Aggressioni fasciste ed il pensiero di Luciano Canfora

In una recente intervista lo storico e classicista Luciano Canfora ha mostrato grande preoccupazione e si è detto particolarmente allarmato dalla situazione del paese

(da https://it.blastingnews.com)

Il successo di Lega e Movimento Cinque Stelle ha cambiato il modo di vedere la Politica italiana. In molti hanno raccontato il successo dei due partiti come la definitiva consacrazione dei populismi, ma c’è chi non usa giri di parole per manifestare il proprio dissenso relativamente a quelle che sono le politiche messe in atto dalle due forze che attualmente guidano il governo. Tra loro c’è, ad esempio, lo storico Luciano Canfora che, da ospite della trasmissione Circo Massimo in onda su Radio Capital, ha avuto modo di usare parole piuttosto dure per commentare l’ascesa delle due forze politiche al timone del governo italiano.

Canfora preoccupato dal momento dell’Italia

E’ un’analisi quasi sociologica quella che Canfora prova a fare sottolineando come, all’indomani di un’aggressione fascista (così è stata definita) a dei giornalisti de ”L’Espresso” di cui molto si è parlato, la società italiana abbia “anticorpi in declino” rispetto alla possibilità che episodi di quel genere non tornino a ripetersi.

“La diseducazione di massa – ha detto Canfora – realizzata attraverso strumenti innumerevoli, di cui la comunicazione è un elemento fondamentale, ha cercato di squalificare capillarmente e metodicamente il concetto di antifascismo. E’ stato vilipeso, archiviato e messo tra parentesi”. “Questo – prosegue – risale a tempi non vicinissimi. A sdoganare il Movimento Sociale ci pensò persino Craxi quando gli venne l’idea di aprire verso quella parte”. Canfora, inoltre, ha sottolineato come al giorno d’oggi il Papa parli e lo faccia invano in un paese cattolico. “I giornali – evidenzia – lo mettono in un angolino. Io non sono mai pessimista, l’oscillazione dell’opinione pubblica è cosa notoria, ma il pericolo è grande”.

Canfora parla della situazione politica

“Non esalterei – commenta – troppo il successo salviniano, sta divorando la destra e la parola d’ordine prima degli italiani era della Meloni.

Simile a quell’area lì e i numeri non devono essere sopravvalutati“.

“Dall’altra parte -attacca – c’è una banda di incompetenti. La devozione alle cariche finalmente conquistate da parte di una dirigenza incolta, impreparata e demagogica è l’ideale aiutante di un uomo che ha le idee chiare e ha trasformato un partito localistico come la Lega in un partito palesemente fascistoide, cioè ipernazionalista”.

“La situazione – conclude Canfora- nella quale ci troviamo non potrà che esplodere e trasformare le posizioni politiche esistenti in qualcos’altro. I Cinque Stelle non potranno che esplodere per le contraddizioni che si stanno vedendo”

Da “Circo Massimo – Radio Capital”

LUCIANO CANFORA

LUCIANO CANFORA

Un altro assalto fascita. Federico Marconi e Paolo Marchetti, due cronisti dell’Espresso, sono stati aggrediti ieri da un gruppo di Avanguardia Nazionale, riunito al cimitero del Verano dopo la commemorazione per Acca Laurentia. “Stavano documentando senza disturbare, senza provocare, sono stati aggrediti, picchiati e minacciati solo perché facevano questo lavoro”, racconta a Circo Massimo, su Radio Capital, il direttore de L’Espresso Marco Damilano, “Hanno raccolto i loro dati personali e gli hanno detto ‘sappiamo dove abitate’.

matteo salvini luigi di maio

MATTEO SALVINI LUIGI DI MAIO

La Digos e le forze dell’ordine sono intervenute in un secondo momento. Il capo di questo gruppo, Giuliano Castellino, noto per atti di violenza, indagato per truffa e sorvegliato speciale, non può uscire la sera ma ha partecipato indisturbato a una manfiestazione politica di carattere fascista, che non dovrebbe svolgersi per molto motivi, a partire dal fatto che la Costituzione lo proibisce”. Dopo l’aggressione, il ministro dell’interno Salvini ha genericamente dichiarato “Per chi mena le mani c’è la galera”: “Mi ha ricordato quando c’erano delitti di mafia e c’era una sottovalutazione, si diceva che era un atto di violenza, di delinquenza”, dice Damilano, “No, quella non era una rissa per strada ma un’azione politica di un gruppo che si richiama al fascismo contro due giornalisti. Dalle parole di Salvini traspare la sottovalutazione, la banalizzazione, la minimizzazione. È molto grave che non trovi una parola una per condannare un atto di squadrismo fascista contro i giornalisti”.

SALVINI CON IL PUPAZZO DI DI MAIO

SALVINI CON IL PUPAZZO DI DI MAIO

Il direttore poi ammette: “La rassegna stampa di oggi ci lascia un po’ sgomenti. Il Manifesto è l’unico quotidiano, insieme a Repubblica, che ha messo l’aggressione in prima pagina. La banalizzazione fatta da Salvini è condivisa da un pezzo della nostra categoria, e sicuramente ha delle radici nel suo elettorato. Il problema”, continua, “non è solo Salvini, ma quell’Italia a cui Salvini dà voce. I sondaggi per ora premiano lo premiano. Vedo un’assenza da chi vuole rappresentare un’altra Italia. Non c’è l’opposizione”

salvini e di maio murales by tvboy

SALVINI E DI MAIO MURALES BY TVBOY

Sull’argomento, nella trasmissione condotta da Massimo Giannini e Jean Paul Bellotto, interviene anche lo storico Luciano Canfora: “Mi viene in mente un paragone illuminante: quando la banda Dumini fece fuori Matteotti, formalmente si imbastì una specie di processo a Dumini che poi ovviamente ne uscì assolto. Come Salvini dice ‘chi mena le mani va punito’, allora il regime, in quel momento non ancora consolidato, mostrava di voler perseguire un assassinio che era un pilastro dell’azione repressiva che Mussolini medesimo aveva innescato”.

DI MAIO SALVINI

DI MAIO SALVINI

La strada imboccata da Salvini, secondo Canfora, è “non solo pericolosa ma ha antecedenti anche lessicali. La formula ‘prima gli italiani’ è l’architrave del manifesto della razza. Tutto questo va ricordato. Il 1938 non è tanto lontano. Non sono il primo a parlare di pulsioni fascistiche che sono sempre latenti ma che si sono sprigionate. A un certo momento, arriva un governo in cui il ministero dell’interno è nelle mani di un uomo che pensa prima gli italiani, che ritiene Casapound sia un ottimo interlocutore del suo parco elettorale. È un personaggio al quale il neofascismo non fa schifo”.

LUCIANO CANFORALUCIANO CANFORA

E gli anticorpi? Secondo Canfora “sono in declino”. La causa è la “diseducazione di massa”, che “ha cercato di squalificare capillarmente, costantemente e metodicamente il concetto di antifascismo, che è stato vilipeso, archiviato. E in tempi non vicinissimi. Persino Craxi sdoganò l’MSI. Ma oggi vediamo fenomeni macroscopici. Ad esempio, il Papa parla invano. E in un paese cattolico, o sedicente tale, è paradossale che quest’uomo parli e questo bilancione dal Viminale risponde qui comando io.

papa francesco

PAPA FRANCESCO

I giornali mettono il pensiero del Papa in un angolino. È sintomatico. Siamo arrivati a un punto di non ritorno. Io non sono pessimista e l’oscillazione dell’opinione pubblica è cosa notoria, ma il pericolo è grande”. Intanto, dal M5S non sono ancora arrivate reazioni: “È una banda di incompetenti”, taglia corto Canfora, “C’è una dirigenza confusa, incolta, impreparata, demagogica, ideale aiutante di un uomo che ha le idee chiare e che in poco tempo ha trasformato un movimento localistico come la Lega in un partito fascistoide e sovranista. È una situazione che non potrà che esplodere e trasformare le formazioni poltiiche esistenti in qualcos’altro. Questi 5 stelle sono una bolla che non può che esplodere per le contraddizioni che già si vedono”.

 

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Aridatece er puzzone? Riflessioni politiche di fine anno

di Angelo d’Orsi (tratto da MicroMega)

Nella Roma appena liberata dalla presenza nazifascista (siamo nel giugno del 1944), superati i primi salutari entusiasmi, davanti a fenomeni di opportunismo, e a manifestazioni di incongruenza tra le forze politiche dell’arco ciellenistico, qualcuno lanciò, a mo’ di battuta, la frase “Aridatece er puzzone!”. Era un’esclamazione paradossale, una scherzosa provocazione, ma divenne presto quasi un motto che esprimeva lo scontento nei riguardi di una liberazione che liberava poco, e dava voce alla delusione popolare, che si traduceva in una sorta di rimpianto di chi era stato appena defenestrato: “er puzzone”, cioè il duce, alias Benito Mussolini. Era uno sberleffo, uno schiaffo alla riconquistata democrazia, uno sfogo sgangherato, con una punta di qualunquismo, se vogliamo, ma genuino e ingenuo, che, tuttavia, nella sua forma provocatoria, era una richiesta di ascolto che dal popolo giungeva al ceto politico.

Sul finire dell’anno di grazia 2018, la frase è tornata più volte alla mente del (vecchio) osservatore del tempo presente. E come in un eterno apologo, la tentazione affiora, e spinge a esercitare la rischiosa arte dell’analogia storica. Stabilire una periodizzazione condivisibile, non è facile, ma ci si può provare, risalendo agli anni Ottanta del secolo XX, quando in Italia regnava come un dio sull’universo, il “Caf”, all’interno di un quadro sovranazionale dominato da Ronald Reagan e da Margareth Thatcher.

Fu un decennio terribile che vide un arretramento complessivo dello Stato sociale, una perdita grave sul piano dei diritti e delle condizioni di vita dei ceti subalterni, con una Italia preda di una corruzione generalizzata, e i partiti politici divenuti simbolo oltre che strumento di quella sistematica occupazione dei gangli dello Stato e della società, che un inascoltato Enrico Berlinguer denunciò non troppo tempo prima di morire, prematuramente, inaspettatamente.

La nascita della Lega Nord-Padania, e l’ascesa repentina di Silvio Berlusconi, tra il 1989 e il 1994, con il suo “partito di plastica” (come fu chiamato da qualche politologo), succursale politica di Mediaset, in una incredibile, travolgente avanzata di una destra feroce, quanto incompetente, non tardò a suscitare forme di rimpianto dell’era precedente, in cui, in fondo, erano al potere democristiani e socialisti, ossia figure note della scena politica, da cui sapevi cosa aspettarti: corruzione, clientelismo, come corrispettivo di un assistenzialismo, in cui il cattolicesimo la faceva da padrone.

Insomma, davanti alla volgarità berlusconiana, e alla commistione fra interessi privati e interessi pubblici, con il rapido sopravanzare dei primi sui secondi, alla trasformazione delle sedi istituzionali in bordelli eleganti, la nostalgia dilagò. Il beffardo “non moriremo democristiani” si rovesciò in un “era meglio morire democristiani”. Perciò, quando, nel novembre del 2011, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, liquidò “il cavaliere”, quel semi-golpe venne approvato a furor di popolo. Un’autentica euforia accompagnò quelle giornate convulse: pareva la liberazione dell’Italia dai tedeschi, appunto.

A sostituire Berlusconi fu chiamato, con procedura a dir poco bislacca, un “bocconiano”, l’algido professor Mario Montiipso facto insignito di laticlavio senatoriale, il quale, con stile ragionieristico si pose a rivedere i conti finanziari della malconcia Italia, in una collaborazione coordinata e continuativa con i famosi “gnomi” di Francoforte e i “burocrati” di Bruxelles, la luna di miele fu presto dimenticata, e il nuovo premier Monti e larga parte della sua “squadra di governo” (in particolare la sua sodale Fornero, che usò l’accetta per “rivedere” il sistema pensionistico, attirandosi gli odi della quasi totalità del popolo italiano), furono più odiati di quanto non fosse Berlusconi e la sua corte. In sostanza, una volta rivelatasi la natura ferocemente antipopolare del “governo tecnico”, mandatario dei poteri forti dell’UE, si cominciò a mormorare che “si stava meglio quando si stava peggio…”, e che in fondo “almeno Berlusconi era simpatico… raccontava le barzellette”; e non pochi si spinsero a commentare che regalava al “popolino” il sogno di essere come lui, con l’ostentazione cafonesca della sua ricchezza e della sua depravazione… E, dulcis in fundo, “il Berlusca” forniva uno straordinario, ricchissimo materiale a vignettisti, scrittori e attori satirici, e allo ius murmurandi popolare, con le sue infinite gaffe e le sue donnine procaci quanto disponibili…, naturalmente purché si fosse in grado di staccare assegni a quattro zeri, e procurare come minimo una parte in commedia, ossia una “particina” in una serie tv o una conduzione di un talk show. Tutto ciò che fino al momento della defenestrazione era apparso sordido, d’improvviso fu visto in fondo come ludico e gioioso, davanti alla ferrea volontà di “tagli”, che veniva giudicata come una scientifica pratica di “macelleria sociale”.

Dopo elezioni che in realtà bloccarono il Paese, producendo governi di compromesso, l’ectoplasmatico Enrico Letta sembrò annunciare una condizione depressiva di massa, in un ministero senza sostanza e senza mordente: l’arrivo al governo del “traditore” Matteo Renzi, pur suscitando qualche borbottio dei soliti “moralisti” e le critiche dei “parrucconi” e dei “professoroni” che “gufano per mestiere”, in fondo fu accolto con attenzione. Era il populismo giovanilistico al potere, e buona parte dell’Italia si sentì quasi rianimata, persino a prescindere dalle preferenze politiche.

Dopo il micidiale uno-due Monti-Letta, insomma, un’ondata di ottimismo giovanilistico, di neofuturismo in politica. Era, mutatis mutandis, in qualche modo, un ritorno al berlusconismo, tanto che si creò subito il neologismo “Renzusconi”. Nel corso dei mesi, all’iniziale simpatia (di una parte soltanto, della popolazione in età di voto, tradottasi in consenso elettorale, alle Europee) per quel giovanissimo capo di governo, smart e speedy, efficace comunicatore, un vero piazzista commerciale, seguì abbastanza presto il disincanto, davanti a promesse non mantenute, e alla presuntuosa arroganza di quel ragazzotto di provincia; giunse quindi il distacco, come una serie di appuntamenti elettorali mostrarono impietosamente. E il ritornello del “puzzone” si riaffacciò sulle bocche di italiani e italiane. Renzi, in fondo, fu visto come un piccolo Berlusconi, un “berluschino”: una modesta imitazione dell’originale. Tanto valeva tenersi l’originale, che, complice il trascorrere degli anni e una esistenza condotta non proprio da monaco cenobita, appariva inoffensivo e alla fin dei conti, quasi simpatico…

Perciò, la rovinosa caduta di Renzi con il referendum del 4 dicembre 2016, suscitò una subitanea ondata di gioia contagiosa nelle piazze e nelle case: anche chi non aveva vissuto il 25 aprile del ’45 e il 2 giugno del ’46, sentì vibrare le corde di un ritrovato e rinnovato patriottismo, che era il patriottismo della Costituzione. Seguì la profonda disillusione con il successivo governo Gentiloni: altro stile, senz’altro, felpato, all’insegna del profilo basso, profondamente, intimamente democristiano; la disillusione nasceva dal fatto che quel governo fosse quasi una fotocopia di quello, ormai resosi odioso, di Matteo Renzi.

E fu quella una delle cause più rilevanti della disfatta del loro partito, nella successiva competizione elettorale, e l’arrivo al potere di una strana alleanza, tra due movimenti populisti assai diversi tra loro, che dopo una trattativa durata quasi tre mesi (un primato nella storia del Paese), stilarono un cosiddetto “patto di governo”, inventando una figura extracostituzionale, un “avvocato del popolo”, estraneo a qualsiasi ambiente politico-intellettuale, al quale veniva affidato il ruolo di presidente del Consiglio pro forma, mentre le funzioni di comando rimanevano saldamente nelle mani dei due leader politici, Luigi Di Maio e, soprattutto, di Matteo Salvini che trasformava il ruolo di ministro dell’Interno in ministro di Polizia, mostrando come la lotta contro il referendum costituzionale del 2016, per la forza politica da lui rappresentata, aveva un valore meramente strumentale. Le offese alla Costituzione e alla prassi istituzionale, divennero rapidamente una costante del nuovo governo, diretto da quell’inusuale trio, dove i due vicepresidenti erano in intimo contrasto, affidatari di interessi sociali e di bacini elettorali diversi, mentre il loro sedicente “capo”, politicamente inesistente, appariva un esempio preclaro di inettitudine e goffaggine. Ma i tre erano uniti soprattutto da un’arroganza fenomenale, che tentava, inutilmente, di coprire l’inesperienza e l’inadeguatezza all’esercizio dell’arte di governo. Arroganza che faceva impallidire nella memoria quella di Matteo Renzi.
Precisamente la somma tra ignoranza e arroganza, da un canto, e dall’altro l’annunciata e quotidianamente ribadita intenzione di essere il “governo del cambiamento”, suscitava una cospicua opposizione, che, sia pur probabilmente minoritaria in termini elettorali, appariva in crescita, davanti a una serie di provvedimenti che al consenso di routine dei sostenitori delle due forze politiche al governo, aveva come contraltare un dissenso forte e diffuso a livello sociale e intellettuale prima che politico.

Ed ecco appunto che dopo il craxismo, il berlusconismo, il post-berlusconismo, il renzismo e il post-renzismo, anche il grillismo in combutta con il leghismo, suscitando disgusto, facevano riecheggiare il motto: “aridatece er puzzone!”.

Ebbene tutti questi governi e questi capi politici succedutisi nel tempo, sono caratterizzati da un populismo di varia natura, con diversa caratterizzazione e diverse modalità, talora schiettamente caratterizzato a destra, talaltra, pretendendo di andare oltre la distinzione destra/sinistra (presentata, ingannevolmente, come “superata”), in nome dell’esaltazione del “popolo” non meglio definito, mitica entità nella quale si raggrumano tutte le virtù, vi si richiamava come fonte di legittimazione del potere, un potere che in fondo sarebbe aideologico. In realtà si trattava di una posizione che definiva un deciso allontanamento dai valori storici della sinistra, non a caso (vedi Renzi) sostituendo a quella locuzione politica, l’altra, di dubbia forza teorica, di “centrosinistra”. 

Quel medesimo popolo, peraltro, sembra di labile memoria, e di volatile consenso: alla caduta dei potenti, che fino al giorno prima avevano parlato in suo nome, le statue vengono profanate, gli idoli infranti, l’esaltazione dei seguaci si rovescia in denigrazione, e la vox populi si esprime in un conclamato rimpianto dei predecessori: “A ridatece er puzzone!”, insomma. Chi di popolo ferisce, di popolo perisce. Aspettando il seguito, in questa mesta fenomenologia di fine anno, della nostra “serva Italia / di dolore ostello/ non donna di provincie/ ma bordello”.

Concludo così, dunque? Nessuna speranza? Premesso che condivido le accorate parole del grande Mario Monicelli sulla speranza “trappola inventata dai padroni… una cosa infame inventata da chi comanda”, non possiamo accontentarci della ricostruzione fattuale, in tempi difficili come i presenti, e neppure della denuncia: due elementi fondamentali, ma occorre partire da essi, per lavorare in prospettiva. Il “Che fare?” si affaccia prepotente. Non si può lasciare il contrasto al populismo becero di questo governo al PD (che dopo anni di governo pare scoprire adesso, dall’opposizione, cosa sia meglio per il Paese) e a Forza Italia (su cui neppure vale la pena di spendere pensieri). E i piccoli gesti provenienti dai rimasugli della sinistra in Parlamento, sono poca cosa, anche se non disprezzabili nelle attuali circostanze. Il discorso sarà da riprendere, al più presto anche in vista degli appuntamenti elettorali, rispetto ai quali bisognerà pur dare una risposta: partecipare, come, con quali alleanze, con quali referenti sociali? 
Intanto, però, occorre, credo, innanzi tutto dar vita a una diffusa, quotidiana opposizione sociale, prima ancora che politica, su fisco, infrastrutture, pensioni, sanità, istruzione, informazione, cultura, migranti: su tutto quanto incide sulla quotidianità di quel popolo di cui costoro si presentano come rappresentanti autentici e benefattori. 
Occorre in secondo luogo smontare la narrazione tanto di chi, dal governo, in modo mendace si propone come interprete della volontà popolare, e crea nuove pesanti ingiustizie, e aumenta l’inefficienza della macchina pubblica, quanto di chi, sul fronte opposto, non ha di meglio da argomentare che la litania dell’Europa, dei mercati, dello spread.

Non accettiamo la morale dell’“Aridatece”, perché si tratta di un gioco al ribasso, e i “puzzoni” sono equivalenti, sia pure nella loro diversità. Non facciamoci fregare dalla speranza, certo, ma neppure dalla nostalgia. La sola nostalgia che ci deve essere consentita è quella del futuro.

Milano, sequestrati a Mantovani villa e appartamento per 1,3 milioni

Sigilli alla settecentesca Villa Clerici a Cuggiono. Le onlus del gruppo Sodalitas pagavano gli affitti con fondi pubblici al politico e alla moglie, senza però usare i locali. L’ex vicepresidente della Regione è indagato per peculato assieme ad altre 9 persone

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Nella foto di repertorio (elezioni amministrative del 2009) Mario Mantovani dà pieno sostegno alla campagna elettorale di Forza Italia a Senago e si fa ritrarre con Gabriele Vitalone, ex assessore della giunta Beretta di Senago da cui è stato recentemente esautorato per le note questione di ‘ndrangheta che hanno coinvolto il territorio del comune dell’interland milanese. Esponente di punta di Forza Italia, Mantovani è stato vicepresidente di Regione Lombardia ed ha sostenuto con veemenza diverse campagne elettorali amministrative locali.

Il Nucleo di polizia tributaria della Gdf di Milano ha eseguito martedì un sequestro di beni per oltre 1,3 milioni di euro all’ex vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani – già arrestato nell’ottobre del 2015 per corruzione, concussione e turbativa d’asta – indagato, assieme ad altre 9 persone, per peculato in un nuovo filone di inchiesta coordinato dal pm Giovanni Polizzi. Il sequestro, disposto dal gip Teresa De Pascale, è legato alla sua Fondazione e a onlus del gruppo Sodalitas, a lui riconducibili.
Contratti d’affitto fittizi

Le onlus del gruppo Sodalitas e della Fondazione Mantovani, che gestiscono case di riposo e che beneficiano di finanziamenti regionali, avrebbero pagato affitti con contratti fittizi per due immobili riconducibili a Mario Mantovani e alla moglie – una villa a Cuggiono e un appartamento a Milano – per un totale di 1,3 milioni dal 2008 fino al marzo scorso. È l’ipotesi del pm Polizzi che ha portato al sequestro della somma equivalente ai canoni versati dalle associazioni senza scopo di lucro, riconducibili anch’esse, secondo le indagini, al consigliere lombardo di Forza Italia, che risponde anche di fatture false per operazioni inesistenti.

continua a leggere l’articolo sul sito del “Corriere della Sera” – clicca qui –

Comuni in comune?

Limbiate, Senago.

In comune, tra i Comuni, un funzionario ed un vicesindaco col doppio ruolo di assessore.

Quale la faccia migliore? A voi giudicare.

Leggi qui

Tempo di IMU e la casta dei dirigenti comunali si premia

Articolo, dal titolo originale,  tratto dal sito “La Sinistra di Limbiate”.

§

Con determinazione Staff segretario generale del 13.06.2012, n. S06/34 che trovate in seguito al post, ai quattro dirigenti comunali si erogherà un premio incentivante (oltre allo stipendio n.d.r.) di 54 mila euro così ripartiti:

Curcio Micaela            17.340

Fiori Giuseppe            16.868

Cogliati Giuseppe       11.802

Ficarra Pietro                 8.973

Gli stessi nel 2011 avevano percepito complessivamente 19.000 euro.

E precisamente:

Curcio Micaela            5.430

Fiori Giuseppe            5.394

Cogliati Giuseppe       5.394

Ficarra Pietro               2.769

Il Comune perciò erogherà ai quattro dirigenti oltre 30 mila euro in più rispetto all’anno precedente.

Curcio e Fiori i super premiati poiché si vedranno più che triplicata la somma percepita lo scorso anno.

Gli altri 160 dipendenti dovranno accontentarsi di un fondo 125.000 euro per cui percepiranno mediamente 600/700 euro.

I dirigenti percepiranno perciò da 10 a 20 volte di più di tutti gli altri dipendenti.

Per parafrasare un celebre scrittore, si può dire che siamo tutti uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri, anzi molto più uguali.

Ci sarà qualche consigliere di maggioranza che alzerà la mano insieme a noi, per dire che non ci sta e per dire che, al di la di tutto, questo non è certamente il momento per fare cose di questo genere?

Ma non c’è proprio nessuno che va in mezzo ai cittadini che fanno la fila per pagare l’IMU a raccontare di questa grande liberalità dell’amministrazione comunale? Nessuno è curioso di sentire le loro reazioni?

Perché non si raccontano queste cose ai genitori dei ragazzi disabili del centro diurno che si vedono raddoppiate le tariffe della mensa per strappare loro qualche migliaio di euro?

Determinazione S0635 del 13062012

Determinazione S0635 del 13062012 II