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Fuochino, fuoco, fuocone!

Chiusa la prima parte della saga di Sant’Antonio, inteso come gioco di fuochi che ha dannato per due giorni mezzo paese, ecco che si riapre la seconda parte, questa volta organizzata dalla Lega di Senago. Una festa pagana atta ad evocare tempi lontani, o ben più penosi esantemi cutanei che portano lo stesso nome.

Insomma, spento un incendio se ne attiva uno nuovo e via così, ad inquinare aria e campi lasciando solo cenere ardente (e a volte qualcos’altro) sul terreno del Comune. In cambio di nulla, naturalmente.

Almeno questa volta la catasta di legna da ardere era ben più secca ed ha provocato meno fumo della precedente.

Ciò che rimane, oltre alle braci, è forse la veriticità del proverbio “La madre degli imbecilli è sempre incinta”. Solo che qui a Senago ne sono stati partoriti parecchi.

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Nella foto “ANSA-ontheroad”, si possono vedere gli imbelli sciabolatori leghisti atti a domare il fuoco precedentemente acceso col proverbiale propellente naturale a base di vin brulè e bagna cauda.

Siamo il paese dei terremoti ma non vogliamo imparare la lezione.

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Il terremoto del Centro Italia non è certo una tragedia anomala della travagliata storia d’Italia, è solo l’ennesimo disastro che va ad aggiungersi a una lunga lista di catastrofi sismiche: dal Belice (1968, 231 morti, le ultime 250 baracche sono state smantellate nel 2006) al Friuli (1976, 990 morti); dall’Irpinia (1980, 2914 morti), dall’Umbria (1997, quattro morti) alla pianura modenese (2012), solo per citare quelli degli ultimi 50 anni. Quello di oggi è quasi tragicamente beffardo per le somiglianze e le coincidenze con l’Aquila (309 vittime e oltre 1.600 feriti) come se la natura maligna avesse voluto impartirci il castigo per una lezione che non vogliamo imparare.

Siamo un Paese meraviglioso a sciagura avvenuta, abbiamo affinato la migliore organizzazione possibile per la Protezione civile, la nostra solidarietà non ha confini, la gente scava a mani nude e non lesina aiuti, accoglienza, solidarietà concreta. Ma non riusciamo ancora a mettere in campo una cultura della prevenzione, come in California o in Giappone: guardiamo al Sol levante come l’isola esotica e lontana dei terremoti e non ci rendiamo conto che gli abitanti di quell’Isola sono simili a noi che siamo gli abitanti della Penisola dei terremoti, lo Stato europeo con la più alta frequenza di eventi del genere. Quante altre sciagure – non nei prossimi secoli, ma nei prossimi anni – ci vorranno per capire che siamo un Paese ad alto rischio?

Prevenire scientificamente i terremoti come si fa con le previsioni meteorologiche non è possibile (anni fa nacque la leggenda metropolitana, ampiamente ripresa dai giornali dell’epoca, di un sistema di prevedibilità scientifico messo a punto per la Grecia, inventato da alcuni ciarlatani). Ma se per prevenzione intendiamo una previsione basata sulla frequenza delle scosse sismiche, sulle probabilità che avvengano, sulle condizioni geologiche dell’area appenninica e di altre zone del sottosuolo, sullo stato delle abitazioni, spesso vecchie di secoli come nel caso dei Comuni dell’area dell’ultimo terremoto, allora sì che possiamo prevedere con una certa approssimazione l’ipotesi che in quell’area si verificherà un evento catastrofico, mettendo in sicurezza tutte le abitazioni come in Giappone, dove gli edifici sono in grado di assorbire scosse di magnitudo superiore a quella degli ultimi terremoti e tutto si risolve con uno spavento.

Ma in Italia tutto questo non è mai stato messo in atto. Gli studi e le ricerche sulle condizioni sismiche del territorio nazionale, il censimento del patrimonio edilizio e soprattutto del suo stato, la messa in sicurezza dei Comuni più a rischio, l’adeguamento delle norme tecniche e dei materiali di costruzione, l’addestramento della  popolazione all’emergenza a cominciare dalle scuole elementari,la concentrazione degli sforzi dove il rischio è altissimo (come nella dorsale appenninica, nel Nordest e in Calabria, soprattutto nell’area di Reggio Calabria) richiede una politica di “visione” a lungo termine, previdente ma non troppo remunerativa a livello elettorale. Uno studio del Consiglio nazionale degli ingegneri ha calcolato che dal terremoto del Belice a quello dell’Emilia Romagna del 2012  si sono spesi 120 miliardi di euro per la ricostruzione. Ma è stato anche calcolato che con l’impiego di 2,4 miliardi all’anno lo Stato avrebbe potuto mettere in sicurezza il Paese, risparmiando risorse e soprattutto migliaia di vite umane, decine di migliaia di feriti, milioni di sfollati e tutto l’inevitabile scia di dolore e di infiniti disagi che un terremoto comporta.

Ma più che investire risorse in progetti a lungo termine (quando i frutti magari verranno colti da qualcun altro) è molto meglio – dal punto di vista politico –  aggirarsi tra le rovine a consolare i sopravvissuti e gli afflitti, dimostrando solidarietà agli sfollati e dando pacche sulle spalle ai volontari della protezione civile, oltre che impegnarsi per i soccorsi e la ricostruzione. Questo non significa che i politici nazionali e locali non siano in buona fede quando si comportano in questo modo, ci mancherebbe, è giusto e doveroso che lo facciano. Ma è indubbio che essere definiti come il sindaco” o l’assessore o il ministro “della ricostruzione” porti più vantaggi in termini di immagine che essere ricordati come il sindaco, l’assessore o il ministro della “prevenzione” (che infatti è una definizione che non esiste). E’ cinico dirlo, ma è così. E non sappiamo a quanti altri terremoti dovremmo assistere per arrivare a una seria politica della prevenzione in Italia.

di Fulvio Scaglione da Famiglia Cristiana

Francesco I, il gesuita temuto dai desaparecidos

by fabur49

Un libro di Verbitsky inchioda il futuro pontefice. Spediva all’Esma i preti antifascisti
di Checchino Antonini (da http://popoff.globalist.it/)
Bergoglio comunica Videla
Già all’indomani del conclave che elesse Ratzinger, Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, tra i più votati anche allora, venne accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, Fandango edizioni. Stella Spinelli, su Peacereporter, ne scrisse già all’epoca.

Nei primi anni 70, Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati: li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera per la strage. Per i due si spalancò per sei mesi l’orrore della Scuola di meccanica della marina (Esma), poi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano. In quella scuola, in quei giorni, il Nunzio apostolico Pio Laghi giocava a tennis con i capi dei torturatori come hanno più volte denunciato le Madres de la plaza de Mayo (nella foto l’allora parroco Bergoglio impartisce la comunione al dittatore Videla).

Bergoglio si difese spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia ma, dagli archivi del ministero degli Esteri, sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti. Nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. La fonte di queste informazioni su Jalics era proprio il Superiore provinciale, Bergoglio. In un altro documento si dice che: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase” (Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9).

“Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – dichiarò il futuro papa a Verbitsky – tra l’altro perché non ho mai creduto che lo fossero”, peccato che padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi dalle torture nell’Esma, raccontò il suo arrivo a Roma dopo la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi. Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”. Bergoglio, durante la dittatura militare, era nella Guardia di ferro, un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una formazione rumena nazistoide, quelli di Codreanu. “Io non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio – scrisse Verbitsky – Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo».

Da presidente dei vescovi argentini, molti anni dopo, Bergoglio ha spinto la Chiesa argentina a pubblicare una sorta di mea culpa in occasione del 30° anniversario del colpo di Stato, nel 2006. “Ricordare il passato per costruire saggiamente il presente” era il titolo della missiva apostolica».

Checchino Antonini

Dalla parte degli ultimi … anche nelle scelte politiche

E’ venuto a Senago Don Andrea Gallo, in occasione di una serata organizzata da numerose associazioni locali in favore dei familiari delle vittime dell’Eureco, azienda padernese dove nel 2010 trovarono la morte quattro lavoratori.

Il sacerdote genovese ha tenuto un discorso che la platea di più di quattrocento persone, nel Palazzetto dello Sport, ha seguito con grande attenzione.

Tra battute, aneddoti, divagazioni, don Gallo ha raccontato … continua a leggere l’articolo originale su Senago Bene Comune clicca qui!

Una serata per Mauro Rostagno

Alla vigilia del 24° anniversario della sua morte e della nuova udienza a Trapani del processo che si sta celebrando da oltre un anno e mezzo nei confronti di due mafiosi accusati di averlo ucciso. Una serata per raccogliere la testimonianza di amici, cronisti e familiari in una delle città in cui Rostagno ha vissuto, Milano.

Mauro Rostagno è stato ucciso nel 1988 all’età di 46 anni, mentre conduceva dallo schermo di una tv di Trapani la sua battaglia contro i poteri della mafia e della massoneria. Era un uomo coraggioso che aveva vissuto molte vite: figlio di operai, sociologo, militante di Lotta Continua, arancione, terapeuta, giornalista. Sulla sua morte sono stati costruiti depistaggi e orribili montature, prima che la giustizia ritrovasse finalmente la strada maestra della vera inchiesta giudiziaria. 

Il processo che si svolge lontano dall’attenzione dei media ha messo in luce il sistema di potere criminale incardinato in quell’estremo lembo della Sicilia, la provincia di Trapani, dove è maturata la stagione più insanguinata della storia mafiosa che dal 1988 è poi arrivata alle stragi del 1992, una stagione dominata dal riassetto dei poteri mafiosi e dalla trattativa mafia-stato.

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martedì 25 settembre 2012, dalle ore 20.00 alle 23.30 presso il Centro Congressi della Provincia di Milano (Via Corridoni, 14).

In allegato trovi il programma completo della serata a cui aderiscono Libera, Associazione Saveria Antiochia Omicron, Radio Popolare e Lista civica Un’Altra Provincia. L’iniziativa è patrocinata dal Comune di Milano.

 

Don Gallo a Senago

ANPI Senago

29 Settembre, partecipate numerosi!!!!

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Expo e Dalai Lama, frittata alla milanese

Ci sono regole che è meglio rispettare, anche se non ci piacciono. Tipo non fare il bagno dopo mangiato, non guidare ubriachi, non promettere riconoscimenti al Dalai Lama se hai molto bisogno di soldi cinesi.

Nei primi due casi si rischia la salute, nel terzo la figuraccia, e chissà cosa è meglio.

Ma insomma, ora che la frittata è fatta, si medita su come rimettere insieme le uova. Frittata alla milanese, per la precisione, perché il gioco della cittadinanza onoraria con l’elastico – prima annunciata, poi ritirata un minuto prima del voto –  al capo spirituale della comunità buddista mondiale è uno di quel manicaretti di cui si parla e si parlerà in tutto il mondo.

E del resto, si dirà, è facile fare bei discorsi, ma poi tutti si paralizzano davanti al “che fare?” d’ordinanza. Già, che fare? Mostrare coerenza e schiena drittissima e perdere poi il più volte annunciato padiglione cinese all’Expo? Perdere quel milione di visitatori cinesi d’alta gamma di cui si favoleggia? Tutta brava gente con soldi in tasca, frequentatori di mostre e ristoranti, abitatori di alberghi, consumatori forti, compratori di Ferrari, moltitudini in assetto di guerra che lanceranno l’assedio alle boutiques? Vuoi mettere con una guida spirituale, pur nobilissima e stimata in tutto il mondo?

Andiamo, qualunque statistica economica vi dirà chiaro e tondo che il turismo tibetano non è granché, anche per la notoria parsimonia dei monaci: un tozzo di pane, un po’ di burro di yak e loro sono a posto, mentre i cinesi comprano Armani e Prada. Lo scambio è dunque fuori discussione.

L’autogol milanese della prima giunta perbene dopo anni e anni di saccheggiatori, mediocri amministratori di condominio e persino signorotti della Lega (parlandone da viva), è un po’ triste e un po’ maldestro.

Triste, perché ci ricorda, se ce n’era bisogno, che la prevalenza dell’economia su tutto il resto, valori, promesse, principi, democrazia è soverchiante. Maldestro perché ora si assiste al balletto della toppa peggio del buco: un discorso in consiglio comunale invece della cittadinanza, tanti salamelecchi, molti attestati di stima, ma sempre con l’uccellaccio cinese, minaccioso e ricattatorio, appollaiato su una spalla, a ricordare chi comanda. Con il contorno di precedenti illustri. Anche Obama aveva dovuto piegarsi alle proteste cinesi e incontrare il Dalai Lama privatamente. Anche la Moratti (ci si perdoni l’accostamento) aveva tirato indietro la gamba al momento del contrasto. E così decine di governi mondiali per cui un “bau!” della Cina può significare milioni e milioni di dollari.

Dunque, che anche la città di Milano – di più e di meglio, la città di Milano governata da Giuliano Pisapia – scopra l’esistenza della Realpolitik non deve fare troppo scalpore. Semmai dispiace per il modo, che un po’ offende e un po’ fa ridere: ecco la cittadinanza, driiiin, chi è? L’ambasciatore cinese… ecco, ci ridia la cittadinanza, per favore. Non bello. Eppure, diciamolo, tragicamente e cinicamente comprensibile.

Del resto, questa maledetta Expo su cui tutti puntano quasi senza sapere cosa sarà, appare pure agli scettici come una medicina per tutti i mali. Fare incazzare i primi clienti non è una buona mossa, e a Milano, per storia, cultura e tradizioni, di commercio ci s’intende parecchio. Peccato, e fine della storia.

Assago, che da Palazzo Marino dista tre-quattro chilometri, offre la cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Bella mossa. Lui, nella sua immensa saggezza, sa che ogni creatura ha la stessa dignità, e che magari Assago, in una prossima vita, si reincarnerà in una grande metropoli capace di non impaurirsi davanti a un diktat cinese. Cioè, non è così facile, ma non si sa mai: essere un po’ zen non può far male, nemmeno a sinistra.

tratto dal sito ufficiale di Alessandro Robecchi (pubblicato in “Il Manifesto” di sabato 22 giungno 2012)

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E se anche SENAGO seguisse le orme del sindaco di Assago?

Fois, Giunta, Consiglio, che ne dite? PRONUNCIATEVI!