Archivi del mese: aprile 2015

“Se pensate che la scuola sia costosa, provate con l’ignoranza”.

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La giornata del 5 maggio si appresta a diventare la più classica delle battaglie campali per il governo Renzi. E così tra uno strappo sull’Italicum, interno al Pd, e un redde rationem sulla scuola, ecco che il Vietnam della crisi politica di maggioranza ed esecutivo non sembra più essere una ipotesi così strampalata.

Imtanto il cosiddetto ddl di riforma rischia seriamente di non stare nei tempi preventivati, con il risultato che il punto più delicato, l’assunzione dei precari, torni ad essere soltanto una delle tante promesse dell’ex sindaco di Firenze.

Ieri la segreteria nazionale della Fiom-Cgil ha deciso di sostenere l’iniziativa di lotta per fermare la riforma della scuola invitando tutte le strutture della Fiom “a promuovere la partecipazione assieme a tutti i lavoratori della scuola, agli studenti, ai lavoratori e ai cittadini alle manifestazioni di Milano, Roma, Bari, Cagliari, Palermo e Catania”.

Il 5 maggio il sindacato di Maurizio Lanini partecipera’ alle manifestazioni “per rivendicare una scuola che sia pubblica, gratuita, non precaria, sicura, autogovernata, democratica, formativa, laica e libera”.

Sempre in vista del 5 maggio, l’Unione degli universitari ha organizzato per oggi 29 aprile un flash mob in tutta Italia. “Faremo un flash mob in tutte le università italiane per ribadire al Governo lo stato disastroso delle nostre università, per ribadire che se si pensa di affrontare i temi dell’Università come si è fatto per la buona scuola il 5 maggio sarà solo la prima di tante date di mobilitazione”, dichiara Gianluca Scuccimarra, coordinatore dell’Unione degli Universitari.

Il percorso sulla Buona Università che ha preso forma a partire dal 26 Febbraio allo ‘YouniversityLab’ e che doveva coinvolgere i diversi soggetti protagonisti quali gli studenti non è il percorso che ci prefiguriamo considerato che si è risolto in un documento esclusivo delle parti sociali e che in pochi hanno avuto la possibilità di leggere. Così la Buona Università come la Buona scuola rischia di risolversi in processo esclusivo e decisionista, in cui l’ascolto degli studenti e della comunità accademica è solo una finta facciata”.

Ieri a Firenze, infine, un gruppo di sigle sindacali ha portato la protesta nel campo nemico. Un corteo, partito dalla stazione Leopolda e diretto in centro, ha dato vita a un presidio di fronte alla sede della Regione. Cgil, Cisl, Snals e Gilda, con l’adesione di Arci, Anpi e associazioni studentesche, hanno portato uno striscione con su scritto: “Se pensate l’istruzione sia costosa, provate l’ignoranza”. Tra i cartelli esposti, anche il disegno di Pinocchio con la scritta “Torneremo all’abbecedario”.

“C’è rappresentata tutta la società – in questo corteo – ha commentato Paola Pisano della Cgil – e questo perché questo progetto del governo è riuscito a ricompattare le forze più diverse, unendole contro un piano che rende la scuola più povera, fragile e discriminatoria. Vorremmo che in Parlamento possa esserci su una riforma così importante una discussione seria – ha aggiunto la sindacalista – che invece non ci sarà, perché al governo verranno come al solito consegnate deleghe in bianco per fare ciò che vuole sottraendo un tema così vitale e delicato al controllo e alla supervisione tipiche delle forme democratiche”.

Fabio Sebastiani da “Controlacrisi”

Una legge elettorale a misura di mercati

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Al di là delle innegabili analogie con la Legge Acerbo e, peggiorativamente, con la Legge Truffa, l’ennesima legge maggioritaria è figlia della politica monoideologica del pensiero unico che ha sostituito lo scontro delle idee con quello delle consorterie le quali amministrano l’esistente per conto terzi.

In questo senso, essa non è che l’ultimo (per ora) frutto avvelenato del ventennio berlusconiano come via italiana al neoliberismo autoritario il quale, inevitabilmente, ha come prima necessità quella di demolire le istanze partecipative ed egualitarie della Costituzione antifascista, peraltro ampiamente messa in mora attraverso la progressiva trasformazione dei cittadini in consumatori politicamente passivizzati, in “sciami”, per dirla come Baumann, il cui unico io collettivo è l’io diviso e separato delle code ai centri commerciali.

Da questo punto di vista, una legge elettorale ipermaggioritaria ed incentrata sulla figura dei capi di partito mediaticamente lanciati sulla scena e senza alcun tipo di cultura autonoma dalle istanze del capitalismo rappresenta la migliore garanzia per la “governance” (categoria che supera a destra la “governabilità” degli anni Novanta) in quanto contemporaneamente garantisce l’esistenza di una massa larghissima di astensionisti, consapevoli o inconsapevoli non importa,  ed un nocciolo di pochi elettori che “timbrano il cartellino” del “voto utile” disciplinati ed uniti a sostegno delle maggioranze-minoranze, come hanno drammaticamente mostrato tutte le ultime consultazioni elettorali.

Una legge di questo tipo, dunque, non costituisce altro se non l’istituzionalizzazione della nuova Repubblica fondata sui mercati, nella quale la democrazia, trasformata in una prassi svuotata di qualunque istanza sociale e redistributiva, è relegata al ruolo di notaio del capitale globale e della finanza.

ENNIO CIRNIGLIARO da “La sinistra quotidiana”

Arriva l’EXPO, ma ci siamo anche noi: “QSL speciale expo”

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E i profughi che fine fanno?

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“Rara­mente era capi­tato di assi­stere a un così sfron­tato ribal­ta­mento della realtà, quale quello rea­liz­zato a par­tire dalle ore imme­dia­ta­mente suc­ces­sive al nau­fra­gio di dome­nica scorsa.

Da quat­tro giorni, l’intera que­stione dell’immigrazione è ridotta al suo atto ultimo, abietto e feroce.

Ovvero alla respon­sa­bi­lità cri­mi­nale di quelli che, in un cre­scendo melo­dram­ma­tico di reto­rica, sono chia­mati: schia­vi­sti, negrieri, traf­fi­canti di carne umana.

E così, tutti si affan­nano intorno alla dimen­sione finale della tra­ge­dia, per­ché è la più visi­bile: quella che con­cen­tra la più imme­diata e dif­fusa ostilità.

E que­sto con­sente, infine, di iden­ti­fi­care e trac­ciare il pro­filo del nuovo nemico asso­luto: lo Sca­fi­sta. Nes­suno sem­bra porsi la domanda cru­ciale: se pure riu­scis­simo, d’un colpo solo, a eli­mi­nare tutti quei «mer­canti di morte», avremo ridotto anche solo di qual­che unità il flusso dei migranti? Avremo limi­tato il numero delle vit­time? Avremo garan­tito una mag­giore sicu­rezza a quelle disgra­ziate aree del mondo?

La mia rispo­sta a que­sti inter­ro­ga­tivi è un no secco. Respin­gere i movi­menti di esseri umani al di là del Medi­ter­ra­neo, «bom­bar­dando i bar­coni» o «spa­rando sugli sca­fi­sti» o attuando un «blocco navale» avrebbe il solo effetto di allon­ta­nare le vit­time dal nostro sguardo. E di rimuo­verle dalla nostra espe­rienza indi­viduale e collettiva.

Luigi Manconi da “Il Manifesto”

EXPO2015 = DEBITO

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Expo2015 è un megaevento sostenuto quasi interamente da soldi pubblici (del miliardo e 300 milioni di spesa per la realizzazione, e’ privata solo la cifra corrisposta dalla Camera di Commercio, il 10%) , questo lo rende particolarmente gravoso a livello finanziario.

Se si considerano le opere annesse (le grandi nuove autostrade e le nuove linee della metropolitana) occorre aggiungere altri 9 miliardi di euro. Occorre aggiungere altri centinaia di milioni di euro se si considerano anche le operazioni legate indirettamente ad Expo, ovvero le operazioni di restyling urbano e l’organizzazione di eventi collaterali ad Expo, legati ad esso ma da svolgersi fuori dal sito Expo. Per non parlare delle spese non preventivate e di quelle legate ai ritardi per la costruzione delle opere, Italia90 docet, che con Expo2015 sta rischiando di superare ogni record (ultime in questo senso le spese per il maquillage e l’occhio tangenti dei padiglioni non pronti per l’apertura dei cancelli).
Uno dei risultati di questo sforzo economico è, quindi, un nuovo importante aumento del debito pubblico. Le stime più ottimistiche sulla vendita dei biglietti (in questi ultimi giorni offerti in lungo ed in largo a prezzi scontati) parlano di incassi dell’ordine di 500 milioni di euro. 300 milioni abbondanti di euro derivano per ora dalle sponsorizzazioni, il resto è debito.

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“L’ASFALTO SOFFOCA LA CITTÀ METROPOLITANA. REAGIRE SI PUÒ E SI DEVE!”

Milano, 10 aprile 2015. Intervento di Massimo Gatti, già consigliere provinciale di Milano della Lista civica Un’Altra Provincia-PRC-PdCI.

no-expo-milano-ottobre-1024x768“Ogni giorno aumenta il dissesto procurato dalle autostrade in corso di esecuzione, finite o previste (Pedemontana-TEM-BreBeMi-Rho/Monza-nuova Tang. Ovest),per extra costi e ladrocini vari. Nonostante il pantano di Mafia Capitale, MOSE ed EXPO il Governo Renzi e la Giunta regionale Maroni balbettano di fronte a mafie e corruzione e chiudono occhi e orecchie rispetto alle vere esigenze del paese. Vedremo l’ applicazione dei nuovi provvedimenti legislativi contro la criminalità economica in cui non basta evocare il potere salvifico del Dott. Cantone.
Mi è capitato in queste settimane di partecipare a manifestazioni importanti in difesa della salute, dei territori e di uno sviluppo sostenibile. La più recente sabato 28 marzo 2015 che ha radunato tantissime persone tra Albairate e Abbiategrasso contro la nuova tangenziale ovest,unendo agricoltori, comuni, associazioni e comitati purtroppo ignorati dal servizio pubblico televisivo e da troppa stampa.
Cosi è successo sabato 14 marzo a Zibido S. Giacomo e sabato 21 Marzo a Cornegliano Laudense per contrastare enormi e pericolosi depositi sotterranei di gas e per tutte le manifestazioni di denuncia degli sconquassi TEM-BreBeMi-Pedemontana e del mancato interramento della Rho- Monza.
Sabato 18 Aprile saremo di nuovo in piazza contro lo scandalo Pedemontana nei Comuni di Lentate e di Seveso, ai presidi e alla manifestazioni promossi da vari comitati.
Grande fatica si continua a fare per evidenziare la vertenza aperta a Gessate per evitare la terza autostrada in casa con disprezzo della sicurezza stradale e a Limbiate per salvare la metrotramvia di collegamento con Milano scippata da EXPO.
È possibile però intervenire ancora, partecipare e cambiare. Mi sono battuto per tanti anni prima come Sindaco di Paullo e poi come Consigliere provinciale di Milano contro le sciagurate politiche asfaltiste dei presidenti provinciali Colli, Penati e Podestà e oggi rivendico di aver chiesto formalmente e da molti anni la rimozione totale di tutti i vertici delle società TEM, Serravalle, Pedemontana e ASAM, senza aspettare che la Procura della Corte dei Conti chiedesse la restituzione di circa 900.000 euro alla Direttrice di ASAM, voluta da Podestà e rimasta senza titoli e competenze a gestire un fallimento.
Governo nazionale e regionale non devono ripetere come pappagalli le scadenze di expo ma controllare, ridurre i danni, preparare il dopo EXPO da subito contrastando le continue speculazioni e la distruzione totale dell’agricoltura, dei trasporti per i pendolari, della mobilità alternativa, dei servizi pubblici e della buona occupazione.
I comuni, a partire dal capoluogo e la città metropolitana (debolissima senza la legittimazione del voto popolare e senza risorse) devono comunque uscire da una inerzia complice del peggio, al di là di vuote parole su fantomatici piani strategici.
Da una “classe dirigente” che non sa neanche salvaguardare i dipendenti delle vecchie province lasciati allo sbando dopo l’abolizione delle elezioni provinciali a suffragio universale, non ci si può aspettare nulla di buono, fatte le debite e rare eccezioni.
L’unica garanzia è la mobilitazione popolare, faticosa,continua e competente che tiene aperti spiragli di speranza come è successo per le vie d’ acqua a Milano, con il blocco di lavori frutto di spartizioni e mazzette.
Di questi temi e d’altro tratterò con molteplici relatori nell’importante convegno pubblico che si terrà sabato 11 aprile 2015 a Trezzo sull’Adda dalle ore 9.30 alle 13.30 presso la società operaia di piazza S. Stefano organizzato da Rifondazione Comunista, L’Altra Europa con Tsipras e Ass. Soldelladda che avrà come tema: ”EXPO 2015: nutrire il pianeta o le multinazionali?”.

Hai le tutele crescenti? Il tuo mutuo costa di più

renziJobs act. Tre banche smentiscono Renzi: il nuovo contratto è precario

Qual­cuno che di sicuro gua­da­gnerà dal con­tratto a tutele cre­scenti c’è. Si tratta delle ban­che ita­liane. E tutte lo faranno a spese dei gio­vani e dei nuovi con­trat­tua­liz­zati che non potranno più avere la tutela della rein­te­gra sul posto di lavoro can­cel­lata come l’articolo 18. Ma la sorte sarà pre­sto gene­ra­liz­zata se — come sosten­gono molti esperti del ramo — nel giro di dieci anni, attra­verso il turn over, nes­suno avrà più il vec­chio con­tratto a tempo indeterminato.

Lo stru­mento con cui gli isti­tuti di cre­dito nostrani lucre­ranno sui lavo­ra­tori è il mutuo per la casa. Pre­sen­tando il nuovo con­tratto a tutele cre­scenti, in con­fe­renza stampa a palazzo Chigi il 20 feb­braiO, Mat­teo Renzi parlò di «gior­nata sto­rica, attesa per molti anni da un’intera gene­ra­zione che ha visto la poli­tica fare la guerra ai pre­cari ma non al pre­ca­riato. Supe­riamo l’articolo 18 e i cococo. Nes­suno sarà più lasciato solo. Ci saranno più tutele per chi perde il posto e parole come mutuo, ferie, diritti e buo­nu­scita entrano nel voca­bo­la­rio di una gene­ra­zione che ne era stata è esclusa». Ad un mese e mezzo di distanza la sor­tita si sta rive­lando l’ormai solita spa­rata del pre­mier.
Il con­tratto è legge da quasi un mese ma nes­sun isti­tuto di cre­dito ita­liano ha deciso ancora se con­ce­derà un mutuo ad una per­sona che ha il con­tratto a tutele crescenti.

La scusa che ogni banca accampa non fa una piega: «Nes­suno si è ancora pre­sen­tato da noi a chie­dere un mutuo avendo il nuovo con­tratto». Anche fin­gersi neo assunti non porta ad avere rispo­ste più spe­ci­fi­che. «La richie­sta di mutuo io la giro alla cen­trale», risponde più di un addetto di front office nelle varie agen­zie di Roma di Uni­cre­dit, Banca Intesa e Mon­te­pa­schi, le tre mag­giori ban­che ita­liane.
Tutti però citano quello che diven­terà se non “un obbligo”, quanto meno “un ele­mento che crea un pre­giu­di­zio nell’erogazione del mutuo”. Lo stru­mento ha vari nomi: «polizza sul man­te­ni­mento del posto», «assi­cu­ra­zione sulla per­dita del lavoro», «garan­zia della con­ti­nuità del red­dito». La sostanza è la stessa: per avere un mutuo serve la cer­tezza del red­dito. E con il “tutele cre­scenti” il rischio di essere licen­ziati c’è. Ed è alto. Anche se non ancora calcolabile.

Ed è appunto que­sta inco­gnita — defi­nita in ter­mine ban­ca­rio «il tasso di rischio» — a fre­nare l’intero sistema ban­ca­rio. Se il pre­si­dente dell’Abi Anto­nio Patuelli, dopo set­ti­mane di melina in cui si appel­lava a Bce e all’autorità ban­ca­ria euro­pea (Eba) che dove­vano «meto­do­lo­gi­ca­mente» rispon­dere al que­sito se col “tutele cre­scenti” si poteva otte­nere un mutuo, lo scorso 6 marzo ha soste­nuto che «il con­tratto a tutele cre­scenti sarà ben visto dalle ban­che» in quanto «non è un con­tratto di serie B», sono suoi diri­genti – die­tro pro­messa dell’anonimato che cer­ti­fica la deli­ca­tezza dell’argomento per l’associazione di cate­go­ria – a spie­gare i ter­mini della que­stione. «Il pro­blema per le ban­che è misu­rare il rischio di licen­zia­mento. Oggi è impos­si­bile farlo. Lo sarà, ad esem­pio, fra un anno quando sapremo la per­cen­tuale dei licen­zia­menti: se sarà alta, il fat­tore di rischio sul tutele cre­scenti sarà allo stesso modo alto e le ban­che gli ero­ghe­ranno a fatica. Se sarà basso, gli isti­tuti saranno por­tati a con­si­de­rare il tutele cre­scenti una garan­zia simile al vec­chio con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato, con­ce­dendo più facil­mente il mutuo. Nel frat­tempo però — e qui c’è il cuore del pro­blema — per tute­larsi, tutte chie­de­ranno ai lavo­ra­tori col nuovo con­tratto di sot­to­scri­vere una polizza che li tuteli dal licenziamento».

Esempi di que­sti stru­menti met­tono i bri­vidi. Per una richie­sta — comun­que infor­male — di mutuo casa da soli 80mila euro, la Banca Popo­lare di Novara, ad esem­pio, a chi ha un con­tratto a tutele cre­scenti pro­pone una «polizza con­tro il licen­zia­mento da sti­pu­lare assieme al mutuo stesso». Il costo? «Circa 10mila euro». Dun­que un ottavo del totale dell’importo del mutuo. Una cifra che spal­mata — ad esem­pio — su dieci anni, farebbe salire la rata men­sile del mutuo di circa 40 euro al mese. La for­mula usata è mel­li­flua, ma chia­ris­sima nei suoi effetti. Dice il respon­sa­bile mutui dell’agenzia della Banca Popo­lare di Novara: «Certo, la polizza non è obbli­ga­to­ria. Ma la sua sot­to­scri­zione crea pre­giu­di­zio rispetto all’accettazione della richie­sta di mutuo». Insomma: «Se non accetta, il mutuo non glielo diamo».

Ad una filiale Uni­cre­dit invece le cifre non ven­gono citate, ma si va subito al sodo. «Senza una assi­cu­ra­zione sulla per­dita del lavoro non credo pro­prio che la nostra cen­trale potrà dare il suo con­senso. Sa, senza cer­tezze, come ci potrà ripa­gare in caso di licen­zia­mento?». Da Banca Intesa non va meglio: «La garan­zia della con­ti­nuità del red­dito è un ele­mento indi­spen­sa­bile per avere il mutuo», spiega l’impeccabile addetto ai mutui.

Esi­ste comun­que in tutti i casi “una subor­di­nata”. Ed è la stessa che viene chie­sta “in caso di con­tratti pre­cari”: «La garan­zia di geni­tori o parenti». Con una firma, saranno loro a pren­dersi la respon­sa­bi­lità di pagare il mutuo dei figli in caso di licen­zia­mento. Così facendo però il “tutele cre­scenti” per­pe­trerà l’apartheid che Renzi voleva can­cel­lare: solo chi ha geni­tori ric­chi, o per­lo­meno non poveri e pre­cari, aveva, ha e avrà — anche dopo il Jobs act — una casa di proprietà.

Nei giorni scorsi il mini­stro Giu­liano Poletti ha lodato come «rispo­sta posi­tiva ed impor­tante» «la deci­sione delle ban­che di di appli­care, per la con­ces­sione di mutui e pre­stiti ai lavo­ra­tori assunti con con­tratti di lavoro a tutele cre­scenti, gli stessi cri­teri di valu­ta­zione nel merito cre­di­ti­zio che veni­vano adot­tati per i lavo­ra­tori con il vec­chio con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato». In realtà si tratta di una for­za­tura nell’interpretazione delle parole di Gian­carlo Abete, pre­si­dente di Bnl. Che testual­mente ha invece soste­nuto: «Sento dire da qual­cuno che adesso le ban­che avranno più dif­fi­coltà a ero­gare i mutui. Ma io chiedo: è meglio un con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti o uno a pro­getto o addi­rit­tura in nero? Il mestiere delle ban­che è pre­stare denaro — ricorda — per­ciò sono sicuro che anche il sistema ban­ca­rio saprà accom­pa­gnare bene que­sta nuova sta­gione». Abete dun­que para­gona il nuovo con­tratto a tutele cre­scenti ai con­tratti pre­cari, e non al vec­chio tempo inde­ter­mi­nato. Ed è chiaro che rispetto a quelli dia più garan­zia alle banche.

In realtà Patuelli ha fatto rife­ri­mento anche alle inden­nità cre­scenti pre­vi­ste dal nuovo con­tratto soste­nendo come «l’indennizzo mone­ta­rio rap­pre­senta una garan­zia per le ban­che». Parole che — anche in que­sto caso — ven­gono rela­ti­viz­zate da uno dei suoi diri­genti all’Abi. «Ma l’indenizzo è due men­si­lità l’anno (in realtà una, se non si vorrà pas­sare dal giu­dice, ndr) , dun­que una cifra troppo bassa per garan­tire la banca dai rischi», spe­ci­fica il diri­gente di Abi.

L’argomento mutui-tutele cre­scenti è stato toc­cato anche durante la trat­ta­tiva sul rin­novo del con­tratto nazio­nale, chiusa mar­tedì scorso. Il capo dele­ga­zione dei ban­cari, Ales­san­dro Pro­fumo, in uscita da Mps, ha dato gene­ri­che garan­zie. Ma niente è stato messo nero su bianco nel con­tratto. Con­fer­mando il fatto che le ban­che aspet­te­ranno almeno un anno prima di avere una posi­zione certa. Ma nel frat­tempo gua­da­gne­ranno, ren­dendo obbli­ga­to­ria l’assicurazione con­tro il licen­zia­mento. Esat­ta­mente quanto Renzi ha tolto hai lavo­ra­tori italiani.

07/04/2015 09:38 | LAVOROITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Massimo Franchi ( Da Controlacrisi.org)