Saviano: “Ministro Salvini ecco perché la sua Lega non ha capito la ’ndrangheta”

INVITO ALLA LETTURA: oggi repubblica riporta questo bellissimo e profondo articolo di Saviano che scatta un’istantanea precisa sul ruolo della lega nel nostro paese. Da non perdere.

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Lo scrittore: “Per anni lei e il suo partito avete negato l’esistenza delle mafie al Nord credendo fosse un fenomeno da terroni. Non vi siete accorti che la vera questione mafiosa era tutta di natura economica e ben lontana dal Sud”

di ROBERTO SAVIANO

Fa bene, ministro Salvini, ad andare a San Luca e a visitare il santuario della Madonna di Polsi. Fa bene ad andare nel luogo dove risiede la spiritualità calabrese più antica, infettata da secoli dalla radice ‘ndranghetista. Fa bene ad andare nel cuore dell’Aspromonte e la prima parola che dovrà pronunciare è: “Scusatemi”. Chieda scusa, ministro, in nome di un partito che ha governato nei territori settentrionali maggiormente infiltrati dalle mafie senza mai chiudere le porte al potere criminale nel Nord … continua a leggere sul “Repubblica.it” clicca qui

 

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Lombardia, che fine hanno fatto i tablet del referendum per l’autonomia?

Polemiche sul destino dei dispositivi. Forma e specifiche non sembrano adatti all’uso didattico: i primi esperimenti sul campo non sembrano lasciare ampi margini di miglioramento


tablet di Roberto Maroni, che dovevano (dovrebbero) finire alle scuole dopo il referendum sull’autonomia della Lombardia (insieme a quello tenuto in Veneto) dello scorso 22 ottobre, vivono un destino incerto. Ne sono stati acquistati ben 24.400 con un esborso per le casse regionali di 23 milioni di euro. Niente paura, aveva assicurato il governatore Maroni, li doneremo alle scuole. Qualcun altro aveva addirittura suggerito di offrirli alle forze dell’ordine. L’acquisto è “un investimento, non una spesa, perché i tablet poi rimangono in dotazione alle scuole come strumento didattico” aveva detto il governatore. Trascorsi 4 mesi dal referendum, quale futuro per questi dispositivi?

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Di cosa si tratta

Quei VIU-800 di Smartmatic non sono tablet di formato tradizionale. Sono pesanti (oltre 2 chili) e di fatto non sono portabili, è impensabile utilizzare tali dispositivi in mobilità per l’istituto, magari per delle lezioni in classe. Difficile anche affidarli da portare a casa, visto che hanno una forma particolare: sono degli “identity management device”, così li definisce la società che li produce. Avete presente quei dispositivi che utilizziamo in banca per firmare, negli uffici per prendere i biglietti o prenotare un turno oppure appunto come “voting machine”, macchine da voto con lettore d’impronta digitale e identificazione video? Ecco, quella roba lì.

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Le specifiche tecniche

Montano un processore Soc Z8350, paragonabile (l’ha spiegato Francesco Fumelli dell’Isia di Firenze a Motherboard) a uno Snapdragon 801. Una chip del 2014 con cui erano equipaggiati smartphone del livello dell’LG G3, del Motorola Moto X, del Sony Xperia Z3 o dell’One Plus One. Un ottimo processore, sì, ma appunto quattro anni fa. Che nel mondo della tecnologia sono un’eternità. Anche il touchscreen non è eccezionale, e comunque non paragonabile a quello delle più diffuse tavolette, senza contare la poca chiarezza sul sistema operativo. Per il Fatto monterebbero Ubuntu, non proprio il massimo in termini di compatibilità con licenze e software in mano agli istituti, oltre tutto programmato sulle necessità di una procedura elettorale.

 

Lo spazio per riconfigurare quei dispositivi con un “sistema operativo commerciale” ci sarebbe, è previsto dal bando di fornitura che Smartmatic si era aggiudicata tre anni fa. Ma non pare che sia stato fatto. Almeno non con i primi pezzi distribuiti. Nel frattempo, infatti, una sessantina di scuole della regione ha già ricevuto 1.500 di questi dispositivi: “Una prima distribuzione sperimentale” ha detto Maroni. Da febbraio dovrebbe andare via il grosso, intorno ai 20mila pezzi. Quattromila rimarranno invece a Palazzo Lombardia per eventuali altri usi consultivi ed elettorali.

L’operazione però al momento sta mostrando il fianco alle polemiche: “La Lega ha fatto credere ai cittadini che fossero un investimento per le scuole, peccato che pesino 2 chili, siano lente, con sistema operativo Ubuntu e touchscreen arretrato, che adesso non vuole nessuno” ha detto Pietro Bussolati, capolista PD alle elezioni regionali. Giornalisti del settore, compreso Roberto Pezzali su DDay.it, avevano spiegato fin dalla scorsa estate come questi dispositivi non avrebbero avuto vita facile nelle scuole. Non era un problema del dispositivo, ideale per l’uso per il quale è stato acquistato, ma della sua rigidità hardware e software: “Quella della riconversione è infatti la parte che ha sollevato più richieste di chiarimenti prima dell’approvazione delle regole della gara: quali sono le caratteristiche che saranno operative sui dispositivi che verranno consegnati alla Regione dopo le elezioni? Ci saranno WiFi, Bluetooth e un collegamento per cuffiette e microfono come su un normale tablet commerciale?” si chiedeva il giornalista diversi mesi fa.

Sempre su DDay.it si spiegava mesi come fosse “probabile che molte funzionalità non ci saranno: queste tipologie di apparecchi sono pensati per essere blindati e sicuri contro eventuali accessi esterni, e non a caso la scheda di rete è un modulo particolare che viene disattivato durante le operazioni di voto. Le 24mila voting machine resteranno in comodato alle scuole sedi di seggio come ha annunciato Roberto Maroni, ma è davvero difficile che una scuola le possa trasformare in strumenti utili dal punto di vista didattico”.

Paradossalmente, sarebbe stato – e ancora forse dalla Regione sarebbero ancora in tempo per farlo – più sensato tenerle a disposizione per almeno una o due tornate elettorali regionali future, compito che avrebbero svolto egregiamente, invece di rivenderle ancora prima del referendum come strumenti per i bambini e i ragazzi.

Federalismo e fisco. La sconfitta della politica economica

di Roberto Romano (dal sito sbilanciamoci.info)

referendum_autonomia_no_grazieI referendum di Lombardia e Veneto richiamano alcune riflessioni di politica economica e fiscale, e su come la politica ha risposto ai problemi che la società e i cittadini affrontano. Il prelievo fiscale è diventato il principale imputato della crisi economica e tutti i governi, di qualsiasi colore e livello, veicolano l’idea che la riduzione delle tasse o il trattenimento delle stesse nel proprio territorio permetterebbero una maggiore crescita. Una impostazione reaganiana che, purtroppo, ha fatto breccia nei cuori e nelle coscienze delle persone. Dopo la crisi del 2007 e la necessità di guidare i processi economici a livelli sovranazionali coerenti, sarebbe stata lecita una discussione politica più attenta alla politica economica, ma la storia iniziata con Reagan e Thatcher continua e precipita a livelli che interrogano coloro i quali vorrebbero contrastare certe derive. Sebbene sia noto che il fisco intervenga dopo che è stato maturato un reddito, l’alto prelievo fiscale è diventato il mantra di ogni politico. C’è un punto culturale o meglio ancora di egemonia culturale che dobbiamo assolutamente riprendere.

Dobbiamo ricordare che le risorse mobilitate dal sistema fiscale per sostenere la spesa pubblica è direttamente proporzionale alla complessità dei sistemi economici. Tanto più un’economia è sviluppata, tanto più il peso del prelievo fiscale diventa importante. Infatti, i servizi necessari al funzionamento delle economie moderne sono direttamente proporzionali al livello di sviluppo raggiunti dai singoli paesi. Non sorprende, quindi, che i livelli di tassazione siano più alti nei paesi a capitalismo maturo rispetto a paesi più arretrati. Inoltre, la struttura e la complessità economica esigono un sistema pubblico di regolazione e governo dell’economia coerente. In altri termini, lo sviluppo delle conoscenze tecniche e scientifiche, la distribuzione del reddito ante imposte degli attori sociali, la modificazione degli assetti produttivi, sono la cornice dell’impostazione dei sistemi fiscali, e devono essere coerenti rispetto agli obbiettivi che la politica e la società nel suo insieme prefigurano. Vale il monito della rivoluzione francese (Robespierre): il pagamento dell’imposta non è un dovere ma un diritto, perché nel pagamento dell’imposta sta per le classi più povere la tutela della libertà e l’indipendenza della politica. Sostanzialmente il sistema dei tributi è l’esito delle aspettative della società e, quindi, della struttura produttiva. Infatti, l’imposta è un prelievo operato in virtù del potere sovrano per il conseguimento del bene comune. Quindi il livello del prelievo fiscale non è basso o alto, piuttosto è coerente con gli obbiettivi della collettività. Sul punto De Mita (2015) è molto esplicito: si fa demagogia sia quando si dice di non voler mettere le mani nelle tasche degli italiani, sia quando si lusinga la gente con scelte minute (dagli 80 euro in busta paga all’esenzione della prima casa), così come si fa demagogia quando si sostiene che le tasse devono rimanere a casa propria.

Sebbene il fisco sia una leva di tutto rispetto per tassare il reddito in misura differenziata sia rispetto al presupposto e sia rispetto alla capacità contributiva, l’efficacia in termini di indirizzo economico è più contenuta della spesa (incentivi) pubblici. I tributi si sono sempre adattati ai modi di produzione e agli assetti patrimoniali emergenti dall’evoluzione economica della società. Con l’avvento dell’era industriale e, quindi, con il formarsi di una ampia classe di lavoratori dipendenti e con la diffusione delle attività di impresa, le imposte sui redditi da lavoro e da capitale hanno affiancato e superato per importanza le imposte sulla rendita fondiaria.

Teoricamente il federalismo fiscale è un processo dal basso verso l’alto e non viceversa, ma la storia economica sembra aver preso un sentiero opposto. Quello che sorprende e amareggia è come il fisco sia diventato il tema che unisce un po’ tutti: si cresce se diminuiscono le tasse. Se guardiamo alla politica economica di Lombardia e Veneto posso anche comprendere la fuga da questo oggetto, ma alcune crisi creditizie e di struttura di Veneto e Lombardia suggerirebbero delle politiche diverse da quelle veicolate dai referendum.

La forma, la sostanza, il linguaggio e l’intimidazione

Sinistra Senago non è l’avvocato difensore di nessuno !! Tanto meno vuole cimentarsi nel ruolo di avvocato difensore del Partito Democratico e dell’amministrazione uscente, che ha governato Senago fino allo scorso mese di giugno. Tuttavia Sinistra Senago, invitata dal Partito Democratico, organizzatore del presidio che si è svolto in Piazza Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa sabato 7 ottobre ha partecipato. Rivendichiamo la partecipazione ad iniziative che tutelino la legalità sul nostro territorio e pensiamo che su questo tema, tutti i cittadini, di qualunque collocazione politica dovrebbero essere sensibilizzati.

Appare piuttosto sorprendente l’insieme delle assenze a tale manifestazione, a partire dai partiti che sostengono l’amministrazione e che dovrebbero essere i primi a reagire con forza ai tentativi di infiltrazione, comunicando alla cittadinanza la presenza dei pericoli e la volontà di difendere Senago da infiltrazioni delle mafie.

Non solo abbiamo partecipato convintamente ad un presidio per la legalità, ma abbiamo insistito e tuttora insistiamo per chiedere chiarezza e trasparenza rispetto ad una vicenda, quella delle indagini sulle infiltrazioni della criminalità organizzata sul nostro territorio, che ha visto coinvolte diverse amministrazioni di comuni limitrofi del Nord Milano. L’inchiesta, che parte da lontano, è culminata con l’arresto di diversi cittadini riconosciuti come i rappresentanti sul territorio locale della ‘Ndrangheta. Questo ci dicono i capi di imputazione della Magistratura.

La nostra partecipazione era volta a far emergere quella che è la nostra proposta per una via d’uscita rispetto a questa impasse. La via d’uscita per noi contempla le dimissioni dell’intero consiglio comunale. Ci permettiamo di scrivere, perché tra i primi ed in modo risoluto ed argomentato, abbiamo chiesto le dimissioni dei consiglieri comunali sia di maggioranza che dell’opposizione, perché crediamo che il solo fatto che si possa insinuare il dubbio che infiltrazioni della criminalità organizzata abbiano condizionato le recenti elezioni amministrative, sia meritevole di un passo indietro e di una richiesta di chiarezza da parte di tutti.

Fummo tragicamente soli e derisi, quando Francesco Bilà, candidato sindaco di Sinistra Senago, lanciò l’allarme sul ruolo delle mafie a Senago, anche a Senago, durante il dibattito pubblico tra i candidati sindaci.

Oggi non ci piacciono le parole con cui la maggioranza che amministra Senago (Vivere Senago, Lega Nord, Senago nel Cuore, Fratelli d’Italia e Forza Italia) ha commentato la vicenda del presidio. Traspare in queste dichiarazioni e dai comunicati un concetto proprietario della democrazia. Intimare il silenzio solo in virtù di un risultato elettorale all’insegna del “chi vince comanda e gli altri stiano zitti” appare davvero una modalità sprezzante ed irrispettosa di quelli che sono i meccanismi che reggono la democrazia. Si badi bene usiamo il termine comandare rispetto ad amministrare e governare, che dovrebbero essere più consoni in queste occasioni. La maggioranza decisa dagli elettori governa e le opposizioni con attenzione operano un ruolo di controllo e non possono e non devono tacere.

A ruoli invertiti ci ricordiamo che l’attuale maggioranza, quando era minoranza anche all’interno del consiglio comunale, e fu, per usare lo stesso linguaggio,  “mandata a casa” nelle elezioni 2012, esercitava il diritto di critica con tutte le sue prerogative. Perché mai avrebbe dovuto essere sottaciuta una loro azione ?? Infatti questo non avvenne.

Perché oggi si dovrebbe invece tacere ??

Un simile linguaggio non può che riportarci al 2009​ qua​ndo un gruppo di giovani padani ed i loro alleati facevano caroselli su un camion con cori da stadio intonando: “Siamo noi, siamo noi, i padroni di Senago siamo noi !!”

Ora è lecito che ognuno manifesti la propria gioia ed il proprio giubilo per una vittoria elettorale, anche storica come fu quella del 2009. Le modalità con cui si opera danno sostanzialmente una plastica rappresentazione della sensibilità democratica di cui si dispone. Ed il linguaggio delle dichiarazioni odierne ricalca ancora il vecchio refrain.

Ricordiamo ancora i tempi in cui con interrogazioni e comunicazioni al limite del ridicolo i Consigli Comunali venivano protratti fino ad orari impossibili, alle 4 ed anche alle 5 del mattino. Oggi riscontriamo che chi esprime un’opinione dissonante e pretende chiarezza su episodi che riguardano la potenziale contaminazione con la malavita organizzata del tessuto democratico senaghese, viene invitato a tacere.

Questo “invito” arriva da chi ha votato a favore della privatizzaione del cimitero ed ora ne invia i faldoni all’ANAC e ad altre autorità competenti, forse non essendo capace di verificare se vi siano state o meno delle anomalie perseguibili e deniunciabili.

Come se il sacro lavacro delle urne concedesse il diritto alla parola solo al vincitore, il comando da una parte e l’oblio dall’altra. Non certo una modalità tranquillizzante per allontanare le ombre che la vicenda di questi giorni ha fatto calare su Senago.

Potremmo parlare, parafrasando la definizione fornita da esponenti della Lega nel territorio, a riguardo delle violente scorribande compiute a Cantù dalle ‘ndrine del nostro territorio, che la maggioranza a Senago con questo linguaggio e questi comunicati si esprime con un’impostazione da vero e proprio “bullismo”.

Dice la Lega Nord che la ‘ndrangheta a Cantù è solo “bullismo paramafioso”. Sigh!

(Rammentiamo che da Senago ci si muoveva verso Cantù)

ndrangheta-cantu-arresti-300x225Nel corso dell’ultima maxi operazione antimafia in Lombardia a Cantù gli inquirenti hanno individuato gli interessi della cosca dei Morabito di Africo e arrestato 9 persone. L’assessore leghista Brianza risponde: “Non è una emergenza ’ndrangheta. E’ da tenere monitorato, ma Cantù non è Gomorra. Sono episodi di parabullismo mafioso”.

(pubblicato su fanpage.it)

Un’inchiesta che è durata quasi due anni che ha svelato un imponente traffico di droga, episodi di corruzione e gli interessi criminali di Giuseppe Morabito (nipote dello storico boss di Africo “U Tiradrittu”) che a Cantù metteva in atto veri e propri «atti criminali» realizzati con lo scopo di “destabilizzare gli equilibri” mafiosi del territorio e consentire alla famiglia Morabito di “assumere il pieno controllo di Cantù”. Lo scorso 27 settembre la Procura Antimafia di Milano a Cantù ha arrestato nove persone (tre delle quali con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso e tutti gli altri con l’aggravate del metodo mafioso), dice l’ordinanza che Cantù per almeno due anni teatro di “episodi di violenza posti in essere con tracotante audacia in pieno centro a volto scoperto con la finalità di affermare sul territorio la presenza di un sodalizio altrettanto prepotente e sopraffattore con il conseguente assoggettamento della popolazione”.

Il gruppo, secondo gli inquirenti, avrebbe seminato il terrore costringendo addirittura due locali a chiudere minacciando, non pagando le consumazioni e organizzando aggressioni agli avventori dei bar per favorire i “calabresi del bar Crystall” e, secondo i magistrati, per provare a rilevare gli altri locali portati al fallimento. Il bilancio è un bollettino di guerra: due bar chiusi, un terzo ceduto, un giovane affiliato gambizzato, un automobilista terrorizzato a colpi di pistola, quattro estranei presi a sberle e pugni e mandati in ospedale.
L’assessore leghista: Non è una emergenza ‘ndrangheta

Come reagisce una città di fronte allo svelamento di un quadro del genere? Cosa avviene, nel “profondo Nord”, quando ci si accorge che la mafie sono ben più su di dove abitualmente le immaginiamo e sono entrate nella gestione delle meccaniche sociali delle città in cui viviamo? La risposta peggiore è dell’assessore Alessandro Brianza della Lega Nord, 33 anni, che si occupa di politiche comunali per la famiglia, sociale e istruzione: “Quello di cui si parla a Cantù è stato artatamente montato. Le persone arrestate si atteggiavano a bulletti di periferia. Non è una emergenza ’ndrangheta. E’ da tenere monitorato, ma Cantù non è Gomorra. Sono episodi di parabullismo mafioso, non episodi diffusi di estorsione. Non mi stupisce che non ci sia la volontà e il coraggio di parlare. C’è comunque paura”.

Un capolavoro di strabismo e banalità che riporta al negazionismo della sindaca di Milano Letizia Moratti che si spinse addirittura a dire che a Milano la mafia non c’era, perfettamente sul solco di Maroni (che guarda caso è un pezzo grosso della Lega Nord proprio come il giovane Brianza) che addirittura si “offese” nel sentir parlare di mafia in Lombardia. Così la ‘ndrangheta diventa una bazzecola da “bulletti di periferia” e quindi, vieni da immaginare, che la Procura e le forze dell’ordine siano colpevoli di procurato allarme.

E se qualcuno fa notare che proprio a Cantù il tema della sicurezza è stato banalizzato proprio dalla Lega Nord a questioni di immigrazione o moschea il parlamentare leghista Molteni, che proprio in quella zona ha il suo bacino elettorale, addirittura si inalbera: “Non vedo cosa c’entrino la moschea, la microcriminalità e la macrocriminalità organizzata – dice – oggi ho spedito una nota alla commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie, sulla vicenda di Cantù e della Lombardia, chiedendo di farsi carico di questa drammatica vicenda. Nessuno metta in discussione la lotta della Lega alla criminalità organizzata. Arrivano dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni, oggi presidente di Regione Lombardia, i primi passi verso il codice antimafia. E l’Agenzia dei beni confiscati. Se si osa dire il contrario, divento cattivo e querelo”. E i mafiosi, intanto, probabilmente se la ridono.

(continua su: https://milano.fanpage.it/dice-la-lega-nord-che-la-ndrangheta-a-cantu-e-solo-bullismo-paramafioso/)
http://milano.fanpage.it/

Esclusivo: anche Matteo Salvini ha usato i soldi rubati da Bossi

L’attuale leader della Lega e Bobo Maroni hanno utilizzato una parte dei 48 milioni di euro frutto della truffa orchestrata dal Senatur e dall’ex tesoriere. Lo dimostrano le carte del partito tra la fine del 2011 e il 2014 che abbiamo consultato

di Giovanni Tizian e Stefano Vergine (pubblicato da “L’Espresso”)
imageCinque anni fa, quando tutto ebbe inizio, Umberto Bossi usò un’immagine biblica per spiegare il suo intento. «Ho fatto come Salomone: non ho voluto tagliare a metà il bambino», disse mentre si apprestava a lasciare le redini del partito a Roberto Maroni.

Erano i giorni in cui i giornali pubblicavano le prime notizie sullo scandalo dei rimborsi elettorali leghisti, quelli incassati gonfiando i bilanci e usati per pagare le spese personali del Capo e della sua famiglia, come la laurea in Albania del figlio Renzo o le multe del primogenito Riccardo.

Il senso della metafora bossiana era chiaro: piuttosto di dividere la Lega tra chi sta con me e chi contro di me, il Senatùr si diceva pronto a lasciare pacificamente il potere al suo storico rivale. Da allora in poi l’intento di chi è succeduto a Bossi, prima Maroni e oggi Salvini, è sempre stato quello di differenziarsi, di creare compartimenti stagni tra il partito dell’Umberto e quello di oggi, tanto che all’ultimo raduno di Pontida al fondatore non è stato nemmeno concesso il tradizionale discorso dal palco.

Gli immigrati al posto dei meridionali, il nazionalismo in sostituzione del secessionismo. Pure un nuovo marchio, Noi con Salvini, dotato di satelliti sparsi dal Centro al Sud e rappresentato da personaggi della destra, come in Calabria, o vecchi democristiani votati all’autonomia, come in Sicilia. Nuovi volti (per modo di dire) e nuovi ideali sostenuti con forza proporzionale all’incedere delle inchieste giudiziarie sui fondi elettorali.

Se è vero che negli ultimi anni molto è in effetti cambiato all’interno del Carroccio, c’è qualcosa che è rimasto segretamente invariato. Roberto Maroni preferisce non dirlo, Matteo Salvini lo nega categoricamente. Insomma, gli eredi del Senatùr sostengono di non aver visto un euro di quegli oltre 48 milioni rubati da Bossi e Belsito. «Sono soldi che non ho mai visto», ha scandito di recente l’attuale segretario federale commentando la decisione del Tribunale di Genova di sequestrare i conti correnti del partito dopo la condanna per truffa di Bossi.

I documenti ottenuti da L’Espresso dimostrano però che esiste un filo diretto tra la truffa firmata dal fondatore e i suoi successori. Tra la fine del 2011 e il 2014, infatti, prima Maroni e poi Salvini hanno incassato e usato i rimborsi elettorali frutto del reato commesso dal loro predecessore. E lo hanno fatto quando ormai era chiaro …

‘Ndrangheta a Seregno, cade la giunta e cade la Lega!

Ieri hanno arrestato il sindaco di Seregno. Che succede ora?

via Il Sindaco di Seregno agli arresti: cosa succede ora? — il Barbarossa