E i profughi che fine fanno?

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“Rara­mente era capi­tato di assi­stere a un così sfron­tato ribal­ta­mento della realtà, quale quello rea­liz­zato a par­tire dalle ore imme­dia­ta­mente suc­ces­sive al nau­fra­gio di dome­nica scorsa.

Da quat­tro giorni, l’intera que­stione dell’immigrazione è ridotta al suo atto ultimo, abietto e feroce.

Ovvero alla respon­sa­bi­lità cri­mi­nale di quelli che, in un cre­scendo melo­dram­ma­tico di reto­rica, sono chia­mati: schia­vi­sti, negrieri, traf­fi­canti di carne umana.

E così, tutti si affan­nano intorno alla dimen­sione finale della tra­ge­dia, per­ché è la più visi­bile: quella che con­cen­tra la più imme­diata e dif­fusa ostilità.

E que­sto con­sente, infine, di iden­ti­fi­care e trac­ciare il pro­filo del nuovo nemico asso­luto: lo Sca­fi­sta. Nes­suno sem­bra porsi la domanda cru­ciale: se pure riu­scis­simo, d’un colpo solo, a eli­mi­nare tutti quei «mer­canti di morte», avremo ridotto anche solo di qual­che unità il flusso dei migranti? Avremo limi­tato il numero delle vit­time? Avremo garan­tito una mag­giore sicu­rezza a quelle disgra­ziate aree del mondo?

La mia rispo­sta a que­sti inter­ro­ga­tivi è un no secco. Respin­gere i movi­menti di esseri umani al di là del Medi­ter­ra­neo, «bom­bar­dando i bar­coni» o «spa­rando sugli sca­fi­sti» o attuando un «blocco navale» avrebbe il solo effetto di allon­ta­nare le vit­time dal nostro sguardo. E di rimuo­verle dalla nostra espe­rienza indi­viduale e collettiva.

Luigi Manconi da “Il Manifesto”

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