Suolo, 500 anni per generarlo

timthumb.phpPer una volta abbassiamo lo sguardo per cercare la base della vita.

C’è un vero e proprio mondo che calpestiamo e che è all’origine di boschi, campi e praterie: il suolo ci sostiene, ci nutre, ci fa respirare.

Occorre ricordare in questi mesi di Expo che la risorsa più preziosa è proprio sotto i nostri piedi. Un piccolo strato è in grado di trasformare la morte in vita, e di renderci servizi inestimabili, come il ciclo del cibo, la conservazione della biodiversità, la regolazione climatica e la captazione delle acque

Ce lo ricorda Paolo Pileri, professore di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano e autore del libro “Che cosa c’è sotto”. Lo spiega la stessa Commissione Europea, che definisce suolo “lo strato superiore della crosta terrestre costituito da componenti minerali, sostanze organiche, acqua, aria e organismi viventi” e lo identifica come “l’interfaccia tra terra, aria e acqua”.

Per questo – sostiene Pileri – il suolo è un vero e proprio bene comune e una risorsa non rinnovabile: per generare 2,5 centimetri di suolo “vivo” ci vogliono 500 anni – che però oggi è sottoposta a numerose minacce.

Il 2015, proclamato dalle Nazioni Unite “Anno internazionale dei suoli”, potrebbe vedere forse in Italia l’approvazione della legge sul consumo di suolo. Da oltre un anno se ne discute e forse ci siamo. Vale la pena ribadire l’urgenza di questa legge con i dati che l’ISPRA ci consegna. Ogni anno in Italia si perdono 70 ettari si suolo. Ogni giorno a causa delle “conseguenze del cemento” il nostro Paese perde una superficie in grado di produrre cibo per 420 persone, mentre aumenta di 259 milioni di litri il volume potenziale delle acque da gestire.

Il suolo viene vilipeso, calpestato e distrutto. In Italia, a causa di interessi rapaci e di piani urbanistici dissennati e frammentati, tra migliaia di Comuni, si consumano 8 metri quadrati di suolo fertile al secondo. Per affrontare questi problemi, suggerisce Pileri, è necessario ridurre la frammentazione amministrativa e ridisegnare le competenza sull’uso del suolo. Ma soprattutto fissare un limite agli abusi di suolo.

“Se oggi non vediamo il legame tra asparagi nel nostro piatto e suolo agricolo là fuori – né lo vedono i nostri giovani – significa che dobbiamo prima ricomporre questa disgiunzione così profonda e strutturale” dice Pileri.

Se lo ricordino gli amministratori delle Regioni che saranno presto chiamate al voto. Il saccheggio del suolo comincia proprio dalle amministrazioni locali e tante Regioni potenzialmente verdi, a iniziare dall’Umbria, dovrebbero inserire nel loro programma la priorità “cemento zero”.

Già troppo si è cementificato nella Valle Umbra, da Perugia a Spoleto, e quel che rimane è una desolante distesa di capannoni industriali, molti dei quali abbandonati.

Un suolo coperto dal cemento è perso per sempre, mai e poi mai tornerà suolo agricolo.

Gabriele Salari

Fonte: LaStampa.it

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