Archivi del mese: agosto 2016

Siamo il paese dei terremoti ma non vogliamo imparare la lezione.

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Il terremoto del Centro Italia non è certo una tragedia anomala della travagliata storia d’Italia, è solo l’ennesimo disastro che va ad aggiungersi a una lunga lista di catastrofi sismiche: dal Belice (1968, 231 morti, le ultime 250 baracche sono state smantellate nel 2006) al Friuli (1976, 990 morti); dall’Irpinia (1980, 2914 morti), dall’Umbria (1997, quattro morti) alla pianura modenese (2012), solo per citare quelli degli ultimi 50 anni. Quello di oggi è quasi tragicamente beffardo per le somiglianze e le coincidenze con l’Aquila (309 vittime e oltre 1.600 feriti) come se la natura maligna avesse voluto impartirci il castigo per una lezione che non vogliamo imparare.

Siamo un Paese meraviglioso a sciagura avvenuta, abbiamo affinato la migliore organizzazione possibile per la Protezione civile, la nostra solidarietà non ha confini, la gente scava a mani nude e non lesina aiuti, accoglienza, solidarietà concreta. Ma non riusciamo ancora a mettere in campo una cultura della prevenzione, come in California o in Giappone: guardiamo al Sol levante come l’isola esotica e lontana dei terremoti e non ci rendiamo conto che gli abitanti di quell’Isola sono simili a noi che siamo gli abitanti della Penisola dei terremoti, lo Stato europeo con la più alta frequenza di eventi del genere. Quante altre sciagure – non nei prossimi secoli, ma nei prossimi anni – ci vorranno per capire che siamo un Paese ad alto rischio?

Prevenire scientificamente i terremoti come si fa con le previsioni meteorologiche non è possibile (anni fa nacque la leggenda metropolitana, ampiamente ripresa dai giornali dell’epoca, di un sistema di prevedibilità scientifico messo a punto per la Grecia, inventato da alcuni ciarlatani). Ma se per prevenzione intendiamo una previsione basata sulla frequenza delle scosse sismiche, sulle probabilità che avvengano, sulle condizioni geologiche dell’area appenninica e di altre zone del sottosuolo, sullo stato delle abitazioni, spesso vecchie di secoli come nel caso dei Comuni dell’area dell’ultimo terremoto, allora sì che possiamo prevedere con una certa approssimazione l’ipotesi che in quell’area si verificherà un evento catastrofico, mettendo in sicurezza tutte le abitazioni come in Giappone, dove gli edifici sono in grado di assorbire scosse di magnitudo superiore a quella degli ultimi terremoti e tutto si risolve con uno spavento.

Ma in Italia tutto questo non è mai stato messo in atto. Gli studi e le ricerche sulle condizioni sismiche del territorio nazionale, il censimento del patrimonio edilizio e soprattutto del suo stato, la messa in sicurezza dei Comuni più a rischio, l’adeguamento delle norme tecniche e dei materiali di costruzione, l’addestramento della  popolazione all’emergenza a cominciare dalle scuole elementari,la concentrazione degli sforzi dove il rischio è altissimo (come nella dorsale appenninica, nel Nordest e in Calabria, soprattutto nell’area di Reggio Calabria) richiede una politica di “visione” a lungo termine, previdente ma non troppo remunerativa a livello elettorale. Uno studio del Consiglio nazionale degli ingegneri ha calcolato che dal terremoto del Belice a quello dell’Emilia Romagna del 2012  si sono spesi 120 miliardi di euro per la ricostruzione. Ma è stato anche calcolato che con l’impiego di 2,4 miliardi all’anno lo Stato avrebbe potuto mettere in sicurezza il Paese, risparmiando risorse e soprattutto migliaia di vite umane, decine di migliaia di feriti, milioni di sfollati e tutto l’inevitabile scia di dolore e di infiniti disagi che un terremoto comporta.

Ma più che investire risorse in progetti a lungo termine (quando i frutti magari verranno colti da qualcun altro) è molto meglio – dal punto di vista politico –  aggirarsi tra le rovine a consolare i sopravvissuti e gli afflitti, dimostrando solidarietà agli sfollati e dando pacche sulle spalle ai volontari della protezione civile, oltre che impegnarsi per i soccorsi e la ricostruzione. Questo non significa che i politici nazionali e locali non siano in buona fede quando si comportano in questo modo, ci mancherebbe, è giusto e doveroso che lo facciano. Ma è indubbio che essere definiti come il sindaco” o l’assessore o il ministro “della ricostruzione” porti più vantaggi in termini di immagine che essere ricordati come il sindaco, l’assessore o il ministro della “prevenzione” (che infatti è una definizione che non esiste). E’ cinico dirlo, ma è così. E non sappiamo a quanti altri terremoti dovremmo assistere per arrivare a una seria politica della prevenzione in Italia.

di Fulvio Scaglione da Famiglia Cristiana

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Ora alternativa

SVILUPPO ECONOMICO Il paradosso della produttività

di Maurizio Ricci (pubblicato su http://www.ildiariodellavoro.it)
Potremmo chiamarlo il mistero della produttività svanita. Quando la Confindustria  rilancia l’idea di legare i contratti alla produttività, infatti, fa ricorso ad uno strumentario tutt’altro che inedito. Anzi, percorso più volte nel dialogo e nella  contrattazione. A patto di sapere, però, che, oggi, la  roduttività – l’unico autentico  motore della crescita economica e del miglioramento del tenore di vita – non è più il  moltiplicatore di una volta. In Italia, è da decenni la grande latitante della nostra economia e della nostra crescita asfittica. Ma il fenomeno è più ampio, anzi mondiale. Nonostante il succedersi delle rivoluzioni tecnologiche, la produttività scende inesorabilmente un po’ dovunque. E’ il puzzle che autorizza autorevoli economisti a parlare di grande stagnazione globale.

Il “Compendio di indicatori 2016 della produttività” che l’Ocse ha appena fatto uscire parla di “paradosso della produttività”. L’Italia, va detto, al paradosso non è neppure arrivata: il più prezioso indicatore dell’economia moderna precipita, da noi, fin dagli  anni ’90. Il Pil per ora lavorata cresceva del 2,65 per cento l’anno fra il 1970 e il 1996.

Ha rallentato giù fino allo 0,64 per cento fra il 1996 e il 2004. E’ rimpicciolito allo 0,04 per cento l’anno fra il 2004 e il 2014. In sostanza, negli ultimi dieci anni il Pil per ora lavorata è rimasto uguale. Anche se in modo meno vistoso, tuttavia, anche altri paesi, assai più dinamici del nostro, hanno subito un brusco rallentamento. Gli Usa sono passati dal 2,50 per cento l’anno all’1,12, dopo il 2004. La Germania dall’1,68 per cento allo 0,86 l’anno. Dove sta il paradosso? Nel fatto che “la produttività è rallentata durante un periodo di significativi mutamenti tecnologici, crescente partecipazione di aziende e paesi alla catene produttive internazionali e aumento dei livelli di istruzione della forza lavoro” dice l’Ocse. Se la produttività non cresce in queste condizioni, quando dovrebbe crescere? L’avvento di Big Data non avrebbe dovuto dare una scossa all’aumento di produttività pari all’introduzione dell’elettricità a inizio ‘900 e dell’informatica alla fine?

Una ipotesi, naturalmente, è che sia stato l’impatto della crisi finanziaria esplosa nel 2008 a segnare le diverse economie, al punto che la produttività non riesce a riprender quota. Ma il Compendio fa  giustizia di questa ipotesi consolatoria: il calo della produttività non è un fenomeno ciclico e  transitorio. In realtà, si scopre che l’investimento nell’informatica, come quota del Pil, è sistematicamente in caduta, negli ultimi anni, anche negli Usa e in Germania. Il contributo di questi investimenti alla produttività ha raggiunto il picco a fine anni ’90 e da allora sta gradualmente diminuendo. Ci sono dei dati illuminanti, per l’Italia, dentro i numeri dell’Ocse.

Rispetto alla produttività oraria americana, ad esempio, nonostante il nostro crollo degli ultimi anni, siamo tornati ai livelli degli anni ’70: un  lavoratore italiano producein un’ora, in media, tre quarti di quello che produce un lavoratore americano. Peccato che, negli anni ’90, fossimo arrivati al 96 per cento. Ma, al di là dei mali specifici dell’economia italiana – dalla flessibilità del lavoro alla carenza cronica di investimenti – i dati dell’Ocse alimentano una teoria che circola da qualche tempo fra gli economisti: nonostante il grande battage pubblicitario, la rivoluzione tecnologica di questi anni ha un potere trasformativo incomparabilmente minore rispetto ai grandi salti del ‘700 e dell’800. Fra il telefonino e l’interruttore della luce non c’è match.

Anche, e soprattutto, per quel che riguarda l’importanza diretta sulla produzione e sul lavoro. Bisogna inventarsi qualcos’altro.

Senago: esonda la fognatura

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Sono bastate due ore di pioggia e questa mattina il “nuovo” tratto fognario, che percorre la sponda destra del canale scolmatore e che porta i liquami da Limbiate-Senago al depuratore di Pero, è saltato all’altezza di via De Gasperi, spargendo i nostri nobili depositi sulla riva del canale in prossimità della strada e delle vicine case.

La tubazione in questione è di recentissima costruzione e si è già palesata inadeguata.

Ci chiediamo allora se il progetto è corretto e se i lavori sono stati realizzati a regola d’arte e sopratuttto se il committente ha verificato i lavori eseguiti, ovvero se è stato fatto un collaudo.

Noi pensiamo che non può essere una banale pioggia a creare un simile disagio. Perchè ciò accade? E’ questo un temibile presagio di ciò che ci spetterà con la costruzione oramai certa delle vasche di laminazione?

Ciò che più sconforta è che in questo paese tutti sono pronti ad assumersi l’onore di fare qualcosa ma poi nessuno si assume la responsabilità di ciò che viene fatto male.

Così Renzi si è già prenotato per l’inaugurazione dell’inizio dei lavori delle vasche di laminazione a Senago, tanto volute dalla Lega e dal PD di Milano, dove verrà a posare la prima pietra, ma temiamo non si farà vivo quando la pratica dimostrerà la totale inefficacia di questa mostruosa e costosa soluzione all’esondazione del Seveso. Unirà comunque l’utile al diletevole per portare anche qui a Senago la propria campagna referendaria che servirà ad abolire la nostra Costituzione.

Vengano quindi i “potenti” ad inaugurare l’inizio dei lavori, i senaghesi li stanno aspettando. Non si preoccupino se qualcuno porterà dei grossi vasi bianchi, serviranno a raccogliere la merda che in quell’occasione molti di loro spargeranno. I tubi dove collegarli ci sono già.

Quest’anno le previsioni del tempo danno un autunno caldomolto caldo.

 

GUERRA SENZA DISCUSSIONE

 

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Ho sentito la ministra Pinotti alla radio. Dunque il governo Renzi ha valutato e deciso, e offre agli USA le nostre basi militari prima ancora che gli USA le chiedano. Il governo è solerte, sollecito e premuroso, nello spirito della Buona Scuola vuole essere collaborativo, mai contrastivo; forse avrà una medaglia al valore per essere in servitù volontaria il primo, the first.

Ho sentito alla radio che l’intervento militare USA sulla Libia durerà un mese. Mi chiedo con quale criterio sia stabilita la durata di un mese. Dunque non c’entra come andranno le cose? Forse c’entra la quantità di armi che si vogliono consumare?
Di politica internazionale io però non m’intendo, invece il governo italiano che se ne intende sta valutando se e come partecipare.

Insomma più che produrre armi per fare le guerre, si fanno le guerre per smaltire le armi. E naturalmente per produrne di nuove, eh.

DONATELLA DONATI

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“…Se è vero che il ministro Gentiloni giusto due giorni fa dichiarava altero che sarebbe stato tutto da valutare e discutere un eventuale disponibilità dell’Italia nel prestare le proprie basi agli attacchi Usa verso la Libia giusto ieri la Pinotti invece ha lasciato intendere (con un intervento in Aula, eh) che tutto è già stato deciso e quindi l’Italia è a disposizione. In mezzo ovviamente non c’è stata discussione, al solito. Non sia mai che se ne parli in Parlamento: un governo scolpito con i decreti non si brucia qualche giorno di vacanza per la guerra. Figurati…”

GIULIO CAVALLI

Il punto

La borsa non ha preso bene gli esiti degli stress test sulle banche italiane. A parte il Monte dei Paschi, i nostri maggiori istituti hanno spesso fatto anche meglio di quelli tedeschi, belgi, olandesi. Ma sulle loro capitalizzazioni pesa la scarsa redditività del capitale. E rimane – in Italia ma non solo –  il rischio delle multe per comportamenti scorretti verso i clienti.
Sorpresa: nonostante le scarse risorse destinate alla ricerca, l’Italia si piazza ottava nel mondo nella produzione di ricerca scientifica. Grazie anche al nuovo sistema di valutazione e a quello di abilitazione. E al lavoro (spesso gratuito) di tanti precari. Che, se non stabilizzati, andranno altrove a fare carriera.
Mentre il Parlamento discute la legalizzazione della cannabis, nello stato del Colorado le droghe leggere sono consentite da ormai 18 mesi. Risultati? Consumo di stupefacenti stabile, incidenti stradali attribuiti a un guidatore “fumato” diminuiti. In più, le tasse incassate dallo stato. Che in Italia potrebbero superare i 6 miliardi l’anno.
È utile a giovani e anziani, ma introdurre la flessibilità in uscita dal lavoro sembra molto difficile. Chi vuole la pensione in anticipo dovrebbe indebitarsi con banche o assicurazioni oppure ricevere prestazioni decisamente più basse. In ogni caso, il rischio che solo quattro gatti scelgano queste condizioni.
Dopo il disastro ferroviario di Bari Nord sotto accusa le politiche dei trasporti. Da un lato si spendono svariati miliardi di fondi europei per adeguare la rete. Ma poi lungaggini burocratiche e poca dedizione a servire gli utenti rimandano alle calende greche il miglioramento del servizio. Ora basta.

“tratto dal sito http://www.lavoce.info”