Archivi del mese: agosto 2014

“La deflazione è un’altra conferma del fallimento. E proseguono sulla stessa strada!”

renzi“La deflazione è un’altra conferma del fallimento. E proseguono sulla stessa strada!”. Intervento di Cremaschi

Ha molto contribuito al disastro economico attuale un falso storico e ideologico. Quando in Italia e in Germania alla fine degli anni 70 si adottarono le politiche liberiste e si definì come prioritaria la lotta alla inflazione, fu spesso usato il monito che essa era all’origine del fascismo e soprattutto del nazismo. Falso. L’ascesa del fascismo da noi con l’inflazione non c’entra nulla e con quella del nazismo ancora meno. L’iper inflazione degli anni 20 in Germania, usata come babau per giustificare tutto, persino lo statuto della Banca Centrale Europea, fu domata in pochi mesi dai governi di centrosinistra di quel paese e dal banchiere Schacht.

Fu invece la disoccupazione di massa dopo la crisi del 29 a a far crescere a dismisura il consenso ai nazisti, che fino ad allora era stato in percentuali bassissime. E quel consenso si alimentava del fatto che i governi democratici affrontavano la crisi con le politiche del rigore e dell’austerità, esattamente come oggi. Sulla base di questo falso storico le politiche deflazionistiche, che al massimo possono essere usate come emergenza per brevi periodi, sono diventate da più di trenta anni la politica economica ufficiale di tutti i paesi europei, Italia e Germania in testa.

Da questo punto di vista tutta la classe dirigente dovrebbe esultare per il fatto che ora l’obiettivo è stato raggiunto: l’inflazione è stata soppressa e al suo posto abbiamo la stagnazione o il calo dei prezzi. La separazione della Banca d’Italia dal Tesoro, per impedire allo stato di stampare moneta per finanziarsi e per costringerlo a ricorrere al mercato, cioè in primo luogo alle banche, con il conseguente aumento a dismisura del debito e dei suoi vincoli. La distruzione del potere d’acquisto dei salari, avviata con la cancellazione della scala mobile e completata con l’euro. La precarizzazione e la flessibilità del lavoro, le privatizzazioni, tutte le politiche economiche e sociali attuate senza distinzioni da tutti i governi fino a quello attuale, son state giustificate nel nome della lotta all’inflazione. E ora abbiamo 6 milioni di disoccupati.

Ora è immaginabile che parta il solito coro delle litanie auto-giustificanti, mentre si continuerà a proporre in concreto la continuità di queste politiche trentennali, corretta solo dalla iniezione di un poco di liquidità nel sistema. Che fallirà nel proposito di far ripartire la crescita. Non si é sentito nessun effetto economico, ma non quello elettorale, degli 80 euro di Renzi. Draghi, che probabilmente aveva suggerito quella misura al presidente del Consiglio, ora fa capire che vuol introdurre liquidità nel sistema finanziario. Se glielo lasceranno fare il risultato sarà uguale a quello degli ottanta euro, zero.

Perché alla base della crisi attuale sta proprio la continuità delle politiche liberiste e deflazionaste che durano da 35 anni. E se quelle non vengono messe in discussione alla radice, le iniezioni periodiche di liquidità sono acqua sparsa nel deserto. Qui però sta la difficoltà vera. Perché le classi dirigenti economiche politiche e sindacali sono state selezionate in questi anni sulla base della priorità della lotta all’inflazione. Un ‘altra politica non la vogliono e neppure la sanno fare. Come ben dimostra l’ottusa tracotanza del ministro del Tesoro Padoan, che tranquillamente ha affermato di aver sbagliato tutte le previsioni, ma che ne sta preparando altre. Anche l’opinione pubblica è stata educata al tabù della lotta all’inflazione. Per cui oggi spera nelle rifome liberiste e autoritarie di Renzi, che, se realizzate effettivamente, aggraveranno la crisi.

Per cambiare ci vuole una rottura di fondo. Ci vuole il ritorno alla gestione pubblica della moneta, con una banca centrale che la stampi invece che ricorrere alla finanza internazionale. Ci vogliono grandi investimenti pubblici in deficit e politiche di pubblicizzazione e non di privatizzazione. I salari devono crescere senza il vincolo capestro delle produttività e della redditività d’impresa. Il lavoro deve riconquistare sicurezza e dignità rompendo la gabbia della precarietà. Queste sono le politiche non convenzionali necessarie, le stesse che presero gli stati dopo gli anni trenta del secolo scorso dopo il fallimento del rigore. Queste politiche romperebbero sicuramente gli equilibri e i poteri della globalizzazione, ma lo farebbero dal lato della pace. L’alternativa è che la globalizzazione salti per aria comunque, ma dal lato della guerra, come ci ricorda il Papa.

Non c’è niente da fare, o si mettono in discussione i cardini della politica deflazionistica di questi decenni o la crisi si aggraverà sempre più trasferendosi dal campo economico a quello sociale e da questo al campo della democrazia e della stessa convivenza, come la storia insegna a chi da essa vuole imparare.

Ha molto contribuito al disastro economico attuale un falso storico e ideologico. Quando in Italia e in Germania alla fine degli anni 70 si adottarono le politiche liberiste e si definì come prioritaria la lotta alla inflazione, fu spesso usato il monito che essa era all’origine del fascismo e soprattutto del nazismo. Falso. L’ascesa del fascismo da noi con l’inflazione non c’entra nulla e con quella del nazismo ancora meno. L’iper inflazione degli anni 20 in Germania, usata come babau per giustificare tutto, persino lo statuto della Banca Centrale Europea, fu domata in pochi mesi dai governi di centrosinistra di quel paese e dal banchiere Schacht.

Fu invece la disoccupazione di massa dopo la crisi del 29 a a far crescere a dismisura il consenso ai nazisti, che fino ad allora era stato in percentuali bassissime. E quel consenso si alimentava del fatto che i governi democratici affrontavano la crisi con le politiche del rigore e dell’austerità, esattamente come oggi. Sulla base di questo falso storico le politiche deflazionistiche, che al massimo possono essere usate come emergenza per brevi periodi, sono diventate da più di trenta anni la politica economica ufficiale di tutti i paesi europei, Italia e Germania in testa.

Da questo punto di vista tutta la classe dirigente dovrebbe esultare per il fatto che ora l’obiettivo è stato raggiunto: l’inflazione è stata soppressa e al suo posto abbiamo la stagnazione o il calo dei prezzi. La separazione della Banca d’Italia dal Tesoro, per impedire allo stato di stampare moneta per finanziarsi e per costringerlo a ricorrere al mercato, cioè in primo luogo alle banche, con il conseguente aumento a dismisura del debito e dei suoi vincoli. La distruzione del potere d’acquisto dei salari, avviata con la cancellazione della scala mobile e completata con l’euro. La precarizzazione e la flessibilità del lavoro, le privatizzazioni, tutte le politiche economiche e sociali attuate senza distinzioni da tutti i governi fino a quello attuale, son state giustificate nel nome della lotta all’inflazione. E ora abbiamo 6 milioni di disoccupati.

Ora è immaginabile che parta il solito coro delle litanie auto-giustificanti, mentre si continuerà a proporre in concreto la continuità di queste politiche trentennali, corretta solo dalla iniezione di un poco di liquidità nel sistema. Che fallirà nel proposito di far ripartire la crescita. Non si é sentito nessun effetto economico, ma non quello elettorale, degli 80 euro di Renzi. Draghi, che probabilmente aveva suggerito quella misura al presidente del Consiglio, ora fa capire che vuol introdurre liquidità nel sistema finanziario. Se glielo lasceranno fare il risultato sarà uguale a quello degli ottanta euro, zero.

Perché alla base della crisi attuale sta proprio la continuità delle politiche liberiste e deflazionaste che durano da 35 anni. E se quelle non vengono messe in discussione alla radice, le iniezioni periodiche di liquidità sono acqua sparsa nel deserto. Qui però sta la difficoltà vera. Perché le classi dirigenti economiche politiche e sindacali sono state selezionate in questi anni sulla base della priorità della lotta all’inflazione. Un ‘altra politica non la vogliono e neppure la sanno fare. Come ben dimostra l’ottusa tracotanza del ministro del Tesoro Padoan, che tranquillamente ha affermato di aver sbagliato tutte le previsioni, ma che ne sta preparando altre. Anche l’opinione pubblica è stata educata al tabù della lotta all’inflazione. Per cui oggi spera nelle rifome liberiste e autoritarie di Renzi, che, se realizzate effettivamente, aggraveranno la crisi.

Per cambiare ci vuole una rottura di fondo. Ci vuole il ritorno alla gestione pubblica della moneta, con una banca centrale che la stampi invece che ricorrere alla finanza internazionale. Ci vogliono grandi investimenti pubblici in deficit e politiche di pubblicizzazione e non di privatizzazione. I salari devono crescere senza il vincolo capestro delle produttività e della redditività d’impresa. Il lavoro deve riconquistare sicurezza e dignità rompendo la gabbia della precarietà. Queste sono le politiche non convenzionali necessarie, le stesse che presero gli stati dopo gli anni trenta del secolo scorso dopo il fallimento del rigore. Queste politiche romperebbero sicuramente gli equilibri e i poteri della globalizzazione, ma lo farebbero dal lato della pace. L’alternativa è che la globalizzazione salti per aria comunque, ma dal lato della guerra, come ci ricorda il Papa.

Non c’è niente da fare, o si mettono in discussione i cardini della politica deflazionistica di questi decenni o la crisi si aggraverà sempre più trasferendosi dal campo economico a quello sociale e da questo al campo della democrazia e della stessa convivenza, come la storia insegna a chi da essa vuole imparare.| POLITICAITALIA | Autore: giorgio cremaschi(da controlacrisi.org)

Guido Viale: La spending spiana comuni

Senza solu­zione di con­ti­nuità nel pas­sag­gio da Tre­monti a Bondi e da Cot­ta­relli a Gut­geld, e da Prodi e Ber­lu­sconi a Monti e da Letta a Renzi, la spen­ding review sta pla­nando come un avvol­toio su coloro che ne potreb­bero essere i pro­ta­go­ni­sti, per­ché sono gli unici a sapere come stanno vera­mente le cose, e che invece ne sono le vit­time: i dipen­denti delle ammi­ni­stra­zioni pub­bli­che. L’obiettivo più imme­diato sono i Comuni, con i quali si va a col­pire la demo­cra­zia nel punto più vitale ma anche più esposto.

Vitale per­ché i Comuni incar­nano la tra­di­zione euro­pea dell’autogoverno demo­cra­tico a base asso­cia­tiva; per­ché i Comuni e le loro aggre­ga­zioni rap­pre­sen­tano la demo­cra­zia di pros­si­mità e il pos­si­bile punto di appli­ca­zione di una demo­cra­zia par­te­ci­pata; per­ché i Comuni sono tut­tora i respon­sa­bili dei ser­vizi pub­blici locali, cioè di ciò che più diret­ta­mente con­di­ziona lo svol­gi­mento della nostra vita quotidiana.

Ma i Comuni sono l’oggetto delle brame di chi governa la spen­ding review pro­prio per­ché i sevizi pub­blici locali sono l’obiettivo di un sac­cheg­gio e di un mec­ca­ni­smo estrat­tivo messi in moto da un capi­ta­li­smo che non è più in grado di garan­tire mar­gini di pro­fitto ade­guati con l’investimento nell’industria.

E la forma giu­ri­dica della società per azioni (Spa), sia inte­ra­mente pub­blica che mista, cioè pubblico-privata — in cui si sono andati costi­tuendo nel corso degli ultimi venti anni quasi tutti i ser­vizi pub­blici locali — rap­pre­senta il primo sta­dio della pri­va­tiz­za­zione. Gli affi­da­menti diretti (cioè senza gara: il cosid­detto in-house) di cui bene­fi­ciano li rende par­ti­co­lar­mente espo­sti a que­sta aggressione.

Innan­zi­tutto per­ché si tratta di un solu­zione socie­ta­ria inco­sti­tu­zio­nale e con­tra­ria alla nor­ma­tiva euro­pea: gli affi­da­menti diretti non dovreb­bero mai riguar­dare società di diritto pri­vato che per loro natura per­se­guono il pro­fitto, come le Spa. In secondo luogo, per­ché que­ste Spa sono state finora (le cose dovreb­bero cam­biare dal pros­simo anno) una solu­zione per col­lo­care fuori bilan­cio costi e introiti di ser­vizi che rien­trano a pieno titolo nel conto del dare e avere dell’Ente che li con­trolla: infatti più di un terzo di quelle società cen­site sono in per­dita per­ma­nente. In terzo luogo, per­ché gra­zie a que­sto mec­ca­ni­smo le Spa pro­mosse dagli Enti locali (ma anche quelle pro­mosse dagli Enti cen­trali) si sono mol­ti­pli­cate per gem­ma­zione: Spa create e con­trol­late da altre Spa di ori­gine pub­blica, che ne svol­gono una parte dei com­piti in una catena di “ester­na­liz­za­zioni” sem­pre più lunga; ma anche Spa pre­po­ste a fun­zioni lon­tane dai com­piti isti­tu­zio­nali di chi le ha create. Cot­ta­relli ne ha cen­site 10mila, ma secondo Ivan Cec­coni, il mas­simo esperto ita­liano di que­sto obbro­brio, potreb­bero essere oltre 20mila. In quarto luogo per­ché que­ste Spa sono un mec­ca­ni­smo cor­rut­tivo: assun­zioni clien­te­lari (né più né meno di quanto venga spesso impo­sto ai vin­ci­tori di appalti con­qui­stati attra­verso gare truc­cate: il clien­te­li­smo pro­spera non per­ché il gestore è pub­blico, ma per­ché la man­canza di tra­spa­renza sot­trae gli affi­da­menti al con­trollo dei cit­ta­dini), gerar­chia gestio­nale e con­si­gli di ammi­ni­stra­zione scelti tra il per­so­nale politico.

Que­sto spiega l’attaccamento di alcuni par­titi a Giunte le cui deci­sioni con­trad­di­cono fron­tal­mente gli impe­gni assunti con i loro elet­tori con­tro pri­va­tiz­za­zioni, con­sumo di suolo o pro­li­fe­ra­zione di società, inca­ri­chi e con­su­lenze. E’ un mec­ca­ni­smo di con­so­li­da­mento del ceto poli­tico che spesso tiene in vita par­titi che non avreb­bero altra ragione di esistere.

La spen­ding review non si pro­pone certo di “fare puli­zia” in que­sto gine­praio, bensì di met­tere i Comuni con le spalle al muro per costrin­gerli a sven­dere ai pri­vati (die­tro a cui ci sono sem­pre più spesso ban­che e alta finanza) tutti i ser­vizi pub­blici, insieme a beni comuni di cui sono ancora in pos­sesso. Saranno poi i pri­vati a recu­pe­rare con spe­cu­la­zioni e aumenti delle tariffe i costi del ser­vi­zio – ma anche i “mar­gini” (cioè i loro pro­fitti) — che i Comuni non sono in grado di coprire per­ché i tra­sfe­ri­menti dallo Stato si sono pro­sciu­gati e temono l’impopolarità se ad aumen­tare le tariffe fos­sero loro.

Ma pri­va­tiz­zare i ser­vizi pub­blici locali e con­se­gnarli a una finanza sem­pre più lon­tana dalla popo­la­zione di rife­ri­mento vuol dire pri­vare i Comuni della loro ragion d’essere e tra­sfor­marli in enti inu­tili, fatti solo per alle­vare e sele­zio­nare i mem­bri della casta; una demo­cra­zia priva di auto­no­mie locali non è più tale e i sin­daci che accet­tano di ridursi a estrat­tori di risorse dai loro con­cit­ta­dini, senza alcuna resti­tu­zione, si tagliano l’erba sotto i piedi.
Ci sono alter­na­tive a que­sta spi­rale? Sì. Innan­zi­tutto in sta­tuti comu­nali che dichia­rino i ser­vizi pub­blici locali atti­vità di inte­resse gene­rale (e non com­mer­ciale). Poi nella tra­sfor­ma­zione delle Spa in “aziende spe­ciali”, per farli rien­trare nel peri­me­tro della Pub­blica Ammi­ni­stra­zione. A Napoli la tra­sfor­ma­zione dell’Arin in ABC (Acqua Bene Comune) sem­brava offrire un modello a que­sta tran­si­zione. Ma le ultime vicende dello sta­tuto di ABC mostrano che senza una mobi­li­ta­zione di massa e un fronte di “Comuni per i beni comuni”, tante volte pro­messo e mai rea­liz­zato, una tran­si­zione del genere rischia il sof­fo­ca­mento per il pre­va­lere degli inte­ressi dei par­titi. Ma – si dice – ripub­bli­ciz­zare le Spa non si può per­ché non c’è il denaro per riscat­tarne le azioni dai pri­vati; ma il loro valore è legato a con­tratti di ser­vi­zio fon­dati sull’affidamento in-house. Rive­dere quei con­tratti intro­du­cendo con­di­zioni più strin­genti può pri­varle di gran parte del loro valore e per­sino ren­dere con­ve­niente resti­tuire le aziende ai Comuni.

In ogni caso, il solo fatto di met­tere in campo pro­getti di con­ver­sione eco­lo­gica, di pro­mo­zione dell’occupazione, di recu­pero di aziende altri­menti con­dan­nate alla chiu­sura può dare cre­di­bi­lità e basi solide a una con­te­sta­zione radi­cale sia del patto di sta­bi­lità interna (quello che blocca la pos­si­bi­lità di inve­stire per i Comuni), sia del patto di sta­bi­lità esterno (il fiscal com­pact) attra­verso cui la finanza inter­na­zio­nale con­trolla, per il tra­mite della Com­mis­sione euro­pea e della Bce, i governi e le poli­ti­che eco­no­mi­che degli Stati dell’Unione Euro­pea, sof­fo­can­dole. La con­ver­sione eco­lo­gica è un pro­cesso neces­sa­ria­mente decen­trato, dif­fuso, dif­fe­ren­ziato, distri­buito, capil­lare, che non può essere por­tato avanti senza il coin­vol­gi­mento della cit­ta­di­nanza e dei governi locali; e per que­sto democratico.

Affi­darla alla grande impresa (l’essenza di quello che chia­miamo green eco­nomy), come è stato fatto in Ita­lia e altrove con le ener­gie rin­no­va­bili, è stato solo un modo per tra­sfe­rire risorse da chi paga le bol­lette (tutti noi) a chi incassa gli incen­tivi (per l’80 per cento, grandi inve­sti­tori finan­ziari, per lo più anche estra­nei al set­tore energetico).

Vice­versa, nella gene­ra­zione ener­ge­tica, nell’efficientamento di edi­fici e aziende, nella gestione dei rifiuti, nel tra­sporto locale, nel ser­vi­zio idrico inte­grato, le auto­rità locali, con il coin­vol­gi­mento della cit­ta­di­nanza attiva, pos­sono da un lato pro­muo­vere sistemi soste­ni­bili di governo della domanda, dall’altro offrire sboc­chi di mer­cato alla ricon­ver­sione di aziende in crisi, even­tual­mente con solu­zioni socie­ta­rie e asso­cia­tive tra cittadini-utenti desti­na­tari del ser­vi­zio, aziende che lo ero­gano, governi locali e imprese for­ni­trici degli impianti, delle attrez­za­ture e dei mate­riali neces­sari al sod­di­sfa­ci­mento della nuova domanda.

Lo stesso vale per tutti quei ser­vizi che rien­trano nella vasta gamma del wel­fare muni­ci­pale: nidi, scuole materne ed ele­men­tari, assi­stenza agli anziani e alle per­sone svan­tag­giate, inte­gra­zione degli stra­nieri, for­ma­zione, ecc. Anch’essi sono sot­to­po­sti, con la spen­ding review, a un pro­cesso di pri­va­tiz­za­zione attra­verso l’esternalizzazione delle pre­sta­zioni lavo­ra­tive con coo­pe­ra­tive sem­pre più legate a strut­ture finan­zia­rie di comando che “trat­tano” con le ammi­ni­stra­zioni locali per conto di tutte. E anche in que­sto campo occorre rico­struire un pro­cesso demo­cra­tico a par­tire dalla par­te­ci­pa­zione alla loro gestione.

(fonte: il Manifesto)

Regione Lombardia approva il “Progetto definitivo lotto 1 area di laminazione a Senago e analisi sull’efficacia della vasca di laminazione”

Regione Lombardia non si ferma ed ignorando cittadini e le amministrazioni pubbliche, approva il “Progetto definitivo lotto 1 area di laminazione a Senago e analisi sull’efficacia della vasca di laminazione”.

Qui la pagina dedicata sul sito di Regione Lombardia: clicca qui

§

Si partirà col primo lotto da 10 milioni di euro che vedrà la realizzazione di una prima vasca parziale e dei canali di raccordo allo scolmatore. E per far digerire meglio la questione viene pubblicata la tabellina per scemi utile a tutti i cittadini ancora scettici sulla bontà dell’opera:

tabellina_per_scemi

Legambiente: Per esondazioni fiumi a Milano serve decementificare

“Nemmeno le vasche di laminazione a Senago saranno la soluzione”, occorre “ripristinare aree verdi e permeabili ovunque possibile”, così ha dichiarato il Presidente di Legambiente Lombardia, Damiano Di Simine. Depositato nei giorni scorsi un ricorso al Tar contro il Pgt approvato dall’amministrazione di Cinisello Balsamo.

318394-800x537MILANO  – «I torrenti esondano a Milano non a causa di eventi climatici estremi, ma semplicemente perchè la metropoli milanese è ‘venuta su’ senza mettere in conto le acque di pioggia. In questa situazione sono in molti ad invocare soluzioni miracolistiche, ma soluzioni semplici non ci sono perchè lo spazio per i corsi d’acqua (Lambro, Seveso e Lura) è da tempo esaurito, dal momento che si è costruito dovunque, fino nel letto dei corsi d’acqua, e perfino all’interno di parchi regionali”. E’ quanto si legge in una nota diffusa da Legambiente, dopo l’ennesima esondazione del Seveso della scorsa notte che «conferma di una situazione diventata ormai insostenibile per l’idrologia del milanese: su sette esondazioni verificatesi in una sola stagione, in nessun caso i volumi di precipitazione sono stati tali da potersi parlare di piogge alluvionali».

Legambiente punta il dito contro la cementificazione anche degli spazi verdi come «il Parco Nord, dove il Seveso termina la sua corsa prima di sparire nel sottosuolo cittadino, e dove dal 2001 ad oggi sono scomparsi gli ultimi prati che incorniciavano il torrente: seppellito il Seveso anche in via Ornato, i campi al confine con Bresso hanno lasciato posto ad un cantiere”. “Nemmeno le vasche di laminazione a Senago, che ora sembrano l’uovo di Colombo, saranno la soluzione del problema Seveso» prosegue l’associazione ambientalista, sottolineando che «esse infatti serviranno ad aumentare la portata derivabile dal Seveso in caso di piene provenienti dalla Brianza, ma nulla potranno contro gli acquazzoni, come quello di questa notte, tra Cinisello, Cormano e Paderno Dugnano: tutti comuni posti a valle della ‘valvola di sicurezza’ dello Scolmatore di nord ovest, il cui incile si trova a Palazzolo Milanese».

Per Legambiente «le soluzioni chiedono una forte mobilitazione di tutti i comuni a Nord del capoluogo» fermando «il già altissimo livello di cementificazione e urbanizzazione» e «poi con misure di governo delle acque di pioggia che devono essere incorporate in ogni strumento urbanistico, regolamento edilizio, singolo intervento anche di semplice ristrutturazione” e “de-impermeabilizzare, gestendo e accumulando le acque di pioggia, realizzando sistemi di drenaggio urbano che non prevedano il recapito in fognatura delle acque che cadono dal cielo».

«Il risanamento idraulico dei bacini di Lambro, Seveso e Lura richiede un’azione di controllo fortemente determinata da parte delle istituzioni sovracomunali, che impediscano che venga cementificato anche un solo metro quadro in più, e che impongano la riqualificazione idraulica di tutte le superfici urbane e degli edifici – ha dichiarato Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia – per questo occorre ripristinare aree verdi e permeabili ovunque possibile, in particolare in prossimità dei corsi d’acqua, realizzare sistemi di drenaggio e accumulo delle acque meteoriche, attuare norme edilizie stringenti che impongano coperture permeabili per parcheggi e piazzali, tetti verdi per case e capannoni, impianti di raccolta, riutilizzo e distribuzione delle acque piovane per le utenze civili e industriali».

«Nei giorni scorsi abbiamo depositato un ricorso al Tar contro il Pgt di recente approvato dall’amministrazione di Cinisello Balsamo (Milano), uno dei comuni più urbanizzati del bacino del Seveso» ha annunciato Legambiente, sottolineando che «è solo l’inizio, raccoglieremo segnalazioni e denunce di cittadini e comitati e daremo corso ad ogni tipo di azione legale per impedire che altro suolo venga impermeabilizzato nei comuni del Nord Milano».

Led o non Led? E luce sia! Guida alle sorgenti luminose

Si parla molto, in questo periodo, di lamapadine a LED, le nuove sorgenti luminose che promettono grandi risparmi. Ma quanto questo è vero?

Le vecchie lampadine ad incendescenza sono state messe da poco fuori corso dal 2012 e devono quindi man mano essere sostituite con lampade di altro tipo, cosa peraltro già in corso.

Infatti la maggior parte delle famiglie ha già provveduto alla sostituzione con lampadine di tipo fluorescenti compatte (CFL), essendo diversi anni che queste ultime sono disponibili al pubblico ed il loro costo è andato progressivamente diminuendo. Rispetto a  quelle ad incandescenza offrono una maggior durata e consumano decisamente meno energia elettrica.

Le lampadine a LED rappresentano il progresso della tecnologia dell’illuminazione e sono ancora più efficienti di quelle fluorescenti ma, ad oggi, hanno il grosso svantaggio di costare decisamente molto di più.

Se da una lato questa nuova tecnologia promette efficienze migliori, consumi ulteriormente ridotti e durata ancora maggiore, è altrettanto vero che praticamente questi dati non sono mai stati completamente verificati e rimangono, per ora, validi solo sulla carta.

In termini di durata, per esempio, le lampadine di tipo a led che sostituirebbero quelle ad incandescenza, sono in commercio solo da qualche anno e non sono quindi mai durate effettivamente più dei 15 anni promessi sulle confezioni di vendita.

Inoltre le lampadine a led, utilizzano sorgenti luminose concentrate che in alcuni casi possono risultare pericolose se guardate da vicino. Infatti la concentrazione di radiazioni luminose in prossimità dell’area di emissione è tale da poter recare danni anche severi alla retina di chi guarda da vicino il led, se questi non risulta in qualche modo schermato. Questo ovviamente vale sopra determinate potenze di led.

Occorre quindi prestare particolare attenzione ad ultilizzare le lampadine nel modo corretto ed a scegliere prodotti accuratamente marcati e non “roba” misconosciuta e quindi priva di garanzie in merito.

Rimane un fatto inconfutabile: oggi non conviene comprare lampadine a led perchè quelle a fluorescenza compatte (CFL) rimangono ancora le più convenienti e collaudate.

Diffidate quindi da chi propone offerte mirabolanti propinandovi lauti guadagni in termini di risparmio se sostituite le lampadine di casa con quelle a led. Chi ha fatto quei conti li ha fatti barando. Infatti calcola i risparmi sul cambio da lampadina ad incandescenza a quella a led. Ma in casa quasi tutti abbiamo già cambiato le lampadine incendescenti con quelle fluorescenti compatte ed un ulteriore cambio non comporterebbe alcun risparmio aggiuntivo. Anzi, se consideriamo tutti i dati le lampade ancora più convenienti rimangono quelle fluorescenti Clicca qui per leggere un confronto.

Il file allegato (excel) vi aiuta a capire se e dove potete risparmiare. I dati inseriti si riferiscono ai costi medi di lamapine di marca rispetto a quelle a led della proposta (poco economica) offerta da Enel energia.

Potete modificare i dati ed inserire i valori che ritenete più opportuni, guardate infine i risulati.

Vi lasciamo con un consiglio: diffidate delle pubblicità e soprattutto delle offerte facili; mai lasciare poi la strada vecchia per la nuova senza aver almeno controllato prima dove si andrà a finire.

– file di calcolo in formato excel – clicca qui per aprire o scaricare il file

– link all’offerta (poco economica) di enel – clicca qui –

– effetti sulla salute delle sorgenti luminose a led – clicca qui –

– il pericolo per la retina – clicca qui –

 

Massimo Gatti: “Un percorso alternativo per Renzi & Co. dopo la disgustosa inaugurazione di Bre.Be.Mi e il prossimo sopralluogo ad Expo”

Massimo Gatti
Milano, 11 agosto 2014. Dichiarazione di Massimo Gatti, già Capogruppo in Provincia di Milano per Lista civica un’Altra Provincia – Rifondazione Comunista – Comunisti Italiani:
“Dopo la disgustosa inaugurazione di Bre.Be.Mi e Arco TEM, i nostri eroi si accingono all’ennesima passerella pro Expo. Chissà se, nel frattempo, qualcuno avrà contabilizzato il fallimento della nuova autostrada misurabile nello scarso numero dei veicoli che la percorrono, a fronte di costi moltiplicati e distruzioni avvenute, e se qualcun’altro abbia preso provvedimenti concreti contro la corruzione e le mafie che incombono sull’esposizione universale.
Per avere delle idee utili sarebbe molto importante che il Presidente del Consiglio e il suo codazzo si recassero sulla collinetta di Paderno Dugnano per iscriversi ai comitati che si battono da anni per l’interramento e contro il mostro a 14 corsie della SP Rho-Monza.
Venendo via da lì potrebbero passare sui cantieri di Rivoltana, Cassanese e Paullese e cercare nel mondo dei sogni dove sono finite le linee metropolitane promesse ad est e a sud verso Vimercate e Paullo incolonnandosi dietro i pendolari che hanno avuto un netto peggioramento nelle condizioni di vita, di trasporto e di salute.
Poco distante i nostri, che sono a Milano per nutrire il pianeta, potrebbero visionare il moltiplicarsi immotivato di cave nonché il taglio scriteriato delParco Agricolo Sud Milano (47.000 ettari) operato da TEM e prendere un caffè tra Paullo e Zelo dove si annientano floride aziende agricole e anche le riserve naturali bonificate dai benedettini mille anni fa.
Risaliti in macchina è utile una puntata a nord nelle zone diPedemontana, autostrada squattrinata nonostante i regali fiscali del governo in carica su pretesa di Maroni e ammontanti a centinaia di milioni di euro sottratti a lavoro, servizi pubblici e agricoltura.
Perfetta coerenza col governo precedente che già aveva fatto un regalo analogo a TEM.
Malgrado il tentativo di regalare Serravalle SpA a Regione Lombardia per agevolare lo scempio, in linea con le sciagurate politiche della Giunta provinciale di Podestà e dei suoi predecessori, l’unica cosa ragionevole è quella di fermarsi subito e non solo nelle zone di Seveso contaminate 38 anni fa dalla diossina.
Prima di lasciare i comuni della Provincia (o Città Metropolitana) passate da Gessate e sostenete la richiesta di quel Comune e di quei Comitati per evitare ulteriori opere inutili, costose e dannose di TEM che tagliano i paesi senza sicurezza. Fatevi vedere dalle comunità delle tratte Milano-Limbiate e Milano-Desio-Seregno che attendono investimenti per il trasporto su ferro che vi siete dimenticati.
Rientrando a Milano, passate per i parchi cittadini e cancellate il faraonico progetto delle vie d’acqua non solo per corruzione, ma anche per manifesta inutilità.
I soldi risparmiati rendeteli operativi per il riassetto idrogeologico del territorio, eseguendo interventi razionali e condivisi con i territori che evitino, finalmente, a ogni temporale l’esondazione del Seveso e di altri corsi d’acqua.
Meditate su queste proposte perché cittadini, comitati, associazioni e qualche amministratore coraggioso non demordono con le mobilitazioni e i ricorsi e su questi obiettivi stanno dimostrando che non esiste l’obbedienza ad un pensiero unico che confligge continuamente con l’interesse generale. Molti di loro sarebbero disposti a farvi da Cicerone”.

Matteo Renzi e l’Inglese – SHISH IS THE WORD – By Christian Ice

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