Aggressioni fasciste ed il pensiero di Luciano Canfora

In una recente intervista lo storico e classicista Luciano Canfora ha mostrato grande preoccupazione e si è detto particolarmente allarmato dalla situazione del paese

(da https://it.blastingnews.com)

Il successo di Lega e Movimento Cinque Stelle ha cambiato il modo di vedere la Politica italiana. In molti hanno raccontato il successo dei due partiti come la definitiva consacrazione dei populismi, ma c’è chi non usa giri di parole per manifestare il proprio dissenso relativamente a quelle che sono le politiche messe in atto dalle due forze che attualmente guidano il governo. Tra loro c’è, ad esempio, lo storico Luciano Canfora che, da ospite della trasmissione Circo Massimo in onda su Radio Capital, ha avuto modo di usare parole piuttosto dure per commentare l’ascesa delle due forze politiche al timone del governo italiano.

Canfora preoccupato dal momento dell’Italia

E’ un’analisi quasi sociologica quella che Canfora prova a fare sottolineando come, all’indomani di un’aggressione fascista (così è stata definita) a dei giornalisti de ”L’Espresso” di cui molto si è parlato, la società italiana abbia “anticorpi in declino” rispetto alla possibilità che episodi di quel genere non tornino a ripetersi.

“La diseducazione di massa – ha detto Canfora – realizzata attraverso strumenti innumerevoli, di cui la comunicazione è un elemento fondamentale, ha cercato di squalificare capillarmente e metodicamente il concetto di antifascismo. E’ stato vilipeso, archiviato e messo tra parentesi”. “Questo – prosegue – risale a tempi non vicinissimi. A sdoganare il Movimento Sociale ci pensò persino Craxi quando gli venne l’idea di aprire verso quella parte”. Canfora, inoltre, ha sottolineato come al giorno d’oggi il Papa parli e lo faccia invano in un paese cattolico. “I giornali – evidenzia – lo mettono in un angolino. Io non sono mai pessimista, l’oscillazione dell’opinione pubblica è cosa notoria, ma il pericolo è grande”.

Canfora parla della situazione politica

“Non esalterei – commenta – troppo il successo salviniano, sta divorando la destra e la parola d’ordine prima degli italiani era della Meloni.

Simile a quell’area lì e i numeri non devono essere sopravvalutati“.

“Dall’altra parte -attacca – c’è una banda di incompetenti. La devozione alle cariche finalmente conquistate da parte di una dirigenza incolta, impreparata e demagogica è l’ideale aiutante di un uomo che ha le idee chiare e ha trasformato un partito localistico come la Lega in un partito palesemente fascistoide, cioè ipernazionalista”.

“La situazione – conclude Canfora- nella quale ci troviamo non potrà che esplodere e trasformare le posizioni politiche esistenti in qualcos’altro. I Cinque Stelle non potranno che esplodere per le contraddizioni che si stanno vedendo”

Da “Circo Massimo – Radio Capital”

LUCIANO CANFORA

LUCIANO CANFORA

Un altro assalto fascita. Federico Marconi e Paolo Marchetti, due cronisti dell’Espresso, sono stati aggrediti ieri da un gruppo di Avanguardia Nazionale, riunito al cimitero del Verano dopo la commemorazione per Acca Laurentia. “Stavano documentando senza disturbare, senza provocare, sono stati aggrediti, picchiati e minacciati solo perché facevano questo lavoro”, racconta a Circo Massimo, su Radio Capital, il direttore de L’Espresso Marco Damilano, “Hanno raccolto i loro dati personali e gli hanno detto ‘sappiamo dove abitate’.

matteo salvini luigi di maio

MATTEO SALVINI LUIGI DI MAIO

La Digos e le forze dell’ordine sono intervenute in un secondo momento. Il capo di questo gruppo, Giuliano Castellino, noto per atti di violenza, indagato per truffa e sorvegliato speciale, non può uscire la sera ma ha partecipato indisturbato a una manfiestazione politica di carattere fascista, che non dovrebbe svolgersi per molto motivi, a partire dal fatto che la Costituzione lo proibisce”. Dopo l’aggressione, il ministro dell’interno Salvini ha genericamente dichiarato “Per chi mena le mani c’è la galera”: “Mi ha ricordato quando c’erano delitti di mafia e c’era una sottovalutazione, si diceva che era un atto di violenza, di delinquenza”, dice Damilano, “No, quella non era una rissa per strada ma un’azione politica di un gruppo che si richiama al fascismo contro due giornalisti. Dalle parole di Salvini traspare la sottovalutazione, la banalizzazione, la minimizzazione. È molto grave che non trovi una parola una per condannare un atto di squadrismo fascista contro i giornalisti”.

SALVINI CON IL PUPAZZO DI DI MAIO

SALVINI CON IL PUPAZZO DI DI MAIO

Il direttore poi ammette: “La rassegna stampa di oggi ci lascia un po’ sgomenti. Il Manifesto è l’unico quotidiano, insieme a Repubblica, che ha messo l’aggressione in prima pagina. La banalizzazione fatta da Salvini è condivisa da un pezzo della nostra categoria, e sicuramente ha delle radici nel suo elettorato. Il problema”, continua, “non è solo Salvini, ma quell’Italia a cui Salvini dà voce. I sondaggi per ora premiano lo premiano. Vedo un’assenza da chi vuole rappresentare un’altra Italia. Non c’è l’opposizione”

salvini e di maio murales by tvboy

SALVINI E DI MAIO MURALES BY TVBOY

Sull’argomento, nella trasmissione condotta da Massimo Giannini e Jean Paul Bellotto, interviene anche lo storico Luciano Canfora: “Mi viene in mente un paragone illuminante: quando la banda Dumini fece fuori Matteotti, formalmente si imbastì una specie di processo a Dumini che poi ovviamente ne uscì assolto. Come Salvini dice ‘chi mena le mani va punito’, allora il regime, in quel momento non ancora consolidato, mostrava di voler perseguire un assassinio che era un pilastro dell’azione repressiva che Mussolini medesimo aveva innescato”.

DI MAIO SALVINI

DI MAIO SALVINI

La strada imboccata da Salvini, secondo Canfora, è “non solo pericolosa ma ha antecedenti anche lessicali. La formula ‘prima gli italiani’ è l’architrave del manifesto della razza. Tutto questo va ricordato. Il 1938 non è tanto lontano. Non sono il primo a parlare di pulsioni fascistiche che sono sempre latenti ma che si sono sprigionate. A un certo momento, arriva un governo in cui il ministero dell’interno è nelle mani di un uomo che pensa prima gli italiani, che ritiene Casapound sia un ottimo interlocutore del suo parco elettorale. È un personaggio al quale il neofascismo non fa schifo”.

LUCIANO CANFORALUCIANO CANFORA

E gli anticorpi? Secondo Canfora “sono in declino”. La causa è la “diseducazione di massa”, che “ha cercato di squalificare capillarmente, costantemente e metodicamente il concetto di antifascismo, che è stato vilipeso, archiviato. E in tempi non vicinissimi. Persino Craxi sdoganò l’MSI. Ma oggi vediamo fenomeni macroscopici. Ad esempio, il Papa parla invano. E in un paese cattolico, o sedicente tale, è paradossale che quest’uomo parli e questo bilancione dal Viminale risponde qui comando io.

papa francesco

PAPA FRANCESCO

I giornali mettono il pensiero del Papa in un angolino. È sintomatico. Siamo arrivati a un punto di non ritorno. Io non sono pessimista e l’oscillazione dell’opinione pubblica è cosa notoria, ma il pericolo è grande”. Intanto, dal M5S non sono ancora arrivate reazioni: “È una banda di incompetenti”, taglia corto Canfora, “C’è una dirigenza confusa, incolta, impreparata, demagogica, ideale aiutante di un uomo che ha le idee chiare e che in poco tempo ha trasformato un movimento localistico come la Lega in un partito fascistoide e sovranista. È una situazione che non potrà che esplodere e trasformare le formazioni poltiiche esistenti in qualcos’altro. Questi 5 stelle sono una bolla che non può che esplodere per le contraddizioni che già si vedono”.

 

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Aridatece er puzzone? Riflessioni politiche di fine anno

di Angelo d’Orsi (tratto da MicroMega)

Nella Roma appena liberata dalla presenza nazifascista (siamo nel giugno del 1944), superati i primi salutari entusiasmi, davanti a fenomeni di opportunismo, e a manifestazioni di incongruenza tra le forze politiche dell’arco ciellenistico, qualcuno lanciò, a mo’ di battuta, la frase “Aridatece er puzzone!”. Era un’esclamazione paradossale, una scherzosa provocazione, ma divenne presto quasi un motto che esprimeva lo scontento nei riguardi di una liberazione che liberava poco, e dava voce alla delusione popolare, che si traduceva in una sorta di rimpianto di chi era stato appena defenestrato: “er puzzone”, cioè il duce, alias Benito Mussolini. Era uno sberleffo, uno schiaffo alla riconquistata democrazia, uno sfogo sgangherato, con una punta di qualunquismo, se vogliamo, ma genuino e ingenuo, che, tuttavia, nella sua forma provocatoria, era una richiesta di ascolto che dal popolo giungeva al ceto politico.

Sul finire dell’anno di grazia 2018, la frase è tornata più volte alla mente del (vecchio) osservatore del tempo presente. E come in un eterno apologo, la tentazione affiora, e spinge a esercitare la rischiosa arte dell’analogia storica. Stabilire una periodizzazione condivisibile, non è facile, ma ci si può provare, risalendo agli anni Ottanta del secolo XX, quando in Italia regnava come un dio sull’universo, il “Caf”, all’interno di un quadro sovranazionale dominato da Ronald Reagan e da Margareth Thatcher.

Fu un decennio terribile che vide un arretramento complessivo dello Stato sociale, una perdita grave sul piano dei diritti e delle condizioni di vita dei ceti subalterni, con una Italia preda di una corruzione generalizzata, e i partiti politici divenuti simbolo oltre che strumento di quella sistematica occupazione dei gangli dello Stato e della società, che un inascoltato Enrico Berlinguer denunciò non troppo tempo prima di morire, prematuramente, inaspettatamente.

La nascita della Lega Nord-Padania, e l’ascesa repentina di Silvio Berlusconi, tra il 1989 e il 1994, con il suo “partito di plastica” (come fu chiamato da qualche politologo), succursale politica di Mediaset, in una incredibile, travolgente avanzata di una destra feroce, quanto incompetente, non tardò a suscitare forme di rimpianto dell’era precedente, in cui, in fondo, erano al potere democristiani e socialisti, ossia figure note della scena politica, da cui sapevi cosa aspettarti: corruzione, clientelismo, come corrispettivo di un assistenzialismo, in cui il cattolicesimo la faceva da padrone.

Insomma, davanti alla volgarità berlusconiana, e alla commistione fra interessi privati e interessi pubblici, con il rapido sopravanzare dei primi sui secondi, alla trasformazione delle sedi istituzionali in bordelli eleganti, la nostalgia dilagò. Il beffardo “non moriremo democristiani” si rovesciò in un “era meglio morire democristiani”. Perciò, quando, nel novembre del 2011, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, liquidò “il cavaliere”, quel semi-golpe venne approvato a furor di popolo. Un’autentica euforia accompagnò quelle giornate convulse: pareva la liberazione dell’Italia dai tedeschi, appunto.

A sostituire Berlusconi fu chiamato, con procedura a dir poco bislacca, un “bocconiano”, l’algido professor Mario Montiipso facto insignito di laticlavio senatoriale, il quale, con stile ragionieristico si pose a rivedere i conti finanziari della malconcia Italia, in una collaborazione coordinata e continuativa con i famosi “gnomi” di Francoforte e i “burocrati” di Bruxelles, la luna di miele fu presto dimenticata, e il nuovo premier Monti e larga parte della sua “squadra di governo” (in particolare la sua sodale Fornero, che usò l’accetta per “rivedere” il sistema pensionistico, attirandosi gli odi della quasi totalità del popolo italiano), furono più odiati di quanto non fosse Berlusconi e la sua corte. In sostanza, una volta rivelatasi la natura ferocemente antipopolare del “governo tecnico”, mandatario dei poteri forti dell’UE, si cominciò a mormorare che “si stava meglio quando si stava peggio…”, e che in fondo “almeno Berlusconi era simpatico… raccontava le barzellette”; e non pochi si spinsero a commentare che regalava al “popolino” il sogno di essere come lui, con l’ostentazione cafonesca della sua ricchezza e della sua depravazione… E, dulcis in fundo, “il Berlusca” forniva uno straordinario, ricchissimo materiale a vignettisti, scrittori e attori satirici, e allo ius murmurandi popolare, con le sue infinite gaffe e le sue donnine procaci quanto disponibili…, naturalmente purché si fosse in grado di staccare assegni a quattro zeri, e procurare come minimo una parte in commedia, ossia una “particina” in una serie tv o una conduzione di un talk show. Tutto ciò che fino al momento della defenestrazione era apparso sordido, d’improvviso fu visto in fondo come ludico e gioioso, davanti alla ferrea volontà di “tagli”, che veniva giudicata come una scientifica pratica di “macelleria sociale”.

Dopo elezioni che in realtà bloccarono il Paese, producendo governi di compromesso, l’ectoplasmatico Enrico Letta sembrò annunciare una condizione depressiva di massa, in un ministero senza sostanza e senza mordente: l’arrivo al governo del “traditore” Matteo Renzi, pur suscitando qualche borbottio dei soliti “moralisti” e le critiche dei “parrucconi” e dei “professoroni” che “gufano per mestiere”, in fondo fu accolto con attenzione. Era il populismo giovanilistico al potere, e buona parte dell’Italia si sentì quasi rianimata, persino a prescindere dalle preferenze politiche.

Dopo il micidiale uno-due Monti-Letta, insomma, un’ondata di ottimismo giovanilistico, di neofuturismo in politica. Era, mutatis mutandis, in qualche modo, un ritorno al berlusconismo, tanto che si creò subito il neologismo “Renzusconi”. Nel corso dei mesi, all’iniziale simpatia (di una parte soltanto, della popolazione in età di voto, tradottasi in consenso elettorale, alle Europee) per quel giovanissimo capo di governo, smart e speedy, efficace comunicatore, un vero piazzista commerciale, seguì abbastanza presto il disincanto, davanti a promesse non mantenute, e alla presuntuosa arroganza di quel ragazzotto di provincia; giunse quindi il distacco, come una serie di appuntamenti elettorali mostrarono impietosamente. E il ritornello del “puzzone” si riaffacciò sulle bocche di italiani e italiane. Renzi, in fondo, fu visto come un piccolo Berlusconi, un “berluschino”: una modesta imitazione dell’originale. Tanto valeva tenersi l’originale, che, complice il trascorrere degli anni e una esistenza condotta non proprio da monaco cenobita, appariva inoffensivo e alla fin dei conti, quasi simpatico…

Perciò, la rovinosa caduta di Renzi con il referendum del 4 dicembre 2016, suscitò una subitanea ondata di gioia contagiosa nelle piazze e nelle case: anche chi non aveva vissuto il 25 aprile del ’45 e il 2 giugno del ’46, sentì vibrare le corde di un ritrovato e rinnovato patriottismo, che era il patriottismo della Costituzione. Seguì la profonda disillusione con il successivo governo Gentiloni: altro stile, senz’altro, felpato, all’insegna del profilo basso, profondamente, intimamente democristiano; la disillusione nasceva dal fatto che quel governo fosse quasi una fotocopia di quello, ormai resosi odioso, di Matteo Renzi.

E fu quella una delle cause più rilevanti della disfatta del loro partito, nella successiva competizione elettorale, e l’arrivo al potere di una strana alleanza, tra due movimenti populisti assai diversi tra loro, che dopo una trattativa durata quasi tre mesi (un primato nella storia del Paese), stilarono un cosiddetto “patto di governo”, inventando una figura extracostituzionale, un “avvocato del popolo”, estraneo a qualsiasi ambiente politico-intellettuale, al quale veniva affidato il ruolo di presidente del Consiglio pro forma, mentre le funzioni di comando rimanevano saldamente nelle mani dei due leader politici, Luigi Di Maio e, soprattutto, di Matteo Salvini che trasformava il ruolo di ministro dell’Interno in ministro di Polizia, mostrando come la lotta contro il referendum costituzionale del 2016, per la forza politica da lui rappresentata, aveva un valore meramente strumentale. Le offese alla Costituzione e alla prassi istituzionale, divennero rapidamente una costante del nuovo governo, diretto da quell’inusuale trio, dove i due vicepresidenti erano in intimo contrasto, affidatari di interessi sociali e di bacini elettorali diversi, mentre il loro sedicente “capo”, politicamente inesistente, appariva un esempio preclaro di inettitudine e goffaggine. Ma i tre erano uniti soprattutto da un’arroganza fenomenale, che tentava, inutilmente, di coprire l’inesperienza e l’inadeguatezza all’esercizio dell’arte di governo. Arroganza che faceva impallidire nella memoria quella di Matteo Renzi.
Precisamente la somma tra ignoranza e arroganza, da un canto, e dall’altro l’annunciata e quotidianamente ribadita intenzione di essere il “governo del cambiamento”, suscitava una cospicua opposizione, che, sia pur probabilmente minoritaria in termini elettorali, appariva in crescita, davanti a una serie di provvedimenti che al consenso di routine dei sostenitori delle due forze politiche al governo, aveva come contraltare un dissenso forte e diffuso a livello sociale e intellettuale prima che politico.

Ed ecco appunto che dopo il craxismo, il berlusconismo, il post-berlusconismo, il renzismo e il post-renzismo, anche il grillismo in combutta con il leghismo, suscitando disgusto, facevano riecheggiare il motto: “aridatece er puzzone!”.

Ebbene tutti questi governi e questi capi politici succedutisi nel tempo, sono caratterizzati da un populismo di varia natura, con diversa caratterizzazione e diverse modalità, talora schiettamente caratterizzato a destra, talaltra, pretendendo di andare oltre la distinzione destra/sinistra (presentata, ingannevolmente, come “superata”), in nome dell’esaltazione del “popolo” non meglio definito, mitica entità nella quale si raggrumano tutte le virtù, vi si richiamava come fonte di legittimazione del potere, un potere che in fondo sarebbe aideologico. In realtà si trattava di una posizione che definiva un deciso allontanamento dai valori storici della sinistra, non a caso (vedi Renzi) sostituendo a quella locuzione politica, l’altra, di dubbia forza teorica, di “centrosinistra”. 

Quel medesimo popolo, peraltro, sembra di labile memoria, e di volatile consenso: alla caduta dei potenti, che fino al giorno prima avevano parlato in suo nome, le statue vengono profanate, gli idoli infranti, l’esaltazione dei seguaci si rovescia in denigrazione, e la vox populi si esprime in un conclamato rimpianto dei predecessori: “A ridatece er puzzone!”, insomma. Chi di popolo ferisce, di popolo perisce. Aspettando il seguito, in questa mesta fenomenologia di fine anno, della nostra “serva Italia / di dolore ostello/ non donna di provincie/ ma bordello”.

Concludo così, dunque? Nessuna speranza? Premesso che condivido le accorate parole del grande Mario Monicelli sulla speranza “trappola inventata dai padroni… una cosa infame inventata da chi comanda”, non possiamo accontentarci della ricostruzione fattuale, in tempi difficili come i presenti, e neppure della denuncia: due elementi fondamentali, ma occorre partire da essi, per lavorare in prospettiva. Il “Che fare?” si affaccia prepotente. Non si può lasciare il contrasto al populismo becero di questo governo al PD (che dopo anni di governo pare scoprire adesso, dall’opposizione, cosa sia meglio per il Paese) e a Forza Italia (su cui neppure vale la pena di spendere pensieri). E i piccoli gesti provenienti dai rimasugli della sinistra in Parlamento, sono poca cosa, anche se non disprezzabili nelle attuali circostanze. Il discorso sarà da riprendere, al più presto anche in vista degli appuntamenti elettorali, rispetto ai quali bisognerà pur dare una risposta: partecipare, come, con quali alleanze, con quali referenti sociali? 
Intanto, però, occorre, credo, innanzi tutto dar vita a una diffusa, quotidiana opposizione sociale, prima ancora che politica, su fisco, infrastrutture, pensioni, sanità, istruzione, informazione, cultura, migranti: su tutto quanto incide sulla quotidianità di quel popolo di cui costoro si presentano come rappresentanti autentici e benefattori. 
Occorre in secondo luogo smontare la narrazione tanto di chi, dal governo, in modo mendace si propone come interprete della volontà popolare, e crea nuove pesanti ingiustizie, e aumenta l’inefficienza della macchina pubblica, quanto di chi, sul fronte opposto, non ha di meglio da argomentare che la litania dell’Europa, dei mercati, dello spread.

Non accettiamo la morale dell’“Aridatece”, perché si tratta di un gioco al ribasso, e i “puzzoni” sono equivalenti, sia pure nella loro diversità. Non facciamoci fregare dalla speranza, certo, ma neppure dalla nostalgia. La sola nostalgia che ci deve essere consentita è quella del futuro.

QUESTA È LA CULTURA PER L’AMMINISTRAZIONE DI SENAGO

lascuo1L’Amministrazione Comunale di Senago spende ben 5.250 euro per finanziare un ciclo di conferenze di carattere culturale affidate ad una associazione sconosciuta ai più: “Accademia Diciannove”.

Questa risulta vicina ai gruppi di estrema destra “Lealtà Azione” e “Hammerskin”; inoltre, nel corso di un incontro, verrà fatto riferimento esplicito ad un filosofo del secolo scorso, amante della guerra e divulgatore di concetti fondanti del nazionalsocialismo.
Il progetto di “Accademia Diciannove” è privo di adeguato supporto scientifico e non prevede interventi di intellettuali di rilievo, benché ogni conferenza sia lautamente compensata anche oltre il ragionevole ed offra, in maniera poco plausibile, crediti scolastici agli studenti che saranno presenti.

La stessa Amministrazione Comunale di Senago che spende oltre 5 mila euro per “Accademia Diciannove” mostra nel contempo riluttanza a concedere il proprio supporto alle associazioni di base ed è uscita dal Coordinamento Nazionale delle Amministrazioni per la Pace, l’adesione al quale costava 500 euro annui.

Sono solo questioni di bilancio?
Come mai, ed in base a quale criterio, l’Amministrazione ha scelto proprio “Accademia Diciannove”?

Non si sa.

lascuo2Senza adeguate giustificazioni da parte del Comune, si è autorizzati a supporre che dietro a questa operazione si nasconda la volontà di propagare significati, o forse disvalori, che appartengono unicamente alle ideologie di destra, che nel secolo scorso hanno prodotto catastrofi immani.
Il Comune di Senago non è di proprietà dell’Amministrazione che lo governa e per questo appare ingiusto che questa utilizzi i fondi pubblici, cioè i soldi di tutti i cittadini, per un’operazione culturale che potrebbe manifestarsi come l’indottrinamento mascherato di teorie contrastanti con lo spirito della nostra Costituzione.
La cultura è pluralità di voci, democrazia, spirito critico, costruzione collettiva di significati. E la Repubblica Italiana è antifascista, nata dalla resistenza Partigiana.

Questi significati e questi valori sembrano essere stati dimenticati dall’Amministrazione di destra del Comune di Senago.

 

Saviano: “Ministro Salvini ecco perché la sua Lega non ha capito la ’ndrangheta”

INVITO ALLA LETTURA: oggi repubblica riporta questo bellissimo e profondo articolo di Saviano che scatta un’istantanea precisa sul ruolo della lega nel nostro paese. Da non perdere.

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Lo scrittore: “Per anni lei e il suo partito avete negato l’esistenza delle mafie al Nord credendo fosse un fenomeno da terroni. Non vi siete accorti che la vera questione mafiosa era tutta di natura economica e ben lontana dal Sud”

di ROBERTO SAVIANO

Fa bene, ministro Salvini, ad andare a San Luca e a visitare il santuario della Madonna di Polsi. Fa bene ad andare nel luogo dove risiede la spiritualità calabrese più antica, infettata da secoli dalla radice ‘ndranghetista. Fa bene ad andare nel cuore dell’Aspromonte e la prima parola che dovrà pronunciare è: “Scusatemi”. Chieda scusa, ministro, in nome di un partito che ha governato nei territori settentrionali maggiormente infiltrati dalle mafie senza mai chiudere le porte al potere criminale nel Nord … continua a leggere sul “Repubblica.it” clicca qui

 

Lombardia, che fine hanno fatto i tablet del referendum per l’autonomia?

Polemiche sul destino dei dispositivi. Forma e specifiche non sembrano adatti all’uso didattico: i primi esperimenti sul campo non sembrano lasciare ampi margini di miglioramento


tablet di Roberto Maroni, che dovevano (dovrebbero) finire alle scuole dopo il referendum sull’autonomia della Lombardia (insieme a quello tenuto in Veneto) dello scorso 22 ottobre, vivono un destino incerto. Ne sono stati acquistati ben 24.400 con un esborso per le casse regionali di 23 milioni di euro. Niente paura, aveva assicurato il governatore Maroni, li doneremo alle scuole. Qualcun altro aveva addirittura suggerito di offrirli alle forze dell’ordine. L’acquisto è “un investimento, non una spesa, perché i tablet poi rimangono in dotazione alle scuole come strumento didattico” aveva detto il governatore. Trascorsi 4 mesi dal referendum, quale futuro per questi dispositivi?

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Di cosa si tratta

Quei VIU-800 di Smartmatic non sono tablet di formato tradizionale. Sono pesanti (oltre 2 chili) e di fatto non sono portabili, è impensabile utilizzare tali dispositivi in mobilità per l’istituto, magari per delle lezioni in classe. Difficile anche affidarli da portare a casa, visto che hanno una forma particolare: sono degli “identity management device”, così li definisce la società che li produce. Avete presente quei dispositivi che utilizziamo in banca per firmare, negli uffici per prendere i biglietti o prenotare un turno oppure appunto come “voting machine”, macchine da voto con lettore d’impronta digitale e identificazione video? Ecco, quella roba lì.

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Le specifiche tecniche

Montano un processore Soc Z8350, paragonabile (l’ha spiegato Francesco Fumelli dell’Isia di Firenze a Motherboard) a uno Snapdragon 801. Una chip del 2014 con cui erano equipaggiati smartphone del livello dell’LG G3, del Motorola Moto X, del Sony Xperia Z3 o dell’One Plus One. Un ottimo processore, sì, ma appunto quattro anni fa. Che nel mondo della tecnologia sono un’eternità. Anche il touchscreen non è eccezionale, e comunque non paragonabile a quello delle più diffuse tavolette, senza contare la poca chiarezza sul sistema operativo. Per il Fatto monterebbero Ubuntu, non proprio il massimo in termini di compatibilità con licenze e software in mano agli istituti, oltre tutto programmato sulle necessità di una procedura elettorale.

 

Lo spazio per riconfigurare quei dispositivi con un “sistema operativo commerciale” ci sarebbe, è previsto dal bando di fornitura che Smartmatic si era aggiudicata tre anni fa. Ma non pare che sia stato fatto. Almeno non con i primi pezzi distribuiti. Nel frattempo, infatti, una sessantina di scuole della regione ha già ricevuto 1.500 di questi dispositivi: “Una prima distribuzione sperimentale” ha detto Maroni. Da febbraio dovrebbe andare via il grosso, intorno ai 20mila pezzi. Quattromila rimarranno invece a Palazzo Lombardia per eventuali altri usi consultivi ed elettorali.

L’operazione però al momento sta mostrando il fianco alle polemiche: “La Lega ha fatto credere ai cittadini che fossero un investimento per le scuole, peccato che pesino 2 chili, siano lente, con sistema operativo Ubuntu e touchscreen arretrato, che adesso non vuole nessuno” ha detto Pietro Bussolati, capolista PD alle elezioni regionali. Giornalisti del settore, compreso Roberto Pezzali su DDay.it, avevano spiegato fin dalla scorsa estate come questi dispositivi non avrebbero avuto vita facile nelle scuole. Non era un problema del dispositivo, ideale per l’uso per il quale è stato acquistato, ma della sua rigidità hardware e software: “Quella della riconversione è infatti la parte che ha sollevato più richieste di chiarimenti prima dell’approvazione delle regole della gara: quali sono le caratteristiche che saranno operative sui dispositivi che verranno consegnati alla Regione dopo le elezioni? Ci saranno WiFi, Bluetooth e un collegamento per cuffiette e microfono come su un normale tablet commerciale?” si chiedeva il giornalista diversi mesi fa.

Sempre su DDay.it si spiegava mesi come fosse “probabile che molte funzionalità non ci saranno: queste tipologie di apparecchi sono pensati per essere blindati e sicuri contro eventuali accessi esterni, e non a caso la scheda di rete è un modulo particolare che viene disattivato durante le operazioni di voto. Le 24mila voting machine resteranno in comodato alle scuole sedi di seggio come ha annunciato Roberto Maroni, ma è davvero difficile che una scuola le possa trasformare in strumenti utili dal punto di vista didattico”.

Paradossalmente, sarebbe stato – e ancora forse dalla Regione sarebbero ancora in tempo per farlo – più sensato tenerle a disposizione per almeno una o due tornate elettorali regionali future, compito che avrebbero svolto egregiamente, invece di rivenderle ancora prima del referendum come strumenti per i bambini e i ragazzi.

Federalismo e fisco. La sconfitta della politica economica

di Roberto Romano (dal sito sbilanciamoci.info)

referendum_autonomia_no_grazieI referendum di Lombardia e Veneto richiamano alcune riflessioni di politica economica e fiscale, e su come la politica ha risposto ai problemi che la società e i cittadini affrontano. Il prelievo fiscale è diventato il principale imputato della crisi economica e tutti i governi, di qualsiasi colore e livello, veicolano l’idea che la riduzione delle tasse o il trattenimento delle stesse nel proprio territorio permetterebbero una maggiore crescita. Una impostazione reaganiana che, purtroppo, ha fatto breccia nei cuori e nelle coscienze delle persone. Dopo la crisi del 2007 e la necessità di guidare i processi economici a livelli sovranazionali coerenti, sarebbe stata lecita una discussione politica più attenta alla politica economica, ma la storia iniziata con Reagan e Thatcher continua e precipita a livelli che interrogano coloro i quali vorrebbero contrastare certe derive. Sebbene sia noto che il fisco intervenga dopo che è stato maturato un reddito, l’alto prelievo fiscale è diventato il mantra di ogni politico. C’è un punto culturale o meglio ancora di egemonia culturale che dobbiamo assolutamente riprendere.

Dobbiamo ricordare che le risorse mobilitate dal sistema fiscale per sostenere la spesa pubblica è direttamente proporzionale alla complessità dei sistemi economici. Tanto più un’economia è sviluppata, tanto più il peso del prelievo fiscale diventa importante. Infatti, i servizi necessari al funzionamento delle economie moderne sono direttamente proporzionali al livello di sviluppo raggiunti dai singoli paesi. Non sorprende, quindi, che i livelli di tassazione siano più alti nei paesi a capitalismo maturo rispetto a paesi più arretrati. Inoltre, la struttura e la complessità economica esigono un sistema pubblico di regolazione e governo dell’economia coerente. In altri termini, lo sviluppo delle conoscenze tecniche e scientifiche, la distribuzione del reddito ante imposte degli attori sociali, la modificazione degli assetti produttivi, sono la cornice dell’impostazione dei sistemi fiscali, e devono essere coerenti rispetto agli obbiettivi che la politica e la società nel suo insieme prefigurano. Vale il monito della rivoluzione francese (Robespierre): il pagamento dell’imposta non è un dovere ma un diritto, perché nel pagamento dell’imposta sta per le classi più povere la tutela della libertà e l’indipendenza della politica. Sostanzialmente il sistema dei tributi è l’esito delle aspettative della società e, quindi, della struttura produttiva. Infatti, l’imposta è un prelievo operato in virtù del potere sovrano per il conseguimento del bene comune. Quindi il livello del prelievo fiscale non è basso o alto, piuttosto è coerente con gli obbiettivi della collettività. Sul punto De Mita (2015) è molto esplicito: si fa demagogia sia quando si dice di non voler mettere le mani nelle tasche degli italiani, sia quando si lusinga la gente con scelte minute (dagli 80 euro in busta paga all’esenzione della prima casa), così come si fa demagogia quando si sostiene che le tasse devono rimanere a casa propria.

Sebbene il fisco sia una leva di tutto rispetto per tassare il reddito in misura differenziata sia rispetto al presupposto e sia rispetto alla capacità contributiva, l’efficacia in termini di indirizzo economico è più contenuta della spesa (incentivi) pubblici. I tributi si sono sempre adattati ai modi di produzione e agli assetti patrimoniali emergenti dall’evoluzione economica della società. Con l’avvento dell’era industriale e, quindi, con il formarsi di una ampia classe di lavoratori dipendenti e con la diffusione delle attività di impresa, le imposte sui redditi da lavoro e da capitale hanno affiancato e superato per importanza le imposte sulla rendita fondiaria.

Teoricamente il federalismo fiscale è un processo dal basso verso l’alto e non viceversa, ma la storia economica sembra aver preso un sentiero opposto. Quello che sorprende e amareggia è come il fisco sia diventato il tema che unisce un po’ tutti: si cresce se diminuiscono le tasse. Se guardiamo alla politica economica di Lombardia e Veneto posso anche comprendere la fuga da questo oggetto, ma alcune crisi creditizie e di struttura di Veneto e Lombardia suggerirebbero delle politiche diverse da quelle veicolate dai referendum.

La forma, la sostanza, il linguaggio e l’intimidazione

Sinistra Senago non è l’avvocato difensore di nessuno !! Tanto meno vuole cimentarsi nel ruolo di avvocato difensore del Partito Democratico e dell’amministrazione uscente, che ha governato Senago fino allo scorso mese di giugno. Tuttavia Sinistra Senago, invitata dal Partito Democratico, organizzatore del presidio che si è svolto in Piazza Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa sabato 7 ottobre ha partecipato. Rivendichiamo la partecipazione ad iniziative che tutelino la legalità sul nostro territorio e pensiamo che su questo tema, tutti i cittadini, di qualunque collocazione politica dovrebbero essere sensibilizzati.

Appare piuttosto sorprendente l’insieme delle assenze a tale manifestazione, a partire dai partiti che sostengono l’amministrazione e che dovrebbero essere i primi a reagire con forza ai tentativi di infiltrazione, comunicando alla cittadinanza la presenza dei pericoli e la volontà di difendere Senago da infiltrazioni delle mafie.

Non solo abbiamo partecipato convintamente ad un presidio per la legalità, ma abbiamo insistito e tuttora insistiamo per chiedere chiarezza e trasparenza rispetto ad una vicenda, quella delle indagini sulle infiltrazioni della criminalità organizzata sul nostro territorio, che ha visto coinvolte diverse amministrazioni di comuni limitrofi del Nord Milano. L’inchiesta, che parte da lontano, è culminata con l’arresto di diversi cittadini riconosciuti come i rappresentanti sul territorio locale della ‘Ndrangheta. Questo ci dicono i capi di imputazione della Magistratura.

La nostra partecipazione era volta a far emergere quella che è la nostra proposta per una via d’uscita rispetto a questa impasse. La via d’uscita per noi contempla le dimissioni dell’intero consiglio comunale. Ci permettiamo di scrivere, perché tra i primi ed in modo risoluto ed argomentato, abbiamo chiesto le dimissioni dei consiglieri comunali sia di maggioranza che dell’opposizione, perché crediamo che il solo fatto che si possa insinuare il dubbio che infiltrazioni della criminalità organizzata abbiano condizionato le recenti elezioni amministrative, sia meritevole di un passo indietro e di una richiesta di chiarezza da parte di tutti.

Fummo tragicamente soli e derisi, quando Francesco Bilà, candidato sindaco di Sinistra Senago, lanciò l’allarme sul ruolo delle mafie a Senago, anche a Senago, durante il dibattito pubblico tra i candidati sindaci.

Oggi non ci piacciono le parole con cui la maggioranza che amministra Senago (Vivere Senago, Lega Nord, Senago nel Cuore, Fratelli d’Italia e Forza Italia) ha commentato la vicenda del presidio. Traspare in queste dichiarazioni e dai comunicati un concetto proprietario della democrazia. Intimare il silenzio solo in virtù di un risultato elettorale all’insegna del “chi vince comanda e gli altri stiano zitti” appare davvero una modalità sprezzante ed irrispettosa di quelli che sono i meccanismi che reggono la democrazia. Si badi bene usiamo il termine comandare rispetto ad amministrare e governare, che dovrebbero essere più consoni in queste occasioni. La maggioranza decisa dagli elettori governa e le opposizioni con attenzione operano un ruolo di controllo e non possono e non devono tacere.

A ruoli invertiti ci ricordiamo che l’attuale maggioranza, quando era minoranza anche all’interno del consiglio comunale, e fu, per usare lo stesso linguaggio,  “mandata a casa” nelle elezioni 2012, esercitava il diritto di critica con tutte le sue prerogative. Perché mai avrebbe dovuto essere sottaciuta una loro azione ?? Infatti questo non avvenne.

Perché oggi si dovrebbe invece tacere ??

Un simile linguaggio non può che riportarci al 2009​ qua​ndo un gruppo di giovani padani ed i loro alleati facevano caroselli su un camion con cori da stadio intonando: “Siamo noi, siamo noi, i padroni di Senago siamo noi !!”

Ora è lecito che ognuno manifesti la propria gioia ed il proprio giubilo per una vittoria elettorale, anche storica come fu quella del 2009. Le modalità con cui si opera danno sostanzialmente una plastica rappresentazione della sensibilità democratica di cui si dispone. Ed il linguaggio delle dichiarazioni odierne ricalca ancora il vecchio refrain.

Ricordiamo ancora i tempi in cui con interrogazioni e comunicazioni al limite del ridicolo i Consigli Comunali venivano protratti fino ad orari impossibili, alle 4 ed anche alle 5 del mattino. Oggi riscontriamo che chi esprime un’opinione dissonante e pretende chiarezza su episodi che riguardano la potenziale contaminazione con la malavita organizzata del tessuto democratico senaghese, viene invitato a tacere.

Questo “invito” arriva da chi ha votato a favore della privatizzaione del cimitero ed ora ne invia i faldoni all’ANAC e ad altre autorità competenti, forse non essendo capace di verificare se vi siano state o meno delle anomalie perseguibili e deniunciabili.

Come se il sacro lavacro delle urne concedesse il diritto alla parola solo al vincitore, il comando da una parte e l’oblio dall’altra. Non certo una modalità tranquillizzante per allontanare le ombre che la vicenda di questi giorni ha fatto calare su Senago.

Potremmo parlare, parafrasando la definizione fornita da esponenti della Lega nel territorio, a riguardo delle violente scorribande compiute a Cantù dalle ‘ndrine del nostro territorio, che la maggioranza a Senago con questo linguaggio e questi comunicati si esprime con un’impostazione da vero e proprio “bullismo”.