Reddito di cittadinanza

Reddito di cittadinanza e flat tax? «Incompatibili». La sola flat tax? «Un regalo ai ricchi». L’abolizione della Fornero? «Giusta. Ma con questo programma, diventa insostenibile». A smontare così i capisaldi del governo Lega-Cinque stelle è Giovanni Dosi, professore di economia politica all’Istituto di economia del Sant’Anna di Pisa. Esperto di innovazione e organizzazione industriale, Dosi…

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Falsi allarmismi sui sacchetti per distrarre da aumenti di gas, autostrade e luce

Shopper-buste-biodegradabiliLe lobby energetiche e delle autostrade sono più furbe

Un nuovo spettro si aggira per l’Europa. È l’epidemia infettiva da uso delle retine riutilizzabili per acquistare frutta e verdura al supermercato. Sembra questo lo scenario apocalittico evocato dalle incomprensibili parole utilizzate due giorni fa nella nota del Ministero dell’ambiente sulle alternative ai sacchetti compostabili per alimenti, novità prevista dalla legge entrata in vigore l’1 gennaio. Una nota che rimpalla la responsabilità al Ministero della Salute per valutare la conformità alle norme igienico-sanitarie e che riprende le irritanti dichiarazioni del suo segretario generale Giuseppe Ruocco che preannuncia l’impossibilità a riutilizzare i sacchetti per improbabili rischi di contaminazioni batteriche. Siamo al paradosso. Non ci risulta che ci siano stati focolai di infezioni negli altri paesi europei causati dall’uso di retine riutilizzabili. E non ci risulta che i reparti dell’ortofrutta dei supermercati siano sterili come le camere operatorie. Chiunque può constatare nel reparto di frutta e verdura la presenza inevitabile della terra residua da attività agricole, con il suo naturale carico batterico alimentato dalla manipolazione dei clienti. Ma allora quali sarebbero questi rischi sanitari? Basta con i falsi allarmismi: serve una nota congiunta dei ministeri dell’Ambiente e della Salute che autorizzi la Grande distribuzione organizzata a garantire ai cittadini un’alternativa come le retine anche in Italia.

Questa è l’ultima puntata della telenovela su una norma sacrosanta finita nel tritacarne mediatico per errori imperdonabili commessi dal governo. La legge è del luglio 2017, non è possibile che ancora oggi i due ministri competenti non siano in grado di chiarire ai supermercati quali sporte riutilizzabili è possibile usare. L’improvvisazione governativa ha ridicolizzato una norma che conferma la leadership italiana nella lotta all’inquinamento da plastiche non gestite correttamente (si pensi ai divieti di produzione dei cotton fioc non compostabili e dell’uso delle microplastiche nei cosmetici approvati con l’ultima legge di bilancio). La nuova disposizione è più restrittiva rispetto ad altre adottate in Europa e deve essere un vanto. Il nostro Paese fino a 6 anni fa era tra i maggiori consumatori in Europa di sacchetti di plastica per la spesa, che grazie al bando degli shopper del 2012 sono stati ridotti del 55%. Il costo degli shopper serve a disincentivare l’usa e getta a vantaggio delle sporte riutilizzabili tornate di moda. Lo stesso deve avvenire anche per l’acquisto di frutta e verdura, prevedendo un’alternativa riutilizzabile. Altrimenti è meglio togliere dalla legge l’obbligo di pagamento per il consumatore del costo dei sacchetti compostabili, che tornerà a carico della Gdo.

Questa nuova legge, se sostenuta da adeguati controlli ancora poco diffusi, serve anche a contrastare l’illegalità che grava sulla metà dei sacchetti per l’asporto merci in circolazione, fatti in plastica tradizionale, spacciati da criminali importatori, distributori e produttori come se servissero “per uso interno” per frutta e verdura.

Grazie a questa legge si diffonderanno ulteriormente i sacchi compostabili utilizzabili per la raccolta differenziata dell’umido domestico per produrre compost senza plastica da smaltire. Si riconvertiranno altri petrolchimici arrugginiti in innovative bioraffinerie. E basta parlare di monopoli: le 150 aziende che producono sacchetti in Italia possono acquistare le bioplastiche da almeno 10 aziende della chimica verde mondiale con prezzi in concorrenza. C’è la Novamont italiana, la Basf tedesca, le multinazionali della chimica statunitense, olandese, spagnola e del sud est asiatico.

Se le recenti polemiche sui rincari avessero puntato i riflettori sugli aumenti dell’elettricità, del gas e dei pedaggi autostradali avremmo fatto un servizio utile ai cittadini. Ma le lobby energetiche e delle autostrade sono più furbe. Ai cittadini, che il prossimo 4 marzo decideranno chi governerà il paese nel prossimo futuro, il compito di non cadere nella trappola ordita dai veri poteri forti del Paese. Che inquinano pesantemente il mercato e l’ambiente italiano.

* direttore generale di Legambiente

(pubblicato su Controlacrisi.org)

Lo specchio di Davos

A Davos, in Svizzera, ogni anno, in gennaio, il pianeta si guarda allo specchio ed è uno specchio dorato. La novità questa volta è il presidente della Cina che ormai entra di pieno diritto tra gli invitati che sono capi di stato e miliardari, con un corteggio di consulenti, commentatori e compagnia bella. Il controcanto…

via Lo specchio di Davos — Sbilanciamoci.info

SVILUPPO ECONOMICO Il paradosso della produttività

di Maurizio Ricci (pubblicato su http://www.ildiariodellavoro.it)
Potremmo chiamarlo il mistero della produttività svanita. Quando la Confindustria  rilancia l’idea di legare i contratti alla produttività, infatti, fa ricorso ad uno strumentario tutt’altro che inedito. Anzi, percorso più volte nel dialogo e nella  contrattazione. A patto di sapere, però, che, oggi, la  roduttività – l’unico autentico  motore della crescita economica e del miglioramento del tenore di vita – non è più il  moltiplicatore di una volta. In Italia, è da decenni la grande latitante della nostra economia e della nostra crescita asfittica. Ma il fenomeno è più ampio, anzi mondiale. Nonostante il succedersi delle rivoluzioni tecnologiche, la produttività scende inesorabilmente un po’ dovunque. E’ il puzzle che autorizza autorevoli economisti a parlare di grande stagnazione globale.

Il “Compendio di indicatori 2016 della produttività” che l’Ocse ha appena fatto uscire parla di “paradosso della produttività”. L’Italia, va detto, al paradosso non è neppure arrivata: il più prezioso indicatore dell’economia moderna precipita, da noi, fin dagli  anni ’90. Il Pil per ora lavorata cresceva del 2,65 per cento l’anno fra il 1970 e il 1996.

Ha rallentato giù fino allo 0,64 per cento fra il 1996 e il 2004. E’ rimpicciolito allo 0,04 per cento l’anno fra il 2004 e il 2014. In sostanza, negli ultimi dieci anni il Pil per ora lavorata è rimasto uguale. Anche se in modo meno vistoso, tuttavia, anche altri paesi, assai più dinamici del nostro, hanno subito un brusco rallentamento. Gli Usa sono passati dal 2,50 per cento l’anno all’1,12, dopo il 2004. La Germania dall’1,68 per cento allo 0,86 l’anno. Dove sta il paradosso? Nel fatto che “la produttività è rallentata durante un periodo di significativi mutamenti tecnologici, crescente partecipazione di aziende e paesi alla catene produttive internazionali e aumento dei livelli di istruzione della forza lavoro” dice l’Ocse. Se la produttività non cresce in queste condizioni, quando dovrebbe crescere? L’avvento di Big Data non avrebbe dovuto dare una scossa all’aumento di produttività pari all’introduzione dell’elettricità a inizio ‘900 e dell’informatica alla fine?

Una ipotesi, naturalmente, è che sia stato l’impatto della crisi finanziaria esplosa nel 2008 a segnare le diverse economie, al punto che la produttività non riesce a riprender quota. Ma il Compendio fa  giustizia di questa ipotesi consolatoria: il calo della produttività non è un fenomeno ciclico e  transitorio. In realtà, si scopre che l’investimento nell’informatica, come quota del Pil, è sistematicamente in caduta, negli ultimi anni, anche negli Usa e in Germania. Il contributo di questi investimenti alla produttività ha raggiunto il picco a fine anni ’90 e da allora sta gradualmente diminuendo. Ci sono dei dati illuminanti, per l’Italia, dentro i numeri dell’Ocse.

Rispetto alla produttività oraria americana, ad esempio, nonostante il nostro crollo degli ultimi anni, siamo tornati ai livelli degli anni ’70: un  lavoratore italiano producein un’ora, in media, tre quarti di quello che produce un lavoratore americano. Peccato che, negli anni ’90, fossimo arrivati al 96 per cento. Ma, al di là dei mali specifici dell’economia italiana – dalla flessibilità del lavoro alla carenza cronica di investimenti – i dati dell’Ocse alimentano una teoria che circola da qualche tempo fra gli economisti: nonostante il grande battage pubblicitario, la rivoluzione tecnologica di questi anni ha un potere trasformativo incomparabilmente minore rispetto ai grandi salti del ‘700 e dell’800. Fra il telefonino e l’interruttore della luce non c’è match.

Anche, e soprattutto, per quel che riguarda l’importanza diretta sulla produzione e sul lavoro. Bisogna inventarsi qualcos’altro.

Il lavoro….delle banche

78a2f8a03c7002f9de0cccba161feba9-ksEB-U10602292382414aUB-700x394@LaStampa.itSiccome le banche private italiane sono in “affanno” e, pur non essendo – a detta anche del ministro Padoan – comunque una situazione critica – il soccorso che spetta loro non è l’investimento di qualche privato che mette in essere un rischio di impresa, di capitalizzazione di una impresa, in questo caso…
No, il soccorso deve essere pubblico, deve venire dallo Stato italiano. Così, come è sempre stato: le banche si nutrono dei nostri risparmi, li investono male, perdono capitali nella concorrenza che è sempre concorrenza sleale in quanto è concorrenza e, poi, piangono calde lacrime davanti ai gradini della Banca d’Italia.
Così vanno le cose da molto, molto tempo. E mentre questo accade, il governo si preoccupa se iniziare una discussione sullo “spacchettamento” dei quesiti contenuti nel referendum (in)costituzionale.
Così vanno le cose… Si sta in sella un po’ per non morire e un po’ per garantire i privilegi e i profitti della grande concorrenza finanziaria… che mette in “affanno” le banche italiane.
Bel lavoro, vero?

Il gioco alpino per proteggere il clima

af5542d3-7934-47b2-842c-5e901390c9b1Ogni persona può permettersi di emettere 6,8 chili di CO2 al giorno, per mantenere in equilibrio il clima. Convertiamo ora questo valore in un punteggio: ogni persona ha a disposizione 100 punti al giorno.

Noi mangiamo, acquistiamo vestiti, abitiamo in case, d’inverno le riscaldiamo, d’estate le raffreschiamo e di sera le illuminiamo, viaggiamo in treno, bus e auto – il nostro stile di vita produce direttamente e indirettamente CO2. In questo momento viviamo molto sopra la soglia di compatibilità. Invece dei tollerabili 100 punti, stiamo consumando in media 450 punti al giorno. Noi viviamo al disopra delle nostre possibilità – e questo non solo per le emissioni di CO2. Consumare di più rende più felici? Vive meglio chi viaggia più velocemente e macina più chilometri? Una buona giornata è una giornata in cui rispettiamo i limiti.

Verifica quanti punti consumi nella vita quotidiana.

Le nostre giornate sono scandite da gesti in parte simili: alzarsi, lavarsi, fare colazione, andare al lavoro, lavorare, pranzare e cenare, dedicarsi al tempo libero, dormire. Quasi ogni attività è connessa all’emissione di CO2. Riscaldare la casa, andare in ufficio, la pasta a mezzogiorno, le ore davanti al computer…

Cerca alternative con meno punti.

Per ogni attività ci sono alternative che fanno consumare meno punti. Ridurre di un grado il riscaldamento, bere caffè biologico, andare a lavorare in bicicletta, utilizzare un laptop a basso consumo, fare una passeggiata alla sera e mille altre cose.

Vivere nelle Alpi con 100 punti.

Le Alpi sono un ambiente sensibile, che reagisce molto velocemente al cambiamento climatico. Nelle Alpi le persone possono dare un importante contributo alla protezione del clima. Le città e i comuni dei sette Stati alpini sono posti di fronte a questa sfida. Per questo hanno bisogno del sostegno dei rispettivi abitanti. Con “100max – il gioco alpino per proteggere il clima” le famiglie e i comuni possono sperimentare se e come se la cavano con 100 punti al giorno.

Come funziona.

Per due settimane all’anno i nuclei familiari partecipanti convertono in punti tutto quello che consumano, gli abiti che indossano, come si spostano. Su www.100max.org potete calcolare i vostri punti, memorizzarli, confrontarli con i risultati di una settantina di altri nuclei familiari partecipanti e scambiarvi buoni consigli. Nel sito si può anche vedere come e dove si possono risparmiare punti. Dopo la prima settimana di 100max e prima dell’inizio della seconda settimana, i nuclei familiari hanno un paio di mesi di tempo per ricercare e apprendere quali possibilità di perfezionamento presenta il proprio stile di vita e se vivere totalizzando meno punti per l’emissione di CO2 comporta necessariamente una perdita di qualità della vita.

Che cosa succede quando?

Gennaio, febbraio 2016 Formazione dei nuclei familiari partecipanti nei comuni 100max
29.02 – 06.03.2016 Prima settimana 100max
Da marzo a maggio 2016 Manifestazioni locali nei comuni 100max

I nuclei familiari cercano di ridurre il loro punteggio

30.05 – 05.06.2016 Seconda settimana 100max
11.10 – 15.10.2016 100max alla Settimana alpina a Grassau/D

 

Morire per Bruxelles

La tempesta che si sta abbattendo sulle banche italiane è la conseguenza della politica criminale dell’Unione europea. Una politica a cui si sono sommati i gravissimi errori della politica italiana

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di Carlo Clericetti (pubblicato su sbilanciamoci.info)

La tempesta che si sta abbattendo sulle banche italiane è la conseguenza della politica criminale dell’Unione europea a cui si sono sommati i gravissimi errori della politica italiana. Oggi “scopriamo” come se fosse una sorpresa che il sistema bancario ha accumulato una montagna di crediti in sofferenza e deteriorati e ci troviamo a far fronte al problema a mani nude, ossia con quasi tutti gli strumenti che si potrebbero usare per risolverlo che o non sono nella nostra disponibilità o ci sono preclusi dall’interpretazione delle regole europee che viene decisa dalla Commissione, in particolare quella sugli “aiuti di Stato”. Quegli aiuti di Stato che sono stati profusi a piene mani da tutti gli altri paesi, la Germania più di tutti, ma per cui adesso noi saremmo fuori tempo.

E il bello è che adesso ci tocca pure ascoltare i Soloni di casa nostra pontificare sul fatto che avremmo dovuto farlo allora, all’inizio della crisi, accettando il commissariamento della Troika. Costoro trascurano un dettaglio: allora non ne avevamo bisogno, perché il nostro sistema bancario era stato quello meno colpito. Vediamo quale era, a fine 2008, il livello delle sofferenze bancarie e come si è evoluto.

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Il grafico arriva a fine 2014 quando il totale era di 183 milioni; secondo gli ultimi dati ha raggiunto i 216 milioni, con un aumento rispetto al dicembre 2008 di oltre il 400%. In mezzo ci sono sei anni della più grave crisi della nostra storia moderna, peggiore persino di quella degli anni Trenta. Ma c’è, soprattutto, una gestione folle di questa crisi, che ne ha prolungato e moltiplicato gli effetti.Nel momento in cui la speculazione internazionale attaccava i debiti pubblici, puntando a una rottura dell’euro, non si è risposto come si sarebbe potuto e dovuto, cioè facendo intervenire la banca centrale. Al contrario, mentre si ribadiva che la Bce non poteva per statuto andare in soccorso degli Stati, si dichiarava che ognuno doveva risolvere i suoi problemi da solo, rinunciando alla forza che avrebbe dato un’azione unitaria, e per di più si forzavano le manovre di bilancio nel senso dell’austerità, aggravando gli effetti della congiuntura avversa.

Ma avrebbe funzionato un intervento della Bce? Non ci possono essere dubbi in proposito, perché “ha” funzionato. Ormai tutti riconoscono che è stato il “whatever it takes” di Draghi a fermare la speculazione e far crollare gli spread. Se quella frase fosse stata detta subito, e non con un ritardo di anni, avrebbe evitato quello che è successo. Che è successo agli Stati dell’Eurozona contro i quali si scommetteva sull’uscita dall’euro, ma non al Regno unito, che non era certo in migliori condizioni, ma dove le banche sono state salvate dallo Stato e la banca centrale ha comprato il debito pubblico a piene mani. E tralasciamo gli Usa, di cui abbiamo a suo tempo detto.

Mentre dunque la crisi infuriava la risposta europea era di preoccuparsi del deficit, stipulare un trattato per la riduzione del debito e il pareggio di bilancio (il Fiscal compact) e pressare gli Stati sulle riforme del lavoro, cioè curare il dolore spargendo sale sulle ferite. E nel frattempo che cosa facevano i governi italiani? Seguivano pedissequamente queste politiche, vantandosi di essere tra i primi della classe perché tra i pochissimi a tenere il deficit sotto il limite del 3% e a mantenere, tranne che nel 2009, un saldo primario positivo. Bravissimi!

Ora, non diciamo nel 2011 quando l’attacco speculativo era più virulento, e nemmeno nel 2012 – ma certo Monti poteva andarci meno pesante invece di giocare ad essere “più tedesco dei tedeschi” – ma dopo il 27 luglio di quell’anno (cioè dopo che Draghi aveva pronunciato la fatidica frase), quando si è confermato ciò che molti dicevano, ossia che l’attacco non era dovuto all’alto debito, ma alla scommessa contro l’euro, ormai abbandonata, quello sarebbe stato il momento di bloccare la recessione, alimentando con investimenti pubblici la domanda interna agonizzante con o senza il consenso di Bruxelles, Berlino e sciagurata compagnia. Non avremmo avuto una decrescita protratta per ben tre anni, l’infinito crollo della produzione, le centinaia e centinaia di migliaia di fallimenti di imprese e di conseguenza nemmeno la crescita infinita delle sofferenze. Probabilmente anche il rapporto debito/Pil sarebbe migliorato invece di continuare a peggiorare, nonostante il maggior deficit, grazie alla crescita del denominatore.

Ma questo non è stato fatto, e persino la Legge di stabilità “espansiva” di quest’anno mantiene comunque un deficit sotto il 3% e un saldo primario positivo del 2,2. E neanche questo basta a Bruxelles, che continua a chiedere di più. Non solo. Grazie a queste politiche sciagurate ora le nostre banche hanno bisogno di un aiuto, la famosa “bad-bank” in cui collocare i crediti in sofferenza: verboten, sarebbe aiuto di Stato.

Il problema è molto semplice: si tratta di vedere quanto si può ricavare da quei crediti in sofferenza. Se il realizzo sarà al 10% del loro valore, come può accadere se si sarà costretti a darle via in fretta e furia, nei bilanci delle banche si aprirà una voragine di 50-60 miliardi. Se invece sarà possibile venderle senza fretta lo sconto sarà certamente molto minore, si potrebbe arrivare anche al 50%: niente più buco o quasi. E non potremmo farlo perché sarebbe “aiuto di Stato”, cioè quello che tutti gli altri hanno fatto fino a ieri?

Il balletto di scaramucce e riavvicinamenti fra Renzi e la Commissione può andare bene per un teatrino, ma qui il problema è un altro: “questa” Europa, anche al netto della pessima politica italiana, ci sta facendo affondare sempre di più. Qui non è più questione di essere più o meno europeisti, ma, ormai, più o meno masochisti. O si riesce a fare come Mrs. Thatcher, che quando voleva qualcosa la otteneva. Oppure bisognerà prendere atto che l’uscita è un enorme rischio, ma la permanenza una disastrosa certezza. Davvero vogliamo morire per Bruxelles?