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“Rispetto!”: sabato 17 giugno manifestazione nazionale a Roma

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“Rispetto!”: sabato 17 giugno manifestazione nazionale a Roma

Care compagne e cari compagni, per meglio comprendere la gravità di quanto sta accadendo in materia di voucher, vi proponiamo un breve riassunto:

  • 21 aprile 2017 – il parlamento converte in legge il decreto con il quale vengono cancellati i voucher, annullando di fatto la consultazione referendaria su cui avevamo raccolto le firme.
  • 23 maggio 2017 – nel corso della discussione alla Camera del decreto per la correzione della manovra economica cominciano a circolare emendamenti per la reintroduzione dei voucher sotto mentite spoglie e con un nuovo nome: il “Libretto di famiglia” per il lavoro occasionale in ambito domestico e il “Contratto PrestO” per consentire alle imprese fino ai 5 dipendenti di utilizzare i buoni lavoro.
  • 27 maggio 2017: un testo con l’ok del governo viene approvato in commissione bilancio della Camera. Verrà votato in aula lunedì 3 giugno.

In sintesi: in circa un mese di penoso teatrino il governo ha messo in atto un’operazione
vergognosa che rischia di far rientrare dalla finestra quello che è uscito dalla porta, ben
guardandosi dal discutere con chi, come la Cgil, aveva già presentato una proposta per
normare seriamente il lavoro occasionale in ambito domestico (articoli 80 e 81 della Carta dei diritti universali del lavoro).
Ci stanno prendendo in giro, stanno offendendo la democrazia e violando la
Costituzione: si tratta di un fatto gravissimo, che non ha precedenti nella storia della
Repubblica, che non possiamo far passare nel silenzio.
Care compagne e cari compagni, abbiamo il diritto e il dovere di reagire, anche a nome di quell’oltre un milione di persone che ci ha dato fiducia e un mandato chiaro, firmando per i referendum.
Per dare voce a chi non si rassegna ad essere snobbato e offeso, la Cgil ha deciso di
promuovere un appello e indire una manifestazione a Roma per sabato 17 giugno con uno slogan forte e chiaro: “Rispetto!”.
Il concentramento del corteo è previsto per le ore 9.00 del 17 giugno. I pullman partiranno da Milano (in luoghi ancora da definire) alle ore 23.00 di venerdì 16 giugno; il rientro a Milano è previsto tra le 23.00 e le 24.00 di sabato 17.

 

Miserabile accumulazione: Salari, produttività e impoverimento relativo dei lavoratori

Nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione del lavoratore, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare.

Miserabile accumulazione: Salari, produttività e impoverimento relativo dei lavoratori

L’attenzione notevole rivolta negli ultimi anni ai cambiamenti intervenuti nella distribuzione del reddito da numerosi studiosi (Milanovic, Picketty, Deaton) può essere utilizzata correttamente se si considerano le crescenti disuguaglianze come effetto e non come causa della crisi.

Salari fermi al livello di sussistenza

Per Karl Marx, la parola “miseria” non indica la povertà assoluta, avendo egli chiarito nel I libro del Capitale (in particolare nei par. 3 e 4 del cap. 23) che la legge dell’immiserimento della classe operaia non è contraddetta dalla possibilità che i salari dei lavoratori crescano durante l’accumulazione di capitale, almeno fino a un certo livello. Nella sua analisi, Marx distingue tre definizioni del salario. In primo luogo, e a un livello più immediato, il salario rappresenta la quantità di denaro che il lavoratore riceve dal suo datore di lavoro: è il salario “nominale” o “monetario”. Tuttavia, in un mondo in cui spetta ai capitalisti decidere quantità e prezzi della produzione, non possiamo accontentarci di considerare i salari nominali, ma dobbiamo considerare la quantità effettiva di beni e servizi che i salari sono in grado di acquistare, cioè i salari “reali”.

Figura 1 Tassi di variazione annuali dei salari nominali orari dei lavoratori negli Usa (1964 – 2012) fonte: Federal Reserve Economic Data (FRED)

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Quello che appare in figura 1 è la variazione nel corso del tempo dei salari nominali dei lavoratori negli Usa: quindici anni di crescita anche sostenuta con incrementi annui compresi tra il 4 ed il 9 per cento, poi – in “coincidenza” con la svolta monetarista del 1979 – un drastico ridimensionamento che ha portato i salari a oscillare entro una banda molto più ristretta (tra l’1,5 ed il 4 per cento). Ma si tratta solo di un’immagine parziale di quanto è avvenuto.

Per calcolare e rendere confrontabili i salari reali, vale a dire la quantità di beni e servizi acquistabili dai lavoratori, è necessario considerare la variazione dei prezzi delle merci, vale a dire l’inflazione. Utilizzando come indicatore di inflazione l’indice dei prezzi al consumo, si nota (figura 2) che la fase di crescita reale del salario (che non supera mai il 4 per cento) non si interrompe – come poteva sembrare dall’immagine precedente – alla fine degli anni ’70, ma qualche anno prima. A partire dalla seconda metà degli anni ’70, infatti, i salari reali orari di chi lavora negli Usa crescono sempre meno, fino a raggiungere un picco negativo proprio nel 1979; a partire da allora, oscillazioni ridotte, che alternano momenti di crescita a momenti di diminuzione.

Figura 2 Tassi di variazione annuali dei salari reali orari dei lavoratori negli Usa (1964 – 2012) fonte: FRED

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In termini di paga oraria, chi lavorava negli Usa a metà anni ’60 guadagnava in media due dollari e mezzo l’ora. Oggi ne guadagna circa venti: quasi dieci volte di più. Questo l’aumento del salario negli Usa in termini nominali (figura 3).

Figura 3 Livello dei salari nominali dei lavoratori negli Usa (1964-2012)

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Utilizzando l’indice dei prezzi al consumo per riportare ad oggi il valore dei due dollari e mezzo del 1964, troviamo che corrispondono a 18 dollari e mezzo, il che equivale a dire che i lavoratori, con i due dollari e mezzo l’ora di 53 anni fa, potevano comprare un paniere (panierino) di merci che oggi costa-vale diciotto dollari e mezzo. È questo che si intende per “salario che oscilla attorno al livello di sussistenza”: chi lavora negli Usa lo fa per un livello reale di potere di acquisto che non è cambiato, se non per qualche decimale di punto, da cinquanta anni e più a questa parte (figura 4).

Figura 4 Livello dei salari reali dei lavoratori negli Usa

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Chi – utilizzando la banca dati OECD – volesse mettere a confronto l’andamento dei salari dei lavoratori negli Usa con quelli di chi lavora in Italia nell’intervallo 1971-2015 otterrebbe un risultato come quello mostrato in figura 5.

Figura 5 Confronto tra i salari orari Usa e Italia (1971-2016) fonte: OECD

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Sappiamo da Marx che il salario rappresenta il valore (di scambio) della forza-lavoro. Questa è forse la più grande innovazione scientifica nel campo della teoria economica: il salario paga il valore della forza-lavoro, non il suo uso-consumo, ossia il lavoro, il cui equivalente monetario è al contrario incassato dai capitalisti che, per accrescere il plusvalore, puntano tutte le loro carte migliori sulla produttività.

L’aumento della produttività consente ai proprietari delle imprese di ottenere un volume maggiore di merci, volume, non valore, e questa è una delle contraddizioni più pesanti del modo capitalistico di produzione. Se confrontiamo l’andamento della produttività del lavoro in paesi diversi facendo attenzione alla differenza tra livelli assoluti e tassi di variazione, osserviamo che, nonostante sia vero che nel corso del tempo la dinamica della produttività abbia subito ovunque nel mondo un rallentamento anche notevole, ciononostante, considerando un intervallo di tempo significativo, la produttività del lavoro è cresciuta molto più di quanto siano cresciuti i salari reali e conseguentemente – come vedremo – la quota distributiva che spetta al lavoro si è ridotta. È evidente e noto il rallentamento della crescita della produttività in Italia a partire dai primi anni ‘90; quello che normalmente si omette è che, nei decenni precedenti, il ritmo di crescita della produttività in Italia non solo era elevato, ma superiore – per esempio – a quello che si registrava negli Usa (figura 6).

Figura 6 Produttività del lavoro nell’industria manifatturiera negli Usa e in Italia (1952-2012)

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Se a questo punto mettiamo a confronto la dinamica della produttività con quella del salario reale, il quadro che viene fuori è quello mostrato in figura 7: una forbice che – in Italia – si allarga per trent’anni, dalla seconda metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’90, poi è vero che la produttività smette di crescere, ma il salario reale pure, da prima e di più.

Figura 7 Andamento della produttività e del salario reale in Italia (1952-2014)

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Ma quanto detto non basta per capire la fondatezza della legge dell’immiserimento della classe lavoratrice, ed è per questo motivo che Marx ed Engels si riferiscono a tre dimensioni del salario, non semplicemente a due. “Innanzi tutto il salario è determinato anche dal suo rapporto col guadagno, col profitto del capitalista. Questo è il salario proporzionale, relativo. Il salario reale esprime il prezzo della forza-lavoro in rapporto col prezzo delle altre merci; il salario relativo, invece, la parte del valore nuovamente creato che spetta al lavoro immediato, in confronto con la parte che spetta al lavoro accumulato, al capitale” [1]. Da questo segue che il salario relativo, e dunque la quota che spetta al lavoro sul prodotto/reddito totale (il Pil, o il valore aggiunto) può diminuire anche se i salari reali, non solo quelli nominali, aumentassero. Molti di coloro che accusano Marx di aver sbagliato previsione ipotizzando che il capitalismo avrebbe ridotto alla fame i lavoratori fraintendono questo punto, e dunque la dimensione relativa dell’impoverimento che naturalmente, costituendo i lavoratori la parte di gran lunga maggioritaria della popolazione, diventa immiserimento generale, ma sempre in termini relativi.

Per Marx, che assume la definizione di salario relativo da Ricardo, è questa la dimensione che conta quando enuncia la legge generale dell’accumulazione, che equivale alla legge generale della sovrappopolazione. Scrive Marx: “Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione, il volume e l’energia del suo aumento, quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la forza produttiva del suo lavoro, tanto maggiore è l’esercito industriale di riserva […]. La legge per la quale una massa sempre crescente di mezzi di produzione, grazie al progresso compiuto nella produttività del lavoro sociale, può essere messa in moto mediante un dispendio di forza umana progressivamente decrescente, questa legge si esprime su base capitalistica – per la quale non è l’operaio che impiega i mezzi di lavoro, bensì sono i mezzi di lavoro che impiegano l’operaio – in questo modo: quanto più alta è la forza produttiva del lavoro, tanto più grande è la pressione degli operai sui mezzi della loro occupazione, e quindi tanto più precaria la loro condizione di esistenza: vendita della propria forza per l’aumento della ricchezza altrui […]. Ne consegue quindi che, nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione dell’operaio, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare […]. Questa legge determina un’accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale” [2].

A livello di mercato mondiale (secondo alcuni istituti di ricerca a partire dagli inizi degli anni ’80, per altri qualche anno prima) è andata proprio così: la quota del reddito spettante al lavoro è diminuita ovunque, più o meno, ma ovunque, dai paesi più accanitamente “liberisti”, dove i sindacati non contano molto, alle (ex) socialdemocrazie scandinave; dai paesi più “avanzati”, a quelli “emergenti”. In termini quantitativi, le stime dell’OECD (2015) relative a 59 paesi, per il periodo 1975 – 2012 riferiscono di cinque punti percentuali persi dal lavoro, dal 64 al 59 per cento.

Continuando l’analisi dell’economia Usa (figura 8), ancora la più importante e più rappresentativa del capitalismo globale, e mettendola anche in questo caso a confronto con l’Italia (figura 9), scopriamo che la tendenza negativa per la quota di reddito spettante al lavoro parte negli Usa dal 1970-71, anni in cui ai lavoratori andava quasi il 68 per cento dell’intero prodotto; a partire da quel biennio comincia una perdita di peso relativo del lavoro che si interrompe solo per il breve ciclo (tipicamente speculativo) della seconda metà degli anni novanta, con l’ultimo dato disponibile che corrisponde al 62 per cento: sei punti in meno, diciamo nella media. Per l’Italia il ciclo “glorioso” degli anni ’60 termina ben presto e dalla metà degli anni ’70 la quota di reddito che spetta al lavoro crolla dal 72 fino a un minimo del 52 per cento del reddito prodotto, salvo recuperare qualche punto negli ultimi anni (“nonostante” l’introduzione dell’euro?): in totale almeno quindici punti persi, diciamo tre volte in più della media mondiale. E allora, a che cosa serve la produttività?

Figure 8 e 9 Quote spettanti al lavoro relativamente al Pil – Usa e Italia

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L’ossessione per la produttività

Tra le ipotesi proposte per spiegare un declino di tale portata della quota del lavoro sul reddito, alcuni economisti (Karabarbounis e Neiman) prendono in considerazione il cambiamento tecnologico, ma considerando solo un aspetto del fenomeno, ossia la diminuzione relativa del prezzo dei mezzi di produzione relativamente a quello dei beni di consumo; tale convenienza avrebbe costituito un fattore decisivo per spostare le decisioni dei capitalisti verso l’innovazione.

Ma, e qui la contraddizione menzionata prima, anche se l’aumentata produttività si manifesta in un aumento dei valori d’uso ottenuti con le stesse ore di lavoro di prima, questo non determina un aumento nel valore (di scambio) della massa di merci prodotte: il volume di merci ottenuto sarà maggiore, ma non il loro valore. Quei settori produttivi e quelle imprese che operano con il macchinario più moderno e le tecnologie più avanzate si approprieranno di valore sottratto ai capitalisti che non hanno innovato, dunque senza alcun effetto sistemico che non sia l’aumento della tendenza alla centralizzazione, da questo punto di vista. Approfondendo l’analisi, si comprende come il risultato più importante delle innovazioni tecnologiche riguarda gli effetti dell’aumento della produttività sulla riduzione del tempo di lavoro necessario per produrre merci che vedranno per questa via ridursi e non aumentare il proprio valore unitario.

Questo effetto vale per tutte le merci e particolarmente per quelle che fanno parte del paniere (panierino) di merci che serve alla riproduzione della forza-lavoro. Così, anche se i lavoratori ricevono in cambio della vendita della propria forza-lavoro lo stesso ammontare di valori d’uso o persino un ammmontare maggiore di quello che ricevevano prima dell’aumento della produttività, il tempo totale di lavoro necessario a produrre queste merci è diminuito e con esso è diminuito il loro valore. Nella giornata lavorativa di un operaio, il tempo di lavoro richiesto per produrre l’equivalente del proprio salario diminuisce, mentre aumenta la quota di lavoro superfluo, e dunque di plusvalore che i proprietari delle imprese possono estrarre dal lavoro. Poiché è impossibile allungare la durata della giornata lavorativa oltre determinati limiti fisici, questo meccanismo diventa lo strumento fondamentale a disposizione del capitalismo maturo per aumentare il plusvalore estorto ai lavoratori ed è questa è la ragione della vera e propria ossessione che la classe dei capitalisti nutre per la questione della produttività.

D’altro canto – e antiteticamente – l’introduzione di nuovi macchinari, l’uso di tecnologie avanzate consente pure di aumentare l’intensità del lavoro, che si riflette in una maggior tensione dell’ora di lavoro e in una sua minore porosità, fattori a cui va aggiunta in molti casi anche una estensione della durata dell’impegno lavorativo, sia che la si consideri su base giornaliera che su base annuale o addirittura sull’intero arco della vita lavorativa (l’età pensionabile che si allunga). Il più intenso utilizzo della forza-lavoro produce, per le stesse ore di lavoro, un maggiore ammontare di valore e questo, fermo restando il valore della forza-lavoro, consente al capitale di aumentare il pluslavoro e dunque il plusvalore da appropriarsi. Poiché l’intensificazione del lavoro causa pure un aumento della massa di merci prodotte, diventa difficile distinguere empiricamente quanto del maggiore valore d’uso è il risultato delle innovazioni tecnologiche e quanto dipende dal più intenso utilizzo del lavoro.

Tenendo a mente queste osservazioni, e al netto di altre questioni relative alla sua misurazione, il confronto tra salari e produttività, misurata come rapporto tra valore aggiunto e ore lavorate, ci può fornire una indicazione indiretta di quanto sia aumentato nel corso degli anni lo sfruttamento del lavoro senza che questo abbia comportato la risoluzione della crisi. Nel frattempo, un amministratore delegato (CEO) guadagna oggi 276 volte più di quanto guadagna un tipico lavoratore dipendente (figura 10).

Figura 10 Rapporto tra i compensi degli amministratori delegati ed i salari dei lavoratori negli USA (1965-2015)

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Note:
L’autore insegna Economia politica alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teramo
[1] Karl Marx, Lavoro salariato e capitale, (con le modifiche di F. Engels)
[2] Karl Marx, Il capitale, Libro I capitolo 23.

06/05/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

“Il pubblico non funziona ma il privato non è certo da esempio”. Intervento di Federico Giusti

lavoroMolti lo avranno dimenticato ma il giuslavorista Pietro Ichino viene dalla Cgil, anzi è proprio da quelle fila che inizia la sua attività di studio anche se, dagli articoli scritti e pubblicati negli ultimi 10 o 15 anni, tutto potremmo pensare eccetto che ad una militanza nelle fila sindacale.

Il giuslavorista Ichino è tra i principali cantori della precarietà ma anche tra i principali protagonisti della campagna contro i cosiddetti fannulloni nel pubblico impiego, nonché ideatore di un ente inutile, la Civit (Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche), nel frattempo abolita e oggi sostituita , parzialmente, dall’Anac senza mai avere fornito una indicazione utile a costruire nel pubblico impiego un sistema di valutazione degno di questo nome (ammesso e non concesso che la performance possa avere una qualche utilità).

Ciclicamente dalle pagine di giornali e riviste On line riprende la campagna di Ichino mirante a ridurre le tutele individuali e collettive residue, a denunciare gli abusi dei sindacati e dei lavoratori che in realtà sono solo diritti e tali dovremmo considerarli.

I dirigenti hanno sicuramente responsabilità nel mancato funzionamento dei servizi pubblici ma se proprio bisogna partire siamo certi non lo si debba fare dalla politica?

La prima domanda da porsi è molto semplice: i decreti Madia hanno recato benefici alla pubblica amministrazione?
La nostra risposta è negativa

Dirigenti a tempo determinato non saranno ostaggio della politica piu’ di quelli di ruolo?
E soprattutto ha senso parlare di pubblica amministrazione come un corpo unico quando i 3 milioni di dipendenti sono suddivisi in piu’ comparti e contratti?
E siamo certi che un soggetto privato oggi potrebbe svolgere tutte le funzioni proprie dell’ente pubblico?

La risposta è ovviamente negativa perché la tendenza del privato è subentrare nella gestione di servizi dai quali possa trarre un ritorno economico, difficile ipotizzare che cio’ possa avvenire ovunque.

Ma le regole del privato possono essere estese al pubblico e viceversa? Anche su questo punto bisognerebbe aprire una lunga considerazione perché i fenomeni di corruzione si trovano tanto nel pubblico che nel privato, parliamo di corrotti e di corruttori.

Oggi esiste un sistema di regole per punire e colpire con severità alcuni reati, ma solo alcuni perché se esistono normative per il licenziamento rapido in caso di fraudolente timbrature del cartellino non altrettanto possiamo dire per molti altri reati.

Non stiamo a parlare di un sistema repressivo ma del fatto che i vari governi non hanno mai perseguito gli spezzatini delle gare e degli appalti, il subappalto, gli affidamenti diretti laddove sarebbe stato possibile bandire una gara pubblica e trasparente.

A nessuno è mai venuto in mente di far verificare alla Corte dei Conti la convenienza di alcune privatizzazioni scegliendo anche di perseguire i responsabili di questi processi che hanno accresciuto la spesa pubblica e le tasse dei cittadini.

Prendersela con fenomeni di mal costume come la fraudolenta timbratura del cartellino è fin troppo semplice, è giusto non lasciare impuniti comportamenti che si ripercuotono negativamente su tutti i lavoratori pubblici ma pensiamo che molti altri fenomeni corruttivi meriterebbero altrettanta passione moralizzatrice.

Ma leggere che lo stato dovrebbe abdicare a favore dei privati perché incapace di affermare una cultura delle regole è veramente troppo, soprattutto quando la predica arriva dal Pd che ha voluto smantellare le Province anticipando la riforma della Costituzione e, dopo essere stato bocciato il referendum del 4 dicembre scorso, non hanno avuto neppure il buon senso di cancellare la Legge Del Rio

Il pubblico non funziona ma il privato non è certo da esempio. Leggendo che Marchionne intende investire milioni di euro negli stabilimenti in Usa (per evitare ripercussioni dalla amministrazione Trump) ricorda che uno stato debole permette ai privati di delocalizzare la produzione dove il lavoro costa meno, dove ci sono finanziamenti statali a pioggia, dove il diritto del lavoro non esiste o dove si possa facilmente e impunemente aggirare le normative ambientali, insomma uno stato debole è l’anticamera della massimizzazione dei profitti di pochi.

Anni di chiacchere sulla valutazione e sulla trasparenza non hanno accresciuto i servizi e la facoltà decisionale , e di controllo dei cittadini, anni di chiacchere sulla inaffidabilità del pubblico sono stati funzionali alle privatizzazioni e a smantellare diritti e tutele per i lavoratori e le lavoratrici.

Che dire poi della trasparenza e dell’accesso ai dati? In Italia la Trasparenza arriva con anni di ritardo ma non sono previste sanzioni pecuniarie e amministrative per chi non conceda l’accesso ai dati richiesti. E poi, in nome della tutela economica e degli interessi dello stato, sarà possibile salvarsi in calcio d’angolo e non rispondere ad alcuna richiesta di trasparenza, insomma stabilita la norma arrivano le eccezioni che l’aggirano.

Senza articolo 18, con il blocco dei contratti e la perdita di potere di acquisto non è ripartita l’economia italiana, si sono solo accresciuti profitti e introiti derivanti dalle speculazioni finanziarie.

C’è quindi bisogno di ben altro che della retorica valutativa nostalgica della ricetta liberista e della supremazia del privato.
E soprattutto non abbiamo bisogno dei cantori di quella retorica valutativa che negli anni ha solo prodotto danni ai servizi pubblici, alla loro efficienza e alle buste paga dei lavoratori.
Non ce ne voglia il prof Ichino, ma dei suoi consigli preferiamo fare a meno.

(pubblicato in “ControLaCrisi.org”)

Poletti: “Giovani italiani vanno all’estero? Alcuni meglio non averli tra i piedi”. Poi le scuse. Utenti su Twitter: “Dimissioni”

Cervelli in fuga

o-giuliano-poletti-facebookIl ministro parla dei giovani che espatriano: “Non è che qui sono rimasti 60 milioni di pistola”. E quando le sue parole diventano un caso rilanciato da agenzie e social, fa dietrofront: “Mi sono espresso male”. Critiche da sinistra. Civati: “Incommentabile”. Vendola: “Si tolga dai piedi lui”

Centomila giovani se ne sono andati dall’Italia? Sì, ma “non è che qui sono rimasti 60 milioni di pistola. Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”. Anzi, no, “mi sono espresso male: ….. continua a leggere su “Il Fatto Quotidiano” clicca qui

SVILUPPO ECONOMICO Il paradosso della produttività

di Maurizio Ricci (pubblicato su http://www.ildiariodellavoro.it)
Potremmo chiamarlo il mistero della produttività svanita. Quando la Confindustria  rilancia l’idea di legare i contratti alla produttività, infatti, fa ricorso ad uno strumentario tutt’altro che inedito. Anzi, percorso più volte nel dialogo e nella  contrattazione. A patto di sapere, però, che, oggi, la  roduttività – l’unico autentico  motore della crescita economica e del miglioramento del tenore di vita – non è più il  moltiplicatore di una volta. In Italia, è da decenni la grande latitante della nostra economia e della nostra crescita asfittica. Ma il fenomeno è più ampio, anzi mondiale. Nonostante il succedersi delle rivoluzioni tecnologiche, la produttività scende inesorabilmente un po’ dovunque. E’ il puzzle che autorizza autorevoli economisti a parlare di grande stagnazione globale.

Il “Compendio di indicatori 2016 della produttività” che l’Ocse ha appena fatto uscire parla di “paradosso della produttività”. L’Italia, va detto, al paradosso non è neppure arrivata: il più prezioso indicatore dell’economia moderna precipita, da noi, fin dagli  anni ’90. Il Pil per ora lavorata cresceva del 2,65 per cento l’anno fra il 1970 e il 1996.

Ha rallentato giù fino allo 0,64 per cento fra il 1996 e il 2004. E’ rimpicciolito allo 0,04 per cento l’anno fra il 2004 e il 2014. In sostanza, negli ultimi dieci anni il Pil per ora lavorata è rimasto uguale. Anche se in modo meno vistoso, tuttavia, anche altri paesi, assai più dinamici del nostro, hanno subito un brusco rallentamento. Gli Usa sono passati dal 2,50 per cento l’anno all’1,12, dopo il 2004. La Germania dall’1,68 per cento allo 0,86 l’anno. Dove sta il paradosso? Nel fatto che “la produttività è rallentata durante un periodo di significativi mutamenti tecnologici, crescente partecipazione di aziende e paesi alla catene produttive internazionali e aumento dei livelli di istruzione della forza lavoro” dice l’Ocse. Se la produttività non cresce in queste condizioni, quando dovrebbe crescere? L’avvento di Big Data non avrebbe dovuto dare una scossa all’aumento di produttività pari all’introduzione dell’elettricità a inizio ‘900 e dell’informatica alla fine?

Una ipotesi, naturalmente, è che sia stato l’impatto della crisi finanziaria esplosa nel 2008 a segnare le diverse economie, al punto che la produttività non riesce a riprender quota. Ma il Compendio fa  giustizia di questa ipotesi consolatoria: il calo della produttività non è un fenomeno ciclico e  transitorio. In realtà, si scopre che l’investimento nell’informatica, come quota del Pil, è sistematicamente in caduta, negli ultimi anni, anche negli Usa e in Germania. Il contributo di questi investimenti alla produttività ha raggiunto il picco a fine anni ’90 e da allora sta gradualmente diminuendo. Ci sono dei dati illuminanti, per l’Italia, dentro i numeri dell’Ocse.

Rispetto alla produttività oraria americana, ad esempio, nonostante il nostro crollo degli ultimi anni, siamo tornati ai livelli degli anni ’70: un  lavoratore italiano producein un’ora, in media, tre quarti di quello che produce un lavoratore americano. Peccato che, negli anni ’90, fossimo arrivati al 96 per cento. Ma, al di là dei mali specifici dell’economia italiana – dalla flessibilità del lavoro alla carenza cronica di investimenti – i dati dell’Ocse alimentano una teoria che circola da qualche tempo fra gli economisti: nonostante il grande battage pubblicitario, la rivoluzione tecnologica di questi anni ha un potere trasformativo incomparabilmente minore rispetto ai grandi salti del ‘700 e dell’800. Fra il telefonino e l’interruttore della luce non c’è match.

Anche, e soprattutto, per quel che riguarda l’importanza diretta sulla produzione e sul lavoro. Bisogna inventarsi qualcos’altro.

Il lavoro….delle banche

78a2f8a03c7002f9de0cccba161feba9-ksEB-U10602292382414aUB-700x394@LaStampa.itSiccome le banche private italiane sono in “affanno” e, pur non essendo – a detta anche del ministro Padoan – comunque una situazione critica – il soccorso che spetta loro non è l’investimento di qualche privato che mette in essere un rischio di impresa, di capitalizzazione di una impresa, in questo caso…
No, il soccorso deve essere pubblico, deve venire dallo Stato italiano. Così, come è sempre stato: le banche si nutrono dei nostri risparmi, li investono male, perdono capitali nella concorrenza che è sempre concorrenza sleale in quanto è concorrenza e, poi, piangono calde lacrime davanti ai gradini della Banca d’Italia.
Così vanno le cose da molto, molto tempo. E mentre questo accade, il governo si preoccupa se iniziare una discussione sullo “spacchettamento” dei quesiti contenuti nel referendum (in)costituzionale.
Così vanno le cose… Si sta in sella un po’ per non morire e un po’ per garantire i privilegi e i profitti della grande concorrenza finanziaria… che mette in “affanno” le banche italiane.
Bel lavoro, vero?

Liceali, tutti al lavoro in estate. Come e dove? Questi sono dettagli

Mercoledì 27 gennaio 2016 – di Alessandro Robecchi – pubblicato in Il Fatto Quotidiano

polettRuspante come una sagra di paese e sbuffante come una trebbiatrice in action, il ministro del lavoro Giuliano Poletti lo aveva detto: i ragazzi italiani fanno troppe vacanze, non come lui che mungeva le mucche a sei anni, o i suoi figli che d’estate andavano a spostare le cassette della verdura. Insomma, una lezione di vita, una madeleine degli anni Cinquanta, tipo quei nonni che dicono ai nipoti: “a te ti ci vorrebbe una bella guerra”.

Ecco, il folklore è sistemato, e passiamo alle leggi dello Stato, piuttosto folkloristiche anche loro. Perché con la famosa “buona scuola” dovrebbe partire anche quella “innovazione storica” (cfr, la ministra Giannini) che è l’alternanza scuola-lavoro, diventata obbligatoria. Un discreto numero di ore (400 per gli istituti tecnici e 200 per i licei, su tre anni) in cui i ragazzi, alla fine della scuola, cioè a giugno, verranno smistati in aziende, consorzi, associazioni, istituzioni culturali, fabbriche, cascine, musei, start-up (sempre metterci le start-up, che fa fico) eccetera, eccetera. Quanti ragazzi? Almeno mezzo milione quest’anno e, a regime, un milione e mezzo: una specie di migrazione biblica.
C’è anche il manuale d’uso, complesso e trionfalistico (vi risparmio la retorica renzista e le parole inglesi), ricco di spiegazioni. Ad esempio si istituisce il “Registro nazionale delle imprese” disposte a fornire accoglienza e formazione, ma poi si dice (pagina 16) che non è necessario stare in quell’elenco per ospitare studenti in cerca di stage: basta che ve li pigliate.
Tutto pomposo e trionfante, tutto bello e luccicante. Finché non si entra in una scuola.
Se gli istituti tecnici conoscono un po’ la questione, la sarabanda riguarda i licei. Dove mandare migliaia di sedicenni affamati di vacanze dopo nove mesi di lezioni? Dove fargli incontrare il mondo del lavoro che li stupirà con il suo sistema etico, produttivo, culturale? Mistero. Nelle circolari dei presidi, nelle assemblee dei genitori, nelle mail accorate che girano tra le famiglie c’è un’agitazione che somiglia al panico. Musei, associazioni, istituzioni culturali non possono assorbire una simile massa di “volontari” obbligati ad esserlo, e a volte non vogliono, o non possono. Perché, dannazione, serve un tutor (eh, già) educativo, e anche un tutor (eh, già) aziendale… insomma, serve gente che ci lavori, e chi paga non si sa. I ragazzi, ovvio, lavorerebbero gratis, che forse è il fine ultimo del disegno: abituarli. E poi servono assicurazioni varie, che un liceale di Caserta o di Sondrio non esploda in un laboratorio di chimica o non finisca sotto un trattore.

Nelle scuole, specie nei licei, è il si salvi chi può. Genitori perplessi si chiedono come mai il figlio, piegato per mesi su Ovidio, debba finire in una stalla o in un ufficio a completare il proprio “percorso formativo”, i ragazzi ridono e scuotono la testa, i presidi fanno miracoli di creatività. Tipo inventare “l’impresa simulata”, cioè in molti casi finirà con gli studenti in classe, in giugno, che fanno finta di fare un’azienda: siamo a un passo dall’Allegro chirurgo, ma meno divertente e, soprattutto, obbligatorio.

Le belle parole inglesi, la strabiliante riforma, le sorti luminose e progressive, i toni da rivoluzione culturale (via, via, tutti spostare cassette, non avete sentito il sor Poletti?) si infrangono contro la realtà. Le lettere dei presidi ai genitori per chiedere se non abbiano per caso un’aziendina, un’attività, un laboratorio dove piazzare qualche alunno e far bella figura nelle statistiche, stringono il cuore. La buona scuola, l’alternanza, la formazione, il project work, il problem solving, l’action-oriented learning finiscono lì: dai, su, prendete qualche liceale, fategli fare le fotocopie ed è fatta: siamo o non siamo modernissimi?