Archivi del mese: luglio 2015

Operazione “fogna a Senago”: iniziata la fase due

Mentre la prima fase dell’operazipone “fogna a Senago” si è conclusa da alcuni mesi, in questi giorni di inizio vacanze è partito il cantiere per la fase due di questo doloroso processo che vedrà il suo culmine, la terza fase, con la realizzazione delle vasche di laminazione.

La fase uno ci ha già portato nel territorio un enorme tubo di fogna che, seguendo la sponda del canale scolmatore, attraversa integralmente il territorio della nostra città, facendovi scorrere i liquami dei comuni a nord di Senago in direzione Pero.

La fase due, resa possibile dal mandato offerto ad AIPO dal Sindaco, dalla Giunta, dal Consiglio Comunale e da tutti gli attori che hanno partecipato al gruppo di lavoro del Comune (5 stelle compresi), prevede l’allargamento del canale scolmatore per tutto il territorio di Senago, consentendo così di raddoppiarne la portata e di rendere ancor più pericoloso l’abitato nelle vicinanze, già dichiarato a rischio esondazione. Una beffa enorme a cui SinistraSenago si è sempre opposta rimanendo purtroppo unica voce fuori dal coro.

Ma l’allargamento del canale scolmatore non elude, come volevano farci credere il Sindaco & C., la terza parte di questo infido processo, ovvero la realizzazione delle vasche di laminazione che a breve prendererà anch’essa il via.

La città di Senago, una delle poche dell’area metropolitana ad avere ancora una parvenza di territorio a misura umana, ha perso. La politica non ha saputo fermare questo scempio ed ha anzi proposto vie peggiorative, puntualmente raccattate da chi siede in Regione Lombardia. L’allargamento del canale scolmatore è una fogna che corre veloce solcando il paese che porta inquinamento, odori, ratti ed aumenta il pericolo di esondazione per gli abitati limitrofi.

Solo SinistraSenago ha saputo resistere , ma purtroppo siamo rimasti inascoltati. Non ci rimane ora da fare altro che guardare le ruspe che sventrano il canale scolmatore, in attesa del grande bucone da un milione di metri cubi.

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 29 luglio 2015 – Sono iniziati i lavori per l’allargamento del canale scolmatore, propedeutici alla realizzazione delle vasche di laminazione, prossime vicine

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Lavorare meno, lavorare tutti: è giunta l’ora!

lmtO la crescita economica accelera di molto, o l’Italia ci metterà vent’anni a riportare il tasso di disoccupazione, salito oltre il 12% e stabilmente sopra il 41% per i giovani, ai livelli pre crisi.

La previsione è firmata dal Fondo monetario internazionale, lo stesso istituto che ha spinto la Grecia ad un passo dal collasso finanziario e che la vede tutt’ora in bilico precario.

E se la ricetta è quella indicata dallo stesso FMI, per il nostro paese, e soprattutto per i giovani, non c’è più speranza, visto che il tasso di crescita della nostra economia non supererà mai più la soglia dell’1%.

Noti economisti mondiali hanno infatti oramai dimostrato che nessuna delle economie europee riuscirà mai più a portarsi sui tassi di crescita pre crisi e molti di questi paesi difficilmente riusciranno a superare le due cifre con lo zero davanti ad una virgola.

Insomma prepariamoci ad un futuro senza lavoro, dove forse la soluzione per lavorare tutti sarà quella di dividersi il lavoro.

Qualche anno fa qualcuno ci era già arrivato ma è stato ricacciato ed allontanato per sempre dalla guida del paese.

Ma i tempi sono ora più maturi e lo slogan “lavorare meno lavorare tutti” è ora una chiamata collettiva che presto invaderà le strade, forse ancor prima della nostra coscienza sociale.

Leggi qui (link) la relazione prodotta dal Fondo Monetario Internazionale (in inglese).

Oliva, la scuola italiana e Rieducational Channel

34eff3mIn un suo articolo del 10 luglio 2015, a ridosso dell’approvazione alla camera della cosiddetta ‘Buona scuola’ di Renzi, Attilio Oliva, presidente della Fondazione TreeLLLe,  sul Sole24Ore prende le difese dell’esecutivo e bolla come ‘conservatrici’ le resistenze dei milioni di cittadini che in questi ultimi mesi hanno manifestato e protestato contro il provvedimento e che, di fatto, sono rimaste inascoltate: Secondo Oliva il modello di scuola che genitori, alunni e docenti hanno difeso è indifendibile e cerca di dimostrarlo per punti. Ognuno dei punti è introdotto da una martellante ripetizione anaforica dell’espressione ‘Lo sapevate?’, che pretende di essere rivelatoria e didascalica, ma che in realtà – alla memoria del teleutente medio – non può che ricordare un famoso sketch di qualche anno fa di Vulvia, alias Corrado Guzzanti, che imitava parodicamente il tono dei voiceover documentaristici («Lo sapevate? Sapevatelo! Su RIEDUCATIONAL CHANNEL!»). Al di là del tono fastidioso e bacchettante, le argomentazioni addotte da Oliva meritano, comunque, punto per punto, una risposta.

1. Oliva ricorda che la nostra scuola è quella che in Europa ha più insegnanti rispetto al numero degli studenti (1:11 contro 1:15 della media europea) e che l’età media dei docenti è di oltre 55 anni (a fronte dei circa 40 della media europea). I due dati vengono citati come parte di un medesimo argomento, ma andrebbero in realtà scorporati. Partiamo dall’ultimo: è probabilmente vero che l’età media dei docenti italiani è alta. Questo, però, non è un demerito dei docenti: la scuola italiana è zeppa di insegnanti anziani che vorrebbero volentieri andare in pensione, ma non possono (perché l’età pensionabile è progressivamente aumentata negli anni) e di giovani che invece vorrebbero insegnare e si trovano impastoiati nei TFA, nel precariato e nelle mille contraddittorie regole di ingaggio create nell’ultimo ventennio dai governi di centro-destra che si sono succeduti alla guida del paese (governo Renzi compreso). Attribuire alla scuola italiana la responsabilità dell’elevata età media è un modo di indicare la luna e guardare il dito o, ancora peggio, di scaricare sulla scuola e sui suoi attori responsabilità che sono invece di tutta una classe politica (e, soprattutto, di un modello economico imperante che ha avvelenato i patti e i meccanismi di alternanza generazionali). Quanto al rapporto docente-discenti, dovremmo invece essere lieti del fatto che in Italia sia più basso che in altri paesi. Il rapporto ideale dovrebbe essere di un docente ogni dieci alunni e non certo di un docente ogni cinquanta! Virare verso le medie degli altri paesi occidentali significa andare sempre di più verso le classi pollaio. Evidentemente, però, ad Oliva non interessa tanto l’efficacia dell’insegnamento o la ‘sostenibilità’ dell’eco-sistema classe, quanto l’economicità del rapporto. È chiaro infatti che quanti più insegnanti ci sono, tanti più stipendi devono essere pagati. È una questione, si direbbe in inglese, di accountability (rendicontazione). Ma possiamo parlare della scuola e della trasmissione dei saperi e delle competenze soltanto in termini di rendicontazione?

2. Oliva lamenta il fatto che il reclutamento degli insegnanti “avviene per lo più grazie a sanatorie, senza alcuna attenzione né alla selezione di giovani laureati motivati né ad una valutazione dei precari sulla base della loro prova sul campo”. Ancora una volta, l’argomento mostra degli elementi di verità, ma viene presentato in maniera tendenziosa. Innanzitutto, bisognerebbe ricordare che la maniera migliore di reclutare un docente dovrebbe essere quella del concorso pubblico (il concorso del 2000 era durissimo, e le prove, soprattutto quelle scritte, sono state davvero selettive). Una volta reclutato, un docente viene assunto in prova e, alla fine dell’anno di prova, il suo operato viene valutato da una commissione di docenti della scuola in cui ha prestato servizio. Questa era e dovrebbe essere ancora la norma. Una norma che – sia detto per inciso – ha garantito e tuttora garantirebbe una professionalità e un’efficienza elevatissime. Il fatto è però che, dal 2000 fino al 2012, anno di indizione del concorso Profumo, non ci sono stati concorsi degni di questo nome. La politica italiana ha di fatto aumentato il numero delle ore di lavoro e diminuito il numero degli insegnanti, ha pasticciato inventandosi, anno dopo anno, percorsi di abilitazione e di reclutamento sempre più nuovi, inusitati e farraginosi, ha creato la selva di un precariato multiforme e, da ultimo, con il ministro Profumo, ha bandito parodie di concorsi in cui i posti di lavoro effettivi erano, alla fine dei conti, infinitamente minori rispetto a quelli messi al bando (per quanto io ricordi, pochissimi hanno raccontato di questo scandalo degli‘eso-dati’ della scuola italiana!). Il punto è che se si impedisce ai docenti anziani di andare in pensione, se si riducono le ore settimanali di lezione, se si tagliano posti di lavoro, è chiaro che salta anche il sistema del ricambio generazionale, e che non può esserci più alcuna selezione a mezzo di concorso. Semplicemente perché non ci sono posti da bandire. E se non c’è selezione, ci sono solo i passaggi di ruolo che tappano le falle dei pochissimi che finalmente giungono all’agognato ritiro. Chiamare questi passaggi di ruolo ‘sanatorie’ è, tecnicamente, una metafora, ma in pratica è anche – è doveroso dirlo – una vera gaglioffaggine. Come Oliva sa bene, la sanatoria è un istituto del diritto amministrativo italiano che rende legale un atto illegittimo in quanto privo dei requisiti essenziali previsti dall’ordinamento. Si sanano le case abusive, e non i posti di lavoro legittimi. Chiamare sanatorie i passaggi di ruolo significa implicitamente considerare ‘abusivi’ gli insegnanti che nella scuola lavorano a pieno titolo e con merito (un merito che non si dovrebbe misurare con i criteri economicistici e aritmetici o con le triple A di Standards & Poor, ma che forse ha a che fare con quella ‘qualità’, impalpabile sfuggente per sua natura, di cui parlava Robert Pirsig in Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta).

3. Oliva ricorda che «la nostra è la scuola d’Europa con più abbandoni (circa il 20%) e dove le assenze degli studenti sono oltre il doppio rispetto alla media». Il problema messo in rilievo è complesso, la risposta che viene data, invece, mi sembra semplicistica e, ancora una volta, denigratoria e lesiva della dignità degli insegnanti: «sarà forse perché le attività» che si svolgono a scuola «non riescono a coinvolgerli e interessarli?». È chiaro che ogni volta che un alunno abbandona gli studi (o semplicemente chiede un nullaosta per trasferirsi in un’altra classe o in un altro istituto), l’insegnante dovrebbe interrogarsi sul suo operato. Ma siamo sicuri che puntare il dito soltanto sulle responsabilità della scuola aiuti a risolvere il problema? Gli abbandoni, spesso, non hanno a che fare soltanto con l’insuccesso educativo o con l’inefficacia dei metodi di insegnamento. Lo sanno bene, del resto, tutti quegli insegnanti che operano in zone disagiate e degradate del nostro Paese (lo Zen, il Cep e lo Sperone a Palermo, Scampia in Campania). In molti casi, gli abbandoni non sono dovuti all’inefficacia degli interventi didattici, ma alla desolazione sociale, alla disintegrazione e all’assenza dello Stato in territori che sono lasciati in balia di quella stessa criminalità organizzata che spesso – nei momenti chiave della vita politica del nostro paese – ha operato come serbatoio e bacino di voti. Non mi è chiaro quali siano i piani del governo Renzi per fronteggiare il disastro e il degrado sociale del nostro territorio. Mi è un po’ più chiaro, invece, come abbia operato per il caso De Luca in Campania. Qualcuno direbbe che questi discorsi non hanno nulla a che fare con la scuola. Ma ne siamo proprio sicuri?

4. Oliva lamenta il fatto che «il 95% degli studenti frequenta scuole statali mentre quelle paritarie chiudono l’una dopo l’altra, perché le famiglie non riescono a sostenerne i costi». E aggiunge «si è manifestato contro una immaginaria “privatizzazione”, contro un attacco alla scuola pubblica, mentre ci si avvia di fatto al monopolio statale, con tutti i difetti di ogni monopolio». Ancora una volta mi pare che vengano confusi i piani e che, sulla base di un uso un po’ peloso delle metafore aziendalistiche, si proietti sulla scuola un modello violentemente  e inopportunamente economicistico. Come Oliva sa bene, il termine monopolio indica (cito da Wikipedia) «una forma di mercato, dove un unico venditore offre un prodotto o un servizio per il quale non esistono sostituti stretti (monopolio naturale) oppure opera in ambito protetto (monopolio legale, protetto da barriere giuridiche) .Consiste insomma nell’accentramento dell’offerta o della  domanda del mercato di un dato bene o servizio nelle mani di un solo venditore o di un solo compratore». Il fatto è però che la scuola non è (o meglio, non è ancora) ‘un mercato’. E se in una situazione di mercato la concorrenza fra aziende che offrono prodotti può rivelarsi positiva per i consumatori, nel mondo della scuola la competizione fra le agenzie educative porterà solo al disastro e a un aumento dello squilibrio sociale. Nel campo dell’istruzione, non vedo alcun rischio in quello che Oliva chiama ‘il monopolio di stato’ e che io invece chiamerei semplicemente ‘scuola della costituzione’. Bisognerebbe invece ricordare che chi difende le scuole private difende, nella maggior parte dei casi, dei diplomifici in cui torme di insegnanti sono costrette spesso a lavorare quasi gratis (o addirittura pagando da sé i propri contributi) per non rimanere indietro in quella vergognosa corsa a punti che è diventato il precariato. Ci sarebbero, su questo punto, moltissimi ragionamenti da fare, ma per amore di brevità, mi limito a rimandare Oliva e il mio lettore ad un ripasso della Costituzione italiana.
5. Con il punto cinque arriviamo addirittura alla paranoia: «lo sapevate che una famiglia interessata a trovare una buona scuola non dispone ad oggi di nessuna informazione ufficiale e deve affidarsi al “passaparola”? E che questo avviene perché la scuola statale è in realtà un luogo “privatissimo”». La scuola pubblica italiana, addirittura, sarebbe una sorta di Spectre, in cui non circolano informazioni e in cui c’è quasi bisogno di agenti del controspionaggio per sapere qualcosa sui piani dell’offerta formativa e sulle programmazioni didattiche (che sono invece pubblici!). Il fatto è però che i genitori e gli alunni, più che ai piani delle offerte formative e alle programmazioni didattiche, guardano anche e soprattutto alle competenze relazionali degli insegnanti, alla loro ‘umanità’, ovvero a tutta una serie di atteggiamenti, modi di porsi e di essere che nessun esito di prova INVALSI, nessun piano dell’offerta formativa e nessuna programmazione disciplinare ufficiale riuscirebbe a tradurre in numeri o in lettere. E le informazioni sul ‘versante umano’ della docenza le cercano, in privato e con il passaparola, sia i genitori che mandano gli alunni nelle scuole pubbliche sia quelli che li mandano nelle scuole private. Oliva, sempre al punto 5, lamenta poi che «della qualità degli insegnanti non si riesce a sapere quasi nulla» (e forse se lo domanda perché non ha mai letto un libro come Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, che spiega benissimo perché la ‘qualità’ sia qualcosa di così intrinsecamente sfuggente e relativo); quindi, in un capolavoro di disinformazione, arriva a sottolineare che gli insegnanti «ruotano “a domanda”fra una scuola e l’altra per circa il 20%», chiedendosi dove sia «l’attenzione per l’auspicabile “continuità didattica”». Data l’estrema sinteticità del periodare, risulta un po’ difficile divinare quale sia, per Oliva, il problema. Mi sembra comunque di capire che ciò che lo preoccupa è che gli insegnanti possano addirittura presentare domande di trasferimento da un istituto all’altro! Se così fosse – ma tutto ciò contrasterebbe con l’idea stessa di una scuola-azienda, essendo la mobilità uno degli ingredienti della competitività – Oliva auspica un ‘insegnante-servo-della-gleba’, legato a vita al suo istituto. Sia detto per inciso, se così fosse, anche molti insegnanti forse ci metterebbero la firma! Quello che non si dice è però che il numero spaventoso di esuberi determinati dai tagli del Ministro Gelmini ha portato moltissimi insegnanti (anche di ruolo) a girovagare di anno in anno da una scuola all’altra, alla faccia della continuità! Quello che poi non si racconta – ma qui in fondo la continuità rischia di diventare il minore dei mali – è lo scenario che si profila in una scuola dominata da presidi-padroni, in cui gli spazi di democrazia saranno sempre più ristretti, se non inesistenti.

6. Non poteva non mancare l’attacco di rito alle materie umanistiche: «lo sapevate che i nostri curricoli hanno un carattere enciclopedico (facile all’oblio) e una forte prevalenza delle materie cosiddette umanistiche rispetto a quelle scientifiche e tecniche? Che sono così rigidi da non permettere alcuna opzionalità per gli studenti? Che perfino il latino, che è opzionale in tutti i paesi del mondo, in Italia (e in Grecia) è invece materia obbligatoria per circa il 40% degli studenti delle secondarie?». Sul carattere enciclopedico dei nostri curricoli si potrebbe in fondo essere d’accordo. E in fondo potrebbe forse essere vitale e necessario sollevare un dibattito (serio, e non ‘all’amatriciana aziendalistica’) sul paradigma storicistico (e scarsamente cooperativo e inter-attivo) cui sono uniformati i nostri insegnamenti. Per il resto, mi sembra normale che il latino sia una materia opzionale in paesi come il Camerun, la Cina, il Qatar. Ma non riesco davvero a capire perché debba diventare opzionale proprio nel nostro paese, in cui la lingua latina fa parte del nostro heritage culturale. A meno che non si pensi che il latino e il greco (e che so io? il Partenone, il Colosseo, Pompei) siano i veri responsabili del debito pubblico, come sembra voler suggerire maliziosamente l’accostamento fra l’Italia e la Grecia che Oliva fa. Trovo poi discutibile la stessa distinzione fra materie umanistiche e materie scientifiche, che è figlia del crocianesimo gentiliano e che è stata foriera di disastri (non solo scolastici). Sul punto sei, comunque, ci sarebbe ovviamente molto da dire. Per il momento mi preme di rimandare soltanto alla lettura di Not for profit di Martha Nussbaum, che sottolinea la centralità degli studi umanistici per la salvaguardia della cultura democratica del mondo occidentale. Al di là di quello che dice la Nussbaum, comunque, ho il sospetto che nessuna scienza è davvero utile se non è anche‘umanistica’, e che, per converso, un umanesimo concepito soltanto come formalismo ed estetica fa forse tanti danni quanti ne può fare l’economicismo. Ma questi punti – lo ammetto – potrebbero essere sviluppati meglio. E forse un articolo come quello di Oliva non è il migliore punto di innesco per intraprendere un simile dibattito.
7. Al punto settimo, Oliva lamenta che la didattica della scuola italiana è «prevalentemente“trasmissiva” e che buona parte del tempo scuola è impegnato da lezioni ed interrogazioni, senza un coinvolgimento più motivante e interattivo degli studenti?». Su questo, confesso di concordare. Non concordo però sulla soluzione proposta da Oliva, che va nella direzione dei test. Scegliere la via dei test significa abolire completamente, dalla scuola pubblica, le competenze espressive, la capacità di prendere la parola e di esprimere il proprio pensiero, il proprio punto di vista ed eventualmente il proprio dissenso. Significa, in altri termini, smettere di essere cittadini attivi. A tale proposito, mi permetto di rimandare ad un esperimento didattico (per l’insegnamento del latino!) da me proposto ad una mia classe quinta, che prevedeva, al contrario, l’aumento delle attività di scrittura e delle competenze analitiche ed espressive, su un versante potentemente inter-attivo e cooperativo.
8. Il punto 8 non ammette sconti: «lo sapevate che nelle varie indagini Pisa dell’Ocse, che riguardano circa sessanta paesi, le competenze degli studenti quindicenni italiani sono sempre risultate sensibilmente al di sotto della media?». Non c’era bisogno che Oliva ce lo ricordasse, lo sapevamo. Mi permetto però di controbattere con una predizione e con una scommessa per il futuro:«scommettiamo che, una volta che la ‘Buona scuola’ entrerà a regime i risultati della scuola italiana peggioreranno ulteriormente?»
9. Con il punto 9, infine, l’articolo si chiude con una riflessione di natura marcatamente economica: «lo sapevate che tutte queste anomalie e ritardi non dipendono dalla lamentata carenza di risorse finanziarie, visto che la percentuale del Pil destinata alla nostra scuola è del 3%, cioè in media europea, e soprattutto che il nostro “ costo per studente” è addirittura più alto? Il problema sta tutto nella loro cattiva allocazione: troppe risorse al personale addetto (con stipendi più bassi, ma per un numero di addetti troppo alto) e troppo poche per la qualità del servizio (edilizia, premialità agli insegnanti e presidi meritevoli, assenza di un sistema di valutazione esterno delle scuole, pochissima ricerca)». Ometto il mio commento sulla logica premiale e sul sistema di valutazione proposto dalla ‘Buona scuola’. In fondo già molto, in merito, è stato scritto. Quanto al resto, non saprei da dove Oliva abbia tratto i suoi dati (anche perché non cita la sua fonte). Le cifre più aggiornate di cui dispongo io sono quelle pubblicate il 26 febbraio del 2015 su OrizzonteScuola. Ovviamente, sarei felice di essere smentito e di sapere che nel frattempo qualcosa è cambiato. Ma temo che non sarà così, anche perché mi consta che la spesa pubblica per la scuola diminuirà ancora, in Italia, nei prossimi quindici anni. Lo dice un articolo del Corriere della Sera del 10 aprile 2015:  «Lo sapevate?», direbbe il comico, «SAPEVATELO! SU RIEDUCATIONAL CHANNEL!».

(Articolo scritto da Pietro Li Causi e pubblicato sul blog “letteraturaenoi”)

LA SFIDA PER UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

MZ-SvincoloDESIO_mediumProprio ora che l’apertura delle nuove autostrade ha scassato il territorio lombardo bisogna avere il coraggio di continuare a contrastare e controllare, ma  anche di rilanciare un modello alternativo di sviluppo. Miliardi di euro per Tem, Brebemi, Pedemontana e altre strade , bruciati senza risolvere i problemi  trasportistici  dei pendolari e senza  rispetto per l’ambiente. Il partito unico dell’asfalto ha piegato governi nazionali, giunte regionali ed enti locali per fare affari colossali e per aprire nel caso di TEM e BREBEMI le autostrade più care d’Europa. La tagliola di corruzione e infiltrazioni mafiose  non cessa di sovrastare  le cosiddette GRANDI OPERE dal Mose ad Expo, da mafia capitale alle autostrade, ma si va avanti comunque. LOR SIGNORI  sono insaziabili e  spingono perché dopo aver squassato il parco agricolo sud Milano si invada il Parco del Ticino con la Toem (autostrada Vigevano-Malpensa), si continui con Pedemontana anche nelle zone contaminate dalla diossina 40 anni fa a Seveso, si proceda con il mostro a 14 corsie per la Rho-Monza senza interramento. Non a caso le autostrade PRIVATE hanno avuto fondi pubblici a perdere e sconti fiscali in regalo. Per non farsi mancare niente si esegue l’ ampliamento della Paullese con 30 anni di ritardo, senza aggiornamenti ai problemi di oggi e con opere mastodontiche, invasive, inutili e molto costose. Stendiamo un velo pietoso sulla distruzione dei pioppi cipressini e di molto altro nella tenuta di Villa Invernizzi a Trenzanesio di Rodano tra Cassanese e Rivoltana. Il paesaggio è precipitato verso una compromissione irreversibile grazie a una politica scellerata nazionale(governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi) e regionale (giunte Formigoni e Maroni),con troppi enti locali silenti e complici e con un comune di Milano assente o subalterno nelle grandi battaglie metropolitane.

CHE FARE

Non ci si può rassegnare come dimostrano comitati, associazioni, qualche Amministrazione coraggiosa e tante singole persone che non piegano la testa e hanno anticipato nella pratica  i temi dell’importante ultima enciclica di Papa Francesco sull’ambiente. Il controllo quotidiano della sicurezza di chi lavora e viaggia nel trasporto pubblico locale  è un dovere insopprimibile. Proprio in questi giorni vengono tagliate e ridotte opere per la sicurezza che TEM aveva garantito in luoghi pericolosissimi dove sono morti ciclisti e pedoni. Il ripristino delle superfici agrarie rimaste deve essere immediato, con la riattivazione di una corretta irrigazione e intervenendo dove scavi, tracciati, cave hanno prodotto dissesto e alluvioni. Rilanciare i settori agricoli, la riforestazione, lo STOP effettivo al consumo di altro suolo, l’edilizia scolastica e il riassetto idrogeologico del territorio, non possono essere solo slogan. E così l’attenzione al trasporto pubblico, l’impegno per l’estensione delle metropolitane e del ferro fuori Milano città(ad esempio M3 a Paullo e M2 a Vimercate) non può essere eliminata e saccheggiata per  pochezza delle classi dirigenti e per le necessità finanziarie di EXPO e di autostrade inutili e dannose. La  cura e la pulizia del territorio, la manutenzione e la riqualificazione della viabilità ordinaria, attività oggi abbandonate, creano buona occupazione e sicurezza. Una inversione di tendenza va tentata imponendo la sicurezza del Comune di  Gessate in Martesana che resiste e  non può avere la terza autostrada in casa con Tem. Va recuperato l’ammodernamento della tramvia Milano-Limbiate anch’esso scippato da Expo. Va valorizzata  la battaglia dei NO CANAL a Milano città contro l’insipienza e la corruzione e di tanti altri movimenti come quelli contro il nuovo stadio a ridosso di S. Siro.

LE PROSPETTIVE

Mentre si svolgono le prove generali di applicazione del TTIP (TRATTATO TRANSATLANTICO SUL COMMERCIO E GLI INVESTIMENTI) usando EXPO, si perseguono ulteriori e devastanti privatizzazioni. Senza pudore insieme alle autostrade, nel sottosuolo delle  nostre zone proliferano enormi depositi di gas nonostante la scarsa domanda e il terremoto del 2012,perché il dio denaro domina tutto. Si svendono la terra, gli immobili e persino le piazze e le opere d’arte, relegandoci al ruolo di colonia del XXI secolo in uno scenario terribile di decadenza, di guerra e di diseguaglianza crescente. Proprio in concomitanza con l’anno del 70 anniversario della Liberazione dal fascismo, dal nazismo e dal razzismo, dobbiamo porre un enorme problema di democrazia oggi in dissoluzione. Astensionismo e cancellazione della rappresentanza espellono la cittadinanza dal ruolo previsto dalla Costituzione. Riconquistiamo il suffragio universale perle elezioni delle città metropolitane del 2016, non abbandoniamo le altre province con servizi pubblici e personale dipendente allo sbando, archiviamola pessima pagina delle elezioni indirette con l’esclusione del popolo. Anche in questo modo proveremo a riportare i beni comuni a partire dalla terra sotto il controllo della popolazione e delle assemblee elettive, senza abdicare di fronte a oligarchie sempre più ricche e potenti nazionali e multinazionali.

MASSIMO GATTI 

già Consigliere provinciale Milano Lista Civica Un’Altra Provincia-PRC-PdCI

La “Buona Scuola” è legge, da settembre ogni scuola sarà una barricata

Scuola: corteo studenti Roma, "la buona scuola siamo noi" 

Il ddl scuola è stato approvato: ora è legge. La nostra democrazia è tenuta in ostaggio e il voto positivo del Parlamento sul ddl scuola è l’emblema dell’autoritarismo del Governo Renzi. Dopo mesi di cortei, occupazioni, proposte alternative e scioperi è assurdo che non si sia fatto un passo indietro: da settembre renderemo le scuole ingovernabili. Renzi non ha compreso l’entità della resistenza che metteremo in campo. Il movimento della scuola è maggioritario nel Paese e non si fermerà!

Il Governo con questa legge risponde soltanto agli interessi delle imprese, dei presidi-manager e alle logiche valutative degli Invalsi. Le scuole dovranno diventare “imprenditrici” per autopromuoversi recependo fondi dal territorio e saranno palestre di clientelismi, autocrazia e assenza di diritti per studenti e lavoratori. Il risultato è solo quello di inasprire le disuguaglianze già oggi ben visibili e nel mentre continuare ad aiutare e scuole private. Noi abbiamo fatto tantissime proposte ma non ci hano ascoltato. Vogliamo un “Altra Scuola” giusta che riparta da sette priorità per creare una scuola gratuita, di qualità, formativa, in grado di cambiare il modello di lavoro e di sviluppo.

Sono passati dieci mesi dalla presentazione delle linee guida della riforma della scuola. Dieci mesi di retorica della partecipazione, che nascondeva la chiara volontà di annientare il dissenso creatosi intorno ad una delle leggi più impopolari della storia dell’Italia repubblicana. Mesi di ostruzionismo, in cui il Governo Renzi è passato dalla promozione di una finta apertura volta a “consultare” il mondo della scuola, a umiliare quest’ultimo declassando le mobilitazioni autunnali come un “rito stanco”.

Alle migliaia di persone scese in piazza per contestare non solo il contenuto della riforma della scuola, ma anche per denunciare le prassi antidemocratiche perpetuate, si è risposto con un braccio di ferro che oggi rende evidenti gli interessi del Governo Renzi: sacrificare il welfare e l’intero settore “pubblico” in funzione della ristrutturazione neliberale condotta dai tecnocrati europei in combutta con l’FMI, gli stessi che hanno provato a sacrificare la democrazia greca per ammonirci tutti sull’inesistenza di strade alternative a quella dell’obbedienza, dell’austerità, dei sensi di colpa e del sacrificio in favore delle scelte criminali della finanza. Gli stessi che, fortunatamente, hanno preso uno grande schiaffo dal popolo greco.

In questi anni chi vive le scuole ogni giorno ha definito un modello d’istruzione radicalmente alternativo, interrogandosi anche su obiettivi concreti raggiungibili se solo si avesse la volontà politica di attrarre risorse colpendo tra le varie cose le grandi richezze e bloccando le grandi e dannose “grandi opere”. Proprio da un’alternativa sui saperi, liberamente accessibili e svincolati dalle logiche del mercato del lavoro attuale, si potrebbero iniziare ad abbattere le disegualianze sociali che la crisi ha reso sempre più marcate e stravolgere l’attuale modello di lavoro e di sviluppo. La priorità è ripartire dal garantire l’accesso gratuito ad una scuola di qualità, un primo passo contro dispersione scolastica, abbandono e classismo.

Ma i “cattivi maestri”, coloro i quali hanno fatto carte false tra mediaticità e repressione esplicita da settembre ad oggi, hanno chiuso gli occhi anche davanti ad una delle mobilitazioni più radicate degli ultimi anni. Essi hanno sminuito e criminalizzato occupazioni, mobilitazioni e forme di lotta dal basso che hanno caratterizzato tutta la primavera nel nostro paese.

Resistere non basta, non più. Lo abbiamo capito sin dall’inizio, da quel lontano 2008 di tagli e distruzione. Già da allora si discuteva e si praticava l’altra scuola possibile. Se questo Governo pensa di poter dormire notti serene si sbaglia: sono andati avanti senza rendersi conto che dietro di loro c’è il vuoto, che sono stati sfiduciati dalle piazze degli ultimi mesi. Noi siamo una generazione che in realtà non si aspetta nulla da questi qui: fanno gli interessi dei pochi contro i bisogni dei molti senza essere legittimati dal voto popolare. Non possiamo fermarci anche perché il nstro protagonismo è indispensabile per liberare questo Paese. Noi siamo un mare in tempesta che neanche l’estate riuscirà a placare.
Da settembre le scuole saranno proprio gli spazi della costruzione alternativa in corto circuito con chi ci governa, sfiduceremo la “Buona Scuola” proprio nei luoghi che vorrebbe svendere, sottrarremo legittimità a chiunque voglia fermare il cambiamento che da anni pratichiamo e saremo indomabili nelle piazze.

Le scuole saranno un problema per il Governo Renzi. Boichetteremo i dispositivi di valutazione, creeremo nuovi organi di partecipazione per bloccare l’applicazione della riforma, costruiremo proposte alternative da mettere in pratica scuola per scuola, evidenzieremo in diverse forme le mancanze strutturali della scuola pubblica italiana e continueremo a riempire le piazze con i lavoratori e i precari. Boicotteremo la legge in ogni sua forma, contro il mercato dei saperi e la privatizzazione dei diritti. Non faremo passi indietro, perché qui è in gioco una battaglia troppo importante sulla democrazia che travalica “La Buona Scuola” e punta a mettere in crisi i processi di governance a livello europeo. L’OXI italiano maturerà anche nelle scuole, per cambiare il nostro Paese e costruire un’Europa dei diritti, del welfare, del reddito di base e di un lavoro degno e di qualità.

Saremo un’anomalia. Non vi è rimasto nessun argomento per farci ancora perdere tempo, come direbbe De André.

da Unione Degli Studenti UDS

La bandiera confederale e il PD di Senago

Abbandonato l’ormai vetusto simbolo della falce e martello, ritenuto oltretutto arcaico e pericoloso (visti gli oggetti contundenti che contiene) il PD decide di adottare, per le sue feste di quartiere, il più “pacato” e “moderato” simbolo della bandiera della confederazione sudista, già usato dalle armate sudiste americane (sostenitrici della schivitù) ai tempi della guerra di secessione (1861)  ed assunto, in tempi più recenti,  a simbolo della diversità razziale promossa dal movimento del Ku-Klux_Klan.

E’ di pochi giorni fa la notizia che anche l’attentatore Dylann Roof, il 21enne che ha ucciso per motivi razziali 9 afroamericani intenti a pregare nella chiesa di Charleston, usava sbandierare lo stesso vessillo ineggiando alla propria identità razziale.

Sarà una semplice analogia, ma i simboli, come le parole, hanno quasi sempre un importante significato dietro il quale si celano, di solito, altrettanto importanti messaggi.

Vedendo ora l’agire di Renzi, per quanto riguarda la scuola, la legge elettorale, lo statuto dei lavoratori e quanto verrà di nuovo, ci è venuto un lieve tremito, poichè nel suo agire appare più chiaro il messaggio che vuole trasmettere. E se anche i vessilli esposti alle feste del PD vlessero dirci qualcosa, il terrore adesso ci pervade.

Un vero e proprio 'proclama' per la supremazia bianca e decine di foto con le armi in pugno o nei luoghi storici delle sconfitte confederate nella guerra civile americana. Sputano da un sito, che risulta registrato nel febbraio scorso, e che - secondo gli esperti - è riconducibile direttamente a Dylann Roof, il killer di Charleston. ANSA

Un vero e proprio ‘proclama’ per la supremazia bianca e decine di foto con le armi in pugno o nei luoghi storici delle sconfitte confederate nella guerra civile americana. Spuntano da un sito, che risulta registrato nel febbraio scorso, e che – secondo gli esperti – è riconducibile direttamente a Dylann Roof, il killer di Charleston. ANSA

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Nella foto il palco alla festa del PD di Senago sul quale avrebbe dovuto presentarsi, per un dibattito, il ministro del lavoro Poletti. Notate la lunga ed evidente fila di bandiere confederali sudiste sotto le due più misere bandierine del Partito Democratico.

 

 

Grecia al referendum: il governo difende la dignità di tutti

e29d1bf5737091e1377be0555a7e049ef76497e4cbe4381da8c7e535_175x175Ogni persona dotata di un minimo di intelligenza e di onestà dovrebbe oggi ringraziare Tsipras e il popolo greco per aver dato, pagando un prezzo certamente caro, un senso a parole che da troppo tempo ne erano prive.

Intanto alla parola “democrazia“, che proprio in Grecia ha avuto origine più di due millenni e qualche secolo fa. Una parola avvilita e umiliata dal governo del capitale che ne fa strame da tempo, specie in Europa. Mascherati dietro la presunta oggettività dei dati economici, i funzionarietti al servizio della finanza intendono perpetuare, spacciandolo per l’unico possibile, un sistema fortemente iniquo e foriero di ingiustizie e di distruzioni di cui dovremmo sbarazzarci al più presto se vogliamo garantire un futuro all’Europa e all’umanità.

Poi alla parola “Europa“. Nata per affermare anche diritti sociali e pace, si è trasformata negli ultimi anni in un mostruoso apparato burocratico asservito alle lobby finanziarie che a Bruxelles fanno il bello e il cattivo tempo. Un’Europa priva di ogni senso di identità comune e di solidarietà come dimostrato anche dall’ignobile scaricabarile sui richiedenti asilo. Un’Europa del genere è destinata a far proliferare, come un verminaio incontrollabile, decine di Salvini, di Le Pen e di membri di Alba Dorata, la quale. come si è saputo di recente, non a caso partecipò, una ventina di anni fa all’orribile massacro di Srebrenica che costituì il momento culminante della guerra jugoslava che segnò il reingresso a pieno titolo della violenza bellica e dei crimini contro l’umanità nella storia europea.

Poi alla parola “giustizia sociale“. Dalla Grecia vessata dalla finanza, dove la disoccupazione e la povertà di massa raggiungono vette inusitate, si leva la forza di un popolo che proclama la necessità di dire basta a politiche scellerate che stanno provocando devastazioni senza fine anche da noi e in tutta l’Europa, sia mediterranea che continentale.

Certamente anche alla parola “razionalità economica“. Che per essere tale deve valere per la maggioranza del popolo e non per un pugno di usurai. Deve vedere il reinvestimento della ricchezza nell’economia reale, quella in grado di soddisfare le esigenze materiali e ideali delle persone in carne ed ossa, e non essere rinchiusa nei forzieri blindati dei Paperoni autoreferenziali che fanno finta di governarci.

Anche, direi, alla parola “politica“, che da sempre costituisce, come affermò un grande filosofo greco, una caratteristica ineliminabile e nobile dell’essere umano. Ma che l’asservimento alla finanza e ai poteri economici ha ridotto a qualcosa degno di Buzzi e Carminati, dei partiti privi di spina dorsale e di ideali, si chiamino essi Pd, Forza Italia o in altro modo.

E’ per ridare senso a queste parole fondamentali per il genere umano, oggi ridotte a un balbettio senza senso, che il popolo greco si accinge a votare il 5 luglio. Con ogni probabilità il governo Tsipras otterrà la grande maggioranza dei consensi. Un popolo non si piega con le minacce, i ricatti e la violenza, sia essa di tipo bellico od economico. Stupisce che i tedeschi, che dalla Grecia come dal resto di Europa furono scacciati a furor di popolo settant’anni fa, non l’abbiano ancora capito.

Quello che è certo è che con la rottura dei negoziati e il referendum greco finisce per sempre l’Europa in cui abbiamo creduto e si apre una fase storica nuova. Sarebbe opportuno che anche nell’afasica Italia si tengano analoghe consultazioni per capire se il popolo è bovinamente allineato sulle non posizioni del suo governo di decerebrati o, come ritengo, aspira a qualcosa di differente dall’immangiabile zuppa attuale.

Come conclude Tsipras il suo messaggio al popolo greco che indice il referendum, sono in gioco sovranità e dignità. Altri due concetti fondamentali, E non solo per i Greci.

Ringraziamoli per avercelo ricordato e per difenderli anche per noi.

Fabio Marcelli da “IL Fatto Quotidiano”