Archivi del mese: settembre 2016

Milioni di No per una Repubblica democratica.

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Lo sapevamo. Sapevamo che il governo avrebbe scelto la data più lontana possibile dal presente, dall’oggi, per convocare la consultazione referendaria sulla controriforma costituzionale targata “Renzi – Boschi”.

Dunque, il 4 dicembre saremo tutte e tutti chiamati a decidere se preservare la repubblica democratica e parlamentare o se trasformarla in un equilibrismo imperfetto di poteri dove l’unica perfezione, o meglio l’unica delle certezze possibili, sta nell’attribuzione al governo di un ruolo che mai ha avuto in questi settanta anni di vita post-bellica.

Le polemiche degli ultimi giorni si sono concentrate, giustamente, sul testo che comparirà sulla scheda di votazione dove sarà riportato il titolo della Legge di riforma costituzionale e che – la denuncia è supportata da ampli elementi di verità – induce ad esprimere più un “sì” che un “no”.

Ma le polemiche, oggi, dovrebbero invece riguardare il merito del referendum, ciò che ci propone e che abbiamo già tentato di spiegare in molti articoli su “la Sinistra quotidiana”: fra tutti, vi riproponiamo quello scritto da Raniero La Valle che è un ottima disarticolazione delle ragioni del “sì” e una altrettanto ottima affermazione delle ragioni del “no”.

Una settimana in più o in meno ormai non farà la differenza nell’esito del voto. Si tenterà di condizionarlo con stratagemmi ed argomentazioni fondate su concetti già ampiamente decantati, abusati, inflazionati ogni qual volta ormai Renzi parla da un palco delle feste del PD o dalle tribune televisive dove, per fortuna, trova un contraddittorio di una certa qualità che gli impedisce di apparire ciò che vorrebbe: una sorta di Cid campeador, di salvatore della patria e di riqualificatore della democrazia italiana.

Il problema è l’impatto che hanno avuto e che avranno le ragioni del referendum (quindi della controriforma) a fronte delle stigmatizzazioni dei sei comitati del NO che stanno provando a trovare, quanto meno, una regia comunicativa.

Alcune cartucce sono state già sparate e sono quindi bruciate: che noi del NO si voti come Casapound è stata una caduta non solo di stile, ma una vera e propria “bischerata”, una provocazione che si è rivelata un boomerang per il governo. Tanto è vero che l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) si è schierata proprio per il NO.

Per il NO sono schierate l’Arci, la CGIL, la FIOM, i sindacati di base, i partiti della sinistra di alternativa come Rifondazione Comunista, il Partito Comunista Italiano, Sinistra Italiana e altri
Che tutte queste forze vogliano, votando e invitando a votare NO, instaurare un regime caotico e di disordine istituzionale è una affermazione che va oltre la privazione del senso: è una stupidaggine, letteralmente parlando e scrivendo.

Che, invece, con la vittoria del SI’ prosegua un cammino di depauperamento della delega rappresentativa, di depotenziamento della partecipazione popolare e, quindi, di spostamento del fulcro istituzionale da Palazzo Madama e Palazzo Montecitorio a Palazzo Chigi è, invece, la verità oggettiva, verificabile leggendo il testo della controriforma.
Un testo che anche sintatticamente è un capolavoro di incomprensione e su cui si sono stropicciati gli occhi e arruffati i capelli fior fiore di costituzionalisti emeriti.

Ma l’invito è questo: a leggere, ad informarsi e a mettere da parte gli istinti primordiali di cancellazione dei parlamentari come elemento principe di un rinnovamento della politica, di meno costi presunti e di maggiore creazione di spazi di agibilità democratica nel Paese e per il Paese.

Difendere la Costituzione e il ruolo del Parlamento non è mera conservazione politica e istituzionale, ma è semmai un atto di amore verso la debole libertà civile e sociale che ancora vive in Italia grazie proprio ad un equilibrio dei poteri che ha, nonostante i tanti attacchi ricevuti nel periodo craxiano, poi berlusconiano e ora renziano, ricevuto e che sono stati, con fortune alterne, respinti.

Il mondo dei diritti del lavoro è stato in questi ultimi quarant’anni privato di una serie di garanzie che erano, secondo gli abolizionisti (fautori delle magnifiche sorti e progressive delle privatizzazioni e del mercato a tutto spiano), un intralcio all’espansione economica, alla libertà di impresa e al benessere complessivo della società.

Avete sotto gli occhi la crisi economica che, più che altrove, perdura in Italia anche per la mancanza di uno stato-sociale capace di assorbire i colpi dell’anarchia merceologica, della concorrenza finanziaria internazionale dentro il contenitore vasto e contraddittorio chiamato “Unione Europea”.

Difendere la Costituzione e il Parlamento italiano oggi, votando il 4 dicembre “NO” al referendum, è l’ultima speranza di non consegnare il Paese nelle mani di chi vuole ancora più campo libero nel decisionismo di governo, per ridurre l’unica camera che rimarrà tale ad un pappagallo ripetente, un cagnolino scodinzolante, una scimmietta da saltimbanchi che, con una legge elettorale truffa che affida il 54% dei seggi ad una forza politica che al ballottaggio nazionale ottenga la vittoria dopo aver raggiunto anche soltanto il 25% dei voti al primo turno, sarà semplicemente l’esecutrice della volontà governativa.

La riforma di Renzi e Boschi non favorisce il consolidamento della democrazia repubblicana ma la mina alla base delle sue fondamenta e, dietro la parvenza del mantenimento del consenso espresso nelle libere elezioni, un uomo solo, al comando di un partito che nemmeno lontanamente è maggioranza assoluta nel Paese, potrà governare senza troppa preoccupazione delle opposizioni. Si ridurranno i voti di fiducia. Questo è certamente vero.
Chi ha il controllo completo di governo e Parlamento perché mai dovrebbe chiedere la fiducia a sé stesso?

Riflettiamoci. Tutte e tutti insieme. Diventiamo ognuna e ognuno un pezzetto di argine contro la peggiore deriva autoritaria che sia stata proposta in Italia dai tempi in cui, sulla scorta della Costituzione della Repubblica Romana del 1849, si iniziava a tratteggiare il volto della nuova Carta fondamentale di uno Stato distrutto esteriormente e interiormente, agonizzante sotto le macerie della guerra e del fascismo.

MARCO SFERINI

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Perchè cambiare la Costituzione.

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Discorso tenuto il 16/09/2016 a Messina nel Salone delle bandiere del Comune in un’assemblea sul referendum costituzionale promossa dall’ANPI e dai Cattolici del NO e il 17/09/2016 a Siracusa in un dibattito con il prof. Salvo Adorno del Partito Democratico, sostenitore delle ragioni del Sì.

Cari amici, poiché ho 85 anni devo dirvi come sono andate le cose. Non sarebbe necessario essere qui per dirvi come sono andate le cose, se noi ci trovassimo in una situazione normale. Ma se guardiamo quello che accade intorno a noi, vediamo che la situazione non è affatto normale. Che cosa infatti sta succedendo?

Succede che undici persone al giorno muoiono annegate o asfissiate nelle stive dei barconi nel Mediterraneo, davanti alle meravigliose coste di Lampedusa, di Pozzallo o di Siracusa dove noi facciamo bagni e pesca subacquea. Sessantadue milioni di profughi, di scartati, di perseguitati sono fuggiaschi, gettati nel mondo alla ricerca di una nuova vita, che molti non troveranno. Qualcuno dice che nel 2050 i trasmigranti saranno 250 milioni. E l’Italia che fa? Sfoltisce il Senato.

E’ in corso una terza guerra mondiale non dichiarata, ma che fa vittime in tutto il mondo. Aleppo è rasa al suolo, la Siria è dilaniata, l’Iraq è distrutto, l’Afghanistan devastato, i palestinesi sono prigionieri da cinquant’anni nella loro terra, Gaza è assediata, la Libia è in guerra, in Africa, in Medio Oriente e anche in Europa si tagliano teste e si allestiscono stragi in nome di Dio. E l’Italia che fa? Toglie lo stipendio ai senatori.

Fallisce il G20 ad Hangzhou in Cina. I grandi della terra, che accumulano armi di distruzione di massa e si combattono nei mercati in tutto il mondo, non sanno che pesci pigliare e il vertice fallisce. Non sanno che fare per i profughi, non sanno che fare per le guerre, non sanno che fare per evitare la catastrofe ambientale, non sanno che fare per promuovere un’economia che tenga in vita sette miliardi e mezzo di abitanti della terra, e l’unica cosa che decidono è di disarmare la politica e di armare i mercati, di abbattere le residue restrizioni del commercio e delle speculazioni finanziarie, di legittimare la repressione politica e la reazione anticurda di Erdogan in Turchia e di commiserare la Merkel che ha perso le elezioni amministrative in Germania. E in tutto questo l’Italia che fa? Fa eleggere i senatori dai consigli regionali.

E ancora: l’Italia è a crescita zero, la disoccupazione giovanile a luglio è al 39 per cento, il lavoro è precario, i licenziamenti nel secondo trimestre sono aumentati del 7,4 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo 221.186 persone, i poveri assoluti sono quattro milioni e mezzo, la povertà relativa coinvolge tre milioni di famiglie e otto milioni e mezzo di persone. E l’Italia che fa? Fa una legge elettorale che esclude dal Parlamento il pluralismo ideologico e sociale, neutralizza la rappresentanza e concentra il potere in un solo partito e una sola persona.

Ma si dice: ce lo chiede l’Europa. Ma se è questo che ci chiede l’Europa vuol dire proprio che l’istituzione europea ha completamente perduto non solo ogni residuo del sogno delle origini ma anche ogni senso della realtà e dei suoi stessi interessi vitali. Ma se questa è la distanza tra la riforma costituzionale e i bisogni reali del mondo, dell’Europa, del Mediterraneo e dell’Italia, la domanda è perché ci venga proposta una riforma così.

La verità è rivoluzionaria, ma se si viene a sapere

E’ venuto dunque il momento di dire la verità sul referendum. La verità è rivoluzionaria nel senso che interrompe il corso delle cose esistenti e crea una situazione nuova. Il guaio della verità è che essa si viene a sapere troppo tardi, quando il tempo è passato, il kairós non è stato afferrato al volo e la verità non è più utile a salvarci.

Se si fosse saputa in tempo la bugia sul mai avvenuto incidente del Golfo del Tonchino, la guerra del Vietnam non ci sarebbe stata, l’America non sarebbe diventata incapace di seguire la via di Roosevelt, di Truman, di Kennedy, e avrebbe potuto guidare l’edificazione democratica e pacifica del nuovo ordine mondiale inaugurato venti anni prima con la Carta di San Francisco.

Se si fosse conosciuta prima la bugia di Bush e di Blair, e saputo che le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein non c’erano, non sarebbe stato devastato il Medio Oriente, il terrorismo non avrebbe preso le forme totali dei combattenti suicidi in tutto il mondo e oggi non rischieremmo l’elezione di Trump in America. Se si fosse saputa la verità sul delitto e sui mandanti dell’uccisione di Moro, l’Italia si sarebbe salvata dalla decadenza in cui è stata precipitata.

Dunque la verità del referendum va conosciuta finché si è in tempo. Ma la verità del referendum non è quella che ci viene raccontata. Ci dicono per esempio che la sua prima virtù sarebbe il risparmio sui costi della politica, e che i soldi così ottenuti si darebbero ai poveri. Ma così non è: secondo la Ragioneria Generale dello Stato, il cui compito è di verificare la certezza e l’affidabilità dei conti pubblici, il risparmio si ridurrebbe a cinquantotto milioni che si otterrebbero togliendo la paga ai senatori, mentre resterebbe il costo del Senato, e i poveri non c’entrano niente.

L’altra virtù del referendum sarebbe il risparmio sui tempi della politica. Ci dicono infatti di voler abolire la navetta delle leggi tra Camera e Senato. Ma così non è. In realtà si allungano i tempi della produzione legislativa; infatti si introducono sei diversi tipi di leggi e di procedure che ricadono su ambedue le Camere: 1) le leggi sempre bicamerali, Camera e Senato, come le leggi costituzionali, elettorali e di interesse europeo; 2) le leggi fatte dalla sola Camera che entro dieci giorni possono essere richiamate dal Senato; 3) le leggi che invadono la competenza regionale che il Senato deve entro dieci giorni prendere in esame; 4) le leggi di bilancio che devono sempre essere esaminate dal Senato che ha quindici giorni per proporre delle modifiche; 5) le leggi che il Senato può chiedere alla Camera di esaminare entro sei mesi; 6) le leggi di conversione dei decreti legge che hanno scadenze e tempi convulsi se richiamate e discusse anche dal Senato. Ciò crea un intrico di passaggi tra Camera e Senato e un groviglio di competenze il cui conflitto dovrebbe essere risolto d’intesa tra gli stessi presidenti delle due Camere che configgono tra loro.

Ci dicono poi che col referendum si assicura la stabilità politica, e almeno fino a ieri ci dicevano che al contrario se perde il referendum Renzi se ne va. Ma queste non sono le verità del referendum. Finché si resta a questo la verità del referendum non viene fuori.

Non è la legge Boschi il vero oggetto del referendum

La verità del referendum sta dietro di esso, è la verità nascosta che esso rivela: il referendum infatti non è solo un fatto produttore di effetti politici, è un evento di rivelazione che squarcia il velo sulla situazione com’è. È uno svelamento della vera lotta che si sta svolgendo nel mondo e della posta che è in gioco. Il referendum come cunto de li cunti, potremmo dire in Sicilia, il racconto dei racconti, come togliere il velo del tempio per vedere quello che ci sta dietro, se ci sta Dio o l’idolo. Il referendum come rivelatore dello stato del mondo.

Ora, per trovare la verità nascosta del referendum, il suo vero movente, la sua vera premeditazione, bisogna ricorrere a degli indizi, come si fa per ogni giallo.

Il primo indizio è che Renzi ha cambiato strategia, all’inizio aveva detto che questa era la sua vera impresa, che su questo si giocava il suo destino politico. Ora invece dice che il punto non è lui, che lui non è la vera causa della riforma, ha detto di aver fatto questa riforma su suggerimento di altri e ha nominato esplicitamente Napolitano; ma è chiaro che non c’è solo Napolitano. Prima ancora di Napolitano c’era la banca J. P. Morgan che in un documento del 2013, in nome del capitalismo vincente, aveva indicato quattro difetti delle Costituzioni (da lei ritenute socialiste) adottate in Europa nel dopoguerra: a) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; b) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; c) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; d) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere.

Prima ancora c’era stato il programma avanzato dalla Commissione Trilaterale, formata da esponenti di Stati Uniti, Europa e Giappone e fondata da Rockefeller, che aveva chiesto un’attenuazione della democrazia ai fini di quella che era allora la lotta al comunismo. E la stessa cosa vogliono ora i grandi poteri economici e finanziari mondiali, tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano, il Financial Times ed il Wall Street Journal, i quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E alla fine è intervenuto lo stesso ambasciatore americano che a nome di tutto il cocuzzaro ha detto che se in Italia viene il NO, gli investimenti se ne vanno.

Ebbene quelle richieste avanzate da questi centri di potere sono state accolte e incorporate nella riforma sottoposta ora al voto del popolo italiano. Infatti con la riforma voluta da Renzi il Parlamento è stato drasticamente indebolito per dare più poteri all’esecutivo. Delle due Camere di fatto è rimasta una sola, come a dire: cominciamo con una, poi si vedrà. Il Senato lo hanno fatto così brutto deforme e improbabile, che hanno costretto anche i fautori del Senato a dire che se deve essere così, è meglio toglierlo. Inoltre il potere esecutivo sarà anche padrone del calendario dei lavori parlamentari. Il rapporto di fiducia tra il Parlamento ed il governo viene poi vanificato non solo perché l’esecutivo non avrà più bisogno di fare i conti con quello che resta del Senato, ma perché dovrà ottenere la fiducia da un solo partito. La legge elettorale Italicum prevede infatti che un solo partito avrà – quale che sia la percentuale dei suoi voti, al primo turno o al ballottaggio – la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera (340 deputati su 615). Il problema della fiducia si riduce così ad un rapporto tra il capo del governo e il suo partito e perciò ricadrà sotto la legge della disciplina di partito. Quindi non sarà più una fiducia libera, non sarà una vera fiducia, sarà per così dire un atto interno di partito, che addirittura può ridursi al rapporto tra un partito e il suo segretario.

Per quanto riguarda le altre richieste dei poteri economici, i diritti del lavoro sono stati già compromessi dal Jobs act, il rapporto tra Stato e Regioni ha subito un rovesciamento, perché dall’ubriacatura regionalista si ritorna a un centralismo illimitato, mentre, assieme alla riduzione del pluralismo politico, ci sono delle procedure che renderanno più difficili le forme di democrazia diretta come i referendum o le leggi di iniziativa popolare, e quindi ci sarà una diminuzione della possibilità per i cittadini di intervenire nei confronti del potere.

Questo è il disegno di un’altra Costituzione. La storia delle Costituzioni è la storia di una progressiva limitazione del potere perché le libertà dipendono dal fatto che chi ha il potere non abbia un potere assoluto e incontrollato, ma convalidato dalla fiducia dei Parlamenti e garantito dal costante controllo democratico dei cittadini. E’ questo che ora viene smontato, per cui possiamo dire che la democrazia in Italia diventa ad alto rischio.

Ma a questo punto è chiaro che quello che conta non è più Renzi, ed è chiaro che quanti sono interessati a questa riforma gli hanno detto di tirarsi indietro, perché a loro non interessa il sì a Renzi, interessa che non vinca il no alla riforma.

Il secondo indizio è il ritardo della data della convocazione, che non è stata ancora fissata dal governo; ciò vuol dire che la partita è troppo importante per farne un gioco d’azzardo, come ne voleva fare Renzi, mentre i sondaggi e le sconfitte alle amministrative sono stati inquietanti. Perciò occorreva meno baldanza da Miles Gloriosus e più preparazione. E occorreva alzare il livello dello scontro, e soprattutto ci voleva il riarmo prima che si giungesse allo scontro finale. Il riarmo per acquisire la superiorità sul terreno era l’acquisto del controllo totale dell’informazione, non solo i giornali, di fatto già posseduti, ma radio e TV, ciò che è stato fatto in piena estate con le nomine alla RAI. Se davvero si trattava di scorciare i tempi e distribuire un po’ di sussidi ai poveri, non c’era bisogno del controllo totale dell’informazione.

Inoltre bisognava distruggere il principale avversario e fautore politico del No, il Movimento 5 Stelle. Questo spiega l’attacco spietato e incessante alla Raggi. E poi ci volevano i tempi supplementari per distribuire un po’ di soldi con la legge finanziaria.

C’è poi un terzo indizio. Interrogato sul suo voto Prodi dice: non mi pronunzio perché se no turbo i mercati e destabilizzo l’Italia in Europa. Dunque non è una questione italiana, è una questione che riguarda l’Europa, è una questione che potrebbe turbare i mercati. Insomma è qualcosa che ha a che fare con l’assetto del mondo.

Lo spartiacque non è stato l’11 settembre

A questo punto è necessario sapere come sono andate le cose. Partiamo dall’11 settembre di cui si è tanto parlato ricorrendone l’anniversario in questi giorni. Il mondo è cambiato l’11 settembre 2001? Tutti hanno detto così. Ma il mondo non è cambiato quel giorno: quello è stato il sintomo spaventoso della malattia che già avevamo contratto. L’11 settembre ha mostrato invece il suo volto il mondo che noi stessi avevamo deciso di costruire dieci anni prima.

Nel 1991 con dieci anni di anticipo sulla sua fine fu da noi chiuso il Novecento, tanto che uno storico famoso lo soprannominò “Il secolo breve” e così fu dato inizio a un nuovo secolo, a un nuovo millennio e a un nuovo regime che nella follia delle classi dirigenti di allora doveva essere quello definitivo, tanto è vero che un economista famoso lo definì come la “fine della storia”.

Quello che avevamo fatto dieci anni prima dell’11 settembre è che avevamo deciso di rispondere alla fine del comunismo portando un capitalismo aggressivo fino agli estremi confini della terra; avevamo deciso di rispondere alla cosiddetta fine delle ideologie trasformando il capitalismo da cultura a natura, promuovendolo da ideologia a legge universale, da storicità a trascendenza; avevamo preteso di superare il conflitto di classe smontando i sindacati, avevamo deciso di sfruttare la fine della contrapposizione militare tra i blocchi facendo del Terzo Mondo un teatro di conquista.

La scelta decisiva, che non si può chiamare rivoluzionaria perché non fu una rivoluzione ma un rovesciamento, e dunque fu una scelta restauratrice e totalmente reazionaria, fu quella di disarmare la politica e armare l’economia ma non in un solo Paese, bensì in tutto il mondo. Non essendoci più l‘ostacolo di un mondo diviso in due blocchi politici e militari, eguali e contrari, l’orizzonte di questo regime fu la globalità, la mondialisation come dicono i francesi, si stabilì un regime di globalità esteso a tutta la terra.

Quale è stato l’evento in cui ha preso forma e si è promulgata, per così dire questa scelta? C’è una teoria molto attendibile secondo cui all’inizio di un’intera epoca storica, all’inizio di ogni nuovo regime, c’è un delitto fondatore. Secondo René Girard all’inizio della storia stessa della civiltà c’è il delitto fondatore dell’uccisione della vittima innocente, ossia c’è un sacrificio, grazie al quale viene ricomposta l’unità della società dilaniata dalle lotte primordiali.

Secondo Hobbes lo Stato stesso viene fondato dall’atto di violenza con cui il Leviatano assume il monopolio della forza ponendo fine alla lotta di tutti contro tutti e assicurando ai sudditi la vita in cambio della libertà. Secondo Freud all’origine della società civile c’è il delitto fondatore dell’uccisione del padre.

Se poi si va a guardare la storia si trovano molti delitti fondatori. Cesare molte volte viene ucciso, il delitto Matteotti è il delitto fondatore del fascismo, l’assassinio di Kennedy apre la strada al disegno di dominio globale della destra americana che si prepara a sognare, per il Duemila, “il nuovo secolo americano”, l’uccisione di Moro è il delitto fondatore dell’Italia che si pente delle sue conquiste democratiche e popolari.

Ebbene il delitto fondatore dell’attuale regime del capitalismo globale fondato, come dice il papa, sul governo del denaro e un’economia che uccide, è la prima guerra del Golfo del 1991.

La guerra come delitto fondatore e il nuovo Modello di Difesa

È a partire da quella svolta che è stato costruito il nuovo ordine mondiale. E noi possiamo ricordare come sono andate le cose a partire dal nostro osservatorio italiano Non è un punto di osservazione periferico, perché l’Italia era una componente essenziale del sistema atlantico e dell’Occidente, ma era anche il Paese più ingenuo e più loquace, sicché spifferava alla luce del sole quello che gli altri architettavano in segreto.

Questa è la ragione per cui posso raccontarvi come sono andate le cose, a partire da una data precisa. E questa data precisa è quella del 26 novembre 1991, quando il ministro della Difesa Rognoni viene alla Commissione Difesa della Camera e presenta il Nuovo Modello di Difesa.

Perché c’era bisogno di un nuovo Modello di Difesa? Perché la difesa com’era stata organizzata in funzione del nemico sovietico, che non c’era più, era ormai superata. Ci voleva un nuovo modello.

Il modello di difesa che era scritto nella Costituzione era molto semplice e stava in poche righe: la guerra era ripudiata, la difesa della Patria, intesa come territorio e come popolo, era un sacro dovere dei cittadini. A questo fine era stabilito il servizio militare obbligatorio che dava luogo a un esercito di leva permanente, diviso nelle tre Forze Armate tradizionali. Le norme di principio sulla disciplina militare dell’ 11 luglio 1978, definivano poi i tre compiti delle Forze Armate. Il primo era la difesa dell’integrità del territorio, il secondo la difesa delle istituzioni democratiche e il terzo l’intervento di supporto nelle calamità naturali. Non c’erano altri compiti per le FF.AA. La difesa del territorio comportava soprattutto lo schieramento dell’esercito sulla soglia di Gorizia, da cui si supponeva venisse la minaccia dell’invasione sovietica, e la sicurezza globale stava nella partecipazione alla NATO, che prevedeva anche l’impiego dall’Italia delle armi nucleari.

Con la soppressione del muro di Berlino e la fine della guerra fredda tutto cambia: non c’è più bisogno della difesa sul confine orientale, la minaccia è finita e anche la deterrenza nucleare viene meno. Ci sarebbe la grande occasione per costruire un mondo nuovo, si parla di un dividendo della pace che sono tutti i soldi risparmiati dagli Stati per le armi, con cui si può provvedere allo sviluppo e al progresso di tutti i popoli del mondo; servono meno soldati e anche la durata della ferma di leva può diventare più breve.

Ma l’Occidente fa un’altra scelta; si riappropria della guerra e la esibisce a tutto il mondo nella spettacolare rappresentazione della prima guerra del Golfo del 1991, cambia la natura della NATO, individua il Sud e non più l’Est come nemico, cambia la visione strategica dell’alleanza e ne fa la guardia armata dell’ordine mondiale cercando di sostituirla all’ONU e anche di cambiare gli ideali della comunità internazionale che erano la sicurezza e la pace. Viene scelto un altro obiettivo: finita la guerra fredda, c’è un altro scopo adottato dalle società industrializzate, spiegherà il nuovo “modello” italiano, ed è quello di “mantenere e accrescere il loro progresso sociale e il benessere materiale perseguendo nuovi e più promettenti obiettivi economici, basati anche sulla certezza della disponibilità di materie prime”. Di conseguenza, si afferma, si aprirà sempre più la forbice tra Nord e Sud del mondo, anche perché il Sud sarà il teatro e l’oggetto della nuova concorrenza tra l’Occidente e i Paesi dell’Est. Alla contrapposizione Est-Ovest si sostituisce quella Nord-Sud.

Tutto questo precipita nel nuovo modello di difesa italiano, è scritto in un documento di duecentocinquanta pagine e il ministro Rognoni, papale papale, lo viene a raccontare alla Commissione Difesa della Camera, di cui allora facevo parte.

E’ un dramma, una rottura con tutto il passato. Cambia il concetto di difesa, il problema, dice il ministro, non è più “da chi difendersi” (cioè da un eventuale aggressore) ma “che cosa difendere e come”. E cambia il che cosa difendere: non più la Patria, cioè il popolo e il territorio, ma “gli interessi nazionali nell’accezione più vasta di tali termini” ovunque sia necessario; tra questi sono preminenti gli interessi economici e produttivi e quelli relativi alle materie prime, a cominciare dal petrolio. Il teatro operativo non è più ai confini, ma dovunque sono in gioco i cosiddetti “interessi esterni”, e in particolare nel Mediterraneo, in Africa (fino al Corno d’Africa) e in Medio Oriente (fino al Golfo Persico); la nuova contrapposizione è con l’Islam e il modello, anzi la chiave interpretativa emblematica del nuovo rapporto conflittuale tra Islam e Occidente, dice il Modello, è quella del conflitto tra Israele da un lato e mondo arabo e palestinesi dall’altro. Chi ha detto che non abbiamo dichiarato guerra all’Islam? Noi l’abbiamo dichiarata nel 1991. L’ho dichiarata anch’io, in quanto membro di quel Parlamento, anche se mi sono opposto.

I compiti della Difesa non sono più solo quei tre fissati nella legge di principio del 1978 ma si articolano in tre nuove funzioni strategiche, quella di “Presenza e Sorveglianza” che è “permanente e continuativa in tutta l’area di interesse strategico” e comprende la Presenza Avanzata che sostituisce la vecchia Difesa Avanzata della NATO, quella di “Difesa degli interessi esterni e contributo alla sicurezza internazionale”, che è ad “elevata probabilità di occorrenza” (e sono le missioni all’estero che richiedono l’allestimento di Forze di Reazione Rapida), e quella di “Difesa Strategica degli spazi nazionali”, che è quella tradizionale di difesa del territorio, considerata però ormai “a bassa probabilità di occorrenza”.

A seguito di tutto ciò lo strumento non potrà più essere l’esercito di leva, ci vuole un esercito professionale ben pagato. Non serviranno più i militari di leva; già succedeva che i generali non facessero salire gli arruolati come avieri sugli aeroplani, e i marinai sulle navi; ma d’ora in poi i militari di leva saranno impiegati solo come cuochi, camerieri, sentinelle, attendenti, uscieri e addetti ai servizi logistici, sicché ci saranno centomila giovani in esubero e ben presto la leva sarà abolita.

E’ un cambiamento totale. Non cambia solo la politica militare ma cambia la Costituzione, l’idea della politica, la ragion di Stato, le alleanze, i rapporti con l’ONU, viene istituzionalizzata la guerra e annunciato un periodo di conflitti ad alta probabilità di occorrenza che avranno l’Islam come nemico. Ci vorrebbe un dibattito in Parlamento, non si dovrebbe parlare d’altro. Però nessuno se ne accorge, il Modello di Difesa non giungerà mai in aula e non sarà mai discusso dal Parlamento; forse ci si accorse che quelle cose non si dovevano dire, che non erano politicamente corrette, i documenti e le risoluzioni strategiche dei Consigli Atlantici di Londra e di Roma, che avevano preceduto di poco il documento italiano, erano stati molto più cauti e reticenti, sicché finì che del Nuovo Modello di Difesa per vari anni si discusse solo nei circoli militari e in qualche convegno di studio; ma intanto lo si attuava, e tutto quello che è avvenuto in seguito, dalla guerra nei Balcani alle Torri Gemelle all’invasione dell’Iraq, alla Siria, fino alla terza guerra mondiale a pezzi che oggi, come dice il papa, è in corso, ne è stato la conseguenza e lo svolgimento.

Il perché della nuova Costituzione

E allora questa è la verità del referendum. La nuova Costituzione è la quadratura del cerchio. Gli istituti della democrazia non sono compatibili con la competizione globale, con la guerra permanente, chi vuole mantenerli è considerato un conservatore. Il mondo è il mercato; il mercato non sopporta altre leggi che quelle del mercato. Se qualcuno minaccia di fare di testa sua, i mercati si turbano. La politica non deve interferire sulla competizione e i conflitti di mercato. Se la gente muore di fame, e il mercato non la mantiene in vita, la politica non può intervenire, perché sono proibiti gli aiuti di Stato. Se lo Stato ci prova, o introduce leggi a difesa del lavoro o dell’ambiente, le imprese lo portano in tribunale e vincono la causa. Questo dicono i nuovi trattati del commercio globale. La guerra è lo strumento supremo per difendere il mercato e far vincere nel mercato.

Le Costituzioni non hanno più niente a che fare con una tale concezione della politica e della guerra. Perciò si cambiano. Ci vogliono poteri spicci e sbrigativi, tanto meglio se loquaci.

E allora questa è la ragione per cui la Costituzione si deve difendere. Non perché oggi sia operante, perché è stata già cambiata nel ‘91, e il mondo del costituzionalismo democratico è stato licenziato tra l’89 e il ’91 (si ricordi Cossiga, il picconatore venuto prima del rottamatore). Ma difenderla è l’unica speranza di tenere aperta l’alternativa, di non dare per compiuto e irreversibile il passaggio dalla libertà della democrazia costituzionale alla schiavitù del mercato globale, è la condizione necessaria perché non siano la Costituzione e il diritto che vengono messi in pari con la società selvaggia, ma sia la società selvaggia che con il NO sia dichiarata in difetto e attraverso la lotta sia rimessa in pari con la Costituzione, la giustizia e il diritto.

di Raniero La Valle

Il 9 ottobre sindaci e consiglieri al voto per il nuovo consiglio metropolitano: ma i cittadini staranno solo a guardare

23 sett Zone omogeneeIl sindaco metropolitano Giuseppe Sala ha indetto le elezioni per il rinnovo dei 24 membri del consiglio metropolitano, decaduto con l’uscita di scena di Giuliano Pisapia. Il 9 ottobre quindi saranno chiamati al voto i sindaci e i consiglieri comunali dei 134 comuni dell’area metropolitana.
Purtroppo ancora una volta i cittadini saranno solo spettatori. Infatti, non si è ancora provveduto ad ottemperare alle condizioni prescritte dalla legge 56/2014, che ha abolito le province, per un’elezione a suffragio universale.
I colpevoli? Un po’ tutti, o quasi. La Città Metropolitana (CM) ha provveduto ai suoi compiti, in particolare la delineazione delle cosiddette aree omogenee, raggruppamenti di comuni caratterizzati da specificità geografiche, demografiche, storiche, economiche ed istituzionali, allo scopo di controbilanciare la “forza” politica e numerica di Milano, nonché promuovere l’integrazione dei servizi tra i Comuni (singoli o associati). Nel settembre del 2015, la CM ha approvato la costituzione di dette aree, individuandone 7:
1.  Alto Milanese – 22 comuni; 258.743 abitanti; 215,23 Kmq
Arconate, Bernate Ticino, Bustate, Busto Garolfo, Canegrate, Castano Primo, Cerro Maggiore, Cuggiono, Dairago, Inveruno, Legnano, Magnago, Nerviano, Nosate, Parabiago, Rescaldina, Robecchetto con Induno, San Giorgio su Legnano, San Vittore Olona, Turbigo, Vanzaghello, Villa Cortese

2. Magentino e Abbiatense – 29 comuni; 213.745 abitanti; 360,44 Kmq
Abbiategrasso, Albairate, Arluno, Bareggio, Besate, Boffalora sopra Ticino, Bubbiano, Calvignasco, Casorezzo, Cassinetta di Lugagnano, Cisliano, Corbetta, Gaggiano, Gudo Visconti, Magenta, Marcallo con Casone, Mesero, Morimondo, Motta Visconti, Noviglio, Ossona, Ozzero, Robecco sul Naviglio, Rosate, Santo Stefano Ticino, Sedriano, Vermezzo, Vittuone, Zelo Surrigone

3. Sud Ovest – 16 comuni; 238.729 abitanti; 179,94 Kmq
Assago, Basiglio, Binasco, Buccinasco, Casarile, Cesano Boscone, Corsico, Cusago, Lacchiarella, Locate di Triulzi, Opera, Pieve Emanuele, Rozzano, Trezzano sul Naviglio, Vernate, Zibido San Giacomo

4.  Sud Est – 15 comuni; 173.267 abitanti; 179,72 Kmq
Carpiano, Cerro al Lambro, Colturano, Dresano, Mediglia, Melegnano, Pantigliate, Paullo, Peschiera Borromeo, San Donato Milanese, San Giuliano Milanese, San Zenone al Lambro, Tribiano, Vizzolo Predabissi, San Colombano al Lambro

5. Adda Martesana – 28 comuni; 336.284 abitanti; 264,95 Kmq
Basiano, Bellinzago Lombardo, Bussero, Cambiago, Carugate, Cassano d’Adda, Cassina de’ Pecchi, Cernusco sul Naviglio, Gessate, Gorgonzola, Grezzago, Inzago, Liscate, Masate, Melzo, Passago con Bornago, Pioltello, Pozzo d’Adda, Pozzuolo Martesana, Rodano, Segrate, Settala, Trezzano Rosa, Trezzo sull’Adda, Truccazzano, Vaprio d’Adda, Vignate, Vimodrone

6. Nord Ovest – 16 comuni; 315.749 abitanti; 135,82 Kmq
Arese, Baranzate, Bollate, Cesate, Cornaredo, Garbagnate Milanese, Lainate, Novate Milanese, Pero, Pogliano Milanese, Pregnana Milanese, Rho, Senago, Settimo Milanese, Solaro, Vanzago

7.  Nord Milano – 7 comuni; 315.494 abitanti; 57,88 Kmq
Bresso, Cinisello Balsamo, Cologno Monzese, Cormano, Cusano Milanino, Paderno Dugnano, Sesto San Giovanni

La Regione Lombardia si è però messa di traverso, contestando i criteri degli accorpamenti, e proponendo una suddivisione che ricalca le aree delle Aziende sanitarie. E a distanza di quasi un anno è ancora tutto fermo.
Inoltre, il comune di Milano si è mosso in ritardo: non ha ancora conferito i poteri previsti dalla legge ai nuovi Municipi, votati in contemporanea alle elezioni comunali di giugno.
Ma, aspetto ancor più grave, il Parlamento e il Governo non hanno promulgato la legge che stabilisca i criteri del voto dei cittadini nell’ambito dell’elezioni relative alla CM.
Per tutte queste ragioni, i cittadini rimarranno ancora una volta da spettatori e i nuovi amministratori metropolitani saranno scelti solo dai politici.

Ritocchi in attesa del voto

Con l’ultima tornata elettorale, alcuni consiglieri metropolitani hanno dovuto cedere il posto in quanto non rieletti o perché dimessisi.
Il Consiglio ha quindi deliberato la surroga dei Consiglieri metropolitani decaduti sostituendoli con i primi dei non eletti nelle liste elettorali.
Diventano quindi Consiglieri metropolitani, almeno fino a ottobre:
Alfredo Simone Negri, Sindaco di Cesano Boscone
Marta Battioni, Vicesindaco di Paullo
Andrea Checchi, Sindaco di San Donato Milanese
Roberto Maviglia, Sindaco di Cassano d’Adda
Roberto Masiero, Consigliere comunale a Corsico
Luca Maggioni, Sindaco di Carugate
Pierluca Oldani, Sindaco di Casorezzo
Massimo Olivares, Sindaco di Marcallo con Casone
Vera Fiammetta Silvana Solange Cocucci, Consigliere comunale a Mediglia
Graziano Musella, Sindaco di Assago
Inoltre, il Sindaco Sala ha conferito ai seguenti Consiglieri le deleghe nelle materie di competenza della Città metropolitana:
Filippo Barberis: Ambiente, Politiche giovanili.
Eugenio Comincini: Piano Strategico triennale del territorio metropolitano; Pianificazione territoriale generale e paesistico-ambientale, mobilità e viabilità.
Michela Palestra: Programmazione rete scolastica ed edilizia istituzionale; Parchi di interesse metropolitano.
Alberto Centinaio: Promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale, sostegno alle categorie più deboli e disabilità.
Pietro Romano: Bilancio, patrimonio, servizi economali, spending review.
Monica Chittò: Servizi pubblici di interesse generale in ambito metropolitano.
Eugenio Comincini è stato inoltre nominato Vicesindaco metropolitano, mentre Michela Palestra è stata confermata Presidente del Parco Agricolo Sud Milano.

Maroni continua a spingere su autostrade nei Parchi e nel verde e i treni rimangono cenerentola

maroni_devasta“Se consideriamo che, da quando io sono governatore, per esempio, è partita la Pedemontana, che si aspettava da 50 anni, è stata fatta la Brebemi, è stata messa in esercizio la Teem, devo dire che stiamo recuperando la lentezza degli anni e dei decenni passati. Non dobbiamo fermarci dobbiamo anzi accelerare, occorrono risorse e la forte collaborazione tra Regione Lombardia e Governo è quello che serve per provare a realizzare le infrastrutture necessarie”. Così ammoniva il gov Maroni lo scorso 7 marzo, nel consegnare a Delrio l’aggiornamento del Piano di mobilità della Regione Lombardia. Tre esempi di autostrade inutili, che si sono mangiate migliaia di ettari di agricoltura (ci sono agricoltori che attendono ancora oggi i soldi per l’esproprio) e che pesano sui contribuenti, visto che – pur essendo costruite da privati, cui sono state conferite concessioni fino a 50 anni!- lo Stato e la Regione Lombardia hanno elargito centinaia di milioni: : 350 milioni alla vuota Tangenziale est esterna, più defiscalizzazione; 320 milioni alla deserta Brebemi; 1,2 miliardi su un totale di 4,15 più 800 milioni di defiscalizzazione a Pedemontana! E nel nuovo Piano regionale dei trasporti lombardi sono previsti ingenti finanziamenti per ulteriori infrastrutture autostradali, mentre per il trasporto pubblico locale rimangono le solite briciole.
Ecco perché condividiamo e riportiamo il comunicato dei Comitati No Tangenziale: anche nella Città Metropolitana più evoluta e interconnessa d’Italia, si continua a viaggiare ancora su un solo binario ferroviario.

 

I treni dei pendolari ancora all’ultimo posto

Abbiamo da sempre sostenuto che un trasporto pubblico efficiente è la base di partenza per una mobilità sostenibile. Non si può non rilevare il fatto che chi abita all’interno di una città come Milano abbia la possibilità di muoversi al suo interno con costi ragionevoli e senza la necessità di usare il mezzo privato. Non è  lo stesso per chi invece non abita all’interno del confine comunale di una grande città, dove spostarsi da un paese all’altro verso il capoluogo può diventare una vera impresa poiché, per ragioni antiche, l’investimento sulle ferrovie è stato sempre considerato come un costo senza contropartita, da erogare con il contagocce (e mai considerando che il sistema di mobilità ferroviaria è quello più efficiente e sostenibile per muoversi all’interno di un’area metropolitana).
Le tasse –  per chi le paga –  sono più o meno le stesse tra gli abitanti del capoluogo e gli altri, ma il servizio a disposizione e i costi in termini di funzionalità e efficienza sono ben diversi.

Le segnalazioni degli ultimi giorni sui disservizi della nostra ferrovia Milano – Mortara  dovuti alla vetustà del materiale rotabile e della linea a binario unico nonché, purtroppo, il gravissimo incidente sulla Bari – Barletta dovuto alla mancanza di investimenti sulla sicurezza, ci impongono alcune considerazioni. Innanzitutto l’indifferenza, lunga decenni,  rivolta alla soluzione dei problemi (nel nostro caso  raddoppio dei binari e treni più decenti) praticata dalle varie istituzioni predisposte – RFI, Regione Lombardia, Comuni interessati –  punteggiata ogni tanto da interventi “spot” tipo la recente lettera del sindaco di Abbiategrasso al Prefetto,  che ogni tanto si susseguono come uno stanco e dovuto rituale destinato ad essere dimenticato in breve tempo.

Noi non sappiamo se i Comuni del nostro territorio abbiano fatto le loro osservazioni al PRMT – Piano Regionale Mobilità Trasporti – e  quali iniziative abbiano intrapreso in merito.  Noi  però che queste osservazioni le abbiamo fatte e le abbiamo discusse in Regione (insieme a Legambiente,  alle associazioni ambientaliste e degli agricoltori) , abbiamo osservato quanto riportato nel documento regionale stesso ossia che, pur a fronte di un consistente aumento degli utenti del trasporto ferroviario locale nell’ultima decina di anni, gli investimenti per la rete ferroviaria risultano pietosamente bassi soprattutto se paragonati a quelli faraonici per le infrastrutture stradali e per l’alta velocità.

E per calarci nei nostri problemi locali non riusciamo a capacitarci come possa essere possibile ancora pensare a tenere in vita un progetto ANAS di superstrada Vigevano/Magenta dal costo preventivato di 220 milioni di Euro – ma sappiamo che l’eventuale realizzazione porterà come minimo a raddoppiare l’importo – quando l’obiettivo di snellire il traffico su gomma si può ugualmente raggiungere tramite  una serie di accorgimenti quali la riqualificazione e la messa in sicurezza delle strade esistenti a cui aggiungere la realizzazione di rotonde al posto dei semafori. Il tutto con un costo notevolmente inferiore.

Il denaro pubblico risparmiato potrebbe andare benissimo a beneficio del miglioramento del servizio ferroviario locale dando ai pendolari un servizio più efficiente e, non ultimo, più sicuro. Questo lo stiamo affermando da ormai 15 anni e viene confermato ancora dai recenti gravi  disservizi ed episodi che coinvolgono le linee ferroviarie locali dove i pendolari sono vittime di un sistema che predilige le grandi infrastrutture stradali anziché il miglioramento dei treni pendolari.

Risparmiare risorse sulle grandi infrastrutture stradali  non significa restare immobili bensì  cambiare prospettiva ammettendo finalmente che una mobilità sostenibile non si realizza moltiplicando le  strade ma rendendo quelle esistenti più sicure e efficienti, realizzando piccoli interventi volti a snellire il traffico e soprattutto rendendo appetibile e efficiente il servizio pubblico che toglierebbe notevole quantità di traffico su gomma.
Comitati No Tangenziale del Parco del Ticino e Parco Agricolo Sud Milano

Puntualizzazioni riguardo il Referendum sulla Riforma Costituzionale

Le idee di chi scrive su questo blog, a riguardo del prossimo Referendum sulla Riforma Costituzionale, sono sicuramente chiare e ben note ai lettori. E’ netta la nostra presa di posizione a favore del No e la partecipazione militante al fianco dell’ANPI per respingere la cosiddetta Riforma Boschi-Renzi. 

Siamo ovviamente di parte e non ci piace dipingere un mondo nel quale si possa fare finta di recitare contemporaneamente ed ipocritamente il ruolo di diavolo e di acquasanta e con troppa leggera disinvoltura. Prendendo in prestito un passo del Nuovo Testamento ci verrebbe facilmente da dire che “Non si può servire Dio e Mammona”Non si può stare contemporaneamente su entrambi i fronti di una barricata.

Con un certo imbarazzo ci tocca sottolineare che una rivista, che a quest’ora avrà già raggiunto diverse famiglie senaghesi, trova al suo interno un editoriale del proprio direttore che, scrivendo sul prossimo Referendum, che probabilmente dovrebbe svolgersi a novembre, cerca di riassumere simultaneamente le ragioni del Sì e le motivazioni del No.

Peccato che nel fare questo si illustrino le ragioni del Sì in modo anche correttamente partigiano, lo stesso direttore ci pare sia membro del Comitato locale per il Sì alla riforma. Non c’è nulla di male nell’essere di parte. Chi tra noi ha ancora un po’ di memoria storica e con il cuore che batte ancora un po’ a sinistra amerà senz’altro il passaggio di Antonio Gramsci relativo all’essere di parte ed allo schierarsi. Dicevamo che purtroppo nell’editoriale della rivista di cui sopra, sembrano chiare le ragioni del Sì, ma invece appare decisamente caricaturale il disegno che descrive le motivazioni di chi sostiene il No alla Riforma.

Non vogliamo calarci nel ruolo dei soliti Professoroni così invisi al premier del nostro paese, ma ci pare che l’editoriale di Senago – Noi e la Città contenga alcune inesattezze.

Ne elenchiamo solo un paio per sgomberare il campo da notizie fuorvianti e banalmente false.

  1. Non esiste un abbassamento automatico del quorum per i referenda abrogativi. Questo quorum (il numero di partecipanti al voto perchè un referendum venga dichiarato valido) viene ridotto solamente se le firme raccolte per indire la consultazione popolare hanno raggiunto la quota di 800mila invece delle consuete 500milaNon è affatto una cosa semplice. Chi ha avuto anche poche esperienze di raccolta firme ricorderà che un numero così elevato è stato raggiunto in poche e rare occasioni. Il tempo per la raccolta firme è di soli tre mesi e stante la forte crisi di partiti, movimenti, sindacati ed associazioni e di tutti i corpi intermedi di questo paese risulta lampante come il risultato sia pressochè irraggiungibile. Probabilmente per la raccolta firme sull’acqua pubblica si superò il milione di firme, ma purtroppo sappiamo quanto l’esito di quel referendum sia rimasto inascoltato e soprattutto siano state disattese le richieste dei cittadini. Un buon governo dovrebbe vigilare sul rispetto per le decisioni del popolo sovrano. 
  2. Si accenna nel già citato editoriale, secondo chi scrive un po’ populisticamente nell’ottica di inseguire ed ammansire un certo grillismo che prende sempre più piede, che vi saranno 315 stipendi da senatore in meno. Ebbene il Senato non è completamente cancellato. Forse sarebbe stato addirittura meglio eliminarlo totalmente, tuttavia in presenza di una legge elettorale proporzionale.  Con il combinato disposto della Legge Elettorale Italicum e della Riforma Costituzionale crediamo proprio che lo scenario non sia dei più democratici possibili. I 100 residui senatori, un po’ sindaci, un po’ consiglieri regionali che si eleggeranno tra loro, un po’ come avviene già per i membri del Consiglio della Città Metropolitana, finiranno sicuramente per svolgere male entrambe le funzioni. Ebbene questi nuovi senatoririceveranno comunque degli emolumenti e/o dei rimborsi e quindi sarebbe bene non buttare fumo negli occhi, parlando di un netto risparmio di 315 stipendi senatoriali. Ad oggi non è ancora chiaro quanto sarà il reale risparmio che si avrà una volta approvata questa nuova versione della Costituzione. I più ottimisti parlano di circa il 9% in meno della spesa attuale. Non certo la rivoluzione promessa !!

Crediamo, ma è solo una nostra modesta opinione, che, per amore della democrazia e di un dibattito franco, anche tanti giornali locali dovrebbero ospitare espressioni e motivazioni di voto dando la parola a rappresentanti delle parti a confronto. Si eviterebbero a volte molti malintesi ed alcune sintesi un po’ troppo azzardate.

Su questo sito non mancheranno, soprattutto nei prossimi due mesi, nuovi aggiornamenti ed anche appassionate discussioni sul merito del Referendum e quindi stay tuned…