Archivi del mese: gennaio 2015

adeguamento + aumento = diminuzione

matematicaSul portale del Comune di Senago sono stati pubblicati gli “adeguamenti” delle tariffe dei mezzi di trasporto:

“Dal 1 febbraio 2015  scatta l’adeguamento delle tariffe dei servizi di trasporto pubblico regionale, come disposto dalla delibera regionale n. X/3007 del 9 gennaio 2015. L’adeguamento, pari a circa il 4%, deriva dalla riduzione delle risorse destinate alla gestione della rete ferroviaria e dei servizi di trasporto pubblico prevista a partire dal 2015.”

La prima impressione che ci appare è che la forma della comunicazione sembra essersi un po’ confusa in questo periodo.  Così si comunica “adeguamento” al posto di scrivere “aumento” del 4% dei costi.

Intanto le pensioni vengono anch’esse “adeguate”, +0,3% a cui occorre sottrarre lo 0,1% per via dell’inflazione reale che pare essere stata inferiore al previsto (+1,1%). Va conteggiato però anche l’adeguamento, cioè l’aumento delle imposte comunali che il Sindaco e la giunta di Senago hanno fatto (+0,4% rispetto all’anno precedente). Il risultato finale è che le pensioni avranno un “adeguamento” negativo, ovvero “diminuiranno”: circa -0,2%, a fronte di un’inflazione offerta dall’istat di +1,1% e di aumenti dei costi dei beni ben più maggiori.

Se non ci prendono per il culo ci manca molto poco.

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La “partita globale” di Alexis-saetta

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Dopo Merkel e Putin, ieri anche Barack Obama ha recapitato il suo messaggio di congratulazioni al neopremier greco Alexis Tsipras. Nel corso della telefonata (Merkel aveva mandato un telegramma), il presidente americano ha sottolineato la necessità per l’Europa di adottare misure che favoriscano la crescita. Secondo quanto riferiscono i media ellenici Obama avrebbe consigliato a Tsipras di fare una pausa dopo le fatiche delle elezioni “per evitare di riempirsi di capelli bianchi come lui”. Ma Tsipras gli ha risposto: “E’ difficile, gli impegni sono tanti”.Saetta-Alexis oggi incontrerà Shulz e domani il capo dell’Eurogruppo, il consesso dei ministeri delle finanze dell’Ue, Jeroen Dijsselbloem. La situazione è fin troppo chiara: Atene si è lanciata senza remore nel tentativo di rompere l’accerchiamento, l’Europa cerca di contenere l’offensiva mostrandosi priva di soluzioni realistiche. Chi ha in mano in questo momento il diritto a muove è Tsipras. Il “caso greco” può diventare una risorsa. Il vice premier greco Yannis Dragassakis ha usato a questo riguardo parole molto chiare: “Dialogo e non scontri e ricatti reciproci. Abbiamo un progetto, non vogliamo la rottura ma nemmeno il proseguimento di una politica che conduce alla catastrofe”. E’ proprio la “catastrofe” il vero asso nella manica di Atene.Aver agito con tempismo, dà a Tsipras il vantaggio da poter sfruttare nella fase immediatamente successiva quando la guerra diventerà “di posizione” e occorrerà scoprire le carte. Ma, appunto, gli atout in mano ai partecipanti nel frattempo potrebbero cambiare. Nessuna banale fretta, quindi, ma una precisa strategia che mette a frutto innanzitutto il grande consenso uscito dalle urne, che è dello stesso livello di quello ottenuto da Merkel l’anno scorso. L’unità nazionale è un fattore politico importante sui cui Tsipras sembra voler puntare molto. E la ragione è semplice. Nessuno da fuori potrà spaventare i greci con l’incubo del peggioramento delle proprie condizioni. Tsipras, poi, fa leva sui reali fattori della situazione europea ed internazionale.In Europa, dopo la decisione di Draghi sull’euro e il QE si apre una situazione in cui l’euro debole darà una spinta proprio a quelle economie in cui l’esportazione gioca un ruolo importante, proprio come in Grecia con il turismo. Sul piano politico Ue, Tsipras è riuscito, come ha detto lui stesso a “rompere la paura”. Al di là della forza evocativa, questo per l’Europa significa una cosa molto precisa: quasi nessuno più è disposto a proseguire sull’orribile cammino dell’austerità, che di fatto non sta dando nulla in cambio. Tsipras, checché ne dica Renzi, arriva dopo il totale fallimento del semestre italiano, il cui obiettivo avrebbe dovuto essere quello di placare la “iena di Berlino”.

Il punto non è placare ma far saltare il banco. Per esempio, cosa succederà in Spagna e Portogallo alle prossime elezioni? Questo Renzi non se l’è chiesto. E Tsipras sì. Da questo punto di vista, il “dossier Grecia” appare molto meno complicato di quello che molti vogliono rappresentare parlando forsennatamente di crollo delle borse e di “grexit”. Non è un caso che nessuno a Berlino minaccia più la “grexit”. Piuttosto preferiscono parlare, un po’ ipocritamente, dell’importanza della democrazia (sic!) e del rispetto delle scelte di tutti gli altri popoli europei. Sanno benissimo che, semmai, la partita non dipenderà esclusivamente dal rispetto del pagamento del debito da parte di Atene. In ballo c’è l’assetto complessivo del Vecchio Continente, e la stessa capacità della Germania a cui spetta il compito di tenere unito il quadro generale. A Merkel non sfugge certo che il no all’austerità generalizzato potrebbe diventare un segnale pericoloso anche sul piano interno considerando che la “politica dei redditi” ha costretto i tedeschi all’immobilità sociale.

A livello geopolitico internazionale, infine, Tsiprs ha davanti un complesso sistema di pesi e contrappesi, equilibri e ruoli inediti che disegnano di fatto uno scenario di forte rimescolamento. Quanto conta, per esempio, il No di Atene alle sanzioni contro Mosca nella crisi ucraina? E poi, perché l’Ucraina viene inondata di dollari ed euro e, invece, la crisi umanitaria in Grecia viene abbandonata a se stessa? L’abilità del premier Tsipras è stata quindi quella di dare subito il segnale di non stare con il “cappello in mano” ma di voler giocare una partita globale dando un rilievo speciale ai veri “nervi scoperti” dell’Unione europea in questo momento e degli stessi assetti internazionali.

 29/01/2015 12:21 | POLITICAINTERNAZIONALE | Autore: fabio sebastiani (Da controlacrisi.org)

Je suis charlatan


Giustamente, non si è ancora placata la vasta eco per gli atroci attentati parigini alla sede del periodico satirico Charlie Hebdo. Così come non si è  ancora arrestata la catena di solidarietà e di affinità nei confronti del giornale e dei suoi redattori massacrati nel vile attentato operato in nome di un Islam, che non è certo quello contenuto nel Corano e diffuso tra i musulmani, che sono per la stragrande maggioranza pacifici e vivono con grande armonia e serenità nei paesi europei ed occidentali.

Dodici i morti, tra i quali il direttore Stephene Charbonnier, detto Charb, e diversi collaboratori storici del periodico (Cabu, Tignous, Georges Wolinki, Honoré), due poliziotti e numerosi feriti.

C’è però nell’aria una sorta di enorme ed incontenibile ipocrisia che anche oggi domina con il suo lezzo inarrestabile l’intera vicenda e che assume contorni degni di una piece teatrale dell’assurdo. Nella solidarietà un po’ artificiosa e strumentale che alcuni giornalisti, rappresentanti politici, opinionisti e notisti politici hanno espresso non si può non evidenziare una grossolana incoerenza.

altri due...

 E’ verosimile credere che molti, soprattutto tra i giornalisti che hanno espresso il loro pieno sostegno alla satira ed alle libertà di espressione contro tutto e tutti, contro il sacro ed il profano, siano in realtà dei loschi mentitori, che esprimono una finta e pelosa solidarietà mentre razzolano nel più losco dei modi per poter evitare di concedere quella libertà di stampa e di satira che altrove è sacra, ma mai in casa propria.

E’ inoltre verosimile immaginare che i vignettisti ed i giornalisti di Charlie Hebdo, sostanzialmente di una sinistra che in Italia non ha quasi più cittadinanza, su posizioni comuniste, anarchiche e fortemente libertarie, non avrebbero certamente gradito la presenza di tanta viscida, untuosa e pelosa solidarietà tra coloro i quali si sono stracciati le vesti per una libertà che nei quotidiani su cui vergano i loro corsivi non esiste.

Infatti non darebbero spazio ad una sola delle vignette di Wolinsky e compagni. Nessuna satira alla Charlie Hebdo avrebbe mai trovato spazio nei giornali diretti da Belpietro, Sallusti, Ferrara ed altri accoliti. Oggi Sallusti, Santanchè e Ferrara parlano della loro legittimità a essere dalla parte di Charlie perchè loro erano già con Oriana Fallaci ai tempi della rabbia e dell’orgoglio dopo l’attentato di New York alle Torri Gemelle.

Peccato che forse non abbiano capito nulla. Loro, che in nome di una guerra santa, evocata a gran voce si schierano con Charlie Hebdo sono in realtà su posizioni più affini al folle integralista cristiano di Utoya che ha massacrato 90 ragazzi inermi in nome di una purezza della società occidentale. Tutto possono avere Sallusti e Ferrara fuorchè una benchè minima e velata comunione di ironia con Charlie Hebdo !!

 

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Permettete che faccia un po’ sensazione, oltre che senso ed anche schifo, sentire o leggere Sallusti dire che solo lui, Oriana Fallaci ed altri scribacchini vicini al centro destra possono affermare a gran voce “Je suis Charlie”. Insomma proprio gli stesssi che non hanno sollevato un sopracciglio quando a casa nostra Biagi, Santoro, Luttazzi, Guzzanti e tanti altri non potevano ed ancora oggi non possono liberamente esprimersi perchè la loro parola o la loro satira non era gradita al signore di turno che comandava l’etere con editti bulgari.

Sia lieve la terra ai compagni ed amici di Charlie Hebdo e magari si possa evitare che venga calpestata da maldestri e prezzolati venditori di notiziari a libro paga del potente di turno.

Comunque nessuna opinione rispetto alla classe giornalistica nostrana è migliore rispetto a quella espressa da Giorgio Gaber nella canzone qui sotto.

 

Tiziana Tosi è la nuova coordinatrice di SinistraSenago

Il direttivo di SinistraSenago ha nominato la nuova Coordinatrice del movimento, è TIZIANA TOSI.

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UNO SCEMPIO COSTITUZIONALE

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Stiamo uscendo dalla demo­cra­zia par­la­men­tare, ma la cosa sem­bra non inte­res­sare a nes­suno. Anche le oppo­si­zioni, interne ed esterne al par­tito di mag­gio­ranza rela­tiva, agi­tano emen­da­menti su que­stioni abba­stanza secon­da­rie, come le pre­fe­renze, ma sem­brano accet­tare il prin­ci­pio di fondo, lo stra­vol­gi­mento della rap­pre­sen­tanza, il con­si­de­rare le ele­zioni come pura e sem­plice inve­sti­tura di un potere asso­luto e senza controllo.

Mi pare che l’opposizione all’Italicum, in Par­la­mento come nel discorso pub­blico, guardi all’albero senza vedere la fore­sta, come si usava dire. L’evidenza è quella di una legge-truffa che dà a un solo par­tito, che rap­pre­sen­terà in ogni caso una mino­ranza rela­tiva sem­pre più esi­gua di fronte al crollo della par­te­ci­pa­zione popo­lare, una con­si­stenza par­la­men­tare spro­po­si­tata, che può con­sen­tire di fare il bello e il cat­tivo tempo, di nomi­nare tutte le cari­che isti­tu­zio­nali, di cor­reg­gere e stra­vol­gere la Costi­tu­zione a colpi di maggioranza.

Distrug­gere insomma la divi­sione e l’equilibrio dei poteri che nell’esperienza repub­bli­cana furono comun­que salvaguardati.

La demo­cra­zia par­la­men­tare è stata rico­no­sciuta, da tutte le cul­ture demo­cra­ti­che, come il qua­dro isti­tu­zio­nale in cui le lotte sociali pote­vano svol­gersi libe­ra­mente e pote­vano otte­nere con­qui­ste dura­ture, in un clima che pur nell’asprezza dello scon­tro poteva garan­tire con­di­vi­sione di prin­cìpi e ascolto di istanze. A mag­gior ragione ciò è stato com­preso dopo le espe­rienze del Nove­cento, e la Costi­tu­zione repub­bli­cana rece­piva il lascito di quella consapevolezza.

Ma in Ita­lia sem­bra essersi smar­rita, nell’ultimo quarto di secolo, la nozione di cosa sia e a cosa debba ser­vire il Par­la­mento: rap­pre­sen­tare fedel­mente il paese, dibat­tere libe­ra­mente, ela­bo­rare e scri­vere le leggi, non votare a comando i decreti del governo.

Si sta per abo­lire il Senato, tra­sfor­mato in un “dopo­la­voro” di con­si­glieri regio­nali. Per­ché non abo­lire anche il Par­la­mento, a que­sto punto? Il con­traente più anziano del Patto del Naza­reno pro­po­neva di far votare sol­tanto i capi­gruppo, col loro pac­chetto di voti, e il ducetto di con­tado che domina que­sta fase ter­mi­nale della demo­cra­zia ita­liana non sem­bra avere idee molto diverse quanto ad auto­no­mia e libertà dell’istituzione parlamentare.

Il par­tito di nota­bili che si appre­sta a que­sto scem­pio del prin­ci­pio costi­tu­zio­nale sem­bra aver rin­ne­gato tutta la sua espe­rienza repub­bli­cana, e sem­bra oscu­ra­mente far rie­mer­gere dal suo lon­ta­nis­simo pas­sato solo l’antica pro­pen­sione alle dit­ta­ture di mino­ranza, dove il segre­ta­rio di par­tito coman­dava su tutto (ma almeno si aveva il buon gusto di dif­fe­ren­ziare la carica di primo ministro).

Andiamo verso tempi duris­simi, ancor più oscuri di quelli che abbiamo vis­suto recen­te­mente, nei quali sarebbe fon­da­men­tale avere isti­tu­zioni rap­pre­sen­ta­tive che rispec­chino real­mente e fedel­mente la società, pur nella sua fram­men­ta­zione a volte cao­tica. Si pro­cede invece verso la nega­zione di ogni forma di lim­pida rap­pre­sen­tanza, verso l’instaurazione di un rigi­dis­simo prin­ci­pio oli­gar­chico, che nega alla radice qua­lun­que inter­lo­cu­zione con la società.

Tutto que­sto è dram­ma­ti­ca­mente peri­co­loso, è una china che andrebbe arre­stata in qua­lun­que modo, prima che sia troppo tardi. Biso­gna che qual­cuno, anche tra i “corpi inter­medi” così vili­pesi e umi­liati, cominci a met­tere in dub­bio la stessa legit­ti­mità di un potere mino­ri­ta­rio che vuole spa­dro­neg­giare col sopruso, a con­te­stare il deli­rio di onni­po­tenza di un’accozzaglia di par­la­men­tari eletti con una legge inco­sti­tu­zio­nale e che pre­tende di riscri­vere a suo pia­ci­mento la Costituzione .

Gianpasquale Santomassimo,  da il Manifesto

Ministro indiano choc: “Gay da curare, come gli alcolisti”. L’India è davvero uno stato democratico come l’Italia?

L’India, grande nazione civile e democratica che sta purtroppo vivendo un interminabile contenzioso giudiziario con l’Italia a causa dell’uccisione di due pescatori da parte di militari italiani nella più nota vicenda denominata “dei Marò”,  come tutte le civiltà evolute a volte incappa in regressioni politiche e di diritto civile. E’ il caso accaduto al ministro dello Sport e della Gioventù dello stato indiano di Goa che indica, in modo alquanto sprovveduto, “I gay come esseri da curare come gli alcolisti anonimi”.

Stanno infatti facendo discutere i media di metà del subcontinente le dichiarazioni di Ramesh Tawadkar, che ha annunciato la prossima apertura di un “centro di riabilitazione” per rendere “normali” gay, lesbiche, transessuali e bisessuali, affine a quelli già esistenti per il recupero ad esempio degli alcolisti anonimi.

Secondo il ministro, i pazienti del centro verranno “allenati”, ricevendo anche appositi farmaci e terapie specifiche: “Allo stesso modo di altri gruppi come giovani criminali, tossicodipendenti, emarginati, immigrati o geograficamente svantaggiati – ha spiegato il ministro al canale NDTV – verrà eseguita un’indagine dettagliata affinché le problematiche della comunità Lgbt vengano trattate specificamente“.

L’omosessualità, purtroppo, era stata reintrodotta come reato in India poco più di un anno fa. Sul caso di Goa è però intervenuto lo stesso governatore dello Stato indiano, affermando che il ministro si è dimostrato “un ignorante” e garantendo che “non esiste alcun progetto governativo per normalizzare i gay.”

E da noi? Da noi, in lombardia, il Governatore leghista Roberto Maroni con la sua lega del nord, organizzano un convegno dal titolo ‘famiglia naturale’, al quale parteciperanno associazione come “obbiettivo chaire” che propone di individuare “la ricerca delle cause [spirituali, psicologiche, culturali, storiche] che contribuiscono alla diffusione di atteggiamenti contrari alla legge naturale, riconoscibile dalla ragione rettamente formata”…. obbiettivo chaire propone inoltre … “Attenzione rivolta a genitori, insegnanti, ed educatori al fine di prevenire l’insorgere di tendenze omosessuali nei ragazzi, negli adolescenti, e nei giovani” … oltre che proporre un … “accompagnamento spirituale, psicologico e medico” verso chi ha tendenze omosessuali (vedi qui obbiettivo chaire)

Se guarderete il filmato prodotto da il Fatto Quotidiano (clicca qui), avrete modo di accertarvi che la differenza tra lo stato indiano e quello italiano non è in alcun modo percettibile: entrambe sono due grandi democrazie che cercano a tratti di infilare la via della regressione dei diritti , come per altro in Italia è già accaduto in tempi nemmeno tanto lontani.

Ecco perchè, come nel caso dei due Marò, per i quali lo stato italiano ha già riconosciuto in sede civile un risarcimento alle famiglie dei due pescatori uccisi – ammettendo così l’evidenza di colpa da parte dei due militari –  i due paesi avranno grandi difficoltà a venire a conclusione del contenzioso, pur essendo due identiche grandi nazioni democratiche, o quasi.

 

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JE SUISE CHARLIE

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