Archivi del mese: maggio 2017

SINISTRA SENAGO ED IL CANDIDATO SINDACO FRANCESCO BILÀ: il programma

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Votare Sinistra Senago ed il suo candidato Francesco Bilà significa, in breve:

DEMOCRAZIA PARTECIPATA: più potere ai cittadini nel prendere decisioni che riguardano la città
VASCHE: ostacoli legali allo scavo, salvaguardia delle acque e dell’aria
SALUTE: sviluppo delle possibilità della Casa della Salute, Osservatorio salute
TRASPARENZA E LEGALITÀ: controllo degli appalti, monitoraggio ed ostacolo delle infiltrazioni mafiose e fasciste
SPORT: Centro Sportivo saldamente nelle mani del Comune
SCUOLA E BAMBINI: costruzione della Città dei bambini e dei ragazzi, finanziamenti alle scuole pubbliche
FASCE DEBOLI: protezione dei diritti di disabili, non autosufficienti, anziani, popolazione più povera, migranti
ABITARE: rilevazione e miglioramento della qualità dell’abitare
GOVERNO DEL TERRITORIO: anagrafe degli immobili sfitti, stop al consumo di suolo, viabilità ecosostenibile, verde pubblico, recupero delle cave
CULTURA: rafforzamento del ruolo della Biblioteca, intercultura, aggregazione giovanile

L’11 GIUGNO SULLA SCHEDA METTI DUE SEGNI: UNO SUL SIMBOLO DI SINISTRA SENAGO, UNO SUL NOME DI FRANCESCO BILÀ

 

Sinistra Senago: la sinistra unita,

per trasformare il futuro della città

Intervista a Francesco Bilà, candidato sindaco di Sinistra Senago

IMG_1971Senago Bene Comune ha intervistato Francesco Bilà, il giovane candidato alla carica di Sindaco che la sinistra unita nella lista Sinistra Senago presenta alle Elezioni Amministrative dell’11 giugno 2017.

Francesco, perché hai scelto di accettare la candidatura per Sinistra Senago?

Ho scelto di accettare la candidatura per sinistra Senago perché politicamente mi sento pronto e preparato; credo inoltre che possa essere una preziosissima esperienza di crescita personale e politica. Infine, ma non per ultimo, non avrei mai accettato se non avessi avuto la consapevolezza di far parte di un collettivo così coeso e presente, composto da persone eccezionali, mature, disponibili e con grande esperienza.

Che cosa pensi di fare di fronte al problema rappresentato dalle vasche di laminazione, i cui lavori sono già iniziati?

Come sindaco e come cittadino, penso che sia doveroso vigilare sui cantieri, collaborare con gli organi preposti segnalando eventuali irregolarità e informare i cittadini sugli sviluppi dell’opera. Inoltre, credo sia fondamentale ascoltare la voce dei senaghesi ripristinando quel valido strumento di partecipazione che era ed è il Forum sulle vasche.
Come amministrazione, inoltre, prevediamo la creazione di un Osservatorio salute che, se attivato, terrebbe monitorati parametri di qualità dell’acqua e dell’aria.

Quali sono per te le priorità di intervento dell’azione amministrativa a Senago? In quale modo pensi di affrontarle, considerate le condizioni economiche in cui versa Senago, come tanti Comuni italiani?

Politiche sociali, viabilità sostenibile, cultura e recupero degli spazi pubblici saranno i capisaldi del nostro intervento amministrativo. In un’epoca di austerità, proverò a garantire i servizi utili ai cittadini, tagliando gli sprechi dove è possibile e attivando un coordinamento delle associazioni.

INCIVILTÀ POLITICA NELLA CAMPAGNA ELETTORALE

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Stamane sono comparse, scarabocchiate sui manifesti elettorali della destra, frasi ingiuriose rivolte alla candidata alla carica di sindaco di quello schieramento politico. Sinistra Senago condanna l’episodio.

Anche Sinistra Senago, nel corso della campagna elettorale, è stata fatta oggetto ripetutamente di insulti, ingiurie e perfino aggressioni fisiche.

Sinistra Senago ribadisce con forza che la competizione elettorale non deve essere avvelenata da episodi di inciviltà politica, ma deve svolgersi in un clima pacifico, rispettoso e soprattutto democratico.

Miserabile accumulazione: Salari, produttività e impoverimento relativo dei lavoratori

Nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione del lavoratore, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare.

Miserabile accumulazione: Salari, produttività e impoverimento relativo dei lavoratori

L’attenzione notevole rivolta negli ultimi anni ai cambiamenti intervenuti nella distribuzione del reddito da numerosi studiosi (Milanovic, Picketty, Deaton) può essere utilizzata correttamente se si considerano le crescenti disuguaglianze come effetto e non come causa della crisi.

Salari fermi al livello di sussistenza

Per Karl Marx, la parola “miseria” non indica la povertà assoluta, avendo egli chiarito nel I libro del Capitale (in particolare nei par. 3 e 4 del cap. 23) che la legge dell’immiserimento della classe operaia non è contraddetta dalla possibilità che i salari dei lavoratori crescano durante l’accumulazione di capitale, almeno fino a un certo livello. Nella sua analisi, Marx distingue tre definizioni del salario. In primo luogo, e a un livello più immediato, il salario rappresenta la quantità di denaro che il lavoratore riceve dal suo datore di lavoro: è il salario “nominale” o “monetario”. Tuttavia, in un mondo in cui spetta ai capitalisti decidere quantità e prezzi della produzione, non possiamo accontentarci di considerare i salari nominali, ma dobbiamo considerare la quantità effettiva di beni e servizi che i salari sono in grado di acquistare, cioè i salari “reali”.

Figura 1 Tassi di variazione annuali dei salari nominali orari dei lavoratori negli Usa (1964 – 2012) fonte: Federal Reserve Economic Data (FRED)

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Quello che appare in figura 1 è la variazione nel corso del tempo dei salari nominali dei lavoratori negli Usa: quindici anni di crescita anche sostenuta con incrementi annui compresi tra il 4 ed il 9 per cento, poi – in “coincidenza” con la svolta monetarista del 1979 – un drastico ridimensionamento che ha portato i salari a oscillare entro una banda molto più ristretta (tra l’1,5 ed il 4 per cento). Ma si tratta solo di un’immagine parziale di quanto è avvenuto.

Per calcolare e rendere confrontabili i salari reali, vale a dire la quantità di beni e servizi acquistabili dai lavoratori, è necessario considerare la variazione dei prezzi delle merci, vale a dire l’inflazione. Utilizzando come indicatore di inflazione l’indice dei prezzi al consumo, si nota (figura 2) che la fase di crescita reale del salario (che non supera mai il 4 per cento) non si interrompe – come poteva sembrare dall’immagine precedente – alla fine degli anni ’70, ma qualche anno prima. A partire dalla seconda metà degli anni ’70, infatti, i salari reali orari di chi lavora negli Usa crescono sempre meno, fino a raggiungere un picco negativo proprio nel 1979; a partire da allora, oscillazioni ridotte, che alternano momenti di crescita a momenti di diminuzione.

Figura 2 Tassi di variazione annuali dei salari reali orari dei lavoratori negli Usa (1964 – 2012) fonte: FRED

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In termini di paga oraria, chi lavorava negli Usa a metà anni ’60 guadagnava in media due dollari e mezzo l’ora. Oggi ne guadagna circa venti: quasi dieci volte di più. Questo l’aumento del salario negli Usa in termini nominali (figura 3).

Figura 3 Livello dei salari nominali dei lavoratori negli Usa (1964-2012)

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Utilizzando l’indice dei prezzi al consumo per riportare ad oggi il valore dei due dollari e mezzo del 1964, troviamo che corrispondono a 18 dollari e mezzo, il che equivale a dire che i lavoratori, con i due dollari e mezzo l’ora di 53 anni fa, potevano comprare un paniere (panierino) di merci che oggi costa-vale diciotto dollari e mezzo. È questo che si intende per “salario che oscilla attorno al livello di sussistenza”: chi lavora negli Usa lo fa per un livello reale di potere di acquisto che non è cambiato, se non per qualche decimale di punto, da cinquanta anni e più a questa parte (figura 4).

Figura 4 Livello dei salari reali dei lavoratori negli Usa

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Chi – utilizzando la banca dati OECD – volesse mettere a confronto l’andamento dei salari dei lavoratori negli Usa con quelli di chi lavora in Italia nell’intervallo 1971-2015 otterrebbe un risultato come quello mostrato in figura 5.

Figura 5 Confronto tra i salari orari Usa e Italia (1971-2016) fonte: OECD

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Sappiamo da Marx che il salario rappresenta il valore (di scambio) della forza-lavoro. Questa è forse la più grande innovazione scientifica nel campo della teoria economica: il salario paga il valore della forza-lavoro, non il suo uso-consumo, ossia il lavoro, il cui equivalente monetario è al contrario incassato dai capitalisti che, per accrescere il plusvalore, puntano tutte le loro carte migliori sulla produttività.

L’aumento della produttività consente ai proprietari delle imprese di ottenere un volume maggiore di merci, volume, non valore, e questa è una delle contraddizioni più pesanti del modo capitalistico di produzione. Se confrontiamo l’andamento della produttività del lavoro in paesi diversi facendo attenzione alla differenza tra livelli assoluti e tassi di variazione, osserviamo che, nonostante sia vero che nel corso del tempo la dinamica della produttività abbia subito ovunque nel mondo un rallentamento anche notevole, ciononostante, considerando un intervallo di tempo significativo, la produttività del lavoro è cresciuta molto più di quanto siano cresciuti i salari reali e conseguentemente – come vedremo – la quota distributiva che spetta al lavoro si è ridotta. È evidente e noto il rallentamento della crescita della produttività in Italia a partire dai primi anni ‘90; quello che normalmente si omette è che, nei decenni precedenti, il ritmo di crescita della produttività in Italia non solo era elevato, ma superiore – per esempio – a quello che si registrava negli Usa (figura 6).

Figura 6 Produttività del lavoro nell’industria manifatturiera negli Usa e in Italia (1952-2012)

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Se a questo punto mettiamo a confronto la dinamica della produttività con quella del salario reale, il quadro che viene fuori è quello mostrato in figura 7: una forbice che – in Italia – si allarga per trent’anni, dalla seconda metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’90, poi è vero che la produttività smette di crescere, ma il salario reale pure, da prima e di più.

Figura 7 Andamento della produttività e del salario reale in Italia (1952-2014)

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Ma quanto detto non basta per capire la fondatezza della legge dell’immiserimento della classe lavoratrice, ed è per questo motivo che Marx ed Engels si riferiscono a tre dimensioni del salario, non semplicemente a due. “Innanzi tutto il salario è determinato anche dal suo rapporto col guadagno, col profitto del capitalista. Questo è il salario proporzionale, relativo. Il salario reale esprime il prezzo della forza-lavoro in rapporto col prezzo delle altre merci; il salario relativo, invece, la parte del valore nuovamente creato che spetta al lavoro immediato, in confronto con la parte che spetta al lavoro accumulato, al capitale” [1]. Da questo segue che il salario relativo, e dunque la quota che spetta al lavoro sul prodotto/reddito totale (il Pil, o il valore aggiunto) può diminuire anche se i salari reali, non solo quelli nominali, aumentassero. Molti di coloro che accusano Marx di aver sbagliato previsione ipotizzando che il capitalismo avrebbe ridotto alla fame i lavoratori fraintendono questo punto, e dunque la dimensione relativa dell’impoverimento che naturalmente, costituendo i lavoratori la parte di gran lunga maggioritaria della popolazione, diventa immiserimento generale, ma sempre in termini relativi.

Per Marx, che assume la definizione di salario relativo da Ricardo, è questa la dimensione che conta quando enuncia la legge generale dell’accumulazione, che equivale alla legge generale della sovrappopolazione. Scrive Marx: “Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione, il volume e l’energia del suo aumento, quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la forza produttiva del suo lavoro, tanto maggiore è l’esercito industriale di riserva […]. La legge per la quale una massa sempre crescente di mezzi di produzione, grazie al progresso compiuto nella produttività del lavoro sociale, può essere messa in moto mediante un dispendio di forza umana progressivamente decrescente, questa legge si esprime su base capitalistica – per la quale non è l’operaio che impiega i mezzi di lavoro, bensì sono i mezzi di lavoro che impiegano l’operaio – in questo modo: quanto più alta è la forza produttiva del lavoro, tanto più grande è la pressione degli operai sui mezzi della loro occupazione, e quindi tanto più precaria la loro condizione di esistenza: vendita della propria forza per l’aumento della ricchezza altrui […]. Ne consegue quindi che, nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione dell’operaio, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare […]. Questa legge determina un’accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale” [2].

A livello di mercato mondiale (secondo alcuni istituti di ricerca a partire dagli inizi degli anni ’80, per altri qualche anno prima) è andata proprio così: la quota del reddito spettante al lavoro è diminuita ovunque, più o meno, ma ovunque, dai paesi più accanitamente “liberisti”, dove i sindacati non contano molto, alle (ex) socialdemocrazie scandinave; dai paesi più “avanzati”, a quelli “emergenti”. In termini quantitativi, le stime dell’OECD (2015) relative a 59 paesi, per il periodo 1975 – 2012 riferiscono di cinque punti percentuali persi dal lavoro, dal 64 al 59 per cento.

Continuando l’analisi dell’economia Usa (figura 8), ancora la più importante e più rappresentativa del capitalismo globale, e mettendola anche in questo caso a confronto con l’Italia (figura 9), scopriamo che la tendenza negativa per la quota di reddito spettante al lavoro parte negli Usa dal 1970-71, anni in cui ai lavoratori andava quasi il 68 per cento dell’intero prodotto; a partire da quel biennio comincia una perdita di peso relativo del lavoro che si interrompe solo per il breve ciclo (tipicamente speculativo) della seconda metà degli anni novanta, con l’ultimo dato disponibile che corrisponde al 62 per cento: sei punti in meno, diciamo nella media. Per l’Italia il ciclo “glorioso” degli anni ’60 termina ben presto e dalla metà degli anni ’70 la quota di reddito che spetta al lavoro crolla dal 72 fino a un minimo del 52 per cento del reddito prodotto, salvo recuperare qualche punto negli ultimi anni (“nonostante” l’introduzione dell’euro?): in totale almeno quindici punti persi, diciamo tre volte in più della media mondiale. E allora, a che cosa serve la produttività?

Figure 8 e 9 Quote spettanti al lavoro relativamente al Pil – Usa e Italia

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L’ossessione per la produttività

Tra le ipotesi proposte per spiegare un declino di tale portata della quota del lavoro sul reddito, alcuni economisti (Karabarbounis e Neiman) prendono in considerazione il cambiamento tecnologico, ma considerando solo un aspetto del fenomeno, ossia la diminuzione relativa del prezzo dei mezzi di produzione relativamente a quello dei beni di consumo; tale convenienza avrebbe costituito un fattore decisivo per spostare le decisioni dei capitalisti verso l’innovazione.

Ma, e qui la contraddizione menzionata prima, anche se l’aumentata produttività si manifesta in un aumento dei valori d’uso ottenuti con le stesse ore di lavoro di prima, questo non determina un aumento nel valore (di scambio) della massa di merci prodotte: il volume di merci ottenuto sarà maggiore, ma non il loro valore. Quei settori produttivi e quelle imprese che operano con il macchinario più moderno e le tecnologie più avanzate si approprieranno di valore sottratto ai capitalisti che non hanno innovato, dunque senza alcun effetto sistemico che non sia l’aumento della tendenza alla centralizzazione, da questo punto di vista. Approfondendo l’analisi, si comprende come il risultato più importante delle innovazioni tecnologiche riguarda gli effetti dell’aumento della produttività sulla riduzione del tempo di lavoro necessario per produrre merci che vedranno per questa via ridursi e non aumentare il proprio valore unitario.

Questo effetto vale per tutte le merci e particolarmente per quelle che fanno parte del paniere (panierino) di merci che serve alla riproduzione della forza-lavoro. Così, anche se i lavoratori ricevono in cambio della vendita della propria forza-lavoro lo stesso ammontare di valori d’uso o persino un ammmontare maggiore di quello che ricevevano prima dell’aumento della produttività, il tempo totale di lavoro necessario a produrre queste merci è diminuito e con esso è diminuito il loro valore. Nella giornata lavorativa di un operaio, il tempo di lavoro richiesto per produrre l’equivalente del proprio salario diminuisce, mentre aumenta la quota di lavoro superfluo, e dunque di plusvalore che i proprietari delle imprese possono estrarre dal lavoro. Poiché è impossibile allungare la durata della giornata lavorativa oltre determinati limiti fisici, questo meccanismo diventa lo strumento fondamentale a disposizione del capitalismo maturo per aumentare il plusvalore estorto ai lavoratori ed è questa è la ragione della vera e propria ossessione che la classe dei capitalisti nutre per la questione della produttività.

D’altro canto – e antiteticamente – l’introduzione di nuovi macchinari, l’uso di tecnologie avanzate consente pure di aumentare l’intensità del lavoro, che si riflette in una maggior tensione dell’ora di lavoro e in una sua minore porosità, fattori a cui va aggiunta in molti casi anche una estensione della durata dell’impegno lavorativo, sia che la si consideri su base giornaliera che su base annuale o addirittura sull’intero arco della vita lavorativa (l’età pensionabile che si allunga). Il più intenso utilizzo della forza-lavoro produce, per le stesse ore di lavoro, un maggiore ammontare di valore e questo, fermo restando il valore della forza-lavoro, consente al capitale di aumentare il pluslavoro e dunque il plusvalore da appropriarsi. Poiché l’intensificazione del lavoro causa pure un aumento della massa di merci prodotte, diventa difficile distinguere empiricamente quanto del maggiore valore d’uso è il risultato delle innovazioni tecnologiche e quanto dipende dal più intenso utilizzo del lavoro.

Tenendo a mente queste osservazioni, e al netto di altre questioni relative alla sua misurazione, il confronto tra salari e produttività, misurata come rapporto tra valore aggiunto e ore lavorate, ci può fornire una indicazione indiretta di quanto sia aumentato nel corso degli anni lo sfruttamento del lavoro senza che questo abbia comportato la risoluzione della crisi. Nel frattempo, un amministratore delegato (CEO) guadagna oggi 276 volte più di quanto guadagna un tipico lavoratore dipendente (figura 10).

Figura 10 Rapporto tra i compensi degli amministratori delegati ed i salari dei lavoratori negli USA (1965-2015)

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Note:
L’autore insegna Economia politica alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teramo
[1] Karl Marx, Lavoro salariato e capitale, (con le modifiche di F. Engels)
[2] Karl Marx, Il capitale, Libro I capitolo 23.

06/05/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Le notizie sulle VASCHE in pillole … AVVELENATE

IMG_5466Riceviamo e pubblichiamo un comunicato emesso dai comitati “Senago Sostenibile” e “No vasche a tutela del territorio”.

 

 

§

LE NOTIZIE SULLE VASCHE IN PILLOLE……….AVVELENATE

Sul giornale “Il Notiziario” di venerdì 12 c.m. è apparso un articolo riguardante le vasche ed i vari problemi riflessi sulla viabilità cittadina, nonché il muro d’ala del ponte Geriale. Le notizie in questione sono state attribuite al Sindaco di Senago.

A questo punto occorre fare un po’ di chiarezza per non propinare ai cittadini notizie che possono definirsi inesatte , o quantomeno approssimate.

Il primo punto riguarda la via De Gasperi. Vengono poste in evidenza due soluzioni trattate dall’Amministrazione Comunale e da Aipo. La prima soluzione prevede la chiusura della via De Gasperi ed il dirottamento del traffico su una costruenda bretella tra la rotonda della SP 119 e la rotonda di via Brodolini, via quest’ultima che dovrebbe sopportare il traffico pubblico,privato e quello dei camion carichi di terra proveniente dagli scavi, diretti alla cava Movil beton, ma anche quelli vuoti diretti alla zona di scavo ( si parla di 500 al giorno! Mi sembrano eccessivi). Ma non avendo visto il piano di smaltimento terra che Aipo si tiene ben stretto, bisogna prendere i dati col beneficio di inventario.

La seconda soluzione prevede l’istituzione di un senso unico alternato regolato da un semaforo.

Evidentemente non è stata presa in considerazione la soluzione della tecnica dello spingi tubo per realizzare i collegamenti tra le due vasche. Soluzione applicata il Lombardia dagli anni 70, anche dallo scrivente. E si che abbiamo di fronte il fior fiore dei professionisti!

Nel caso di cui sopra la via De Gasperi resterebbe regolarmente aperta ed il sacrificio viabilistico sarebbe meno pesante. Ma ve lo immaginate un incontro sulla via Brodolini di un camion ed una vettura? Ancora peggio tra due camion!

Un secondo punto trattato riguarda il muro d’ala del ponte Geriale.

Dopo un sopralluogo e le relative foto, si è constatato che gli sfornellamenti sono vecchi, molto vecchi, ed al piede non vi sono resti dei presunti recenti sfornellamenti. Una parte del muro presenta un modesto spanciamento causato dalla spinta del terreno, ma ancor di più dalle radici della soprastante pianta. Per la messa in sicurezza del muro, vengono prospettate come soluzione una rete o un muro che dovrebbero trattenere il muro in disfacimento. A parte l’obbrobrio, crediamo che si debba essere seri. Queste due soluzioni al massimo fermerebbero i sassi delle fionde!

Anche in questo caso i professionisti dovrebbero parlare di tiranti ancorati nel terreno retrostante, una soluzione largamente usata. Va detto che questa soluzione ha il gran vantaggio che il muro viene messo in sicurezza ma l’aspetto non viene deturpato.

Premesso quanto sopra, è evidente che il Sindaco ha sconfessato il no a compensazioni espresso a furor di popolo dai cittadini. E siccome il referendum concordato in sede di Gruppo di Lavoro potrebbe rigettare quanto concordato, a tutt’oggi il Sindaco, malgrado le richieste, non ha convocato il promesso forum.

Per quanto riguarda la chiusura o meno della via De Gasperi la Città Metropolitana ha demandato al Sindaco la decisione della soluzione interessando il territorio.

Ma allora il Sindaco cosa vuole fare? E’ appena il caso ricordare che l’onere della cantieristica è in capo all’appaltatore (Aipo che ha approvato tutti i progetti) e che deve essere considerata già in fase di progetto preliminare. Cosa che forse non è stata fatta, ma certamente mai discussa.

Da ultimo è bene sapere che le compensazioni si discuteranno a conclusione dei livelli di giudizio, Corte Europea inclusa.

L’invito ai Senaghesi è quello di attivarsi, perche piangere dopo non serve a nulla.

Senago, 15 maggio 2017-05-15

Comitato “No Vasche e Tutela del Territorio”

Comitato “ Senago Sostenibile.

Inaugurazione della Casa della Salute di Senago “Andrea Bizzotto”

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La Casa della Salute di Senago era solo un’idea nella mente dei pochi che, già una dozzina di anni fa, si batterono contro la chiusura del Distretto Sanitario locale. Questa idea già allora divideva le forze politiche locali tra favorevoli e contrari con tutte le gradazioni di freddezza e tiepidità che possono stare nel mezzo.

In questi giorni abbiamo assistito, e supponiamo ancora assisteremo, ad aspre polemiche consumatesi anche nei social media locali, relativamente all’apertura della Casa della Salute. Ebbene ci preme sottolineare solo un aspetto:

FINALMENTE LA CASA DELLA SALUTE APRE ED E’ UNA REALTA’ NELL’AMBITO SANITARIO DELLA NOSTRA CITTA’.

Perfettibile ??

Sicuramente !!

In linea con quello che poteva essere il pensiero di chi nel Comitato Ambiente e Salute si battè per questo risultato ??

Certamente distante dalle idee di Andrea Bizzotto a cui la Casa della Salute è intitolata. Uno spazio che vorremmo e speriamo di poter arricchire in futuro con altri presidi sanitari.

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Non per questo però non possiamo e non dobbiamo saper cogliere l’enorme risultato che costituisce aver potenziato un presidio sanitario importante sul territorio al servizio della salute dei cittadini di Senago. Oggi questa era la priorità e tutto il resto può essere relegato ad un problema di secondaria importanza.

Oggi ringraziamo la tenacia e la caparbietà di un’amministrazione comunale che, pur tra mille ostacoli, ha portato a compimento il risultato, una tenacia degna dello spirito che animava Andrea Bizzotto e tutte le cittadine ed i cittadini che con lui si batterono perchè questo presidio fosse realtà. E ringraziamo il sindaco Fois e la sua Giunta per aver pensato di intitolare ad Andrea questa realtà.

E ci prendiamo anche una parte del merito per aver raggiunto questo risultato perchè Sinistra Senago, che ha sempre tenuto la rotta ferma su questo obiettivo, seppur fuori dal Consiglio Comunale ha saputo mantenere e continuare a caldeggiare questo risultato spendendosi pubblicamente a favore della Casa della Salute. Oggi anche dalla prospettiva della Multiservizi Senago è stato possibile operare in direzione di questo risultato. Abbiamo speso molto impegno per questo obiettivo dal 2005 quando eravamo all’interno delle istituzioni locali ed oggi siamo qui a ribadire che con tutte le possibili imperfezioni la Casa della Salute c’è e ci sarà per rendere un servizio alla cittadinanza di Senago.

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Avremmo voluto anche altro ??

Anche qui la risposta è sicuramente affermativa. Riteniamo la Casa della Salute un punto di partenza. Certamente l’idea chiave nasceva dal fatto che il soggetto gestore di questo spazio fosse un soggetto pubblico e avremmo desiderato che della struttura facesse parte anche una terza Farmacia Comunale.

Sappiamo bene che purtroppo così non sarà per il disinteresse delle vicine Aziende Sanitarie ed anche grazie al veto incrociato di diversi soggetti che si sono spesi alacremente, fino all’ultimo minuto possibile ed anche oltre, in una Zona Cesarini dell’ostruzionismo politico, affinchè questo obiettivo non si realizzasse.

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La Casa della Salute trovò i suoi primi ostacoli nel 2009, quando al termine della legislatura avvenne un cambio di amministrazione che portò il centrodestra e la sindaca Rossetti alla guida del Comune di Senago. Tutta la vicenda relativa alla Casa della Salute in quel momento si inabissò in una palude nella quale sembrava irreversibilmente destinata a restare.

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Il resto è storia. La Giunta Rossetti non ebbe un destino felice e dopo due litigiosi anni con la rottura di quella maggioranza che per la prima volta vide il centrodestra al governo della città di Senago si decretò la fine anticipata della legislatura.

In seguito si diede il via a un anno di commissariamento prefettizio e la Casa della Salute appariva ormai sempre più un miraggio che un traguardo.

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Anche nel centrosinistra qualcuno vide con molta freddezza l’obiettivo di realizzare la Casa della Salute e non per tutti l’apertura a cui abbiamo finalmente assistito sabato 21 maggio era ritenuta una priorità. Pensiamo che il tempo potrà rendere merito alla tenacia ed allo sforzo che è stato profuso perchè questo risultato fosse possibile. E pensiamo che Andrea Bizzotto, le cui idee oggi camminano ancora sulle nostre gambe sarebbe stato lieto di assistere ad una giornata come quella di sabato.

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All’inaugurazione hanno partecipato cittadini e rappresentanti di forze politiche che in tutti questi anni ed anche in questi giorni, hanno avuto modo di esprimere molto garbatamente e giustamente la loro opinione sul tema. Un’opinione anche distante da quella di chi come Sinistra Senago ha sempre considerato l’apertura della Casa della Salute come un dovere prioritario nei confronti della cittadinanza senaghese. Alcuni, forse presi da qualche scrupolo di coscienza, pur partecipando, si sono tenuti comunque a debita e relativa distanza non manifestando certo uno sguaiato entusiasmo. Ebbene anche chi non si è mai mostrato profondamente convinto della realizzazione della Casa della Salute ha voluto essere presente, quanto meno partecipando al rinfresco. Insomma diceva il vecchio adagio:

“O Franza o Spagna purche se magna !”

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E dai non rimanete fuori non vi mangiamo mica !!

Da Sinistra Italiana un fondo per i progetti sociali: 100mila euro per la solidarietà

131816331-084f2274-a5d8-4e07-8510-9a0f7ab83cf0Pubblicato il bando sul sito del partito. Possono concorrere associazioni, attivisti e start up no profit. I finanziamenti messi a disposizione dai parlamentari che hanno versato il 70% delle loro indennità: “Non imitiamo i grillini, ci autotassiamo da sempre. Ci ispiriamo a Syriza e Podemos”

di MONICA RUBINO

ROMA – Un fondo per sostenere progetti sociali innovativi nel campo della solidarietà e del volontariato. A finanziarlo sono i parlamentari di Sinistra italiana (ora rimasti in 21 fra Camera e Senato dopo la scissione del gruppo confluito in Mdp) che versano ogni mese il 70% della loro indennità netta sia per l’attività politica che per il fondo “Forza!” per il mutualismo. Per il 2017 ci sono a disposizione 100mila euro per finanziare i progetti scelti attraverso un bando di concorso appena pubblicato sul sito di SI.

Il bando si articola in due linee di finanziamento.  La prima è “FORZA! X” (per), da 60mila euro totali, rivolta ai piccoli progetti da mille …

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