Archivi del mese: marzo 2015

Quando la scuola va in vacanza

cuore

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Lo ammetto: faccio il docente per fare tre mesi di vacanza.

Egregio Ministro Poletti,
ebbene sì lo devo e lo voglio ammettere. Mi sono laureato, ho preso due abilitazioni a numero chiuso, ho fatto un concorso nazionale e sono precario da 13 anni (assunto il primo di settembre e licenziato il 30 giugno) non tanto perché volevo far l’insegnante, ma per godermi tre mesi di vacanze estive, oltre ovviamente a quelle natalizie, pasquali, di carnevale e ai ponti dei santi, dell’immacolata, del 25 aprile, del primo maggio e del 2 giugno. Peccato non si stia a casa anche il giorno della festa della mamma, del papà, della donna e magari dei nonni.

Egregio Ministro Poletti,
ebbene sì lo devo e lo voglio ammettere, la volgarità e la disonestà intellettuale che caratterizza lei e tutto il governo Renzi è squallida e imbarazzante, sintomo di un paese sempre più allo sbando, retto da personaggi di piccolo cabotaggio, corrotti, prepotenti e mediocri.

Probabilmente signor Ministro lei è troppo impegnato in cene e feste con importanti esponenti di Mafia Capitale per conoscere la professione dei docenti e la realtà in cui vivono gli studenti italiani; altrimenti saprebbe che il numero di giorni di scuola in Italia è pari a quello dei principali stati europei (Germania, Francia, Spagna. ..). Le vacanze sono solo distribuite in modo diverso. Se conoscesse le condizioni in cui versano gli edifici scolastici italiani e l’ubicazione geografica del Paese che governa, saprebbe, inoltre, che andare a scuola a luglio e agosto nella maggior parte delle città (Napoli, Bari, Palermo, Roma, Sassari, Milano) sarebbe impossibile.

Infine, signor Ministro, le ricordo che ormai anche il mio macellaio di fiducia (purtroppo sono carnivoro) non pensa che un insegnante faccia tre mesi di vacanza. Tra esami di stato, esami di riparazione, riunioni e programmazione le ferie dei docenti (trenta giorni più le domeniche) si concentrano per lo più da metà luglio al 31 agosto.

Comunque, Egregio Ministro e Esimio Premier, fate bene ad umiliare costantemente noi insegnanti. Ce lo meritiamo. Negli ultimi decenni abbiamo accettato tutto supinamente: blocco salariale, classi pollaio, precarietà, aumento dell’orario di lavoro, edifici insicuri, finanziamento alle scuole private, cattedre spezzatino e concorsi truffa. Ed ora, sprezzanti ma con il sorriso sulle labbra, state realizzando la privatizzazione della scuola e la sua trasformazione in un’azienda senza che il corpo docente italiano dia un sussulto di vitalità. Tra chi aspetta la pensione e chi pensa che un salario fisso anche se basso è meglio che niente, tra chi è stanco di lottare e chi si considera intellettuale, tra chi “tanto mio marito è un dirigente o libero professionista” e chi è solo e disperato, tra chi “o si blocca il paese per settimane o uno sciopero non serve a nulla” e chi ” ora servirebbe la rivoluzione”, gli insegnanti stanno assistendo inerti e rassegnati alla lenta morte della scuola pubblica, democratica e costituzionale.

Il nostro silenzio è complice. E non basta più (se mai è servito a qualcosa) sfogarsi solo sui social network.

Per chi non si vuole arrendere non vi è altra strada che la lotta, per la nostra dignità e per il futuro dei nostri figli e dei nostri studenti.
Una terza via non ci è data.

Matteo Saudino

Vasche a quiz

Siamo entrati in possesso del documento originale del Comune di Senago inviato a tutte le Associazione del paese ed alle scuole, con il quale si vuole informare la popolazione sul reale pericolo delle vasche di laminazione che vogliono fare sul nostro territorio.

Purtroppo vi è una certa discrepanza tra il testo originale (quello che qui pubblichiamo) e quello andato in stampa.

Forse lo stampatore era un inviato della Regione mandato  apposta a sabotare il quiz; forse le liti tra maggioranza e minoranza, tra PD e PD, tra Cinquestelle e tutti, hanno portato ad un testo condiviso ma insignificante.

In ogni caso ringraziamo i cittadini Schnauzer e Fiuto per averci consegnato il prezioso manoscritto trovato rovistando tra i cestini della sala consigliare in Comune. Noi lo abbiamo solo rimesso in bella copia. I cittadini ringrazieranno.

Clicca qui per visualizzare la bozza del volantino quiz che SinistraSenago è riuscita a ritrovare.

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Clicca qui per leggere il volantino andato erroneamente in stampa e distribuito alla cittadinanza.

ENNESIMO TERREMOTO GIUDIZIARIO: SUBITO VIA IL MINISTRO LUPI!

Milano, 17 marzo 2015. Dichiarazione di Massimo Gatti, già Consigliere di Milano Lista civica Un’Altra Provincia-PRC-PdCI.

img-128027447094567“Occorre riconoscere finalmente che molti comitati, associazioni e persone con qualche amministratore locale coraggioso denunciano preventivamente da anni il malaffare, la corruzione e le mafie che si annidano dietro le cosiddette “grandi opere” inutili e dannose.
In questi giorni la magistratura è intervenuta un’altra volta significativamente decapitando (speriamo) un sistema criminale nazionale su molteplici opere che ruotano attorno al mistero delle Infrastrutture e all’intramontabile ingegnere Incalza “dominus” da troppi anni prima di essere arrestato. Merito alle parti politiche che hanno richiesto la sua rimozione recentemente e nelle fasi precedenti. 
Oggi però un atto preliminare di decenza deve riguardare le dimissioni immediate del ministro Maurizio Lupi, per salvaguardare chi lavora onestamente e con competenza nelle Istituzioni dello Stato e nelle aziende. Il governo Renzi e la giunta regionale Maroni oltre che fare turismo politico e una propaganda disgustosa presso il cantiere EXPO e nei cantieri TEM,BREBEMI,Pedemontana abbiano il coraggio di contrastare il partito del cemento o si facciano da parte. La Città metropolitana, tanti Comuni silenti e tanti organi di controllo diano un segno di vita. Basterebbe ascoltare ad esempio i movimenti e gli uomini e le donne che si battono per:
-l’interramento della RHO-MONZA
-l’eliminazione delle false vie  d’acqua di Milano
-la restituzione dei fondi scippati da EXPO alla tranvia Milano-Limbiate
-la tutela del Comune di Gessate che chiede sicurezza e opere utili anziché l’autostrada in casa.
Gli agricoltori, i territori e i servizi  pubblici locali sono a credito verso una politica scellerata che ha favorito solo cattedrali nel deserto mangiasoldi. La democrazia prevede l’obbligo di perseguire gli interessi generali e la Costituzione, anche per lor signori, è ancora vigente”.

IL sistema delle consorterie

costruzioni
Nel com­men­tare il fal­li­mentare bilancio dell’attuazione delle grandi opere pre­vi­ste dalla Legge Obiet­tivo pre­sen­tato dalla camera dei depu­tati (in 14 anni di vigenza è stato com­ple­tato sol­tanto l’8% delle opere pre­vi­ste), Il Sole 24Ore denun­ciava la «buro­cra­zia asfis­siante». Ieri è dovuta inter­ve­nire di nuovo la magi­stra­tura per rac­con­tarci la verità.

Ercole Incalza non è un “asfis­siante buro­crate” ma un uomo potente che da oltre venti anni è al cen­tro del sistema che ha pre­teso e otte­nuto da governi di ogni colore di can­cel­lare regole e con­trolli, fino a demo­niz­zare la pub­blica ammi­ni­stra­zione. Incalza ha par­te­ci­pato alla rea­liz­za­zione della Tav che ha sper­pe­rato oltre 50 miliardi per col­le­gare le grandi città e lasciato senza risorse le tratte uti­liz­zate quo­ti­dia­na­mente dai pen­do­lari. Uscito indenne da Tan­gen­to­poli, è stato capo delle strut­tura per le Grandi opere del mini­stero delle Infra­strut­ture col­la­bo­rando con tutti i mini­stri suc­ces­si­va­mente inqui­siti, da Lunardi a Mat­teoli.

Dopo il pen­sio­na­mento è diven­tato con­su­lente degli ultimi governi ed era par­ti­co­lar­mente con­si­de­rato dal mini­stro Mau­ri­zio Lupi.
Soste­nere che il fal­li­mento della Legge Obiet­tivo sia dovuto alla buro­cra­zia è insieme un falso e una tesi poco deco­rosa per la classe diri­gente del paese. Colpo dopo colpo, dalla Legge Obiet­tivo di Ber­lu­sconi allo Sblocca Ita­lia di Renzi, le pro­ce­dure di affi­da­mento e rea­liz­za­zione delle grandi opere sono state con­cen­trate nelle mani di pochi diri­genti fidati — tra cui Incalza — e tutti i con­trolli di merito, dall’ambiente ai beni cul­tu­rali, sono stati can­cel­lati. Dopo decenni di dere­gu­la­tion lo Stato è scom­parso, sosti­tuito da una con­sor­te­ria cor­rotta fatta di con­sorzi, car­telli di imprese, società di con­su­lenza e pro­get­ta­zione che bene­fi­ciano di leggi ad hoc.

Tutte le recenti inchie­ste della Magi­stra­tura, dall’attraversamento Tav di Firenze al Mose di Vene­zia, dalla metro C di Roma all’Expo di Milano, hanno messo infatti in evi­denza l’esistenza di pochi gruppi dediti ad appro­priarsi dei finan­zia­menti pub­blici, gon­fiarli e redi­stri­buirli ai deci­sori poli­tici. E vogliono con­ti­nuare in que­sta opera di rapina: come per la Civitavecchia-Livorno che ha come capo del con­sor­zio Anto­nio Bar­gone (Pd), o la Orte-Mestre che ha capo Vito Bon­si­gnore (Ncd). Opere tanto gigan­te­sche quanto inu­tili per rilan­ciare il paese, ma capaci di garan­tire il con­trollo di miliardi di euro di risorse pubbliche.

Il pro­blema prin­ci­pale non è dun­que quello di atte­nuare ancora regole e con­trolli, e cioè di aumen­tare le dosi della cura che ha por­tato al fal­li­mento. E’ urgente rico­struire pro­filo e auto­re­vo­lezza della pub­blica ammi­ni­stra­zione ripri­sti­nando la lega­lità. Ma di que­sto non c’è trac­cia nell’agenda del governo. Quat­tro giorni fa il pre­mier ha visi­tato il can­tiere Expo di Milano per con­clu­dere con sod­di­sfa­zione che biso­gnava «far vedere al mondo di cos’è capace l’Italia. Expo non è un luogo di scan­dalo, ma la sfida per l’Italia nel 2015».

Non fos­sero bastati gli scan­dali che hanno fin qui carat­te­riz­zato l’Expo — com­presa l’infiltrazione di imprese mafiose — nella vicenda Incalza c’entra anche la costru­zione del Padi­glione Ita­lia. La reto­rica a buon mer­cato di Renzi è spaz­zata via dalla realtà di un paese deva­stato dalla cor­ru­zione per­ché ha scelto di abo­lire la lega­lità.

La can­cel­la­zione delle regole ha fatto trion­fare un gigan­te­sco sistema di malaf­fare e un paese in crisi non può per­met­tersi di pagare ancora i ladri che hanno vuo­tato le casse dello Stato. Sarebbe per­ciò urgente rico­struire regole chiare e limi­tarsi a poche fon­da­men­tali opere di inte­resse stra­te­gico. L’esatto con­tra­rio dello Sblocca Ita­lia di Renzi e Lupi che non tocca le circa 500 (cin­que­cento) grandi opere fin quì pre­vi­ste e con­ti­nua nell’opera di can­cel­la­zione dei con­trolli pubblici.

Paolo Berdini da “Il Manifesto”

Richiesta di tutela della salute pubblica nei confronti delle vasche di laminazione a Senago

lett_vas_sindMolti cittadini che aderiscono a SinistraSenago hanno scritto una lettera personale al Sindaco del Comune di Senago denunciando il rischio ambientale che potrebbe essere provocato dalla realizzazione delle vasche di laminazione e chiedendo di essere tutelati per la propria salute. Il danno che ne direrebbe potrebbe ricadere sulle generazioni future ed il rischio indotto sarebbe tale da sconvolgere l’intera comunità senaghese fin da subito.

L’acqua di falda che i cittadini bevono, l’aria che respirano e la terra su cui vivono, rischiano di venire inquinate in modo irreversibile dalle putride acque del Seveso. Con questa lettera ogni cittadino chiede al Sindaco di Senago di essere tutelato in ogni forma.

Se vuoi anche tu chiedere di essere tutelato, stampa la lettera e consegnala all’URP del Comune di Senago – clicca qui (.pdf).

Oppure clicca qui per aprire una email indirizzata al Sindaco, copia dentro il testo che trovi qui sotto, firmalo e spediscilo:

 §

Caro sindaco, le vasche di laminazione stanno per essere realizzate, almeno una.

Noi senaghesi beviamo solo acqua dei pozzi. Ma numerosi elementi non garantiscono la salute mia e dei nostri concittadini: l’evasività del progetto in merito alla tutela ambientale, l’opacità degli appalti in zona Expo e dunque il prevedibile scarso controllo su legalità e correttezza dei lavori, ed infine l’infiltrazione della ‘ndrangheta, già presente in aree a noi contigue, che verrà richiamata dall’elevato valore commerciale dei lavori e dei proventi da essi derivanti.

Non c’è nessuna garanzia del fatto che le vasche verranno manutenute. Non è previsto uno stanziamento per questo. Le chiedo la tutela, caro sindaco. Con me, le stanno chiedendo tutela tutti i senaghesi.

Ho la convinzione che la mia salute sia in pericolo e che lo sia anche quella dei nostri concittadini.
Che lo sia quella dei senaghesi del futuro, di quelli che oggi sono bambini.

Io non ho competenze in materia di giurisprudenza, né di ingegneria, né di amministrazione pubblica e mi perdonerà inesattezze e imprecisioni: le chiedo di ricorrere ad ogni strumento politico, legale e tecnico in suo possesso per evitare alla nostra città un’ipoteca sul futuro.

Le chiedo di ricorrere alla Procura della Repubblica perchè blocchi l’apertura di cantieri che realizzeranno un’opera rischiosa per la salute dei cittadini. Di creare un conflitto istituzionale emanando ordinanze che vietino l’uso del territorio per attività dannose. Di creare un conflitto politico con tutti i partiti che sostengono lo scavo delle vasche a Senago. Di creare un conflitto tecnico trovando, nel progetto, gli elementi contestabili e impedendo che esso venga realizzato fino a che i problemi contestati non verranno risolti. Di cercare un accordo, nella sua azione, con i sindaci dei Comuni a rischio come il nostro. Di continuare ad informare periodicamente i cittadini, con esattezza e puntualità, circa lo stato delle cose.

Se i cantieri dovessero malauguratamente iniziare i loro lavori, le chiedo di sorvegliarli. Di assicurarsi che operino solo soggetti in regola con i certificati antimafia, per le aziende che si occuperanno del movimento terra, ma non solo. Di incaricare la Polizia locale di vigilare tutti i giorni per controllare la presenza dei sub-appaltatori. Le chiedo di assicurarsi che i lavori siano eseguiti in modo da non permettere che venga inquinata la falda acquifera. Che il lavoro ed il trasporto dei materiali di scavo non danneggino le aree di superficie circostanti nè inquinino l’aria.
Che i cantieri siano case di vetro, in cui tutti possano conoscere direzione e provenienza dei flussi di denaro. Che vengano progettate le procedure di manutenzione che dovranno seguire la fase di costruzione degli impianti. Che i soggetti promotori del progetto si impegnino per iscritto a stanziare in maniera periodica i fondi necessari per manutenere l’opera. Che qualcuno si faccia garante, personalmente e di fronte alla legge, della non nocività degli impianti. Che vengano sollecitati alle autorità giudiziarie gli opportuni provvedimenti di inibizione di fronte alle violazioni della legge.

Se entro il tempo del suo mandato i lavori dovessero malauguratamente giungere a compimento, le chiederei di sorvegliare che la manutenzione degli impianti venga fatta in modo da non danneggiare il nostro ambiente.
Le chiederei di rendere noti alla popolazione i risultati delle analisi dell’acqua potabile distribuita nel territorio comunale, con specifico riguardo per quegli inquinanti organici ed inorganici che si rileveranno presenti nelle acque del fiume Seveso.
Le chiederei di informare la cittadinanza delle eventuali profilassi da attuare.
Le chiederei di prendere contatti con i Nuclei Ambientali dei Carabinieri e stabilire protocolli pluriennali con l’Azienda Ospedaliera locale allo scopo di rilevare periodicamente le eventuali variazioni della morbosità, morbilità e mortalità nelle zone su cui insisteranno le vasche, anche in concorso con i sindaci dei Comuni coinvolti, con particolare riguardo alle condizioni di salute dei bambini, delle donne in stato di gravidanza, degli anziani e degli ammalati cronici.

So che lei è contrario alle vasche, come dicono di esserlo tutte le forze  politiche cittadine.
Le tocca, caro sindaco, un impegno importante per l’avvenire della nostra città.
Sarà anche l’eredità che lascerà dopo la scadenza del suo mandato.
La città continuerà a vivere con questa eredità.

Cordiali saluti

La rottamazione della democrazia

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“Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo s’incomincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato. E il mondo intorno a lui lo dimentica ancora più in fretta!”.

Queste parole dello scrittore ceco Milan Kundera si attagliano in modo particolare al nostro Paese, dove da oltre 20 anni è in corso un processo di liquidazione della memoria che in questo tempo contorto si è trasformato in un vero e proprio uragano e si appresta a cogliere la sua vittoria definitiva attraverso una incisiva controriforma della democrazia costituzionale attuata mediante l’interazione fra la riforma elettorale e la revisione della Costituzione.

Nelle Costituzioni c’è la memoria storica dei popoli. Nella Costituzione italiana c’è la memoria del risorgimento e della Repubblica romana, c’è la memoria delle conquiste liberali, c’è la memoria delle contraddizioni e dei limiti dello Stato monarchico che portarono all’avvento del fascismo, c’è la memoria delle nefandezze del fascismo, che sono state ripudiate, c’è la testimonianza viva della passione e delle speranze della lotta di liberazione, che incarnano il lascito della Resistenza.

“Dietro ogni articolo di questa Costituzione, – diceva Calamandrei nel famoso discorso agli studenti il 25/1/1955 – o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta”.

Mettere mano alla Costituzione significa confrontarsi con quel patrimonio di beni pubblici repubblicani che ci è stato tramandato dalle generazioni passate, come testamento di centomila morti, perché noi lo curassimo, lo mettessimo a frutto e lo consegnassimo, a nostra volta, alle generazioni future. Ebbene, in quel patrimonio, la giustizia, l’eguaglianza, la dignità umana non sono solo rivendicate, ma sono istituite e garantite attraverso una trama istituzionale che le rende resistenti alle insidie e alle sfide del tempo.

Se i principi fondamentali della Costituzione sono antitetici rispetto a quelli proclamati o praticati dal fascismo, tuttavia è l’architettura del sistema istituzionale che fa la differenza ed impedisce che, ove mai giungano al governo forze politiche caratterizzate da cultura o aspirazioni antidemocratiche (è proprio quello che si è verificato nel corso degli ultimi vent’anni in Italia), queste forze possano realizzare una trasformazione autoritaria delle istituzioni, aggredendo il pluralismo istituzionale o l’eguaglianza e i diritti fondamentali.

La Costituzione ha insediato la libertà che ci è stata donata dalla Resistenza, rendendo impossibile ogni forma di “dittatura della maggioranza”. Proprio per questo negli ultimi venti anni da un vasto arco di forze politiche la Costituzione è stata vissuta come un impaccio, come una serie di fastidiosi vincoli, di cui sbarazzarsi per restaurare l’onnipotenza della politica.

Quale sia il modello di ordinamento a cui puntano le forze politiche che, ormai da un ventennio si avvicendano al Governo del Paese, ce l’ha detto Silvio Berlusconi con la consueta franchezza che lo contraddistingue. Qualche anno fa, nel corso di un dibattito pubblico alla presentazione di un libro di Bruno Vespa sui precedenti Presidenti del Consiglio, Berlusconi dichiarò testualmente: “Tra tutti gli uomini di cui si parla in questo libro, c’è un solo uomo di potere, ed è Mussolini. Tutti gli altri, poteri, non ne hanno, hanno solo guai. Credo che se non cambiamo l’architettura della Repubblica non avremo mai un premier in grado di decidere, di dare modernità e sviluppo al Paese” (Corriere della Sera, 12 dicembre 2007).

Col tramonto di Berlusconi non è tramontata la sua concezione delle istituzioni e la politica ha continuato a perseguire l’obiettivo di demolire l’architettura dei poteri pubblici come configurata dalla Costituzione, cioè il pluralismo istituzionale ed il sistema dei pesi e contrappesi, per concentrare i poteri supremi di direzione della politica nazionale nelle mani di un unico decisore politico. Oggi si è messa in moto una grande macchina mediatica che vuole farci accettare l’idea che l’abolizione del Senato o la sua trasformazione in una sorta di Conferenza Stato-Regioni sia un grande risultato per la democrazia italiana e che le elezioni siano una sorta di lotteria popolare che serve per investire un capo politico del potere di governare e legiferare senza limite alcuno. Dobbiamo dirlo chiaro e forte!

Se finora abbiamo conservato la libertà, se il percorso politico verso la dittatura della maggioranza non è riuscito a quelle forze politiche che avevano come modello l’architettura istituzionale realizzata da Mussolini, questo è avvenuto perché hanno resistito le garanzie che saggiamente i Padri costituenti hanno posto a presidio della libertà.

Ha resistito la Corte Costituzionale, ha resistito, salvo che negli ultimi anni, la garanzia politica incarnata dal ruolo del Presidente della Repubblica, ha resistito il sistema dell’indipendenza della magistratura che ha svolto una funzione di argine agli abusi dei leaders politici, ha resistito, malgrado le distorsioni a cui è stato sottoposto, il pluralismo nell’informazione, mentre il sistema del bicameralismo, pur in presenza di un Parlamento nel quale è stata annichilita la rappresentanza, ha consentito di rallentare e rendere più meditata la decisione politica, dando la possibilità alla società civile di interloquire con i suoi rappresentanti istituzionali per correggere le scelte più inaccettabili.

Proprio l’esperienza storica di questi ultimi anni ci ha insegnato che, se non vi fosse stato il bicameralismo, sarebbero divenuti legge progetti folli, approvati da un ramo del Parlamento, come l’espulsione di migliaia di fanciulli dalle scuole italiane, come il c.d. “processo breve” che consegnava la resa dello Stato alla mafia, o la c.d. legge bavaglio, che disarmava la polizia e la magistratura dei mezzi di investigazione moderni, aprendo la strada all’impunità.

Dopo che la Corte Costituzionale ha dato il massimo contributo possibile alla difesa della democrazia nel nostro paese, cancellando gli istituti più ingiuriosi (per i diritti politici dei cittadini) del porcellum, viene riproposta una nuova legge elettorale che va in direzione ostinatamente contraria alla Costituzione italiana e alla coraggiosa sentenza della Corte Costituzionale ed è perfino peggiorativa del porcellum perché recupera una innovazione introdotta da una legge del 1923, il premio di maggioranza alla lista più votata, che consentì ad un unico partito di controllare insieme il Parlamento ed il Governo, realizzando il massimo della governabilità con i risultati che tutti noi conosciamo.

L’impostazione antitotalitaria della Costituzione del 1948 nasce dalle dure lezioni della storia ed è dissennato considerarla obsoleta, solo perche le esperienze totalitarie del 900 sono tramontate. Consegnare il controllo del parlamento e del governo nelle mani di un unico partito o di un unico capo politico, ci consente di conservare la libertà solo a patto che sia virtuoso il soggetto politico a cui conferiamo tali prerogative. Ma l’esperienza della nostra storia recente dovrebbe farci dubitare della virtuosità dei soggetti politici in campo. Abbiamo dimenticato che soltanto qualche anno fa a un ministro della difesa, intervenendo alla cerimonia dell’8 settembre, in ricordo dei caduti per la difesa della città di Roma, gli scappò di fare l’elegio dei combattenti della Repubblica di Salò? Abbiamo dimenticato che soltanto pochi giorni fa un leader politico che, come avveniva in Germania negli anni 30 del secolo scorso, ha trovato negli stranieri il capro espiatorio della crisi, ha riunito le sue truppe, fra un tripudio di croci celtiche e di saluti romani?

Per quale motivo noi dobbiamo rimuovere le valvole di sicurezza che tutelano l’edificio della democrazia e consegnare le chiavi della nostra libertà nelle mani del soggetto politico minoritario che riceverà l’investitura popolare?

Come ha scritto Gustavo Zagrebelsky, noi: “sommessamente ma tenacemente continuiamo a pensare, con i nostri Costituenti, che la buona politica richieda più, non meno, democrazia, cioè più partecipazione e meno oligarchia, più aperture e meno chiusure ai bisogni sociali: i bisogni di chi meno conta nella società e perciò più ha diritto di contare nelle istituzioni”.

Toglieteci tutto, ma non la democrazia!

Domenico Gallo da “Controlacrisi”

SENAGO E’ ANCORA ANTIFASCISTA?

zonanti

Il Consiglio Comunale di Senago si spacca a metà e non approva una mozione antifascista che potrebbe tenere lontane dalla città le squadre di estrema destra che si stanno organizzando nel territorio.

La storia inizia nell’aprile 2014. ANPI Senago e Rete Antifascista Nord Ovest, preoccupate per la presenza dei naziskin a Bollate e dell’organizzazione di estrema destra Casapound a Novate, depositarono presso il Consiglio Comunale di Senago una proposta di mozione antifascista.
Nel mese di ottobre 2014 il Consigliere Comunale Gianluca Pellegrin (SEL) la fece propria, presentandola alla discussione del Consiglio.
Il documento, presentato in altri Consigli Comunali della zona e già approvato a Limbiate, prevedeva, oltre alla “scelta di campo” antifascista, anche l’impegno fattivo che impegnasse l’Amministrazione a non concedere spazi di propaganda ed azione politica alle organizzazioni neofasciste che si stanno diffondendo e radicando nel territorio.

Ma la maggioranza politica, vedendo in consiglio comunale l’indifferenza delle opposizioni e di una parte del PD, ritirò la mozione valutando che fosse necessario un lavoro di discussione preliminare e, se possibile, di condivisione con le opposizioni. Inserita all’odg della commissione affari istituzionali, la mozione trovò però un sistematico boicottaggio da parte delle destre di opposizione che in ben quattro mesi fecero in modo di non discutere in alcun modo della mozione.

La maggioranza decise allora di presentarla, senza variazioni, nella seduta del c.c. del 26 febbraio 2015 nella quale l’opposizione ha votato  contro la mozione e la maggioranza a favore.

Ma la maggioranza, a Senago, non ha più la maggioranza. Un consigliere è assente per motivi di salute. Due consiglieri del PD, un tempo dalla parte del sindaco, oggi si ritengono battitori liberi votando quasi sempre in sintonia con la destra di opposizione.
Otto contro otto, la mozione non è passata. Senago rimane così esposta alla riorganizzazione fascista.

I consiglieri della destra e coloro che la appoggiano affermano che si tratta di un falso problema, che non esistono destra e sinistra, Che fascismo e antifascismo sono categorie vecchie e obsolete. Che non ci sono fascisti in giro.
Potrebbero andare a dirlo ai parenti del militante di sinistra ridotto in fin di vita da una squadraccia a Cremona. Agli antifascisti caricati da una analoga squadraccia a Novate Milanese, dove ha messo radici un gruppo che si richiama alla Repubblica di Salò. Potrebbero andare a dirlo agli iscritti alla Cgil, costretti a presidiare la Camera del Lavoro di Milano dopo le minacce dei fascisti a cui era stata concesso un vicino locale pubblico per una loro adunata.

La realtà, insomma, è che fascismo ed antifascismo esistono.

La realtà è anche che, votando contro questa mozione, due consiglieri eletti nel PD hanno smarrito la memoria dei valori fondanti la nostra Costituzione, che si basa sull’antifascismo.

Ma, nel prendere atto di questo, occorre anche riconoscere chi ha voluto dichiarare fedeltà alla Costituzione, identità antifascista, amore per la libertà e la democrazia, ripudio dell’odio razziale.
Sono i consiglieri di maggioranza e sindaco che hanno votato a favore della mozione: Claudia Bassoli, Renzo Cavenago, Elisa Falci, Lucio Fois, Rocco Lucente, Riccardo Pacchiotti, Alessandro Sioli, Gianluca Pellegrin.
Vogliamo qui ringraziarli perché dimostrano che ancora esiste, a Senago, chi ha il coraggio di prendere posizione e si riconosce nei valori fondanti della Repubblica.