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Perchè cambiare la Costituzione.

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Discorso tenuto il 16/09/2016 a Messina nel Salone delle bandiere del Comune in un’assemblea sul referendum costituzionale promossa dall’ANPI e dai Cattolici del NO e il 17/09/2016 a Siracusa in un dibattito con il prof. Salvo Adorno del Partito Democratico, sostenitore delle ragioni del Sì.

Cari amici, poiché ho 85 anni devo dirvi come sono andate le cose. Non sarebbe necessario essere qui per dirvi come sono andate le cose, se noi ci trovassimo in una situazione normale. Ma se guardiamo quello che accade intorno a noi, vediamo che la situazione non è affatto normale. Che cosa infatti sta succedendo?

Succede che undici persone al giorno muoiono annegate o asfissiate nelle stive dei barconi nel Mediterraneo, davanti alle meravigliose coste di Lampedusa, di Pozzallo o di Siracusa dove noi facciamo bagni e pesca subacquea. Sessantadue milioni di profughi, di scartati, di perseguitati sono fuggiaschi, gettati nel mondo alla ricerca di una nuova vita, che molti non troveranno. Qualcuno dice che nel 2050 i trasmigranti saranno 250 milioni. E l’Italia che fa? Sfoltisce il Senato.

E’ in corso una terza guerra mondiale non dichiarata, ma che fa vittime in tutto il mondo. Aleppo è rasa al suolo, la Siria è dilaniata, l’Iraq è distrutto, l’Afghanistan devastato, i palestinesi sono prigionieri da cinquant’anni nella loro terra, Gaza è assediata, la Libia è in guerra, in Africa, in Medio Oriente e anche in Europa si tagliano teste e si allestiscono stragi in nome di Dio. E l’Italia che fa? Toglie lo stipendio ai senatori.

Fallisce il G20 ad Hangzhou in Cina. I grandi della terra, che accumulano armi di distruzione di massa e si combattono nei mercati in tutto il mondo, non sanno che pesci pigliare e il vertice fallisce. Non sanno che fare per i profughi, non sanno che fare per le guerre, non sanno che fare per evitare la catastrofe ambientale, non sanno che fare per promuovere un’economia che tenga in vita sette miliardi e mezzo di abitanti della terra, e l’unica cosa che decidono è di disarmare la politica e di armare i mercati, di abbattere le residue restrizioni del commercio e delle speculazioni finanziarie, di legittimare la repressione politica e la reazione anticurda di Erdogan in Turchia e di commiserare la Merkel che ha perso le elezioni amministrative in Germania. E in tutto questo l’Italia che fa? Fa eleggere i senatori dai consigli regionali.

E ancora: l’Italia è a crescita zero, la disoccupazione giovanile a luglio è al 39 per cento, il lavoro è precario, i licenziamenti nel secondo trimestre sono aumentati del 7,4 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo 221.186 persone, i poveri assoluti sono quattro milioni e mezzo, la povertà relativa coinvolge tre milioni di famiglie e otto milioni e mezzo di persone. E l’Italia che fa? Fa una legge elettorale che esclude dal Parlamento il pluralismo ideologico e sociale, neutralizza la rappresentanza e concentra il potere in un solo partito e una sola persona.

Ma si dice: ce lo chiede l’Europa. Ma se è questo che ci chiede l’Europa vuol dire proprio che l’istituzione europea ha completamente perduto non solo ogni residuo del sogno delle origini ma anche ogni senso della realtà e dei suoi stessi interessi vitali. Ma se questa è la distanza tra la riforma costituzionale e i bisogni reali del mondo, dell’Europa, del Mediterraneo e dell’Italia, la domanda è perché ci venga proposta una riforma così.

La verità è rivoluzionaria, ma se si viene a sapere

E’ venuto dunque il momento di dire la verità sul referendum. La verità è rivoluzionaria nel senso che interrompe il corso delle cose esistenti e crea una situazione nuova. Il guaio della verità è che essa si viene a sapere troppo tardi, quando il tempo è passato, il kairós non è stato afferrato al volo e la verità non è più utile a salvarci.

Se si fosse saputa in tempo la bugia sul mai avvenuto incidente del Golfo del Tonchino, la guerra del Vietnam non ci sarebbe stata, l’America non sarebbe diventata incapace di seguire la via di Roosevelt, di Truman, di Kennedy, e avrebbe potuto guidare l’edificazione democratica e pacifica del nuovo ordine mondiale inaugurato venti anni prima con la Carta di San Francisco.

Se si fosse conosciuta prima la bugia di Bush e di Blair, e saputo che le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein non c’erano, non sarebbe stato devastato il Medio Oriente, il terrorismo non avrebbe preso le forme totali dei combattenti suicidi in tutto il mondo e oggi non rischieremmo l’elezione di Trump in America. Se si fosse saputa la verità sul delitto e sui mandanti dell’uccisione di Moro, l’Italia si sarebbe salvata dalla decadenza in cui è stata precipitata.

Dunque la verità del referendum va conosciuta finché si è in tempo. Ma la verità del referendum non è quella che ci viene raccontata. Ci dicono per esempio che la sua prima virtù sarebbe il risparmio sui costi della politica, e che i soldi così ottenuti si darebbero ai poveri. Ma così non è: secondo la Ragioneria Generale dello Stato, il cui compito è di verificare la certezza e l’affidabilità dei conti pubblici, il risparmio si ridurrebbe a cinquantotto milioni che si otterrebbero togliendo la paga ai senatori, mentre resterebbe il costo del Senato, e i poveri non c’entrano niente.

L’altra virtù del referendum sarebbe il risparmio sui tempi della politica. Ci dicono infatti di voler abolire la navetta delle leggi tra Camera e Senato. Ma così non è. In realtà si allungano i tempi della produzione legislativa; infatti si introducono sei diversi tipi di leggi e di procedure che ricadono su ambedue le Camere: 1) le leggi sempre bicamerali, Camera e Senato, come le leggi costituzionali, elettorali e di interesse europeo; 2) le leggi fatte dalla sola Camera che entro dieci giorni possono essere richiamate dal Senato; 3) le leggi che invadono la competenza regionale che il Senato deve entro dieci giorni prendere in esame; 4) le leggi di bilancio che devono sempre essere esaminate dal Senato che ha quindici giorni per proporre delle modifiche; 5) le leggi che il Senato può chiedere alla Camera di esaminare entro sei mesi; 6) le leggi di conversione dei decreti legge che hanno scadenze e tempi convulsi se richiamate e discusse anche dal Senato. Ciò crea un intrico di passaggi tra Camera e Senato e un groviglio di competenze il cui conflitto dovrebbe essere risolto d’intesa tra gli stessi presidenti delle due Camere che configgono tra loro.

Ci dicono poi che col referendum si assicura la stabilità politica, e almeno fino a ieri ci dicevano che al contrario se perde il referendum Renzi se ne va. Ma queste non sono le verità del referendum. Finché si resta a questo la verità del referendum non viene fuori.

Non è la legge Boschi il vero oggetto del referendum

La verità del referendum sta dietro di esso, è la verità nascosta che esso rivela: il referendum infatti non è solo un fatto produttore di effetti politici, è un evento di rivelazione che squarcia il velo sulla situazione com’è. È uno svelamento della vera lotta che si sta svolgendo nel mondo e della posta che è in gioco. Il referendum come cunto de li cunti, potremmo dire in Sicilia, il racconto dei racconti, come togliere il velo del tempio per vedere quello che ci sta dietro, se ci sta Dio o l’idolo. Il referendum come rivelatore dello stato del mondo.

Ora, per trovare la verità nascosta del referendum, il suo vero movente, la sua vera premeditazione, bisogna ricorrere a degli indizi, come si fa per ogni giallo.

Il primo indizio è che Renzi ha cambiato strategia, all’inizio aveva detto che questa era la sua vera impresa, che su questo si giocava il suo destino politico. Ora invece dice che il punto non è lui, che lui non è la vera causa della riforma, ha detto di aver fatto questa riforma su suggerimento di altri e ha nominato esplicitamente Napolitano; ma è chiaro che non c’è solo Napolitano. Prima ancora di Napolitano c’era la banca J. P. Morgan che in un documento del 2013, in nome del capitalismo vincente, aveva indicato quattro difetti delle Costituzioni (da lei ritenute socialiste) adottate in Europa nel dopoguerra: a) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; b) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; c) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; d) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere.

Prima ancora c’era stato il programma avanzato dalla Commissione Trilaterale, formata da esponenti di Stati Uniti, Europa e Giappone e fondata da Rockefeller, che aveva chiesto un’attenuazione della democrazia ai fini di quella che era allora la lotta al comunismo. E la stessa cosa vogliono ora i grandi poteri economici e finanziari mondiali, tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano, il Financial Times ed il Wall Street Journal, i quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E alla fine è intervenuto lo stesso ambasciatore americano che a nome di tutto il cocuzzaro ha detto che se in Italia viene il NO, gli investimenti se ne vanno.

Ebbene quelle richieste avanzate da questi centri di potere sono state accolte e incorporate nella riforma sottoposta ora al voto del popolo italiano. Infatti con la riforma voluta da Renzi il Parlamento è stato drasticamente indebolito per dare più poteri all’esecutivo. Delle due Camere di fatto è rimasta una sola, come a dire: cominciamo con una, poi si vedrà. Il Senato lo hanno fatto così brutto deforme e improbabile, che hanno costretto anche i fautori del Senato a dire che se deve essere così, è meglio toglierlo. Inoltre il potere esecutivo sarà anche padrone del calendario dei lavori parlamentari. Il rapporto di fiducia tra il Parlamento ed il governo viene poi vanificato non solo perché l’esecutivo non avrà più bisogno di fare i conti con quello che resta del Senato, ma perché dovrà ottenere la fiducia da un solo partito. La legge elettorale Italicum prevede infatti che un solo partito avrà – quale che sia la percentuale dei suoi voti, al primo turno o al ballottaggio – la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera (340 deputati su 615). Il problema della fiducia si riduce così ad un rapporto tra il capo del governo e il suo partito e perciò ricadrà sotto la legge della disciplina di partito. Quindi non sarà più una fiducia libera, non sarà una vera fiducia, sarà per così dire un atto interno di partito, che addirittura può ridursi al rapporto tra un partito e il suo segretario.

Per quanto riguarda le altre richieste dei poteri economici, i diritti del lavoro sono stati già compromessi dal Jobs act, il rapporto tra Stato e Regioni ha subito un rovesciamento, perché dall’ubriacatura regionalista si ritorna a un centralismo illimitato, mentre, assieme alla riduzione del pluralismo politico, ci sono delle procedure che renderanno più difficili le forme di democrazia diretta come i referendum o le leggi di iniziativa popolare, e quindi ci sarà una diminuzione della possibilità per i cittadini di intervenire nei confronti del potere.

Questo è il disegno di un’altra Costituzione. La storia delle Costituzioni è la storia di una progressiva limitazione del potere perché le libertà dipendono dal fatto che chi ha il potere non abbia un potere assoluto e incontrollato, ma convalidato dalla fiducia dei Parlamenti e garantito dal costante controllo democratico dei cittadini. E’ questo che ora viene smontato, per cui possiamo dire che la democrazia in Italia diventa ad alto rischio.

Ma a questo punto è chiaro che quello che conta non è più Renzi, ed è chiaro che quanti sono interessati a questa riforma gli hanno detto di tirarsi indietro, perché a loro non interessa il sì a Renzi, interessa che non vinca il no alla riforma.

Il secondo indizio è il ritardo della data della convocazione, che non è stata ancora fissata dal governo; ciò vuol dire che la partita è troppo importante per farne un gioco d’azzardo, come ne voleva fare Renzi, mentre i sondaggi e le sconfitte alle amministrative sono stati inquietanti. Perciò occorreva meno baldanza da Miles Gloriosus e più preparazione. E occorreva alzare il livello dello scontro, e soprattutto ci voleva il riarmo prima che si giungesse allo scontro finale. Il riarmo per acquisire la superiorità sul terreno era l’acquisto del controllo totale dell’informazione, non solo i giornali, di fatto già posseduti, ma radio e TV, ciò che è stato fatto in piena estate con le nomine alla RAI. Se davvero si trattava di scorciare i tempi e distribuire un po’ di sussidi ai poveri, non c’era bisogno del controllo totale dell’informazione.

Inoltre bisognava distruggere il principale avversario e fautore politico del No, il Movimento 5 Stelle. Questo spiega l’attacco spietato e incessante alla Raggi. E poi ci volevano i tempi supplementari per distribuire un po’ di soldi con la legge finanziaria.

C’è poi un terzo indizio. Interrogato sul suo voto Prodi dice: non mi pronunzio perché se no turbo i mercati e destabilizzo l’Italia in Europa. Dunque non è una questione italiana, è una questione che riguarda l’Europa, è una questione che potrebbe turbare i mercati. Insomma è qualcosa che ha a che fare con l’assetto del mondo.

Lo spartiacque non è stato l’11 settembre

A questo punto è necessario sapere come sono andate le cose. Partiamo dall’11 settembre di cui si è tanto parlato ricorrendone l’anniversario in questi giorni. Il mondo è cambiato l’11 settembre 2001? Tutti hanno detto così. Ma il mondo non è cambiato quel giorno: quello è stato il sintomo spaventoso della malattia che già avevamo contratto. L’11 settembre ha mostrato invece il suo volto il mondo che noi stessi avevamo deciso di costruire dieci anni prima.

Nel 1991 con dieci anni di anticipo sulla sua fine fu da noi chiuso il Novecento, tanto che uno storico famoso lo soprannominò “Il secolo breve” e così fu dato inizio a un nuovo secolo, a un nuovo millennio e a un nuovo regime che nella follia delle classi dirigenti di allora doveva essere quello definitivo, tanto è vero che un economista famoso lo definì come la “fine della storia”.

Quello che avevamo fatto dieci anni prima dell’11 settembre è che avevamo deciso di rispondere alla fine del comunismo portando un capitalismo aggressivo fino agli estremi confini della terra; avevamo deciso di rispondere alla cosiddetta fine delle ideologie trasformando il capitalismo da cultura a natura, promuovendolo da ideologia a legge universale, da storicità a trascendenza; avevamo preteso di superare il conflitto di classe smontando i sindacati, avevamo deciso di sfruttare la fine della contrapposizione militare tra i blocchi facendo del Terzo Mondo un teatro di conquista.

La scelta decisiva, che non si può chiamare rivoluzionaria perché non fu una rivoluzione ma un rovesciamento, e dunque fu una scelta restauratrice e totalmente reazionaria, fu quella di disarmare la politica e armare l’economia ma non in un solo Paese, bensì in tutto il mondo. Non essendoci più l‘ostacolo di un mondo diviso in due blocchi politici e militari, eguali e contrari, l’orizzonte di questo regime fu la globalità, la mondialisation come dicono i francesi, si stabilì un regime di globalità esteso a tutta la terra.

Quale è stato l’evento in cui ha preso forma e si è promulgata, per così dire questa scelta? C’è una teoria molto attendibile secondo cui all’inizio di un’intera epoca storica, all’inizio di ogni nuovo regime, c’è un delitto fondatore. Secondo René Girard all’inizio della storia stessa della civiltà c’è il delitto fondatore dell’uccisione della vittima innocente, ossia c’è un sacrificio, grazie al quale viene ricomposta l’unità della società dilaniata dalle lotte primordiali.

Secondo Hobbes lo Stato stesso viene fondato dall’atto di violenza con cui il Leviatano assume il monopolio della forza ponendo fine alla lotta di tutti contro tutti e assicurando ai sudditi la vita in cambio della libertà. Secondo Freud all’origine della società civile c’è il delitto fondatore dell’uccisione del padre.

Se poi si va a guardare la storia si trovano molti delitti fondatori. Cesare molte volte viene ucciso, il delitto Matteotti è il delitto fondatore del fascismo, l’assassinio di Kennedy apre la strada al disegno di dominio globale della destra americana che si prepara a sognare, per il Duemila, “il nuovo secolo americano”, l’uccisione di Moro è il delitto fondatore dell’Italia che si pente delle sue conquiste democratiche e popolari.

Ebbene il delitto fondatore dell’attuale regime del capitalismo globale fondato, come dice il papa, sul governo del denaro e un’economia che uccide, è la prima guerra del Golfo del 1991.

La guerra come delitto fondatore e il nuovo Modello di Difesa

È a partire da quella svolta che è stato costruito il nuovo ordine mondiale. E noi possiamo ricordare come sono andate le cose a partire dal nostro osservatorio italiano Non è un punto di osservazione periferico, perché l’Italia era una componente essenziale del sistema atlantico e dell’Occidente, ma era anche il Paese più ingenuo e più loquace, sicché spifferava alla luce del sole quello che gli altri architettavano in segreto.

Questa è la ragione per cui posso raccontarvi come sono andate le cose, a partire da una data precisa. E questa data precisa è quella del 26 novembre 1991, quando il ministro della Difesa Rognoni viene alla Commissione Difesa della Camera e presenta il Nuovo Modello di Difesa.

Perché c’era bisogno di un nuovo Modello di Difesa? Perché la difesa com’era stata organizzata in funzione del nemico sovietico, che non c’era più, era ormai superata. Ci voleva un nuovo modello.

Il modello di difesa che era scritto nella Costituzione era molto semplice e stava in poche righe: la guerra era ripudiata, la difesa della Patria, intesa come territorio e come popolo, era un sacro dovere dei cittadini. A questo fine era stabilito il servizio militare obbligatorio che dava luogo a un esercito di leva permanente, diviso nelle tre Forze Armate tradizionali. Le norme di principio sulla disciplina militare dell’ 11 luglio 1978, definivano poi i tre compiti delle Forze Armate. Il primo era la difesa dell’integrità del territorio, il secondo la difesa delle istituzioni democratiche e il terzo l’intervento di supporto nelle calamità naturali. Non c’erano altri compiti per le FF.AA. La difesa del territorio comportava soprattutto lo schieramento dell’esercito sulla soglia di Gorizia, da cui si supponeva venisse la minaccia dell’invasione sovietica, e la sicurezza globale stava nella partecipazione alla NATO, che prevedeva anche l’impiego dall’Italia delle armi nucleari.

Con la soppressione del muro di Berlino e la fine della guerra fredda tutto cambia: non c’è più bisogno della difesa sul confine orientale, la minaccia è finita e anche la deterrenza nucleare viene meno. Ci sarebbe la grande occasione per costruire un mondo nuovo, si parla di un dividendo della pace che sono tutti i soldi risparmiati dagli Stati per le armi, con cui si può provvedere allo sviluppo e al progresso di tutti i popoli del mondo; servono meno soldati e anche la durata della ferma di leva può diventare più breve.

Ma l’Occidente fa un’altra scelta; si riappropria della guerra e la esibisce a tutto il mondo nella spettacolare rappresentazione della prima guerra del Golfo del 1991, cambia la natura della NATO, individua il Sud e non più l’Est come nemico, cambia la visione strategica dell’alleanza e ne fa la guardia armata dell’ordine mondiale cercando di sostituirla all’ONU e anche di cambiare gli ideali della comunità internazionale che erano la sicurezza e la pace. Viene scelto un altro obiettivo: finita la guerra fredda, c’è un altro scopo adottato dalle società industrializzate, spiegherà il nuovo “modello” italiano, ed è quello di “mantenere e accrescere il loro progresso sociale e il benessere materiale perseguendo nuovi e più promettenti obiettivi economici, basati anche sulla certezza della disponibilità di materie prime”. Di conseguenza, si afferma, si aprirà sempre più la forbice tra Nord e Sud del mondo, anche perché il Sud sarà il teatro e l’oggetto della nuova concorrenza tra l’Occidente e i Paesi dell’Est. Alla contrapposizione Est-Ovest si sostituisce quella Nord-Sud.

Tutto questo precipita nel nuovo modello di difesa italiano, è scritto in un documento di duecentocinquanta pagine e il ministro Rognoni, papale papale, lo viene a raccontare alla Commissione Difesa della Camera, di cui allora facevo parte.

E’ un dramma, una rottura con tutto il passato. Cambia il concetto di difesa, il problema, dice il ministro, non è più “da chi difendersi” (cioè da un eventuale aggressore) ma “che cosa difendere e come”. E cambia il che cosa difendere: non più la Patria, cioè il popolo e il territorio, ma “gli interessi nazionali nell’accezione più vasta di tali termini” ovunque sia necessario; tra questi sono preminenti gli interessi economici e produttivi e quelli relativi alle materie prime, a cominciare dal petrolio. Il teatro operativo non è più ai confini, ma dovunque sono in gioco i cosiddetti “interessi esterni”, e in particolare nel Mediterraneo, in Africa (fino al Corno d’Africa) e in Medio Oriente (fino al Golfo Persico); la nuova contrapposizione è con l’Islam e il modello, anzi la chiave interpretativa emblematica del nuovo rapporto conflittuale tra Islam e Occidente, dice il Modello, è quella del conflitto tra Israele da un lato e mondo arabo e palestinesi dall’altro. Chi ha detto che non abbiamo dichiarato guerra all’Islam? Noi l’abbiamo dichiarata nel 1991. L’ho dichiarata anch’io, in quanto membro di quel Parlamento, anche se mi sono opposto.

I compiti della Difesa non sono più solo quei tre fissati nella legge di principio del 1978 ma si articolano in tre nuove funzioni strategiche, quella di “Presenza e Sorveglianza” che è “permanente e continuativa in tutta l’area di interesse strategico” e comprende la Presenza Avanzata che sostituisce la vecchia Difesa Avanzata della NATO, quella di “Difesa degli interessi esterni e contributo alla sicurezza internazionale”, che è ad “elevata probabilità di occorrenza” (e sono le missioni all’estero che richiedono l’allestimento di Forze di Reazione Rapida), e quella di “Difesa Strategica degli spazi nazionali”, che è quella tradizionale di difesa del territorio, considerata però ormai “a bassa probabilità di occorrenza”.

A seguito di tutto ciò lo strumento non potrà più essere l’esercito di leva, ci vuole un esercito professionale ben pagato. Non serviranno più i militari di leva; già succedeva che i generali non facessero salire gli arruolati come avieri sugli aeroplani, e i marinai sulle navi; ma d’ora in poi i militari di leva saranno impiegati solo come cuochi, camerieri, sentinelle, attendenti, uscieri e addetti ai servizi logistici, sicché ci saranno centomila giovani in esubero e ben presto la leva sarà abolita.

E’ un cambiamento totale. Non cambia solo la politica militare ma cambia la Costituzione, l’idea della politica, la ragion di Stato, le alleanze, i rapporti con l’ONU, viene istituzionalizzata la guerra e annunciato un periodo di conflitti ad alta probabilità di occorrenza che avranno l’Islam come nemico. Ci vorrebbe un dibattito in Parlamento, non si dovrebbe parlare d’altro. Però nessuno se ne accorge, il Modello di Difesa non giungerà mai in aula e non sarà mai discusso dal Parlamento; forse ci si accorse che quelle cose non si dovevano dire, che non erano politicamente corrette, i documenti e le risoluzioni strategiche dei Consigli Atlantici di Londra e di Roma, che avevano preceduto di poco il documento italiano, erano stati molto più cauti e reticenti, sicché finì che del Nuovo Modello di Difesa per vari anni si discusse solo nei circoli militari e in qualche convegno di studio; ma intanto lo si attuava, e tutto quello che è avvenuto in seguito, dalla guerra nei Balcani alle Torri Gemelle all’invasione dell’Iraq, alla Siria, fino alla terza guerra mondiale a pezzi che oggi, come dice il papa, è in corso, ne è stato la conseguenza e lo svolgimento.

Il perché della nuova Costituzione

E allora questa è la verità del referendum. La nuova Costituzione è la quadratura del cerchio. Gli istituti della democrazia non sono compatibili con la competizione globale, con la guerra permanente, chi vuole mantenerli è considerato un conservatore. Il mondo è il mercato; il mercato non sopporta altre leggi che quelle del mercato. Se qualcuno minaccia di fare di testa sua, i mercati si turbano. La politica non deve interferire sulla competizione e i conflitti di mercato. Se la gente muore di fame, e il mercato non la mantiene in vita, la politica non può intervenire, perché sono proibiti gli aiuti di Stato. Se lo Stato ci prova, o introduce leggi a difesa del lavoro o dell’ambiente, le imprese lo portano in tribunale e vincono la causa. Questo dicono i nuovi trattati del commercio globale. La guerra è lo strumento supremo per difendere il mercato e far vincere nel mercato.

Le Costituzioni non hanno più niente a che fare con una tale concezione della politica e della guerra. Perciò si cambiano. Ci vogliono poteri spicci e sbrigativi, tanto meglio se loquaci.

E allora questa è la ragione per cui la Costituzione si deve difendere. Non perché oggi sia operante, perché è stata già cambiata nel ‘91, e il mondo del costituzionalismo democratico è stato licenziato tra l’89 e il ’91 (si ricordi Cossiga, il picconatore venuto prima del rottamatore). Ma difenderla è l’unica speranza di tenere aperta l’alternativa, di non dare per compiuto e irreversibile il passaggio dalla libertà della democrazia costituzionale alla schiavitù del mercato globale, è la condizione necessaria perché non siano la Costituzione e il diritto che vengono messi in pari con la società selvaggia, ma sia la società selvaggia che con il NO sia dichiarata in difetto e attraverso la lotta sia rimessa in pari con la Costituzione, la giustizia e il diritto.

di Raniero La Valle

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Brexit: e ora, tutti contro tutti

Europa in frantumi

Il Regno Unito esce dall’Unione Europea: lo ha stabilito il referendum del 23 giugno 2016.
Ma la Gran Bretagna ne esce a pezzi: vecchi contro giovani, Inghilterra e Galles contro Scozia ed Irlanda del Nord, Londra contro Inghilterra. E si è scatenata una tempesta finanziaria e valutaria.

Hanno vinto le idee del separatismo, del populismo, del nazionalismo; questo dà ora più forza alle identiche pulsioni in Danimarca, Olanda, Svezia, Finlandia, Francia, Austria, Italia, che potrebbero risultarne dilaniate.
Sarebbe da dire che è la fine dell’Europa; ma forse l’Europa era già finita nei campi di Idomeni, nei muri ungheresi, nei naufragi del Mediterraneo, ed è tenuta insieme solo dalla moneta e dagli affari.

Hanno perso tutti quelli che hanno dato forma all’Europa attuale: un’Unione pronta a garantire libertà e diritti alle merci, ma non alle persone; un’Europa che ha imposto durissimi sacrifici alle classi subalterne dei suoi Paesi, che ha fatto strozzinaggio sulla Grecia, che ha tollerato il mancato rispetto dei diritti umani tra gli Stati aderenti.

Ma non c’è da essere allegri di fronte alla sconfitta di un’Europa così ingiusta e mercantile, perché hanno vinto coloro che intendono mettere tutti contro tutti, che pretenderanno di fare le stesse cose che faceva l’Europa, ma in proprio, in piccolo, senza rendere conto a nessuno.

La sola speranza dell’Europa sarebbe ripartire dai diritti delle persone: trovando un’anima, nell’Unione, forse i popoli del Vecchio Continente troverebbero un senso, nell’essere europei.
Altrimenti, che senso ha?

La bandiera della Palestina sarà al Palazzo di Vetro dell’Onu. Il no di Usa e Israele. Il Vaticano si smarca

5dc87dec4a94b285ab5fa2c8c4813a8d7d98d8fb3624ae7f6c4f9324La bandiera palestinese sventolerà al Palazzo di Vetro dell’Onu, a New York. L’Assemblea Generale ha approvato una risoluzione che dà all’Anp e agli altri Paesi con lo status di osservatore non membro – il Vaticano – il diritto di issare il proprio vessillo. La risoluzione è stata approvata con 119 sì, 8 no tra cui Stati Uniti e Israele, e 45 astenuti.
Il Vaticano si è però smarcato dall’iniziativa dell’Anp, e ha detto che la sua bandiera non sventolerà prima del discorso di Papa Francesco il 25 settembre.
“E’ un fatto simbolico, ma rappresenta un altro passo per solidificare i pilastri dello Stato della Palestina sulla scena internazionale”, ha spiegato Riyad Mansour, l’ambasciatore dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) all’Onu. “Il quadro è cupo – ha aggiunto Mansour – il processo politico è morto, Gaza è soffocata. Questa risoluzione sulla bandiera è come una piccola luce volta a tenere viva la speranza per il popolo palestinese”.
Sia gli Usa che Israele hanno espresso una forte opposizione: l’ambasciatore di Israele al Palazzo di Vetro, Ron Prosor, ha bollato l’iniziativa come “un palese tentativo di dirottare le Nazioni Unite”. Mentre il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Mark Toner, l’ha definita “controproducente”.
E si è smarcato dall’iniziativa palestinese l’altro Paese con lo status di osservatore all’Onu, il Vaticano: l’arcivescovo Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede al Palazzo di Vetro, ha ribadito di non essere un co-sponsor dell’iniziativa “perché‚ abbiamo certamente diverse priorità”, e di non aver ancora deciso se la sua bandiera verrà issata in futuro. “La questione è aperta, non posso dire quale sarà la posizione della Santa Sede in seguito”, ha detto Auza. Quel che è certo, è che la bandiera del Vaticano non sventolerà prima del discorso di Papa Francesco all’Assemblea generale, il 25 settembre. “Non abbiamo alcuna intenzione di farlo”, ha chiosato il Nunzio.
L’Anp ha ottenuto nel novembre 2012 lo status di osservatore non membro all’Onu. Ora le Nazioni Unite hanno a disposizione 20 giorni per attuare la misura, in tempo per la visita del presidente palestinese Abu Mazen, in programma per il 30 settembre.
(pubblicato da http://www.controlacrisi.org)

La “partita globale” di Alexis-saetta

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Dopo Merkel e Putin, ieri anche Barack Obama ha recapitato il suo messaggio di congratulazioni al neopremier greco Alexis Tsipras. Nel corso della telefonata (Merkel aveva mandato un telegramma), il presidente americano ha sottolineato la necessità per l’Europa di adottare misure che favoriscano la crescita. Secondo quanto riferiscono i media ellenici Obama avrebbe consigliato a Tsipras di fare una pausa dopo le fatiche delle elezioni “per evitare di riempirsi di capelli bianchi come lui”. Ma Tsipras gli ha risposto: “E’ difficile, gli impegni sono tanti”.Saetta-Alexis oggi incontrerà Shulz e domani il capo dell’Eurogruppo, il consesso dei ministeri delle finanze dell’Ue, Jeroen Dijsselbloem. La situazione è fin troppo chiara: Atene si è lanciata senza remore nel tentativo di rompere l’accerchiamento, l’Europa cerca di contenere l’offensiva mostrandosi priva di soluzioni realistiche. Chi ha in mano in questo momento il diritto a muove è Tsipras. Il “caso greco” può diventare una risorsa. Il vice premier greco Yannis Dragassakis ha usato a questo riguardo parole molto chiare: “Dialogo e non scontri e ricatti reciproci. Abbiamo un progetto, non vogliamo la rottura ma nemmeno il proseguimento di una politica che conduce alla catastrofe”. E’ proprio la “catastrofe” il vero asso nella manica di Atene.Aver agito con tempismo, dà a Tsipras il vantaggio da poter sfruttare nella fase immediatamente successiva quando la guerra diventerà “di posizione” e occorrerà scoprire le carte. Ma, appunto, gli atout in mano ai partecipanti nel frattempo potrebbero cambiare. Nessuna banale fretta, quindi, ma una precisa strategia che mette a frutto innanzitutto il grande consenso uscito dalle urne, che è dello stesso livello di quello ottenuto da Merkel l’anno scorso. L’unità nazionale è un fattore politico importante sui cui Tsipras sembra voler puntare molto. E la ragione è semplice. Nessuno da fuori potrà spaventare i greci con l’incubo del peggioramento delle proprie condizioni. Tsipras, poi, fa leva sui reali fattori della situazione europea ed internazionale.In Europa, dopo la decisione di Draghi sull’euro e il QE si apre una situazione in cui l’euro debole darà una spinta proprio a quelle economie in cui l’esportazione gioca un ruolo importante, proprio come in Grecia con il turismo. Sul piano politico Ue, Tsipras è riuscito, come ha detto lui stesso a “rompere la paura”. Al di là della forza evocativa, questo per l’Europa significa una cosa molto precisa: quasi nessuno più è disposto a proseguire sull’orribile cammino dell’austerità, che di fatto non sta dando nulla in cambio. Tsipras, checché ne dica Renzi, arriva dopo il totale fallimento del semestre italiano, il cui obiettivo avrebbe dovuto essere quello di placare la “iena di Berlino”.

Il punto non è placare ma far saltare il banco. Per esempio, cosa succederà in Spagna e Portogallo alle prossime elezioni? Questo Renzi non se l’è chiesto. E Tsipras sì. Da questo punto di vista, il “dossier Grecia” appare molto meno complicato di quello che molti vogliono rappresentare parlando forsennatamente di crollo delle borse e di “grexit”. Non è un caso che nessuno a Berlino minaccia più la “grexit”. Piuttosto preferiscono parlare, un po’ ipocritamente, dell’importanza della democrazia (sic!) e del rispetto delle scelte di tutti gli altri popoli europei. Sanno benissimo che, semmai, la partita non dipenderà esclusivamente dal rispetto del pagamento del debito da parte di Atene. In ballo c’è l’assetto complessivo del Vecchio Continente, e la stessa capacità della Germania a cui spetta il compito di tenere unito il quadro generale. A Merkel non sfugge certo che il no all’austerità generalizzato potrebbe diventare un segnale pericoloso anche sul piano interno considerando che la “politica dei redditi” ha costretto i tedeschi all’immobilità sociale.

A livello geopolitico internazionale, infine, Tsiprs ha davanti un complesso sistema di pesi e contrappesi, equilibri e ruoli inediti che disegnano di fatto uno scenario di forte rimescolamento. Quanto conta, per esempio, il No di Atene alle sanzioni contro Mosca nella crisi ucraina? E poi, perché l’Ucraina viene inondata di dollari ed euro e, invece, la crisi umanitaria in Grecia viene abbandonata a se stessa? L’abilità del premier Tsipras è stata quindi quella di dare subito il segnale di non stare con il “cappello in mano” ma di voler giocare una partita globale dando un rilievo speciale ai veri “nervi scoperti” dell’Unione europea in questo momento e degli stessi assetti internazionali.

 29/01/2015 12:21 | POLITICAINTERNAZIONALE | Autore: fabio sebastiani (Da controlacrisi.org)

La crisi ucraina

maidan_scontridi Luigi Marino

La crisi ucraina nasce con la mancata sottoscrizione da parte del Presidente Yanukovich dell’Accordo di associazione con la Unione Europea. Ma il Presidente in carica non poteva fare altrimenti a fronte di un’offerta di aiuto da parte della U.E. di appena 600 milioni di euro e di condizioni per la concessione di un prestito imposte dal F.M.I. ,che chiedeva tra l’altro una riduzione dei sussidi alle famiglie ,pari al 7% del bilancio statale . L’Ucraina è ritenuta un debitore inaffidabile, ma accettare l’offerta, assolutamente inadeguata rispetto ai gravi problemi del paese ,e le condizioni-capestro del FMI avrebbe comportato sacrifici insopportabili per la popolazione, con la sicura bocciatura nelle future elezioni presidenziali di Yanukovich. Di qui il propendere per l’aiuto russo, che si sostanzia subito nella sottoscrizione per tre miliardi di dollari di bond emessi dal governo ucraino ,con l’impegno della F.R. ad arrivare a quindici miliardi .
Di fronte alla scelta di Yanukovich di soprassedere alla firma dell’accordo con la U.E si sarebbe ben potuto attendere l’elezione del 2015 per scegliere democraticamente un altro Presidente più” europeista”, ma proprio l’atteggiamento assunto dalla U.E. e dalla Nato ha spinto i “radicali” allo scontro frontale. L’Unione Europea ha “ suscitato l’illusoria speranza che il Trattato di associazione sarebbe stato un preambolo all’adesione” ed “ ha risvegliato a Mosca il sospetto di un ulteriore spostamento della Nato ad Est contro i legittimi interessi della Russia” ha scritto sin dal febbraio di quest’anno e più volte ribadito l’ex Ambasciatore a Mosca Sergio Romano. Nella crisi ucraina le responsabilità della U.E. ,ma soprattutto dei vertici della Nato sono infatti innegabili. Quando fu unificata la Germania e poi si procedette all’allargamento della U.E. fu assunto l’impegno che mai la Nato si sarebbe ampliata verso l’area ex-sovietica. Quello che è invece avvenuto successivamente sin qui non poteva non essere interpretato inevitabilmente da Mosca come una forma di prosecuzione della guerra fredda con altri mezzi.

La verità è che dopo il Trattato di Pratica di mare del 2002 si pensava avviato un discorso di sicurezza collettiva dall’Atlantico agli Urali, ma la Nato non solo si è allargata oltre i confini della vecchia URSS, ma non nasconde l’obiettivo di una ulteriore espansione sino agli stessi confini della Federazione Russa. Polonia,Repubbliche baltiche,Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria, Romania, Croazia, Albania, Slovacchia, Slovenia sono entrate nella Nato, per cui la Russia teme giustamente che l’ingresso di altri paesi dell’ex-URSS possa costituire la via per accerchiare militarmente tutti i suoi confini occidentali.

Le cause originarie dell’attuale crisi ucraina rimandano quindi essenzialmente alle scelte operate dalla U.E. e dalla Nato ,alle speranze illusoriamente alimentate, tant’è che da più parti ed anche da Ferdinando Salleo, anch’egli ex ambasciatore a Mosca , si è sottolineato che “ in un tempo ragionevole nessuna ammissione nella U.E. è realisticamente possibile.”

Il non avere sottoscritto l’Accordo di associazione è stato il pretesto per organizzare un vero e proprio colpo di Stato con la destituzione da parte della Verkhovna Rada ucraina ,su sollecitazione delle forze di estrema destra, del presidente eletto direttamente dal popolo. Si tratta di un golpe “ de facto”, in quanto violando le norme costituzionali vigenti è stato modificato il sistema costituzionale dello Stato. Dopo la scelta da parte della piazza ,egemonizzata dalle forze di estrema destra ,del nuovo governo( con 7 ministri della destra),poi formalizzato da una Rada impaurita, sono stati subito assunti significativi laceranti provvedimenti: l’ingresso nei ranghi del ministero degli Interni delle centurie armate dell’estrema destra( “Settore di destra” , seguaci di Bandera ) e l’abolizione del bilinguismo, negando cioè ai russi del sud-est l’uso ufficiale della propria lingua.

L’Occidente ,come già nel bombardamento del Parlamento Russo da parte di Elc’yn, avalla di fatto la destituzione di un Presidente legittimamente eletto e le violazioni della Costituzione.

Poi inizia il “ solito tamtam sulle ruberie e sugli sprechi del capo deposto “, come ha scritto Enrico Mentana.

Con la caduta dell’URSS e le conseguenti privatizzazioni selvagge in tutte le Repubbliche ex sovietiche è stato realizzato il più colossale latrocinio del secolo con l’avvento dei cosiddetti oligarchi, che in Ucraina, a differenza della stessa Russia, non sono stati estromessi dalla gestione del potere ma sono direttamente al potere.

I prodromi della crisi sono già rinvenibili nell’incontro a Monaco il 1° febbraio del Segretario di Stato USA John Kerry con i leader dell’opposizione a Yanukovich e nella posizione assunta dalla responsabile degli esteri statunitense per l’Europa orientale Viktoria Nuland. Dopo è stato tutto un susseguirsi di dichiarazioni a sostegno delle barricate di Maidan ,da Bernard Henri Levi a Anne Applebaum del Washington Post, che ha sostenuto che i gruppi di estrema destra operanti non costituivano il problema maggiore, da Joscha Fischer a Adam Michnik sino a Kodorkovskij tanto per citare alcuni supporter. Insomma tutta una filiera ancora una volta in movimento, disposta a sorvolare sulla presenza delle forze fasciste come il Partito nazionalsocialista d’Ucraina ,inserito dal Centro Wiesenthal tra i movimenti più antisemiti esistenti e che insieme al Pravy Sektor (Il settore di destra) è stato accusato di avere organizzato a Kiev il tiro dei cecchini contro i poliziotti. Ora l’attività di questi gruppi di estrema destra si è spostata nel sud-est del paese.

Il 2 maggio a Odessa il gruppo neonazista Settore di destra ha distrutto la tendopoli sorta dinanzi ad edifici amministrativi per protestare contro il colpo di stato ed ha costretto gli antifascisti ad entrare nella Casa dei Sindacati poi incendiata con la morte di 48 innocenti. La tragedia di Odessa ha infiammato i sentimenti antifascisti della popolazione del sud-est ,che ha più volte richiesto alle autorità di Kiev di porre fine all’attività dei gruppi neonazisti del paese, ma senza nessun ascolto. Per non consentire la ripetizione di quanto accaduto ad Odessa anche nelle regioni di Doneck e Lugansk sono sorte qui milizie irregolari volontarie di difesa. La risposta del governo di Kiev è stata solo di carattere militare con l’uso dell’artiglieria pesante e dell’aviazione .Accanto alle forze armate dell’ ”operazione punitiva” sono state attivate formazioni militarizzate, dove sono confluiti neofascisti di ogni risma e battaglioni di mercenari finanziati da oligarchi ucraini. Migliaia di pacifici cittadini sono morti per le bombe dell’operazione punitiva, decine di migliaia sono stati costretti ad abbandonare le proprie case ,distrutte ed incendiate: una catastrofe umanitaria! A questo si aggiunga la tragedia delle tante famiglie miste ,profondamente colpite dai rigurgiti nazionalistici, che hanno messo a dura prova la loro coesione.

Lo scrittore ebreo Marek Halter ha scritto recentemente:” E’ l’America e la Nato che cercano di spingerci in una guerra contro Mosca. Se la comunità internazionale convincesse il governo di Kiev ad accettare un sistema federale non esisterebbe più alcun problema”. Il succedersi degli avvenimenti ha visto invece il prevalere del pregiudizio russofobo sul buon senso e sulla ricerca di una soluzione politica nel rispetto della volontà delle popolazioni interessate.

In modo del tutto pacifico la Cecoslovacchia non esiste più ed al suo posto sono sorte la Repubblica Ceca e la Slovacchia. In Italia di fronte alla minaccia del separatismo ed al problema delle minoranze etnolinguistiche furono dati Statuti Speciali alle regioni interessate, con consistenti supporti finanziari.

Alla vigilia del referendum in Scozia, la Rada ucraina, con i voti dei 335 deputati che risultano in carica dopo gli avvenimenti del febbraio scorso, ha ratificato l’accordo di associazione alla U.E. in contemporanea al voto dell’Europarlamento. Con questo accordo le merci ucraine hanno un accesso privilegiato al mercato europeo senza barriere .La parte commerciale dell’accordo resta però sospesa sino al 1° gennaio 2016. La Rada ha anche votato, a porte chiuse, il piano del Presidente Poroshenko ,che prevede per le regioni di Doneck e Lugansk una forma di autogoverno per tre anni ,compresa la possibilità di rafforzare le relazioni con la Russia, e l’uso della lingua russa come seconda lingua ufficiale . Forse è la traduzione in pratica di alcuni punti del negoziato con la Russia di Minsk. L’Accordo non è quindi il preambolo per l’adesione alla U.E.. Come sottolineano gli ex ambasciatori italiani a Mosca, a questa prospettiva non realistica si opporrebbe ,molto probabilmente, la maggioranza dei paesi dell’Unione .L’Ucraina è un paese con un territorio più grande della stessa Francia, con una popolazione di ben 47 milioni di abitanti e soprattutto con problemi economici enormi! Per salvare l’Ucraina dalla crisi economica e finanziaria occorrerebbero, secondo molti analisti, almeno 35 miliardi di dollari in due anni. E lo stesso Fondo Monetario Internazionale non concede nulla senza garanzie delle necessarie “riforme” che impone.

Dopo tante vittime innocenti e le distruzioni causate dai bombardamenti, le tante sofferenze patite dalle popolazioni del Donbass riesce oltre modo difficile pronosticare sino a che punto queste” concessioni” possano ritenersi accettabili dalle forze che invece hanno lottato e lottano per l’indipendenza .Si sarebbe ben potuto ricercare sin dall’inizio una soluzione politica ,isolando gli estremisti di destra ed evitando la tragedia della guerra civile, che ha acuito le divisioni nel paese ,ma anche nelle famiglie. In Ucraina vivono circa 17 milioni di russi e circa 4 milioni di ucraini vivono nella Federazione russa.

D’altra parte quanto è drammaticamente successo è anche il risultato di errori storici commessi in passato.

Negli anni ’20 gran parte dell’area geografica comprendente i territori di Doneck, di Zaporoz^e e di Lugansk, che storicamente facevano parte dell’impero russo sin dalla fine del 1700, fu aggregata alla Repubblica Socialista Ucraina. In questa decisione del governo sovietico giocava sia il principio etno-demografico, dal momento che nella neonata repubblica sovietica la popolazione era in maggioranza ucraina ,sia il fattore economico. In più casi infatti le regioni economiche , nelle quali si suddivideva tutto il territorio dell’ex URSS, erano formate in modo che aree meno sviluppate, essenzialmente agricole come quelle ad esempio dell’Ucraina occidentale, venissero agganciate ad aree più avanzate economicamente o più suscettibili di rapido sviluppo, in modo che queste ultime facessero da traino per le prime così da ottenere quindi un generale avanzamento complessivo.

Va da sé che in questa configurazione del territorio, nella concezione di Stalin , gli stessi confini delle Repubbliche della Unione non costituivano delimitazioni di carattere statuale, ma solo di carattere amministrativo ,restando impensabile la deflagrazione dell’URSS.

A questo si aggiunga il “regalo” di Kruscev della Crimea del 1954, senza una decisione del Soviet Supremo e senza sentire le popolazioni interessate. Ma è solo dal 1991 che queste terre sovietiche risultano comprese in confini statuali impropri sia dal punto di vista storico, che culturale e linguistico.

In questa diatriba sui confini ,all’inizio della crisi ucraina si è voluto ricordare da qualcuno il memorandum del 1994 di Budapest, firmato da USA, Russia ,Ucraina e Gran Bretagna ,sul rispetto dell’integrità territoriale ma senza ricordare gli altri impegni assunti ,compreso quello del non allargamento della Nato.

Ed ancora una volta è Sergio Romano a ricordare( 30.5.2014) che la clausola” rebus sic stantibus” sta a significare che “ogni accordo è costruito sulla base degli equilibri esistenti al momento della firma” e che “Finché daranno l’impressione di volere l’Ucraina nella U.E. e nella Nato, l’Europa e gli USA correranno il rischio di accogliere fra le loro braccia un paese dimezzato”. Di qui la necessità di “ trovare una soluzione che corrisponda alle comprensibili esigenze russe”.

Anche dopo la ratifica dell’Accordo di associazione alla U.E., resta il fatto che l’Ucraina dipende dal gas russo e dal prezzo “politico” di Gasprom, e che la produzione industriale dell’Ucraina Orientale è di fatto assorbita dal mercato russo ,non certamente dal mercato occidentale.

Ma la crisi ucraina ha evidenziato ancora una volta che la Nato, come è attualmente ed a maggior ragione se dovesse includere altri paesi dell’Europa Orientale, costituisce un pericoloso fattore di instabilità per gli equilibri del continente, che il suo attivismo nuoce ai rapporti della U.E. con la Russia non solo per le forniture energetiche. L’Europa non può fare a meno del mercato russo!, mentre in questa sua “cupidigia di servilismo “verso gli Usa procura danni solo a se stessa.

*Presidente dell’Associazione Maksim Gorkij di Napoli e Condirettore di MarxVentuno