Grecia-Ue, quel dogma monetarista che non può essere messo in discussione.

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Lo sappiamo bene, e sarebbe prova di igiene mentale non scordarlo: l’Unione Europea (cioè il gotha del capitalismo europeo e non una istituzione a reggimento democratico) stringe il cappio sul popolo greco e sul suo legittimo governo per spezzare sul nascere qualsiasi velleità trasformatrice del paradigma economico-sociale esistente in Europa.Lo fa per la semplice ragione che un accordo che revochi il carattere pseudo-scientifico del dogma monetarista non è tollerabile senza negare i fondamenti, l’assetto di classe e la riproduzione dell’oligarchia dominante.

Farlo significherebbe mettere il primo mattone di una pietra tombale sull’architettura fondata a Maastricht nel 1992 e consolidatasi nell’arco di un ventennio attraverso un’impressionante sequenza di trattati iper-liberisti.

Ora siamo prossimi al redde rationem perché la partita fra le forze asimmetriche di Syriza e della troyka è giunta al punto di non ritorno in cui il pareggio non è possibile.

Si osserva che fra le proposte di Syriza e le pretese della Troika non vi sarebbe una distanza incolmabile – cosa in sé stessa vera – e che l’obiettivo degli oligarchi di Bruxelles è soltanto politico.

Ma non è l’intero telaio dei patti europei teso a perseguire un obiettivo politico, cioè a rifondare i rapporti sociali disegnati dalle costituzioni antifasciste?

E l’orizzonte in cui esso si muove non è forse quello della distruzione del welfare, dell’affermazione di un modo dell’accumulazione capitalistica fondato sulla privatizzazione integrale dei servizi sociali e della cosa pubblica, sull’appropriazione privata di tutto ciò che può assumere i caratteri della merce ed un valore di scambio sui mercati, sull’annientamento del diritto del lavoro e dello stesso potere di coalizione dei lavoratori?

Non sono questi gli obiettivi “non negoziabili” che il capitale nella sua inaudita concentrazione finanziaria persegue e difende ad oltranza?

Allora converrà persuadersi– una volta per tutte – che la distanza fra le posizioni in campo non è lieve, bensì abissale.

Se la Troika cede oggi sul tema cruciale della ristrutturazione del debito, se essa subisce un’impostazione di politica economica che fa della spesa pubblica sociale il tema a cui subordinare tutto il resto, se – in definitiva – vince la richiesta di privilegiare le condizioni essenziali di vita del popolo greco e si inverte l’ordine di priorità imposto dalle tavole di Mosè dei vincoli di bilancio, è l’intero edificio europeo che comincia a scricchiolare. Perché domani il tema si riproporrà – fatalmente – nella Grecia stessa e in altri paesi: aperta una fenditura nella diga, la frana diventa solo questione di tempo.

Per questo Merkel, Hollande e l’asse Popolari-Socialisti asservito al potere finanziario dominante non può cedere senza mettere in discussione se stesso.

E’ però aperto, e sin dall’inizio, un problema.

Syriza ha avviato la trattativa con la Troika tenendo fermi due termini ben difficilmente conciliabili: la fine dell’austerity e la permanenza (dichiarata senza alternative) nell’area euro.

Ora, l’avere dichiarato per l’oggi e per il domani la propria internità al perimetro economico tracciato dai trattati europei ha cacciato il negoziato in un cul-de-sac.

Come sa ogni sindacalista, se sei obbligato all’accordo con la tua controparte, se questa sa, per tua stessa ammissione, che tu non possiedi (o non hai costruito) una via di fuga, essa ti tiene per il collo e ti costringerà o alla resa oppure ad una rottura al buio.

Questo credo sia il limite vero di tutta la vicenda, al netto della più grande e appassionata condivisione che ci lega alla drammatica battaglia che in queste ora si svolge in terra di Grecia.

Se Syriza – come ognuno si augura – non si arrenderà alla protervia del neo-sciovinismo tedesco, essa sarà obbligata a verificare, a distanza di pochi mesi dal proprio insediamento al potere, le speranze che le ha affidato il popolo greco e a ricorrere a nuove elezioni nella speranza che queste confermino, in un quadro denso di pericoli, la determinazione a combattere della sua gente.

Ma un conto è andare ad una consultazione elettorale brandendo soltanto la bandiera delle proprie giuste ragioni e della dignità offesa ed un altro è avere e mettere in gioco una proposta che renda credibile un’alternativa di fronte al default e al prevedibile assalto delle forze reazionarie e fasciste, interne ed esterne al Paese.

Bisognava, probabilmente, averlo fatto prima, e questo avrebbe giovato al negoziato stesso, ma certo occorrerà non perdere un minuto di tempo se nei prossimi giorni la rottura diventerà un fatto compiuto.

Se fossimo in guerra servirebbe organizzare le brigate internazionali, considerato che in discussione sono, né più né meno, i valori, i principi, i rapporti sociali, l’assetto democratico conquistati con la Resistenza e scritti in modo irrevocabile nella Costituzione repubblicana.

Nel conflitto (non meno cruento) che è in corso oggi servirebbe almeno una mobilitazione di massa in ogni paese d’Europa a sostegno del popolo greco non meno che del futuro di tutti noi: perché questa è la posta in gioco che ancora troppi faticano a vedere.

Dino Greco (da controlacrisi.org)

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