paletti.

E’ più di due settimane che AIPO scorazza per i nostri campi trivellando campioni di terreno qua e là. Ed il tutto accade nel totale silenzio.

Il Sindaco tace, la Giunta si preoccupa della propria crisi che pare oramai ufficiale, il fantomatico gruppo di lavoro langue nel più totale immobilismo.

Chi potrà liberarci dalla vorace morsa dei costruttori di cemento?

Ci auguriamo che i letargici, con l’arrivo della primavera, si sveglino per provare davvero a bloccare lo scempio.

 

Il primo papa dell’era BRICS (di Alfredo Somoza)

Ridurre il valore anche simbolico dell’elezione del cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, alla polemica sulle sue presunte colpe durante la dittatura militare argentina degli anni ’70 rivela una visione molto ridotta delle sfide che questo pontificato dovrà affrontare.

Bergoglio, come tutti i papabili provenienti da Paesi che hanno subito dittature, non ha un profilo limpidissimo in relazione ai comportamenti tenuti in quegli anni bui. La Chiesa argentina, sotto la dittatura, si divideva tra una piccola minoranza di resistenti, per la maggior parte uccisi dai militari, un importante settore delle gerarchie che si macchiò di complicità diretta, e un’area definita “grigia”, costituita da sacerdoti e ordini religiosi che, senza condannare pubblicamente i generali, nemmeno li considerarono mai come la salvezza del Paese, e spesso riuscirono a salvare la vita a molte persone.

Bergoglio e la Compagnia di Gesù si collocavano sicuramente in quest’ultima situazione. L’unico episodio che riguarda da vicino il nuovo pontefice, cioè il sequestro e la detenzione clandestina di due giovani gesuiti rilasciati 5 mesi dopo, è stato ricostruito dal giornalista Horacio Verbitsky nel suo libro L’isola del silenzio. Verbitsky azzarda una domanda inquietante. Si chiede cioè se quei due gesuiti, che davano fastidio per il loro lavoro insieme ai poveri, e che erano stati prima avvertiti e poi cacciati da Bergoglio, siano stati denunciati ai militari proprio dal loro superiore. Questa tesi, mai dimostrata per ammissione dello stesso Verbistsky, appare piuttosto improbabile: i sacerdoti di quel tipo erano già ben noti ai militari senza bisogno di denunce. Piuttosto, il fatto che i due siano stati liberati dopo 5 mesi lascia intuire che con ogni probabilità i vertici della Compagnia di Gesù si mossero per ottenerne il rilascio.

La figura di Francesco I è però carica di altri significati per una Chiesa in profonda crisi. Da un lato il papa è un convinto sostenitore dei principi tradizionali della dottrina sui temi riguardanti i matrimoni gay, il ruolo delle donne nella Chiesa, l’aborto. Dall’altra è un severo critico del modello neoliberale e delle sue conseguenze. Infine, è da sempre un uomo che fa dell’austerità e del rifiuto dei privilegi uno stile di vita. Si può prevedere che sarà un vescovo di Roma intransigente, e che proverà a ripulire la Curia dai corvi e dai legami pericolosi con la finanza deviata.

Ma anche, e questa è la dimensione globale della scelta, Francesco I è il primo pontefice non europeo, il papa che inaugura davvero l’era della Chiesa mondiale. In particolare, è il primo papa dell’America Latina, il continente dove vive circa il 40% dei fedeli cattolici. Una Chiesa giovane e forte, quella sudamericana, ma messa sotto scacco da parte delle religioni cristiane riformate che raccolgono quotidianamente nuovi fedeli.

Si può dire che l’elezione di Francesco I costituisce un riconoscimento ufficiale dei mutati equilibri mondiali, nell’era dei BRICS e del G20. Un Papa che parlerà molto di Europa e di economia, come fece sempre durante gli anni più duri del “dopo default” argentino, ma che saprà parlare anche alle nuove chiese con un linguaggio più comprensibile. Non va dimenticato infine che Bergoglio è un gesuita, e quindi il dialogo con l’Oriente e con l’Islam sarà un altro caposaldo del suo pontificato. I Gesuiti, da sempre considerati l’eminenza grigia della Chiesa ma finora sempre tenuti fuori da San Pietro, per la prima volta conquistano la massima istituzione cattolica: con Bergoglio, dovranno dimostrare se la loro formula, stare con gli ultimi senza disdegnare il potere, funziona ancora.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Il colonnello Chávez divenne un protagonista della scena politica nel momento peggiore della storia venezuelana. Era il febbraio 1989 e il paese stava precipitando nel caos. Il governo socialdemocratico di Carlos Andrés Pérez firmava l’accordo con il FMI per negoziare il debito estero accettando un memorandum che, secondo la logica neoliberista dell’ente internazionale, andava a incidere fortemente su pensioni, tariffe del trasporto pubblico e prezzi degli alimenti di base. La risposta fu il caracazo, 24 ore di violenze e saccheggi inscenati dalle popolazioni delle baraccopoli di Caracas. Il saldo ufficiale parlò di 300 morti, quello ufficioso di 3000 cittadini uccisi dai militari usciti dalle caserme per domare la ribellione.

Tra le macerie di un Venezuela fallito e in pieno incendio sociale, con la popolazione che chiedeva che tutti i politici scomparissero urlando lo slogan “que se vayan todos!”, il giovane colonnello Chávez tentò un colpo di Stato con altri colleghi nazionalisti e finì in galera. Ma rimase impresso nella memoria della popolazione, alla ricerca di un leader non compromesso con la vecchia politica, e alla prima opportunità fu eletto presidente. Diventò così il primo presidente della Seconda repubblica, dopo che i partiti tradizionali, socialcristiano e socialdemocratico, erano stati spazzati via.

Al potere, il colonnello ha fondato la Repubblica bolivariana, riprendendo il vecchio sogno del Libertador intenzionato a lottare per un’America Latina unita. Ha fatto tornare il suo Paese tra i protagonisti della scena internazionale inventandosi nuove alleanze in chiave strategica, come l’accordo con l’Iran, diventato partner politico tra i Paesi petroliferi. Con gli Stati Uniti ha recitato il vecchio e collaudato ruolo del caudillo antiamericano, ma non ha smesso di vendere il “suo” greggio a Washington. In Venezuela, lo Stato è diventato onnipresente attraverso le misiones, cioè gli interventi sanitari e scolastici a favore dei poveri e gestiti dai cubani.

Chávez ha continuato a dialogare quotidianamente con il suo popolo “a tu per tu”, attraverso ore e ore di trasmissioni televisive con domande e risposte in diretta. Una relazione tra capo e popolo nel più puro stile peronista, caratterizzata in questo caso dal rispetto delle forme democratiche e dall’uso della televisione. L’opposizione, che controlla l’intero settore dell’informazione privata, è stata più volte minacciata ma mai toccata sul serio. Nelle cinque elezioni dell’era chavista (quattro vinte e una persa), nessuno ha avanzato infatti il benché minimo dubbio sulla regolarità delle consultazioni. In questi lunghi anni, l’opposizione a Chávez si è rivelata rissosa, frammentaria e soprattutto popolata da personaggi poco presentabili.

Il potere chavista è stato costruito sia dall’alto verso il basso sia viceversa. Con alla testa un leader carismatico dalle spiccate doti da predicatore, ma anche con una miriade di organizzazioni di base cresciute modellandosi sugli schemi di partecipazione cittadina maturati a Porto Alegre. Il programma economico di questi anni, fortemente statalista e nazionalista, non è stato molto dissimile da quelli di molte forze antisistema del Vecchio continente. La differenza è che Chávez ha saputo costruire un blocco di potere per governare, basato sull’esercito e sul popolo organizzato.

Il Venezuela che verrà non potrà mai cancellare alcuni punti introdotti da Chávez nella sua Costituzione; soprattutto non potrà tornare indietro sulle scelte economiche che, per quanto si possa essere critici, hanno permesso a un paese fallito di uscire dalle macerie e di diventare protagonista in uno dei cambiamenti geopolitici più importanti dell’ultimo decennio: la rottura dei legami di dipendenza tra l’America del Sud e le vecchie potenze industrializzate.

Alfredo Somoza per Popolare Network

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Con la morte del colonnello Chavez si chiude una tappa significativa della storia dell’America Latina degli ultimi anni. Chavez è stato un primo attore tra le personalità emergenti della politica del subcontinente del dopo guerra fredda. Un personaggio che è riuscito paradossalmente a cambiare il suo paese attraverso le urne, dopo avere fallito con un colpo di stato. Un istrione in grado di parlare e di intrattenere per ore il popolo con il suo programma televisivo Alò Presidente.

Le radici culturali e politiche di Chavez, primo mulatto a presiedere il Venezuela, sono variegate e contraddittorie: da Salvador Allende a Madre Teresa di Calcutta, da Che Guevara a Simòn Bolivar senza dimenticare neppure Garibaldi. La furbizia politica del personaggio non dovrà però fare dimenticare alcuni capisaldi della sua gestione. Per la prima volta con Chavez i venezuelani hanno usufruito del ricavato della ricchezza petrolifera del paese. Con Chavez sono migliorate la sanità e l’educazione, per la prima volta erogate nei quartieri poveri. Il Venezuela di Chavez, da paese fallito è diventato protagonista sulla scena internazionale. Con Chavez Caracas è diventata una potenza regionale in grado di influenzare diversi paesi latinoamericani e l’OPEC, il cartello dei produttori di petrolio. Molto si potrà discutere sul colonnello, ma nessuno potrà mai mettere in discussione la sua correttezza democratica al momento del voto anche se lo stesso non si possa dire rispetto al trattamento riservato alla stampa a lui ostile. Ma soprattutto, nessuno potrà mai cancellarlo dalla storica foto insieme al brasiliano Lula e al argentino Kirchner quando decisero di andare avanti, uniti per la prima volta, per dire no agli Stati Uniti che volevano imporre l’accordo economico ALCA a tutta l’America Latina. Il non allineamento con le potenze occidentali, la ricerca di nuove sponde commerciali nei paesi arabi e africani, la costruzione di solidi legami con la Cina e le diverse intese regionali, hanno visto sempre tra i protagonisti Hugo Chavez, un personaggio amato e odiato, ma mai ignorato.

Alfredo Somoza per Popolare Network

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Il G20, il nuovo club delle potenze mondiali allargato ai Paesi emergenti, non ha nei confronti dei beneficiari della globalizzazione lo stesso atteggiamento passivo che caratterizzava il suo predecessore, il G8. Una delle ragioni di questa discontinuità è l’origine delle compagnie transnazionali che in questi anni hanno sbaragliato la concorrenza locale nei principali mercati mondiali: tutte sono espressione dei Paesi di “vecchia industrializzazione”. Ma c’è anche un’altra motivazione, da rintracciare nel declino di quell’ideologia che ieri lasciava le mani libere agli attori del mercato globale.

Il G20 ha recentemente posto l’attenzione sulla cosiddetta “erosione della base imponibile”. In termini intelligibili, si sta parlando della possibilità di evadere legalmente le tasse di cui godono le imprese multinazionali. Il gioco è molto semplice, addirittura banale. Si è creato in questi anni un particolare “reddito senza Stato”, cioè un’imponibile prodotto in Paesi a fiscalità normale, come l’Italia, ma sul quale si pagano le tasse nei paradisi offshore in cui risultano registrate le aziende multinazionali. Non solo. Si tende anche a spostare parte del guadagno ottenuto in un Paese ad alta tassazione verso altri a bassa o nulla tassazione con operazioni interaziendali sull’orlo della truffa.  Con uno slogan: “guadagno i soldi qui, ma pago le tasse dove voglio”. Un giochino che per la sola Italia vale, secondo le stime della Guardia di Finanza, oltre tre miliardi di imposte non versate, una cifra molta vicina – per esempio – a quanto costerebbe risolvere la vicenda degli esodati.

Le aziende più lungimiranti, come Google, Amazon o Apple, stanno cercando di raggiungere concordati fiscali nei vari Paesi prima che cali la mannaia dell’imposizione. Ma la situazione creata da questa fiscalità virtuale non riguarda solo il mancato versamento delle tasse, si configura anche come concorrenza sleale: mentre una software house italiana o francese paga in media il 30% di tasse, la Microsoft sui prodotti venduti in Francia o Italia se la cava con il 5%. Questo spiega anche la politica di prezzi di alcune di queste multinazionali, che possono offrire ai consumatori proposte economicamente imbattibili sì per i quantitativi che raggiungono, ma anche per i vantaggi fiscali di cui godono.

I colossi dell’economia globale diventano oggi appetibili per gli Stati in affanno perché le loro potenzialità in materia fiscale sono enormi. C’è da capire se il loro modello di impresa reggerà a un cambiamento in questo senso, ma al di là delle singole valutazioni, si tratta innanzitutto di sanare un’ingiustizia nei confronti delle imprese di dimensioni nazionali che non possono eludere i loro obblighi fiscali nei confronti del Paese nel quale operano. Ora sarà l’OCSE, con l’avallo del G20, a stilare entro luglio un piano d’azione che consenta di agire tutti insieme e contemporaneamente, così da evitare fughe verso i paradisi fiscali.

In sintesi, i Paesi del G20, quasi tutti alle prese con le difficoltà di risanamento dei conti pubblici, potrebbero ottenere una boccata di ossigeno da una riforma della fiscalità delle multinazionali. Per scelta o per disperazione, si sta per compiere un altro passo verso la fine della globalizzazione senza regole, fino a ieri intesa come mito, come toccasana per il progresso dell’Umanità. Si apre un nuovo capitolo nella conflittualità crescente tra l’economia che vuole continuare a operare senza regole e la politica, che deve rendere conto e fornire servizi a cittadini-elettori sempre più indignati.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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La complicata vicenda dei due marò del reggimento San Marco detenuti in India per l’uccisione di due pescatori scambiati per pirati ci parla dello stato dei rapporti tra i Paesi occidentali e le nuove potenze emergenti mondiali. Senza entrare nel merito del processo che si celebra nel Kerala, la situazione è di grande novità: per la prima volta in situazioni simili, è stato rispettato il diritto internazionale non a favore del Paese europeo, ma in base alla posizione assunta dalla nazione dei due pescatori uccisi.

Lo scenario è quello delle acque dell’Oceano Indiano infestate da pirati, uno dei tanti punti del pianeta dove la navigazione si fa solo sotto scorta, come nel Mar Rosso, lungo le coste del Corno d’Africa, del Golfo di Guinea o dell’Indonesia. I tempi della filibusta in realtà non sono mai finiti. I nuovi galeoni con l’oro della globalizzazione, e cioè petrolio e apparecchi elettronici, sono sotto tiro non solo per le merci trasportate, ma soprattutto per il riscatto che i pirati riescono a farsi pagare per liberare navi ed equipaggi. Questo grazie ai Paesi non-luogo, Stati che fanno comodo a tutti per i più diversi traffici, dalla Somalia alla Liberia: le basi ideali per i pirati con il satellitare.

Ma i nostri due marò, sui quali si pronuncerà appunto la giustizia indiana, sono rimasti coinvolti in una vicenda che, per la prima volta, si concluderà secondo tutti i crismi della legge. Una merce rara di questi tempi. Non solo si sono consegnati alla polizia indiana, ma hanno usufruito di un permesso per tornare in Italia dalle famiglie durante il Natale. E, cosa più incredibile, sono rientrati in India per sottoporsi al verdetto della giustizia locale. La spiegazione di tanto rispetto manifestato nei confronti delle procedure di un Paese lontano, considerato inaffidabile dal punto di vista della macchina statale e con alti livelli di corruzione, va cercata nella tabella degli scambi commerciali tra Italia e India. Dai discreti 2 miliardi di dollari USA del 2000 si è passati ai 9 miliardi del 2011 e si calcola che entro il 2015 si raggiungeranno i 15 miliardi.

Sono oltre 400 le imprese italiane che negli ultimi anni hanno investito in India. Ci sono tutti (o quasi) i nomi chiave del capitalismo italiano: Fiat, Pirelli, Piaggio, Ferrero, De Longhi, Saipem. L’India insomma è una delle due porte per l’ingresso ai grandi mercati asiatici, insieme alla Cina. L’Italia si gioca le sue carte forte anche del ruolo di facilitatrice svolto dal più importante politico indiano, l’italiana Sonia Gandhi. A questo punto il diritto internazionale va rispettato. I due marò si sottopongono alla giustizia locale e, dopo il permesso natalizio, mantengono la parola data. Parrebbe un mondo ideale se non ci fosse il dato economico a farla da padrone. Quello che si può concludere è che la crescita economica dei Paesi Brics (e associati) renderà sicuramente più rispettato il diritto internazionale: se non altro per non perdere buone opportunità di business.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Un mondo sospeso

Pubblicato: 14 gennaio 2013 in Mondo
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Il 2013 sarà il quinto anno segnato dalla crisi economica esplosa prima negli Stati Uniti e successivamente anche in Europa. Leggendo i pronostici dei più autorevoli studiosi di politica internazionale, si ha l’idea che ormai sia diventata cronica l’impotenza di chi dovrebbe prendere decisioni, giuste o sbagliate, per provare a riattivare un ciclo economico positivo.

Ogni mattina si attende il responso dei mercati incrociando le dita, con lo stesso atteggiamento con il quale gli antichi greci si rivolgevano all’oracolo di Delfi. La passività non si limita all’aspetto economico e finanziario: la politica boccheggia anche su altri fronti. Il massacro in Siria, la deriva nordafricana, l’infinito conflitto afgano e quello israelo-palestinese, i covi dei pirati offshore, le mafie che insanguinano interi Paesi sono tutti problemi da risolvere. Però si rimandano decisioni e azioni a un tempo sempre di là da venire.

Il mondo del 2013 paga le conseguenze di due giganteschi vuoti, l’uno conseguenza dell’altro. Il primo è la mancanza di leadership globale. Gli Stati Uniti rimangono una potenza globale ormai solo in virtù della loro forza militare, ma al loro interno sono dissanguati dal conflitto tra democratici e repubblicani sulla riforma del fisco e più in generale sul modello di società. L’Europa è invece zavorrata dalla crisi dei Paesi più deboli, non risolta in tempo, e dalle politiche imposte da quelli più forti, che dalle difficoltà degli altri Stati cercano di trarre guadagno. La Cina, l’India e il Brasile sono ancora potenze regionali, prive di peso reale negli equilibri “che contano”. Il resto del mondo è semplicemente ininfluente.

Il secondo vuoto, legato al primo, è quello delle idee. Il mondo ha bisogno di una rivoluzione culturale, politica ed economica che parta dal basso. La riflessione sul modello di sviluppo va tradotta in politiche possibili: occorre immaginare meccanismi istituzionali internazionali che stimolino azioni collettive così che si possano produrre beni pubblici globali. E occorre distinguere una volta per tutte ciò che è giusto sia affidato al mercato e ciò che invece deve rimanere di pertinenza della sfera pubblica, perché sia garantita l’universalità dell’accesso ai beni fondamentali.

La qualità dell’ambiente, la redistribuzione di redditi e ricchezze, la promozione di politiche fiscali giuste e sostenibili, il controllo dei mercati, la diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione, la riconversione delle fonti energetiche, la lotta senza tregua alle mafie e alla corruzione: tutti questi temi dovrebbero far parte della nuova agenda del mondo.

Davanti alla crisi degli Stati, una simile rivoluzione può nascere soltanto dalla forza di cittadini organizzati e partecipi. Per questo, in testa all’agenda del 2013, va collocata la tutela del primo bene comune: la democrazia, quella vecchia modalità di convivenza civile senza la quale l’orizzonte diventa buio. È proprio lei, la democrazia, che rischia di pagare il prezzo più salato della crisi economica e di credibilità di una politica miope.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare network)

 

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Anno dopo anno il Natale si allontana sempre di più dal suo significato originario, cioè ricordare la nascita in Medio Oriente di quel bambino ebreo che sarebbe diventato “figlio di Dio”, aggiungendo un nuovo capitolo alla tradizione monoteista mosaica. Una religione, quella cristiana, che si sarebbe sviluppata soprattutto in Europa e poi dall’Europa nel mondo, grazie al colonialismo. Il Natale, nel senso religioso della ricorrenza, è una festa di preghiera e di speranza: in questi termini coinvolge però solo i cristiani, e cioè una minoranza dell’umanità. Invece la festa del Natale, intesa in senso laico, coinvolge miliardi di persone in più.

Per diventare veramente globale, una ricorrenza religiosa come il Natale doveva essere depotenziata dal punto di vista della fede e caricata di nuovi significati e di nuovi simboli. I significati acquisiti sono quelli del buonismo classico: il giorno di Natale “si torna tutti buoni”, e la speranza di un futuro migliore è permessa per 24 ore. Il simbolo laico è ormai planetario: Babbo Natale, ovvero Santa  Claus trasformato in un omone vestito di rosso che abita nel Circolo polare artico, nella patria dei lapponi, circondato da renne e da un esercito fantastico che costruisce giocattoli. È la libera reinterpretazione di un’altra figura religiosa, san Nicola di Mira, il vescovo turco che, secondo i resoconti disponibili, nella sua vita fu protettore dei bambini e diede esempio di grande generosità, donando ai più poveri nei momenti del loro massimo bisogno. Dal santo caritatevole all’icona della Coca Cola il passo è stato relativamente breve, e il giorno di Natale diventiamo tutti buoni come san Nicola. Ecco il nuovo significato della festa, ormai depotenziata dal suo aspetto religioso.

Il Natale della bontà e del dono, e soprattutto di quest’ultimo, è quindi il migliore volano per le vendite di fine anno, periodo nel quale si registrano per esempio i picchi di acquisti di prodotti di elettronica. Arriviamo infine così alla festa globale dei buoni sentimenti per la gioia dei fabbricanti di gadget (e di cibi pregiati). Una festa che non discrimina per appartenenza etnica o religiosa, ma solo per possibilità economica. Una festa laica che va bene in Italia e Germania, ma anche in India, Cina o Nigeria. Una festa non più comandata dal vescovo, ma dai media.

Il Natale, nella sua versione contemporanea, ha anticipato di decenni la globalizzazione e il suo valore fondante, quello dell’uguaglianza universale a partire dell’omologazione nei consumi. Un  mondo forgiato dalle multinazionali che offrono gli stessi prodotti ovunque, fabbricandoli dove è più conveniente. È una festa antica e insieme del futuro, che domani potrebbe vedere insidiato il suo primato da Halloween o dal capodanno cinese, ma che oggi gode di una popolarità difficile da scalfire. E se la profezia dei maya si dimostrerà errata, buon Natale anche quest’anno!

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

bergoglio

Conoscenza e cultura: “Ateismo e agnosticismo”

L’UAAR, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, è l’unica associazione nazionale che rappresenti le ragioni dei cittadini atei e agnostici.

Tra i valori a cui si ispira l’UAAR ci sono: la razionalità; il laicismo; il rispetto dei diritti umani; la libertà di coscienza; il principio di pari opportunità nelle istituzioni per tutti i cittadini, senza distinzioni basate sull’identità di genere, sull’orientamento sessuale, sulle concezioni filosofiche o religiose.

L’associazione persegue tre scopi:

  • tutelare i diritti civili dei milioni di cittadini (in aumento) che non appartengono a una religione: la loro è senza dubbio la visione del mondo più diffusa dopo quella cattolica, ma godono di pochissima visibilità e subiscono concrete discriminazioni
  • difendere e affermare la laicità dello Stato: un principio costituzionale messo seriamente a rischio dall’ingerenza ecclesiastica, che non trova più alcuna opposizione da parte del mondo politico
  • promuovere la valorizzazione sociale e culturale delle concezioni del mondo non religiose: non solo gli atei e gli agnostici per i mezzi di informazione non esistono, ma ormai è necessario far fronte al dilagare della presenza cattolica sulla stampa e sui canali radiotelevisivi, in particolare quelli pubblici.

Visita il sito ufficiale dove si possono trovare notizie, articoli, recensioni, documenti, informazioni e dossier su tutto quanto riguarda la laicità e la non credenza. È anche un grande spazio di incontro e confronto: community, commenti, forum, mailing list.

Vai al sito

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E’ confermato: non esistono diritti edificatori su suoli non ancora edificati.

di Edoardo Salzano. (dal sito Stop al Consumo di Territorio)

logo_salviamoilpaesaggioUna recente sentenza del Consiglio di Stato (6656/2012) – che riprendiamo dalla rivista online Lexambiente – ribadisce interpretazioni delle leggi vigenti, ignorando le quali tecnici e amministratori incompetenti hanno contribuito al pesante e ingiustificato consumo di suolo. E’ confermato: non esistono “diritti edificatori” né “vocazioni edificatorie” di suoli non ancora edificati; dunque un Piano urbanistico può essere riformulato stralciando previste aree di espansione edilizia nel tempo resesi non necessarie … In un comune salentino, Monteroni di Lecce, il comune aveva approvato un nuovo Prg che destinava a verde privato un’area destinata dai precedenti strumenti di pianificazione a zona di completamento. Il proprietario ha ricorso al Tar chiedendo l’annullamento degli atti e il ripristino della precedente destinazione.
Il Tar ha rigettato il ricorso e il proprietario si è appellato allora al Consiglio di Stato. Quest’ultimo ha confermato la sentenza del Tar con motivazioni interessanti per il loro carattere generale. Abbiamo notizia della sentenza dalla bella rivista online di Luca Ramacci, Lex ambiente, dalla quale riprendiamo di seguito sia il commento (firmato F. Albanese) che il testo integrale della sentenza.

Agli argomenti di valutazione positiva della sentenza espressi da Albanese vogliamo aggiungerne due.

1  – Il Consiglio di stato afferma ( paragrafo 5.1) che la nozione di naturale vocazione edificatoria postula la preesistenza di una edificabilità di fatto, cioè può essere attribuita solo a un terreno già edificato. ed è quindi concetto impiegato propriamente nelle sole vicende espropriative, stante la sottoposizione di ogni attività edilizia alle scelte pianificatorie dell’amministrazione Non ha quindi alcun senso parlare di “vocazione edificatoria” di un suolo riferendosi a precedenti previsioni urbanistiche legittimamente modificate, e nemmeno a situazioni di fatto diverse dalla già avvenuta edificazione.

Possiamo dunque ritenere ulteriormente confermate le conclusioni alle quali eravamo da tempo arrivati sulla base dell’analisi della giurisprudenza: non esiste alcun fondamento giuridico sulla cui base il proprietario di un terreno possa rivendicare un “diritto edificatorio”, o un malaccorto urbanista o amministratore possa motivare la decisione di rendere edificabili aree che attualmente non lo sono.

2 – La sentenza afferma ( paragrafo 2.1) che « l’urbanistica e il correlativo esercizio del potere di pianificazione, non possono essere intesi, sul piano giuridico, solo come un coordinamento delle potenzialità edificatorie connesse al diritto di proprietà, ma devono essere ricostruiti come intervento degli enti esponenziali sul proprio territorio, in funzione dello sviluppo complessivo e armonico del medesimo; uno sviluppo che tenga conto sia delle potenzialità edificatorie dei suoli, non in astratto, ma in relazione alle effettive esigenze di abitazione della comunità ed alle concrete vocazioni dei luoghi, sia dei valori ambientali e paesaggistici, delle esigenze di tutela della salute e quindi della vita salubre degli abitanti, delle esigenze economico-sociali della comunità radicata sul territorio, sia, in definitiva, del modello di sviluppo che s’intende imprimere ai luoghi stessi, in considerazione della loro storia, tradizione, ubicazione e di una riflessione de futuro sulla propria stessa essenza, svolta per autorappresentazione ed autodeterminazione dalla comunità medesima». E’ esattamente il modo di vedere la pianificazione urbanistica che eddyburg sostiene e promuove.

… continua qui per leggere il testo completo della sentenza.

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Forse ora Senago dovrebbe fermare il suo PGT e rivalutare le reali esigenze e fabbisogni abitativi come non ha mai voluto fare, ed attivare quindi il CENSIMENTO DEL CEMENTO come proposto dal forum di Salviamo il Paesaggio, diventato oramai campagna nazionale permanente. Noi siamo sempre in attesa di una risposta dal Sindaco di Senago all’istanza presentata e proprio riferita a questo censimento.

Francesco I, il gesuita temuto dai desaparecidos

by fabur49

Un libro di Verbitsky inchioda il futuro pontefice. Spediva all’Esma i preti antifascisti
di Checchino Antonini (da http://popoff.globalist.it/)
Bergoglio comunica Videla
Già all’indomani del conclave che elesse Ratzinger, Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, tra i più votati anche allora, venne accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, Fandango edizioni. Stella Spinelli, su Peacereporter, ne scrisse già all’epoca.

Nei primi anni 70, Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati: li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera per la strage. Per i due si spalancò per sei mesi l’orrore della Scuola di meccanica della marina (Esma), poi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano. In quella scuola, in quei giorni, il Nunzio apostolico Pio Laghi giocava a tennis con i capi dei torturatori come hanno più volte denunciato le Madres de la plaza de Mayo (nella foto l’allora parroco Bergoglio impartisce la comunione al dittatore Videla).

Bergoglio si difese spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia ma, dagli archivi del ministero degli Esteri, sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti. Nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. La fonte di queste informazioni su Jalics era proprio il Superiore provinciale, Bergoglio. In un altro documento si dice che: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase” (Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9).

“Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – dichiarò il futuro papa a Verbitsky – tra l’altro perché non ho mai creduto che lo fossero”, peccato che padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi dalle torture nell’Esma, raccontò il suo arrivo a Roma dopo la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi. Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”. Bergoglio, durante la dittatura militare, era nella Guardia di ferro, un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una formazione rumena nazistoide, quelli di Codreanu. “Io non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio – scrisse Verbitsky – Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo».

Da presidente dei vescovi argentini, molti anni dopo, Bergoglio ha spinto la Chiesa argentina a pubblicare una sorta di mea culpa in occasione del 30° anniversario del colpo di Stato, nel 2006. “Ricordare il passato per costruire saggiamente il presente” era il titolo della missiva apostolica».

Checchino Antonini