Ttip, la Commissione europea prova a riformare l’arbitrato internazionale

Ttip, la Commissione europea prova a riformare l’arbitrato internazionale ma la campagna “Stop Tttip” rispedisce al mittente
stop TTIPPer sbloccare il confronto sul Ttip, che rischia di subire un ritardo di un paio d’anni prima dell’approvazione, la Commissione europea propone un meccanismo diverso sulle controversie fra investitori e Stato che superi l’attuale arbitrato internazionale (ISDS, investor-to-state dispute settlement), uno dei punti più contestati del TTIP. La proposta però viene bocciata dalla campagna Stop TTIP che considera la riforma “un tentativo di mantenere invariata l’architettura del meccanismo attraverso modifiche di facciata”. La controversa clausola che garantirebbe agli investitori esteri la possibilità di citare in giudizio gli Stati qualora emanassero regolamenti o normative che mettono a rischio le aspettative di business, rimarrebbe nella sostanza.

La proposta della nuova Corte, chiamata Investment Court System, “si basa sul contributo sostanziale ricevuto dal Parlamento europeo, gli Stati membri , i parlamenti nazionali e le parti interessate attraverso la consultazione pubblica tenutasi sull’ISDS – spiega la Commissione europea – Questa è destinata a garantire che tutti gli attori possano avere piena fiducia nel sistema. Costruita intorno agli stessi elementi chiave come i tribunali nazionali e internazionali , sancisce il diritto dei governi di regolare e garantisce la trasparenza e l’accountability”.
Ha detto il primo vicepresidente Frans Timmermans: “La nuova Investment Court System sarà composta da giudici qualificati, gli atti saranno trasparenti, e i casi saranno decisi sulla base di regole chiare.Inoltre, la Corte sarà soggetto a revisione da parte di un nuovo Tribunale d’Appello. Con questo nuovo sistema , proteggiamo il diritto dei governi di regolamentare e garantire che le controversie relative agli investimenti saranno aggiudicati in piena conformità con lo Stato di diritto”. La Corte sarà composta da un Tribunale di prima istanza e da un Tribunale d’appello, con giudici altamente qualificati, e la capacità degli investitori di indire una causa dinanzi al Tribunale dovrebbe essere ben definita e regolamentata a casi come la discriminazione, l’esproprio senza indennizzo e la giustizia negata. Naturalmente il processo non finisce qui: la Commissione discuterà col Consiglio e con il Parlamento europeo quindi il testo diventerà proposta di testo europeo nei negoziati commerciali fra Unione e Stati Uniti.

La proposta non piace comunque alla campagna Stop TTIP. La sezione italiana spiega: “La campagna Stop TTIP da tempo evidenzia come un tale riassetto non risponda alle necessità di riformare radicalmente il sistema, opaco ed imperfetto, che tutela gli investitori esteri offrendo loro un vantaggio competitivo sulle imprese locali. In particolare, la nuova corte arbitrale manterrebbe intatti i privilegi di gruppi privati nei confronti della società civile. Mantenendo la possibilità per le imprese scegliere se rivolgersi a questo tribunale internazionale o utilizzare quelli nazionali, si crea una scappatoia per aggirare la giurisdizione pubblica negli Stati.

Le grandi imprese non saranno dunque tenute a seguire l’iter cui sono invece obbligati tutti i cittadini dell’Unione prima di poter adire la Corte di Giustizia europea”. La campagna contesta inoltre il profilo previsto per i giudici: “La nuova Corte, inoltre, non prevede l’esclusione di arbitri che fino ad oggi hanno fatto nella grande maggioranza dei casi gli interessi delle aziende – dicono da Stop TTIP Italia – Anzi, la riforma proposta dalla Commissione europea li innalza al rango di giudici, cui spetta una percentuale del risarcimento finale. In tal modo, si legittima l’investitore a chiedere compensi milionari o miliardari ai governi. Tanto più alte saranno le richieste, tanto più salirà la parcella del giudice in caso di condanna dello Stato”.

“Le pressioni per sottrarre la competenza sugli investimenti esteri alla giurisdizione nazionale è totalmente immotivata – dichiara Elena Mazzoni, tra i portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – Non vi sono motivi validi per creare una tale asimmetria di trattamento e privilegiare le grandi multinazionali a discapito dei governi e della società civile”. Altra nota dolente è legata al fatto che la nuova proposta non si applicherebbe all’accordo Ue-Canada (CETA). “Lasciare intatto l’ISDS nel CETA significa fornire un pericoloso cavallo di troia alle multinazionali intenzionate a denunciare gli Stati utilizzando il vecchio sistema – dichiara Monica di Sisto, portavoce di Stop TTIP Italia – Le aziende americane potrebbero chiedere risarcimenti sfruttando le loro sussidiarie in Canada, bypassando così anche il nuovo meccanismo proposto nel TTIP”.

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Tsipras ai greci: “Ai ricatti risponderemo con la dignità”

Grecia-Ue, Atene indice il referendum sull’ultimatum di Bruxelles. Il 5 luglio alle urne. Tsipras ai greci: “Ai ricatti risponderemo con la dignità”
euroLa Grecia andrà al referendum sulla proposta dei creditori di allungamento del periodo di rientro del debito. Ad annunciarlo è stato Alexis Tsipras stanotte al termine della lunga trattativa all’eurosummit. Domenica 5 luglio i greci saranno chiamati a votare sull’ultimatum formulato a Bruxelles quando ormai anche la proposta greca di avere un fondo di salvataggio che sostituisca il debito greco e’ stata rifiutata.

Tsipras ha dichiarato di essere stato costretto a indire il referendum perche’ i partner dell’Eurogruppo hanno presentato una proposta che e’ contro i valori europei per cui “siamo obbligati a rispondere sentendo la volonta’ del popolo sovrano”. Ci hanno chiesto di accettare pesi insopportabili che avrebbero aggravato la situazione del mercato del lavoro e aumentato le tasse. Per Tsipras l’obiettivo di alcuni dei partner eruopei e l’umiliazione dell’intero popolo greco.

Il governo greco “non ha il mandato popolare ne’ il diritto morale per firmare un nuovo bailout”. L’esecutivo non ha potuto accettare un’estensione di 5 mesi del salvataggio, come proposto dai creditori, “perche’ aggraverebbe la recessione e porterebbe la nazione a un nuovo round di trattative.

Questo il testo del messaggio che Tsipras ha formulato questa notte all’indirizzo del popolo greco.
“Ai ricatti e gli ultimatum risponderemo con la dignità del nostro popolo e la democrazia, ha scritto nel suo messaggio al popolo greco Alexis Tsipras dopo che il consiglio dei ministri ha deciso all’unanimità il referendum sulla condizioni dell’accordo che propongono l’Unione Europea, il FMI e la BCE. “Al ricatto dell’ultimatum di accettare da parte nostra parte una rigorosa e degradante austerità senza fine e senza prospettiva e di non riuscire di stare sui nostri piedi né socialmente nè economicamente, vi invito a decidervi con la sovranità e l’orgoglioso, come ci chiama la storia dei greci”, ha aggiunto.
“All’autoritarismo e ala dura austerità, risponderemo con la democrazia, con calma e decisione.
La Grecia è Il luogo che ha fatto nascere la democrazia e manda una risposta clamorosa a favore della democrazia nella comunità europea e mondiale.
E mi impegno personalmente che rispetterò l’esito della vostra scelta democratica, qualunque essa sia.
Sono assolutamente sicuro che la vostra scelta sarà di onorare la storia della nostra patria e di trasmettere un messaggio di dignità in tutto il mondo.
In questi tempi difficili noi tutti dobbiamo ricordare che l’Europa è la casa comune dei popoli. Che in Europa non ci sono proprietari e ospiti.
La Grecia è e rimarrà parte integrante dell’Europa e l’Europa è parte integrante della Grecia. Ma senza la democrazia, l’Europa sarà un’Europa senza identità e senza una bussola.
Invito tutti e tutte in una coesione nazionale, unità e calma per prendere le decisioni che meritiamo. Per noi, per le generazioni future, per la storia dei greci. Per la sovranità e la dignità del nostro popolo”.

Ieri è stato evidente a tutti che dopo cinque mesi di trattative le condizioni strutturali avrebbero comunque comportato un’assistnza ancora per molto tempo. Non si è riusciti cioè ad imprimere quel salto di qualità perché il paese potesse imboccare un percorso sostenibile. Per Pietro Reichlin, professore di Economia alla Luiss di Roma, “la qualità dell’intesa non può essere trascurata”, e “la distanza tra Atene e i creditori non è sui numeri, ma sulla sostanza dell’intervento, perché il governo Tsipras segue la strada di un aumento delle tasse sulle imprese e sui contributi, salvaguardando le pensioni” mentre Ue-Bce-Fmi chiedono in primis un’efficace riforma del sistema previdenziale che alleggerisca la spesa pubblica. Quindi non è un problema di cifre ma di sostanza e qualità dell’intervento e dunque di futuro”, taglia corto Reichlin.

Grecia-Ue, quel dogma monetarista che non può essere messo in discussione.

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Lo sappiamo bene, e sarebbe prova di igiene mentale non scordarlo: l’Unione Europea (cioè il gotha del capitalismo europeo e non una istituzione a reggimento democratico) stringe il cappio sul popolo greco e sul suo legittimo governo per spezzare sul nascere qualsiasi velleità trasformatrice del paradigma economico-sociale esistente in Europa.Lo fa per la semplice ragione che un accordo che revochi il carattere pseudo-scientifico del dogma monetarista non è tollerabile senza negare i fondamenti, l’assetto di classe e la riproduzione dell’oligarchia dominante.

Farlo significherebbe mettere il primo mattone di una pietra tombale sull’architettura fondata a Maastricht nel 1992 e consolidatasi nell’arco di un ventennio attraverso un’impressionante sequenza di trattati iper-liberisti.

Ora siamo prossimi al redde rationem perché la partita fra le forze asimmetriche di Syriza e della troyka è giunta al punto di non ritorno in cui il pareggio non è possibile.

Si osserva che fra le proposte di Syriza e le pretese della Troika non vi sarebbe una distanza incolmabile – cosa in sé stessa vera – e che l’obiettivo degli oligarchi di Bruxelles è soltanto politico.

Ma non è l’intero telaio dei patti europei teso a perseguire un obiettivo politico, cioè a rifondare i rapporti sociali disegnati dalle costituzioni antifasciste?

E l’orizzonte in cui esso si muove non è forse quello della distruzione del welfare, dell’affermazione di un modo dell’accumulazione capitalistica fondato sulla privatizzazione integrale dei servizi sociali e della cosa pubblica, sull’appropriazione privata di tutto ciò che può assumere i caratteri della merce ed un valore di scambio sui mercati, sull’annientamento del diritto del lavoro e dello stesso potere di coalizione dei lavoratori?

Non sono questi gli obiettivi “non negoziabili” che il capitale nella sua inaudita concentrazione finanziaria persegue e difende ad oltranza?

Allora converrà persuadersi– una volta per tutte – che la distanza fra le posizioni in campo non è lieve, bensì abissale.

Se la Troika cede oggi sul tema cruciale della ristrutturazione del debito, se essa subisce un’impostazione di politica economica che fa della spesa pubblica sociale il tema a cui subordinare tutto il resto, se – in definitiva – vince la richiesta di privilegiare le condizioni essenziali di vita del popolo greco e si inverte l’ordine di priorità imposto dalle tavole di Mosè dei vincoli di bilancio, è l’intero edificio europeo che comincia a scricchiolare. Perché domani il tema si riproporrà – fatalmente – nella Grecia stessa e in altri paesi: aperta una fenditura nella diga, la frana diventa solo questione di tempo.

Per questo Merkel, Hollande e l’asse Popolari-Socialisti asservito al potere finanziario dominante non può cedere senza mettere in discussione se stesso.

E’ però aperto, e sin dall’inizio, un problema.

Syriza ha avviato la trattativa con la Troika tenendo fermi due termini ben difficilmente conciliabili: la fine dell’austerity e la permanenza (dichiarata senza alternative) nell’area euro.

Ora, l’avere dichiarato per l’oggi e per il domani la propria internità al perimetro economico tracciato dai trattati europei ha cacciato il negoziato in un cul-de-sac.

Come sa ogni sindacalista, se sei obbligato all’accordo con la tua controparte, se questa sa, per tua stessa ammissione, che tu non possiedi (o non hai costruito) una via di fuga, essa ti tiene per il collo e ti costringerà o alla resa oppure ad una rottura al buio.

Questo credo sia il limite vero di tutta la vicenda, al netto della più grande e appassionata condivisione che ci lega alla drammatica battaglia che in queste ora si svolge in terra di Grecia.

Se Syriza – come ognuno si augura – non si arrenderà alla protervia del neo-sciovinismo tedesco, essa sarà obbligata a verificare, a distanza di pochi mesi dal proprio insediamento al potere, le speranze che le ha affidato il popolo greco e a ricorrere a nuove elezioni nella speranza che queste confermino, in un quadro denso di pericoli, la determinazione a combattere della sua gente.

Ma un conto è andare ad una consultazione elettorale brandendo soltanto la bandiera delle proprie giuste ragioni e della dignità offesa ed un altro è avere e mettere in gioco una proposta che renda credibile un’alternativa di fronte al default e al prevedibile assalto delle forze reazionarie e fasciste, interne ed esterne al Paese.

Bisognava, probabilmente, averlo fatto prima, e questo avrebbe giovato al negoziato stesso, ma certo occorrerà non perdere un minuto di tempo se nei prossimi giorni la rottura diventerà un fatto compiuto.

Se fossimo in guerra servirebbe organizzare le brigate internazionali, considerato che in discussione sono, né più né meno, i valori, i principi, i rapporti sociali, l’assetto democratico conquistati con la Resistenza e scritti in modo irrevocabile nella Costituzione repubblicana.

Nel conflitto (non meno cruento) che è in corso oggi servirebbe almeno una mobilitazione di massa in ogni paese d’Europa a sostegno del popolo greco non meno che del futuro di tutti noi: perché questa è la posta in gioco che ancora troppi faticano a vedere.

Dino Greco (da controlacrisi.org)

Coalizione sociale, il “fiore di maggio” di Landini sboccia in autunno

fiori d'autunno“Siamo convinti che la maggioranza delle persone che vivono in questo Paese oggi hanno bisogno di mettersi assieme per avere voce in capitolo e provare a cambiare questa situazione”. Parte da qui il discorso con il quale Maurizio Landini ha chiuso la due giorni dell’assemblea nazionale della Coalizione sociale. Un passaggio intermedio, quello celebrato ai Frentani, che ha messo in moto quattro gruppi di lavoro (lavoro, città, conoscenza e clima) e ora tenta di rituffarsi nei territori per arrivare a settembre a qualcosa di più definito. Sempre tenendo conto della discriminante, però:fare politica non vuol dire essere un partito. Ecco percché Landini ci tiene a sottolineare la parola maggioranza a fianco alla parola “persone”. “Un’eventuale iniziativa di mobilitazione occorre studiarla, vederla, ragionarla visto che vogliamo mettere insieme soggetti diversi tra loro”, aggiunge. “E’ come se noi pensassimo che anche in autunno possono sbocciano i fiori, e’ come se facessimo un primo maggio che noi facciamo in autunno perche’ diventa un elemento di unita’ del Paese”. L’invito rivolto a tutti è a “mettere in campo un’azione concreta che tenga assieme le diverse azioni da costruire sui territori”, attraverso assemblee e confronti ma anche azioni sulla rete, per sostenere la mobilitazione. “Finito questo percorso in tutta Italia, ci si ritrovi qui” – ha detto – a riportare il frutto delle discussioni.

Al centro c’è il tentativo di battere il chiodo sulla cultura della partecipazione che non può essere reagalata al nemico. Sì, perché alla fine, dal disastro dell’astensionismo il Governo in carica tenta di rafforzarsi, prima che sia troppo tardi. Prima che la ferita diventi purulenta. Una accelerazione evidente già dalle prime battute “in mimetica” di Renzi. A questo occorre opporre un progetto politico e sociale che rimetta in moto il quadro delle mobilitazioni. “Attaccano i diritti ma non hanno la maggioranza nel paese”, attacca Landini. E il primo banco di prova per dimostrare questo sarà proprio la scuola.

Su quest’ultimo punto, Landini ha richiamato la necessita’ di proseguire la lotta contro il ddl e a favore della scuola pubblica, perche’ la questione – ha detto – riguarda tutti e certo non solo studenti e professori. Un passaggio del discorso e’ andato alla proposta del reddito minimo che “se si costruisce deve essere a carico della fiscalita’ generale”. “Noi – ha sottolineato – non siamo per ‘assistenzialismo”. Ma al centro della discussione non ha dimenticato di mettere temi centrali come il jobs act e l’attacco ai diritti dei lavoratori; il cambiamento del sindacato; la crisi, la disoccupazione e la necessita’ di investimenti e di politica industriale; la casa e le occupazioni; l’emergenza immigrazione (e la manifestazine che si terra’ il 20 giugno a Roma).
Landini e’ partito nel suo intervento descrivendo la situazione di un paese segnato dalla disgregazione sociale, dalla contrapposizione, dalla forzata competizione “tra chi per vivere deve lavorare” e che non trova piu’ rappresentanza nelle forze politiche. “Dico che fanno bene ad avere paura – ha sottolineato – siamo difronte al fatto che il 50% non va a votare e quelli li’ discutono di chi ha vinto le elezioni, senza rendersi conto che se vai a vedere quanti voti hanno preso quando gli va di culo arrivano a non piu’ del 20% reale. Di quale maggioranza stanno parlando, chi rappresentano? E in nome di quei voti li’ ci stanno dicendo che possono far tutto senza parlare con nessuno”. “Stanno cancellando i diritti e mettendo in discussione la Costituzione dicendo ma qualcuno ci ha votato – ha aggiunto – No, la maggioranza del paese non vi ha proprio votato e voi la maggioranza non la rappresentate”. “Non possiamo dire che la rappresentiamo noi se no saremmo matti uguale – ha precisato – Quello che sta succedendo e’ che non c’e’ una rappresentanza nel paese e c’e’ una domanda di partecipazione che non ha risposta”.

POLITICAITALIAAutore: fabio sebastiani (da controlacrisi.org)

Hai le tutele crescenti? Il tuo mutuo costa di più

renziJobs act. Tre banche smentiscono Renzi: il nuovo contratto è precario

Qual­cuno che di sicuro gua­da­gnerà dal con­tratto a tutele cre­scenti c’è. Si tratta delle ban­che ita­liane. E tutte lo faranno a spese dei gio­vani e dei nuovi con­trat­tua­liz­zati che non potranno più avere la tutela della rein­te­gra sul posto di lavoro can­cel­lata come l’articolo 18. Ma la sorte sarà pre­sto gene­ra­liz­zata se — come sosten­gono molti esperti del ramo — nel giro di dieci anni, attra­verso il turn over, nes­suno avrà più il vec­chio con­tratto a tempo indeterminato.

Lo stru­mento con cui gli isti­tuti di cre­dito nostrani lucre­ranno sui lavo­ra­tori è il mutuo per la casa. Pre­sen­tando il nuovo con­tratto a tutele cre­scenti, in con­fe­renza stampa a palazzo Chigi il 20 feb­braiO, Mat­teo Renzi parlò di «gior­nata sto­rica, attesa per molti anni da un’intera gene­ra­zione che ha visto la poli­tica fare la guerra ai pre­cari ma non al pre­ca­riato. Supe­riamo l’articolo 18 e i cococo. Nes­suno sarà più lasciato solo. Ci saranno più tutele per chi perde il posto e parole come mutuo, ferie, diritti e buo­nu­scita entrano nel voca­bo­la­rio di una gene­ra­zione che ne era stata è esclusa». Ad un mese e mezzo di distanza la sor­tita si sta rive­lando l’ormai solita spa­rata del pre­mier.
Il con­tratto è legge da quasi un mese ma nes­sun isti­tuto di cre­dito ita­liano ha deciso ancora se con­ce­derà un mutuo ad una per­sona che ha il con­tratto a tutele crescenti.

La scusa che ogni banca accampa non fa una piega: «Nes­suno si è ancora pre­sen­tato da noi a chie­dere un mutuo avendo il nuovo con­tratto». Anche fin­gersi neo assunti non porta ad avere rispo­ste più spe­ci­fi­che. «La richie­sta di mutuo io la giro alla cen­trale», risponde più di un addetto di front office nelle varie agen­zie di Roma di Uni­cre­dit, Banca Intesa e Mon­te­pa­schi, le tre mag­giori ban­che ita­liane.
Tutti però citano quello che diven­terà se non “un obbligo”, quanto meno “un ele­mento che crea un pre­giu­di­zio nell’erogazione del mutuo”. Lo stru­mento ha vari nomi: «polizza sul man­te­ni­mento del posto», «assi­cu­ra­zione sulla per­dita del lavoro», «garan­zia della con­ti­nuità del red­dito». La sostanza è la stessa: per avere un mutuo serve la cer­tezza del red­dito. E con il “tutele cre­scenti” il rischio di essere licen­ziati c’è. Ed è alto. Anche se non ancora calcolabile.

Ed è appunto que­sta inco­gnita — defi­nita in ter­mine ban­ca­rio «il tasso di rischio» — a fre­nare l’intero sistema ban­ca­rio. Se il pre­si­dente dell’Abi Anto­nio Patuelli, dopo set­ti­mane di melina in cui si appel­lava a Bce e all’autorità ban­ca­ria euro­pea (Eba) che dove­vano «meto­do­lo­gi­ca­mente» rispon­dere al que­sito se col “tutele cre­scenti” si poteva otte­nere un mutuo, lo scorso 6 marzo ha soste­nuto che «il con­tratto a tutele cre­scenti sarà ben visto dalle ban­che» in quanto «non è un con­tratto di serie B», sono suoi diri­genti – die­tro pro­messa dell’anonimato che cer­ti­fica la deli­ca­tezza dell’argomento per l’associazione di cate­go­ria – a spie­gare i ter­mini della que­stione. «Il pro­blema per le ban­che è misu­rare il rischio di licen­zia­mento. Oggi è impos­si­bile farlo. Lo sarà, ad esem­pio, fra un anno quando sapremo la per­cen­tuale dei licen­zia­menti: se sarà alta, il fat­tore di rischio sul tutele cre­scenti sarà allo stesso modo alto e le ban­che gli ero­ghe­ranno a fatica. Se sarà basso, gli isti­tuti saranno por­tati a con­si­de­rare il tutele cre­scenti una garan­zia simile al vec­chio con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato, con­ce­dendo più facil­mente il mutuo. Nel frat­tempo però — e qui c’è il cuore del pro­blema — per tute­larsi, tutte chie­de­ranno ai lavo­ra­tori col nuovo con­tratto di sot­to­scri­vere una polizza che li tuteli dal licenziamento».

Esempi di que­sti stru­menti met­tono i bri­vidi. Per una richie­sta — comun­que infor­male — di mutuo casa da soli 80mila euro, la Banca Popo­lare di Novara, ad esem­pio, a chi ha un con­tratto a tutele cre­scenti pro­pone una «polizza con­tro il licen­zia­mento da sti­pu­lare assieme al mutuo stesso». Il costo? «Circa 10mila euro». Dun­que un ottavo del totale dell’importo del mutuo. Una cifra che spal­mata — ad esem­pio — su dieci anni, farebbe salire la rata men­sile del mutuo di circa 40 euro al mese. La for­mula usata è mel­li­flua, ma chia­ris­sima nei suoi effetti. Dice il respon­sa­bile mutui dell’agenzia della Banca Popo­lare di Novara: «Certo, la polizza non è obbli­ga­to­ria. Ma la sua sot­to­scri­zione crea pre­giu­di­zio rispetto all’accettazione della richie­sta di mutuo». Insomma: «Se non accetta, il mutuo non glielo diamo».

Ad una filiale Uni­cre­dit invece le cifre non ven­gono citate, ma si va subito al sodo. «Senza una assi­cu­ra­zione sulla per­dita del lavoro non credo pro­prio che la nostra cen­trale potrà dare il suo con­senso. Sa, senza cer­tezze, come ci potrà ripa­gare in caso di licen­zia­mento?». Da Banca Intesa non va meglio: «La garan­zia della con­ti­nuità del red­dito è un ele­mento indi­spen­sa­bile per avere il mutuo», spiega l’impeccabile addetto ai mutui.

Esi­ste comun­que in tutti i casi “una subor­di­nata”. Ed è la stessa che viene chie­sta “in caso di con­tratti pre­cari”: «La garan­zia di geni­tori o parenti». Con una firma, saranno loro a pren­dersi la respon­sa­bi­lità di pagare il mutuo dei figli in caso di licen­zia­mento. Così facendo però il “tutele cre­scenti” per­pe­trerà l’apartheid che Renzi voleva can­cel­lare: solo chi ha geni­tori ric­chi, o per­lo­meno non poveri e pre­cari, aveva, ha e avrà — anche dopo il Jobs act — una casa di proprietà.

Nei giorni scorsi il mini­stro Giu­liano Poletti ha lodato come «rispo­sta posi­tiva ed impor­tante» «la deci­sione delle ban­che di di appli­care, per la con­ces­sione di mutui e pre­stiti ai lavo­ra­tori assunti con con­tratti di lavoro a tutele cre­scenti, gli stessi cri­teri di valu­ta­zione nel merito cre­di­ti­zio che veni­vano adot­tati per i lavo­ra­tori con il vec­chio con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato». In realtà si tratta di una for­za­tura nell’interpretazione delle parole di Gian­carlo Abete, pre­si­dente di Bnl. Che testual­mente ha invece soste­nuto: «Sento dire da qual­cuno che adesso le ban­che avranno più dif­fi­coltà a ero­gare i mutui. Ma io chiedo: è meglio un con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti o uno a pro­getto o addi­rit­tura in nero? Il mestiere delle ban­che è pre­stare denaro — ricorda — per­ciò sono sicuro che anche il sistema ban­ca­rio saprà accom­pa­gnare bene que­sta nuova sta­gione». Abete dun­que para­gona il nuovo con­tratto a tutele cre­scenti ai con­tratti pre­cari, e non al vec­chio tempo inde­ter­mi­nato. Ed è chiaro che rispetto a quelli dia più garan­zia alle banche.

In realtà Patuelli ha fatto rife­ri­mento anche alle inden­nità cre­scenti pre­vi­ste dal nuovo con­tratto soste­nendo come «l’indennizzo mone­ta­rio rap­pre­senta una garan­zia per le ban­che». Parole che — anche in que­sto caso — ven­gono rela­ti­viz­zate da uno dei suoi diri­genti all’Abi. «Ma l’indenizzo è due men­si­lità l’anno (in realtà una, se non si vorrà pas­sare dal giu­dice, ndr) , dun­que una cifra troppo bassa per garan­tire la banca dai rischi», spe­ci­fica il diri­gente di Abi.

L’argomento mutui-tutele cre­scenti è stato toc­cato anche durante la trat­ta­tiva sul rin­novo del con­tratto nazio­nale, chiusa mar­tedì scorso. Il capo dele­ga­zione dei ban­cari, Ales­san­dro Pro­fumo, in uscita da Mps, ha dato gene­ri­che garan­zie. Ma niente è stato messo nero su bianco nel con­tratto. Con­fer­mando il fatto che le ban­che aspet­te­ranno almeno un anno prima di avere una posi­zione certa. Ma nel frat­tempo gua­da­gne­ranno, ren­dendo obbli­ga­to­ria l’assicurazione con­tro il licen­zia­mento. Esat­ta­mente quanto Renzi ha tolto hai lavo­ra­tori italiani.

07/04/2015 09:38 | LAVOROITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Massimo Franchi ( Da Controlacrisi.org)

Il lavoro gratuito è illegale

Il lavoro gratuito è illegale, e le autorità ispettive devono intervenire”. Nota di Giorgio Cremaschi e Carlo Guglielmi

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“Parteciperemo alla manifestazione del 28 Febbraio a Milano contro il Jobsact, contro il lavoro gratis per Expo e per difendere il valore del Primo Maggio dalle minacce del governo Renzi. Saremo in corteo e in piazza della Scala perché è il momento di far sentire la voce del lavoro che intende resistere al più grave attacco ai suoi diritti e a quelli sociali dal 1945 ad oggi. Oggi sono in discussione anche le più elementari norme giuridiche e contrattuali, compresa quella che a una prestazione di lavoro deve corrispondere una retribuzione. L’incredibile accordo sindacale sottoscritto da Cgil Cisl Uil che autorizza il lavoro gratis non autorizza in alcun modo una pratica completamente illegittima. Expo è una fonte di affari e speculazioni, anche perseguite dalla magistratura, è una gigantesca impresa commerciale nella quale gli unici a non ricevere nulla saranno le persone che la faranno funzionare. Il lavoro gratis all’EXPO viola leggi e contratti sul piano salariale, normativo, contributivo, su quello della sicurezza del lavoro, come chiariamo nella nota tecnica allegata. Tutte le autorità ispettive pubbliche devono intervenire essendo passibili in caso contrario di omissione di atti di ufficio. E in questo caso toccherà alla magistratura sul piano civile e anche penale intervenire. Preannunciamo quindi una vasta iniziativa legale a tutela del lavoro che di volontario non ha nulla e che pertanto deve essere retribuito e normativamente tutelato. Il modello Expo di supersfruttamento del lavoro, esaltato da governo e Confindustria , non deve passare.”Giorgio Cremaschi Carlo Guglielmi

Allegato: NOTA TECNICA
Il lavoro volontario trova nella legge quadro dell’11 agosto 1991, n. 266 il proprio punto di riferimento nel nostro ordinamento.

In particolare la legge prevede
• all’art. 2. che “per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà”.
• All’art. 3. che “è considerato organizzazione di volontariato ogni organismo liberamente costituito al fine di svolgere l’attività di cui all’articolo 2, che si avvalga in modo determinante e prevalente delle prestazioni personali, volontarie e gratuite dei propri aderenti”.
E la Giurisprudenza ha da sempre affermato che
– “nel nostro ordinamento, ogni attività oggettivamente configurabile come prestazione di lavoro si presume effettuata a titolo oneroso” (Sentenza n.1833/2009 Corte di Cassazione Civile Sez. Lavoro);
– “non è sufficiente il «nomen iuris» di volontario per escludere la sussistenza di un rapporto di lavoro” (Sentenza 21 maggio 2008, n. 12964 Sentenza n.1833/2009 Corte di Cassazione Civile Sez. Lavoro)
Da ciò rileva come giammai la società Expo 2015 potrà attivare direttamente rapporti di volontario non essendo certo essa un ente solidaristico, tanto meno avvalendosi la stessa “in modo determinante e prevalente delle prestazioni personali, volontarie e gratuite dei propri aderenti”.
Ma ugualmente non potrà ricorrere all’intermediazione di associazioni di volontariato stante nel presente caso l’assoluta assenza dei necessari “fini di solidarietà” imposti dalla legge visto l’applicazione dei volontari ad un evento esclusivamente orientato a fini di lucro.
Va altresì ricordato come secondo quanto indicato all’allegato 5 dell’accordo sindacale del luglio 2013, le mansioni dei volontari saranno: “accogliere i visitatori all’ingresso, indirizzare verso le biglietterie e le aree di prenotazione, dare informazioni, distribuire materiali” Si tratta all’evidenza di compiti afferenti alla tradizionale assistenza fieristica, disciplinari dal c.cn.l. e perfettamente sovrapponibili a quelle dei lavoratori subordinati. Al riguardo la già citata Sentenza 21 maggio 2008, n. 12964 ha rilevato come quando i “volontari” formalmente inseriti in una cooperativa in realta risultano “di fatto sostanzialmente prestanti la loro attività per il comune nell’ambito delle attività istituzionali del comune medesimo» si configura l’interposizione illecita di mano d’opera. Qualunque attuazione che Expo 2015, pertanto, vorrà dare alle previsioni di cui all’allegato 5 dell’accordo sindacale del luglio 2013 essa condurrà in ogni caso a alla costituzione di un rapporto di lavoro subordinato con il riconoscimento ai “volontari” della retribuzione e di tutte le altre indennità e tutele previste dalla legge e dalla contrattazione collettiva. E, in ogni caso, condurrà all’accollo a Expo 2015 di ogni ulteriore conseguenze sanzionatoria e risarcitoria prevista dalla legge da cui la responsabilità, anche personale, dei suoi dirigenti per danno erariale stante la natura comunque pubblicistica dello stesso.

24/02/2015 17:35 | LAVOROITALIA | Autore: cremaschi, guglielmi

(da controlacri.org)

La “partita globale” di Alexis-saetta

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Dopo Merkel e Putin, ieri anche Barack Obama ha recapitato il suo messaggio di congratulazioni al neopremier greco Alexis Tsipras. Nel corso della telefonata (Merkel aveva mandato un telegramma), il presidente americano ha sottolineato la necessità per l’Europa di adottare misure che favoriscano la crescita. Secondo quanto riferiscono i media ellenici Obama avrebbe consigliato a Tsipras di fare una pausa dopo le fatiche delle elezioni “per evitare di riempirsi di capelli bianchi come lui”. Ma Tsipras gli ha risposto: “E’ difficile, gli impegni sono tanti”.Saetta-Alexis oggi incontrerà Shulz e domani il capo dell’Eurogruppo, il consesso dei ministeri delle finanze dell’Ue, Jeroen Dijsselbloem. La situazione è fin troppo chiara: Atene si è lanciata senza remore nel tentativo di rompere l’accerchiamento, l’Europa cerca di contenere l’offensiva mostrandosi priva di soluzioni realistiche. Chi ha in mano in questo momento il diritto a muove è Tsipras. Il “caso greco” può diventare una risorsa. Il vice premier greco Yannis Dragassakis ha usato a questo riguardo parole molto chiare: “Dialogo e non scontri e ricatti reciproci. Abbiamo un progetto, non vogliamo la rottura ma nemmeno il proseguimento di una politica che conduce alla catastrofe”. E’ proprio la “catastrofe” il vero asso nella manica di Atene.Aver agito con tempismo, dà a Tsipras il vantaggio da poter sfruttare nella fase immediatamente successiva quando la guerra diventerà “di posizione” e occorrerà scoprire le carte. Ma, appunto, gli atout in mano ai partecipanti nel frattempo potrebbero cambiare. Nessuna banale fretta, quindi, ma una precisa strategia che mette a frutto innanzitutto il grande consenso uscito dalle urne, che è dello stesso livello di quello ottenuto da Merkel l’anno scorso. L’unità nazionale è un fattore politico importante sui cui Tsipras sembra voler puntare molto. E la ragione è semplice. Nessuno da fuori potrà spaventare i greci con l’incubo del peggioramento delle proprie condizioni. Tsipras, poi, fa leva sui reali fattori della situazione europea ed internazionale.In Europa, dopo la decisione di Draghi sull’euro e il QE si apre una situazione in cui l’euro debole darà una spinta proprio a quelle economie in cui l’esportazione gioca un ruolo importante, proprio come in Grecia con il turismo. Sul piano politico Ue, Tsipras è riuscito, come ha detto lui stesso a “rompere la paura”. Al di là della forza evocativa, questo per l’Europa significa una cosa molto precisa: quasi nessuno più è disposto a proseguire sull’orribile cammino dell’austerità, che di fatto non sta dando nulla in cambio. Tsipras, checché ne dica Renzi, arriva dopo il totale fallimento del semestre italiano, il cui obiettivo avrebbe dovuto essere quello di placare la “iena di Berlino”.

Il punto non è placare ma far saltare il banco. Per esempio, cosa succederà in Spagna e Portogallo alle prossime elezioni? Questo Renzi non se l’è chiesto. E Tsipras sì. Da questo punto di vista, il “dossier Grecia” appare molto meno complicato di quello che molti vogliono rappresentare parlando forsennatamente di crollo delle borse e di “grexit”. Non è un caso che nessuno a Berlino minaccia più la “grexit”. Piuttosto preferiscono parlare, un po’ ipocritamente, dell’importanza della democrazia (sic!) e del rispetto delle scelte di tutti gli altri popoli europei. Sanno benissimo che, semmai, la partita non dipenderà esclusivamente dal rispetto del pagamento del debito da parte di Atene. In ballo c’è l’assetto complessivo del Vecchio Continente, e la stessa capacità della Germania a cui spetta il compito di tenere unito il quadro generale. A Merkel non sfugge certo che il no all’austerità generalizzato potrebbe diventare un segnale pericoloso anche sul piano interno considerando che la “politica dei redditi” ha costretto i tedeschi all’immobilità sociale.

A livello geopolitico internazionale, infine, Tsiprs ha davanti un complesso sistema di pesi e contrappesi, equilibri e ruoli inediti che disegnano di fatto uno scenario di forte rimescolamento. Quanto conta, per esempio, il No di Atene alle sanzioni contro Mosca nella crisi ucraina? E poi, perché l’Ucraina viene inondata di dollari ed euro e, invece, la crisi umanitaria in Grecia viene abbandonata a se stessa? L’abilità del premier Tsipras è stata quindi quella di dare subito il segnale di non stare con il “cappello in mano” ma di voler giocare una partita globale dando un rilievo speciale ai veri “nervi scoperti” dell’Unione europea in questo momento e degli stessi assetti internazionali.

 29/01/2015 12:21 | POLITICAINTERNAZIONALE | Autore: fabio sebastiani (Da controlacrisi.org)