Siamo il paese dei terremoti ma non vogliamo imparare la lezione.

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Il terremoto del Centro Italia non è certo una tragedia anomala della travagliata storia d’Italia, è solo l’ennesimo disastro che va ad aggiungersi a una lunga lista di catastrofi sismiche: dal Belice (1968, 231 morti, le ultime 250 baracche sono state smantellate nel 2006) al Friuli (1976, 990 morti); dall’Irpinia (1980, 2914 morti), dall’Umbria (1997, quattro morti) alla pianura modenese (2012), solo per citare quelli degli ultimi 50 anni. Quello di oggi è quasi tragicamente beffardo per le somiglianze e le coincidenze con l’Aquila (309 vittime e oltre 1.600 feriti) come se la natura maligna avesse voluto impartirci il castigo per una lezione che non vogliamo imparare.

Siamo un Paese meraviglioso a sciagura avvenuta, abbiamo affinato la migliore organizzazione possibile per la Protezione civile, la nostra solidarietà non ha confini, la gente scava a mani nude e non lesina aiuti, accoglienza, solidarietà concreta. Ma non riusciamo ancora a mettere in campo una cultura della prevenzione, come in California o in Giappone: guardiamo al Sol levante come l’isola esotica e lontana dei terremoti e non ci rendiamo conto che gli abitanti di quell’Isola sono simili a noi che siamo gli abitanti della Penisola dei terremoti, lo Stato europeo con la più alta frequenza di eventi del genere. Quante altre sciagure – non nei prossimi secoli, ma nei prossimi anni – ci vorranno per capire che siamo un Paese ad alto rischio?

Prevenire scientificamente i terremoti come si fa con le previsioni meteorologiche non è possibile (anni fa nacque la leggenda metropolitana, ampiamente ripresa dai giornali dell’epoca, di un sistema di prevedibilità scientifico messo a punto per la Grecia, inventato da alcuni ciarlatani). Ma se per prevenzione intendiamo una previsione basata sulla frequenza delle scosse sismiche, sulle probabilità che avvengano, sulle condizioni geologiche dell’area appenninica e di altre zone del sottosuolo, sullo stato delle abitazioni, spesso vecchie di secoli come nel caso dei Comuni dell’area dell’ultimo terremoto, allora sì che possiamo prevedere con una certa approssimazione l’ipotesi che in quell’area si verificherà un evento catastrofico, mettendo in sicurezza tutte le abitazioni come in Giappone, dove gli edifici sono in grado di assorbire scosse di magnitudo superiore a quella degli ultimi terremoti e tutto si risolve con uno spavento.

Ma in Italia tutto questo non è mai stato messo in atto. Gli studi e le ricerche sulle condizioni sismiche del territorio nazionale, il censimento del patrimonio edilizio e soprattutto del suo stato, la messa in sicurezza dei Comuni più a rischio, l’adeguamento delle norme tecniche e dei materiali di costruzione, l’addestramento della  popolazione all’emergenza a cominciare dalle scuole elementari,la concentrazione degli sforzi dove il rischio è altissimo (come nella dorsale appenninica, nel Nordest e in Calabria, soprattutto nell’area di Reggio Calabria) richiede una politica di “visione” a lungo termine, previdente ma non troppo remunerativa a livello elettorale. Uno studio del Consiglio nazionale degli ingegneri ha calcolato che dal terremoto del Belice a quello dell’Emilia Romagna del 2012  si sono spesi 120 miliardi di euro per la ricostruzione. Ma è stato anche calcolato che con l’impiego di 2,4 miliardi all’anno lo Stato avrebbe potuto mettere in sicurezza il Paese, risparmiando risorse e soprattutto migliaia di vite umane, decine di migliaia di feriti, milioni di sfollati e tutto l’inevitabile scia di dolore e di infiniti disagi che un terremoto comporta.

Ma più che investire risorse in progetti a lungo termine (quando i frutti magari verranno colti da qualcun altro) è molto meglio – dal punto di vista politico –  aggirarsi tra le rovine a consolare i sopravvissuti e gli afflitti, dimostrando solidarietà agli sfollati e dando pacche sulle spalle ai volontari della protezione civile, oltre che impegnarsi per i soccorsi e la ricostruzione. Questo non significa che i politici nazionali e locali non siano in buona fede quando si comportano in questo modo, ci mancherebbe, è giusto e doveroso che lo facciano. Ma è indubbio che essere definiti come il sindaco” o l’assessore o il ministro “della ricostruzione” porti più vantaggi in termini di immagine che essere ricordati come il sindaco, l’assessore o il ministro della “prevenzione” (che infatti è una definizione che non esiste). E’ cinico dirlo, ma è così. E non sappiamo a quanti altri terremoti dovremmo assistere per arrivare a una seria politica della prevenzione in Italia.

di Fulvio Scaglione da Famiglia Cristiana

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