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EXPO, nutrire il pianeta. E i lavoratori?

«L’Italia di Farinetti e di Renzi
L’Italia espone i suoi schiavi all’Expo: 3,2 euro ora e raggiungimento del posto di lavoro e colazione a loro carico».

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Bergamo. Sembra uno scherzo. Non lo è. Carlo (il nome è di fantasia) lavora in Expo con il ruolo di addetto all’accoglienza. E’ il primo volto che vede il visitatore quando entra nei padiglioni nazionali della grande esposizione universale.

Curati, di bell’aspetto e sempre sorridenti, queste le richieste di EXPO SpA e Manpower ai propri dipendenti. Al lavoratore viene imposto un regolamento, come ogni azienda che si rispetti. Quello di Manpower è a dir poco restrittivo: Vietato bere, mangiare, sedersi e senza pause. Tutto per iscritto.

I sacrifici si sa vanno di pari passo con il valore della propria prestazione, capita quindi nei normali luoghi di lavoro che alle energie spese per un lavoro salariato corrisponda una paga adeguata. Nulla da fare in EXPO, Carlo non mangia non beve, non si può sedere per 8 ore di fila per 5 giorni alla settimana per una retribuzione di 797 € lordi equaivalenti a circa 560 € al mese.

Expo, da alcuni decantata come la soluzione alla fame nel mondo affama i propri lavoratori con stipendi da fame. Con lo zampino di Manpower (agenzia interinale) e di IVRI che di  fatto gestisce l’appalto dell’accoglienza agli stand. Sarebbe curioso sapere quanto vale questo appalto e quanto ci guadagnano EXPO, Manpower, e IVRI. Qeusta cifra non ci è dato saperla e  resta nelle oscure stanze di EXPO Spa.

Nel frattempo il Carlo di ogni stand continuerà a sorridere ai visitatori, per 3.2 € l’ora. In alcuni stand della grande esposizione universale non ci si compra nemmeno una bottiglietta d’acqua.

da “Contropiano.org”

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Grecia al referendum: il governo difende la dignità di tutti

e29d1bf5737091e1377be0555a7e049ef76497e4cbe4381da8c7e535_175x175Ogni persona dotata di un minimo di intelligenza e di onestà dovrebbe oggi ringraziare Tsipras e il popolo greco per aver dato, pagando un prezzo certamente caro, un senso a parole che da troppo tempo ne erano prive.

Intanto alla parola “democrazia“, che proprio in Grecia ha avuto origine più di due millenni e qualche secolo fa. Una parola avvilita e umiliata dal governo del capitale che ne fa strame da tempo, specie in Europa. Mascherati dietro la presunta oggettività dei dati economici, i funzionarietti al servizio della finanza intendono perpetuare, spacciandolo per l’unico possibile, un sistema fortemente iniquo e foriero di ingiustizie e di distruzioni di cui dovremmo sbarazzarci al più presto se vogliamo garantire un futuro all’Europa e all’umanità.

Poi alla parola “Europa“. Nata per affermare anche diritti sociali e pace, si è trasformata negli ultimi anni in un mostruoso apparato burocratico asservito alle lobby finanziarie che a Bruxelles fanno il bello e il cattivo tempo. Un’Europa priva di ogni senso di identità comune e di solidarietà come dimostrato anche dall’ignobile scaricabarile sui richiedenti asilo. Un’Europa del genere è destinata a far proliferare, come un verminaio incontrollabile, decine di Salvini, di Le Pen e di membri di Alba Dorata, la quale. come si è saputo di recente, non a caso partecipò, una ventina di anni fa all’orribile massacro di Srebrenica che costituì il momento culminante della guerra jugoslava che segnò il reingresso a pieno titolo della violenza bellica e dei crimini contro l’umanità nella storia europea.

Poi alla parola “giustizia sociale“. Dalla Grecia vessata dalla finanza, dove la disoccupazione e la povertà di massa raggiungono vette inusitate, si leva la forza di un popolo che proclama la necessità di dire basta a politiche scellerate che stanno provocando devastazioni senza fine anche da noi e in tutta l’Europa, sia mediterranea che continentale.

Certamente anche alla parola “razionalità economica“. Che per essere tale deve valere per la maggioranza del popolo e non per un pugno di usurai. Deve vedere il reinvestimento della ricchezza nell’economia reale, quella in grado di soddisfare le esigenze materiali e ideali delle persone in carne ed ossa, e non essere rinchiusa nei forzieri blindati dei Paperoni autoreferenziali che fanno finta di governarci.

Anche, direi, alla parola “politica“, che da sempre costituisce, come affermò un grande filosofo greco, una caratteristica ineliminabile e nobile dell’essere umano. Ma che l’asservimento alla finanza e ai poteri economici ha ridotto a qualcosa degno di Buzzi e Carminati, dei partiti privi di spina dorsale e di ideali, si chiamino essi Pd, Forza Italia o in altro modo.

E’ per ridare senso a queste parole fondamentali per il genere umano, oggi ridotte a un balbettio senza senso, che il popolo greco si accinge a votare il 5 luglio. Con ogni probabilità il governo Tsipras otterrà la grande maggioranza dei consensi. Un popolo non si piega con le minacce, i ricatti e la violenza, sia essa di tipo bellico od economico. Stupisce che i tedeschi, che dalla Grecia come dal resto di Europa furono scacciati a furor di popolo settant’anni fa, non l’abbiano ancora capito.

Quello che è certo è che con la rottura dei negoziati e il referendum greco finisce per sempre l’Europa in cui abbiamo creduto e si apre una fase storica nuova. Sarebbe opportuno che anche nell’afasica Italia si tengano analoghe consultazioni per capire se il popolo è bovinamente allineato sulle non posizioni del suo governo di decerebrati o, come ritengo, aspira a qualcosa di differente dall’immangiabile zuppa attuale.

Come conclude Tsipras il suo messaggio al popolo greco che indice il referendum, sono in gioco sovranità e dignità. Altri due concetti fondamentali, E non solo per i Greci.

Ringraziamoli per avercelo ricordato e per difenderli anche per noi.

Fabio Marcelli da “IL Fatto Quotidiano”

La via giusta è quella dell’uguaglianza

22soc1f02-irlanda-referenum1-1024x694orig_mainL’isola coraggiosa che ha sconfitto l’impero britannico nel lontano 1921, l’isola più cattolica dell’Europa del nord, l’isola di San Patrizio, delle arpe e dei folletti. L’isola che oggi dice sì ai matrimoni omosessuali e lo fa con una maggioranza assoluta, schiacciante: un voto senza se e senza ma che fa il paio con le disposizioni approvate nel Regno Unito da sua maestà la regina Elisabetta II in materia di unioni civili.

C’è sempre un po’ più di libertà nel mondo quando avanzano i diritti, quando si fanno avanti quelli civili e quelli sociali. Forse è difficile che possano proseguire in questa avanzata di pari passo, ma provarci è uno dei compito di chiunque abbia a cuore una espansione dell’individualità in un contesto comunque collettivo.

L’Irlanda si aggiunge ad altri 21 paesi che hanno legalizzato le unioni omosessuali. L’Italia non è in questa lista di “pionieri” e rischia di non esserci ancora per molto tempo se un movimento di massa fondato su una nuova coscienza civile non si svilupperà attraverso una ridefinizione dei confini di una nuova cultura.

Perché questo avvenga occorre lasciarsi alle spalle giudizi e pregiudizi che possono essere sconfitti: la superabilità di tutto ciò risiede nell’attribuzione ad ogni singolo cittadino, ad ogni singolo essere umano, un valore di eguaglianza senza confronti e termini di paragone.

Fino a che esiste un soggetto cui paragonarsi, al quale rivolgersi per arrivare all’eguaglianza, si è sempre nel campo di un buon volontarismo che rimane abbarbicato alle scorie della “maggioranza” che è “normale” e alla quale si devono adeguare le “minoranze” che non sarebbero, di contro, normali.

Serve una tabula rasa, una palingenesi di pseudo valori che vengono spacciati per fondamentali nella società attuale e che sono soltanto retaggi di imposizioni cattoliche e clericali, perbeniste e veramente molto “borghesi”.
Quella borghesia che un tempo aveva “vizi privati e pubbliche virtù”, che andava a puttane la sera e di giorno si vestiva con giacca e cravatta e diventava “tutta casa e famiglia”.

Forse accadrà ancora oggi, ma di sicuro il pregiudizio omofobo, la paura del “diverso” hanno radici in una ignoranza che fa dire cose atroci: “Se avessi un figlio frocio non saprei che farmene… Non potrei nemmeno venderlo al mercato (con un chiaro riferimento all’ortaggio gustosissimo se intinto nell’olio di oliva e mangiato crudo)…”, ha detto una signora ad un mio amico giorni fa in un mercato di un piccolo paese del savonese.

Cretini ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno, ma quello che può ancora impedire all’ “opinione pubblica” di virare nel senso in cui ha virato oggi la Repubblica d’Irlanda sui matrimoni gay è l’ostinata pervicacia nel non accettare proprio l’uguaglianza come base sociale, come fondamento del patto sociale che ci dovrebbe unire tutte e tutti.

Ma, del resto, laddove resta indietro sul piano civile il concetto di egualità sociale dell’individuo, resta indietro anche sul piano sociale: quei lavoratori che non riescono a vedere nel padrone il loro antagonista di classe, difficilmente possono capire e percepire un desiderio di libertà complessivo che abbracci anche i diritti civili.

L’Irlanda ha fatto quello che dovrebbe fare anche l’Italia, che dovrebbe fare il mondo intero, in questo preciso istante, liberando centinaia di migliaia di persone dall’ingiustizia di essere considerati “non matrimoniabili”, non congiungibili come coppia legale, solo perché impossibilitati a procreare “secondo natura”.

Ci si dimentica sempre che tutto ciò che è presente in natura è “naturale”. Almeno per definizione. Fatevene una ragione. E’ così. Potete anche invocare un dio ostinato che vi consegni una scrittura sulla quale si dice che i gay e le lesbiche devono essere lapidati… O chissà a quale altra condanna destinati.

Forse la “modernità” del cattolicesimo di Francesco può limitarsi ad accettarli se, e solo se, cristiani e cattolici. Resta il mistero che un ambasciatore francese non viene ricevuto dalla Santa Sede solamente perché omosessuale…

Vizi antichi che ripercorrono strade già battute e di cui si conosce la destinazione: sofferenza, senso di colpa e di peccato che avvelena la vita e ci fa godere così poco dei piaceri dello stare insieme, dell’amare, del vivere senza la spada di Damocle di un dio iracondo o comunque punitivo sul nostro capo.

Grazie ai dublinesi, grazie a tutti gli irlandesi per aver aperto un varco di libertà in Europa e nel mondo. Se da un lato avanza l’Isis, dall’altro avanza un movimento di emancipazione sociale e civile che non potrà più essere fermato; nemmeno dalla più antica morale religiosa che si è imposta sul Vecchio continente.

Avanti, ragazzi e ragazze, uomini e donne di tutti i paesi: unitevi. Unitevi contro chi vi sfrutta e contro chi vi fa sentire “inferiori”. Nessuno è inferiore a nessun altro. Nessuno è superiore a qualcuno.
Per questo l’uguaglianza è la bussola su cui orientare ogni nostra azione grande o piccola, locale o internazionale.

E con la fantasia par di sentire anche i folletti, nelle brughiere dell’isola verde, far festa in un giorno che resterà nella storia del movimento di liberazione omosessuale e nella storia in generale.

MARCO SFERINI

E i profughi che fine fanno?

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“Rara­mente era capi­tato di assi­stere a un così sfron­tato ribal­ta­mento della realtà, quale quello rea­liz­zato a par­tire dalle ore imme­dia­ta­mente suc­ces­sive al nau­fra­gio di dome­nica scorsa.

Da quat­tro giorni, l’intera que­stione dell’immigrazione è ridotta al suo atto ultimo, abietto e feroce.

Ovvero alla respon­sa­bi­lità cri­mi­nale di quelli che, in un cre­scendo melo­dram­ma­tico di reto­rica, sono chia­mati: schia­vi­sti, negrieri, traf­fi­canti di carne umana.

E così, tutti si affan­nano intorno alla dimen­sione finale della tra­ge­dia, per­ché è la più visi­bile: quella che con­cen­tra la più imme­diata e dif­fusa ostilità.

E que­sto con­sente, infine, di iden­ti­fi­care e trac­ciare il pro­filo del nuovo nemico asso­luto: lo Sca­fi­sta. Nes­suno sem­bra porsi la domanda cru­ciale: se pure riu­scis­simo, d’un colpo solo, a eli­mi­nare tutti quei «mer­canti di morte», avremo ridotto anche solo di qual­che unità il flusso dei migranti? Avremo limi­tato il numero delle vit­time? Avremo garan­tito una mag­giore sicu­rezza a quelle disgra­ziate aree del mondo?

La mia rispo­sta a que­sti inter­ro­ga­tivi è un no secco. Respin­gere i movi­menti di esseri umani al di là del Medi­ter­ra­neo, «bom­bar­dando i bar­coni» o «spa­rando sugli sca­fi­sti» o attuando un «blocco navale» avrebbe il solo effetto di allon­ta­nare le vit­time dal nostro sguardo. E di rimuo­verle dalla nostra espe­rienza indi­viduale e collettiva.

Luigi Manconi da “Il Manifesto”

Quando la scuola va in vacanza

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Lo ammetto: faccio il docente per fare tre mesi di vacanza.

Egregio Ministro Poletti,
ebbene sì lo devo e lo voglio ammettere. Mi sono laureato, ho preso due abilitazioni a numero chiuso, ho fatto un concorso nazionale e sono precario da 13 anni (assunto il primo di settembre e licenziato il 30 giugno) non tanto perché volevo far l’insegnante, ma per godermi tre mesi di vacanze estive, oltre ovviamente a quelle natalizie, pasquali, di carnevale e ai ponti dei santi, dell’immacolata, del 25 aprile, del primo maggio e del 2 giugno. Peccato non si stia a casa anche il giorno della festa della mamma, del papà, della donna e magari dei nonni.

Egregio Ministro Poletti,
ebbene sì lo devo e lo voglio ammettere, la volgarità e la disonestà intellettuale che caratterizza lei e tutto il governo Renzi è squallida e imbarazzante, sintomo di un paese sempre più allo sbando, retto da personaggi di piccolo cabotaggio, corrotti, prepotenti e mediocri.

Probabilmente signor Ministro lei è troppo impegnato in cene e feste con importanti esponenti di Mafia Capitale per conoscere la professione dei docenti e la realtà in cui vivono gli studenti italiani; altrimenti saprebbe che il numero di giorni di scuola in Italia è pari a quello dei principali stati europei (Germania, Francia, Spagna. ..). Le vacanze sono solo distribuite in modo diverso. Se conoscesse le condizioni in cui versano gli edifici scolastici italiani e l’ubicazione geografica del Paese che governa, saprebbe, inoltre, che andare a scuola a luglio e agosto nella maggior parte delle città (Napoli, Bari, Palermo, Roma, Sassari, Milano) sarebbe impossibile.

Infine, signor Ministro, le ricordo che ormai anche il mio macellaio di fiducia (purtroppo sono carnivoro) non pensa che un insegnante faccia tre mesi di vacanza. Tra esami di stato, esami di riparazione, riunioni e programmazione le ferie dei docenti (trenta giorni più le domeniche) si concentrano per lo più da metà luglio al 31 agosto.

Comunque, Egregio Ministro e Esimio Premier, fate bene ad umiliare costantemente noi insegnanti. Ce lo meritiamo. Negli ultimi decenni abbiamo accettato tutto supinamente: blocco salariale, classi pollaio, precarietà, aumento dell’orario di lavoro, edifici insicuri, finanziamento alle scuole private, cattedre spezzatino e concorsi truffa. Ed ora, sprezzanti ma con il sorriso sulle labbra, state realizzando la privatizzazione della scuola e la sua trasformazione in un’azienda senza che il corpo docente italiano dia un sussulto di vitalità. Tra chi aspetta la pensione e chi pensa che un salario fisso anche se basso è meglio che niente, tra chi è stanco di lottare e chi si considera intellettuale, tra chi “tanto mio marito è un dirigente o libero professionista” e chi è solo e disperato, tra chi “o si blocca il paese per settimane o uno sciopero non serve a nulla” e chi ” ora servirebbe la rivoluzione”, gli insegnanti stanno assistendo inerti e rassegnati alla lenta morte della scuola pubblica, democratica e costituzionale.

Il nostro silenzio è complice. E non basta più (se mai è servito a qualcosa) sfogarsi solo sui social network.

Per chi non si vuole arrendere non vi è altra strada che la lotta, per la nostra dignità e per il futuro dei nostri figli e dei nostri studenti.
Una terza via non ci è data.

Matteo Saudino