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Je suis charlatan


Giustamente, non si è ancora placata la vasta eco per gli atroci attentati parigini alla sede del periodico satirico Charlie Hebdo. Così come non si è  ancora arrestata la catena di solidarietà e di affinità nei confronti del giornale e dei suoi redattori massacrati nel vile attentato operato in nome di un Islam, che non è certo quello contenuto nel Corano e diffuso tra i musulmani, che sono per la stragrande maggioranza pacifici e vivono con grande armonia e serenità nei paesi europei ed occidentali.

Dodici i morti, tra i quali il direttore Stephene Charbonnier, detto Charb, e diversi collaboratori storici del periodico (Cabu, Tignous, Georges Wolinki, Honoré), due poliziotti e numerosi feriti.

C’è però nell’aria una sorta di enorme ed incontenibile ipocrisia che anche oggi domina con il suo lezzo inarrestabile l’intera vicenda e che assume contorni degni di una piece teatrale dell’assurdo. Nella solidarietà un po’ artificiosa e strumentale che alcuni giornalisti, rappresentanti politici, opinionisti e notisti politici hanno espresso non si può non evidenziare una grossolana incoerenza.

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 E’ verosimile credere che molti, soprattutto tra i giornalisti che hanno espresso il loro pieno sostegno alla satira ed alle libertà di espressione contro tutto e tutti, contro il sacro ed il profano, siano in realtà dei loschi mentitori, che esprimono una finta e pelosa solidarietà mentre razzolano nel più losco dei modi per poter evitare di concedere quella libertà di stampa e di satira che altrove è sacra, ma mai in casa propria.

E’ inoltre verosimile immaginare che i vignettisti ed i giornalisti di Charlie Hebdo, sostanzialmente di una sinistra che in Italia non ha quasi più cittadinanza, su posizioni comuniste, anarchiche e fortemente libertarie, non avrebbero certamente gradito la presenza di tanta viscida, untuosa e pelosa solidarietà tra coloro i quali si sono stracciati le vesti per una libertà che nei quotidiani su cui vergano i loro corsivi non esiste.

Infatti non darebbero spazio ad una sola delle vignette di Wolinsky e compagni. Nessuna satira alla Charlie Hebdo avrebbe mai trovato spazio nei giornali diretti da Belpietro, Sallusti, Ferrara ed altri accoliti. Oggi Sallusti, Santanchè e Ferrara parlano della loro legittimità a essere dalla parte di Charlie perchè loro erano già con Oriana Fallaci ai tempi della rabbia e dell’orgoglio dopo l’attentato di New York alle Torri Gemelle.

Peccato che forse non abbiano capito nulla. Loro, che in nome di una guerra santa, evocata a gran voce si schierano con Charlie Hebdo sono in realtà su posizioni più affini al folle integralista cristiano di Utoya che ha massacrato 90 ragazzi inermi in nome di una purezza della società occidentale. Tutto possono avere Sallusti e Ferrara fuorchè una benchè minima e velata comunione di ironia con Charlie Hebdo !!

 

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Permettete che faccia un po’ sensazione, oltre che senso ed anche schifo, sentire o leggere Sallusti dire che solo lui, Oriana Fallaci ed altri scribacchini vicini al centro destra possono affermare a gran voce “Je suis Charlie”. Insomma proprio gli stesssi che non hanno sollevato un sopracciglio quando a casa nostra Biagi, Santoro, Luttazzi, Guzzanti e tanti altri non potevano ed ancora oggi non possono liberamente esprimersi perchè la loro parola o la loro satira non era gradita al signore di turno che comandava l’etere con editti bulgari.

Sia lieve la terra ai compagni ed amici di Charlie Hebdo e magari si possa evitare che venga calpestata da maldestri e prezzolati venditori di notiziari a libro paga del potente di turno.

Comunque nessuna opinione rispetto alla classe giornalistica nostrana è migliore rispetto a quella espressa da Giorgio Gaber nella canzone qui sotto.

 

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Il primo papa dell’era BRICS (di Alfredo Somoza)

Ridurre il valore anche simbolico dell’elezione del cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, alla polemica sulle sue presunte colpe durante la dittatura militare argentina degli anni ’70 rivela una visione molto ridotta delle sfide che questo pontificato dovrà affrontare.

Bergoglio, come tutti i papabili provenienti da Paesi che hanno subito dittature, non ha un profilo limpidissimo in relazione ai comportamenti tenuti in quegli anni bui. La Chiesa argentina, sotto la dittatura, si divideva tra una piccola minoranza di resistenti, per la maggior parte uccisi dai militari, un importante settore delle gerarchie che si macchiò di complicità diretta, e un’area definita “grigia”, costituita da sacerdoti e ordini religiosi che, senza condannare pubblicamente i generali, nemmeno li considerarono mai come la salvezza del Paese, e spesso riuscirono a salvare la vita a molte persone.

Bergoglio e la Compagnia di Gesù si collocavano sicuramente in quest’ultima situazione. L’unico episodio che riguarda da vicino il nuovo pontefice, cioè il sequestro e la detenzione clandestina di due giovani gesuiti rilasciati 5 mesi dopo, è stato ricostruito dal giornalista Horacio Verbitsky nel suo libro L’isola del silenzio. Verbitsky azzarda una domanda inquietante. Si chiede cioè se quei due gesuiti, che davano fastidio per il loro lavoro insieme ai poveri, e che erano stati prima avvertiti e poi cacciati da Bergoglio, siano stati denunciati ai militari proprio dal loro superiore. Questa tesi, mai dimostrata per ammissione dello stesso Verbistsky, appare piuttosto improbabile: i sacerdoti di quel tipo erano già ben noti ai militari senza bisogno di denunce. Piuttosto, il fatto che i due siano stati liberati dopo 5 mesi lascia intuire che con ogni probabilità i vertici della Compagnia di Gesù si mossero per ottenerne il rilascio.

La figura di Francesco I è però carica di altri significati per una Chiesa in profonda crisi. Da un lato il papa è un convinto sostenitore dei principi tradizionali della dottrina sui temi riguardanti i matrimoni gay, il ruolo delle donne nella Chiesa, l’aborto. Dall’altra è un severo critico del modello neoliberale e delle sue conseguenze. Infine, è da sempre un uomo che fa dell’austerità e del rifiuto dei privilegi uno stile di vita. Si può prevedere che sarà un vescovo di Roma intransigente, e che proverà a ripulire la Curia dai corvi e dai legami pericolosi con la finanza deviata.

Ma anche, e questa è la dimensione globale della scelta, Francesco I è il primo pontefice non europeo, il papa che inaugura davvero l’era della Chiesa mondiale. In particolare, è il primo papa dell’America Latina, il continente dove vive circa il 40% dei fedeli cattolici. Una Chiesa giovane e forte, quella sudamericana, ma messa sotto scacco da parte delle religioni cristiane riformate che raccolgono quotidianamente nuovi fedeli.

Si può dire che l’elezione di Francesco I costituisce un riconoscimento ufficiale dei mutati equilibri mondiali, nell’era dei BRICS e del G20. Un Papa che parlerà molto di Europa e di economia, come fece sempre durante gli anni più duri del “dopo default” argentino, ma che saprà parlare anche alle nuove chiese con un linguaggio più comprensibile. Non va dimenticato infine che Bergoglio è un gesuita, e quindi il dialogo con l’Oriente e con l’Islam sarà un altro caposaldo del suo pontificato. I Gesuiti, da sempre considerati l’eminenza grigia della Chiesa ma finora sempre tenuti fuori da San Pietro, per la prima volta conquistano la massima istituzione cattolica: con Bergoglio, dovranno dimostrare se la loro formula, stare con gli ultimi senza disdegnare il potere, funziona ancora.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Il colonnello Chávez divenne un protagonista della scena politica nel momento peggiore della storia venezuelana. Era il febbraio 1989 e il paese stava precipitando nel caos. Il governo socialdemocratico di Carlos Andrés Pérez firmava l’accordo con il FMI per negoziare il debito estero accettando un memorandum che, secondo la logica neoliberista dell’ente internazionale, andava a incidere fortemente su pensioni, tariffe del trasporto pubblico e prezzi degli alimenti di base. La risposta fu il caracazo, 24 ore di violenze e saccheggi inscenati dalle popolazioni delle baraccopoli di Caracas. Il saldo ufficiale parlò di 300 morti, quello ufficioso di 3000 cittadini uccisi dai militari usciti dalle caserme per domare la ribellione.

Tra le macerie di un Venezuela fallito e in pieno incendio sociale, con la popolazione che chiedeva che tutti i politici scomparissero urlando lo slogan “que se vayan todos!”, il giovane colonnello Chávez tentò un colpo di Stato con altri colleghi nazionalisti e finì in galera. Ma rimase impresso nella memoria della popolazione, alla ricerca di un leader non compromesso con la vecchia politica, e alla prima opportunità fu eletto presidente. Diventò così il primo presidente della Seconda repubblica, dopo che i partiti tradizionali, socialcristiano e socialdemocratico, erano stati spazzati via.

Al potere, il colonnello ha fondato la Repubblica bolivariana, riprendendo il vecchio sogno del Libertador intenzionato a lottare per un’America Latina unita. Ha fatto tornare il suo Paese tra i protagonisti della scena internazionale inventandosi nuove alleanze in chiave strategica, come l’accordo con l’Iran, diventato partner politico tra i Paesi petroliferi. Con gli Stati Uniti ha recitato il vecchio e collaudato ruolo del caudillo antiamericano, ma non ha smesso di vendere il “suo” greggio a Washington. In Venezuela, lo Stato è diventato onnipresente attraverso le misiones, cioè gli interventi sanitari e scolastici a favore dei poveri e gestiti dai cubani.

Chávez ha continuato a dialogare quotidianamente con il suo popolo “a tu per tu”, attraverso ore e ore di trasmissioni televisive con domande e risposte in diretta. Una relazione tra capo e popolo nel più puro stile peronista, caratterizzata in questo caso dal rispetto delle forme democratiche e dall’uso della televisione. L’opposizione, che controlla l’intero settore dell’informazione privata, è stata più volte minacciata ma mai toccata sul serio. Nelle cinque elezioni dell’era chavista (quattro vinte e una persa), nessuno ha avanzato infatti il benché minimo dubbio sulla regolarità delle consultazioni. In questi lunghi anni, l’opposizione a Chávez si è rivelata rissosa, frammentaria e soprattutto popolata da personaggi poco presentabili.

Il potere chavista è stato costruito sia dall’alto verso il basso sia viceversa. Con alla testa un leader carismatico dalle spiccate doti da predicatore, ma anche con una miriade di organizzazioni di base cresciute modellandosi sugli schemi di partecipazione cittadina maturati a Porto Alegre. Il programma economico di questi anni, fortemente statalista e nazionalista, non è stato molto dissimile da quelli di molte forze antisistema del Vecchio continente. La differenza è che Chávez ha saputo costruire un blocco di potere per governare, basato sull’esercito e sul popolo organizzato.

Il Venezuela che verrà non potrà mai cancellare alcuni punti introdotti da Chávez nella sua Costituzione; soprattutto non potrà tornare indietro sulle scelte economiche che, per quanto si possa essere critici, hanno permesso a un paese fallito di uscire dalle macerie e di diventare protagonista in uno dei cambiamenti geopolitici più importanti dell’ultimo decennio: la rottura dei legami di dipendenza tra l’America del Sud e le vecchie potenze industrializzate.

Alfredo Somoza per Popolare Network

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Con la morte del colonnello Chavez si chiude una tappa significativa della storia dell’America Latina degli ultimi anni. Chavez è stato un primo attore tra le personalità emergenti della politica del subcontinente del dopo guerra fredda. Un personaggio che è riuscito paradossalmente a cambiare il suo paese attraverso le urne, dopo avere fallito con un colpo di stato. Un istrione in grado di parlare e di intrattenere per ore il popolo con il suo programma televisivo Alò Presidente.

Le radici culturali e politiche di Chavez, primo mulatto a presiedere il Venezuela, sono variegate e contraddittorie: da Salvador Allende a Madre Teresa di Calcutta, da Che Guevara a Simòn Bolivar senza dimenticare neppure Garibaldi. La furbizia politica del personaggio non dovrà però fare dimenticare alcuni capisaldi della sua gestione. Per la prima volta con Chavez i venezuelani hanno usufruito del ricavato della ricchezza petrolifera del paese. Con Chavez sono migliorate la sanità e l’educazione, per la prima volta erogate nei quartieri poveri. Il Venezuela di Chavez, da paese fallito è diventato protagonista sulla scena internazionale. Con Chavez Caracas è diventata una potenza regionale in grado di influenzare diversi paesi latinoamericani e l’OPEC, il cartello dei produttori di petrolio. Molto si potrà discutere sul colonnello, ma nessuno potrà mai mettere in discussione la sua correttezza democratica al momento del voto anche se lo stesso non si possa dire rispetto al trattamento riservato alla stampa a lui ostile. Ma soprattutto, nessuno potrà mai cancellarlo dalla storica foto insieme al brasiliano Lula e al argentino Kirchner quando decisero di andare avanti, uniti per la prima volta, per dire no agli Stati Uniti che volevano imporre l’accordo economico ALCA a tutta l’America Latina. Il non allineamento con le potenze occidentali, la ricerca di nuove sponde commerciali nei paesi arabi e africani, la costruzione di solidi legami con la Cina e le diverse intese regionali, hanno visto sempre tra i protagonisti Hugo Chavez, un personaggio amato e odiato, ma mai ignorato.

Alfredo Somoza per Popolare Network

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Il G20, il nuovo club delle potenze mondiali allargato ai Paesi emergenti, non ha nei confronti dei beneficiari della globalizzazione lo stesso atteggiamento passivo che caratterizzava il suo predecessore, il G8. Una delle ragioni di questa discontinuità è l’origine delle compagnie transnazionali che in questi anni hanno sbaragliato la concorrenza locale nei principali mercati mondiali: tutte sono espressione dei Paesi di “vecchia industrializzazione”. Ma c’è anche un’altra motivazione, da rintracciare nel declino di quell’ideologia che ieri lasciava le mani libere agli attori del mercato globale.

Il G20 ha recentemente posto l’attenzione sulla cosiddetta “erosione della base imponibile”. In termini intelligibili, si sta parlando della possibilità di evadere legalmente le tasse di cui godono le imprese multinazionali. Il gioco è molto semplice, addirittura banale. Si è creato in questi anni un particolare “reddito senza Stato”, cioè un’imponibile prodotto in Paesi a fiscalità normale, come l’Italia, ma sul quale si pagano le tasse nei paradisi offshore in cui risultano registrate le aziende multinazionali. Non solo. Si tende anche a spostare parte del guadagno ottenuto in un Paese ad alta tassazione verso altri a bassa o nulla tassazione con operazioni interaziendali sull’orlo della truffa.  Con uno slogan: “guadagno i soldi qui, ma pago le tasse dove voglio”. Un giochino che per la sola Italia vale, secondo le stime della Guardia di Finanza, oltre tre miliardi di imposte non versate, una cifra molta vicina – per esempio – a quanto costerebbe risolvere la vicenda degli esodati.

Le aziende più lungimiranti, come Google, Amazon o Apple, stanno cercando di raggiungere concordati fiscali nei vari Paesi prima che cali la mannaia dell’imposizione. Ma la situazione creata da questa fiscalità virtuale non riguarda solo il mancato versamento delle tasse, si configura anche come concorrenza sleale: mentre una software house italiana o francese paga in media il 30% di tasse, la Microsoft sui prodotti venduti in Francia o Italia se la cava con il 5%. Questo spiega anche la politica di prezzi di alcune di queste multinazionali, che possono offrire ai consumatori proposte economicamente imbattibili sì per i quantitativi che raggiungono, ma anche per i vantaggi fiscali di cui godono.

I colossi dell’economia globale diventano oggi appetibili per gli Stati in affanno perché le loro potenzialità in materia fiscale sono enormi. C’è da capire se il loro modello di impresa reggerà a un cambiamento in questo senso, ma al di là delle singole valutazioni, si tratta innanzitutto di sanare un’ingiustizia nei confronti delle imprese di dimensioni nazionali che non possono eludere i loro obblighi fiscali nei confronti del Paese nel quale operano. Ora sarà l’OCSE, con l’avallo del G20, a stilare entro luglio un piano d’azione che consenta di agire tutti insieme e contemporaneamente, così da evitare fughe verso i paradisi fiscali.

In sintesi, i Paesi del G20, quasi tutti alle prese con le difficoltà di risanamento dei conti pubblici, potrebbero ottenere una boccata di ossigeno da una riforma della fiscalità delle multinazionali. Per scelta o per disperazione, si sta per compiere un altro passo verso la fine della globalizzazione senza regole, fino a ieri intesa come mito, come toccasana per il progresso dell’Umanità. Si apre un nuovo capitolo nella conflittualità crescente tra l’economia che vuole continuare a operare senza regole e la politica, che deve rendere conto e fornire servizi a cittadini-elettori sempre più indignati.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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La complicata vicenda dei due marò del reggimento San Marco detenuti in India per l’uccisione di due pescatori scambiati per pirati ci parla dello stato dei rapporti tra i Paesi occidentali e le nuove potenze emergenti mondiali. Senza entrare nel merito del processo che si celebra nel Kerala, la situazione è di grande novità: per la prima volta in situazioni simili, è stato rispettato il diritto internazionale non a favore del Paese europeo, ma in base alla posizione assunta dalla nazione dei due pescatori uccisi.

Lo scenario è quello delle acque dell’Oceano Indiano infestate da pirati, uno dei tanti punti del pianeta dove la navigazione si fa solo sotto scorta, come nel Mar Rosso, lungo le coste del Corno d’Africa, del Golfo di Guinea o dell’Indonesia. I tempi della filibusta in realtà non sono mai finiti. I nuovi galeoni con l’oro della globalizzazione, e cioè petrolio e apparecchi elettronici, sono sotto tiro non solo per le merci trasportate, ma soprattutto per il riscatto che i pirati riescono a farsi pagare per liberare navi ed equipaggi. Questo grazie ai Paesi non-luogo, Stati che fanno comodo a tutti per i più diversi traffici, dalla Somalia alla Liberia: le basi ideali per i pirati con il satellitare.

Ma i nostri due marò, sui quali si pronuncerà appunto la giustizia indiana, sono rimasti coinvolti in una vicenda che, per la prima volta, si concluderà secondo tutti i crismi della legge. Una merce rara di questi tempi. Non solo si sono consegnati alla polizia indiana, ma hanno usufruito di un permesso per tornare in Italia dalle famiglie durante il Natale. E, cosa più incredibile, sono rientrati in India per sottoporsi al verdetto della giustizia locale. La spiegazione di tanto rispetto manifestato nei confronti delle procedure di un Paese lontano, considerato inaffidabile dal punto di vista della macchina statale e con alti livelli di corruzione, va cercata nella tabella degli scambi commerciali tra Italia e India. Dai discreti 2 miliardi di dollari USA del 2000 si è passati ai 9 miliardi del 2011 e si calcola che entro il 2015 si raggiungeranno i 15 miliardi.

Sono oltre 400 le imprese italiane che negli ultimi anni hanno investito in India. Ci sono tutti (o quasi) i nomi chiave del capitalismo italiano: Fiat, Pirelli, Piaggio, Ferrero, De Longhi, Saipem. L’India insomma è una delle due porte per l’ingresso ai grandi mercati asiatici, insieme alla Cina. L’Italia si gioca le sue carte forte anche del ruolo di facilitatrice svolto dal più importante politico indiano, l’italiana Sonia Gandhi. A questo punto il diritto internazionale va rispettato. I due marò si sottopongono alla giustizia locale e, dopo il permesso natalizio, mantengono la parola data. Parrebbe un mondo ideale se non ci fosse il dato economico a farla da padrone. Quello che si può concludere è che la crescita economica dei Paesi Brics (e associati) renderà sicuramente più rispettato il diritto internazionale: se non altro per non perdere buone opportunità di business.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Un mondo sospeso

Pubblicato: 14 gennaio 2013 in Mondo
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Il 2013 sarà il quinto anno segnato dalla crisi economica esplosa prima negli Stati Uniti e successivamente anche in Europa. Leggendo i pronostici dei più autorevoli studiosi di politica internazionale, si ha l’idea che ormai sia diventata cronica l’impotenza di chi dovrebbe prendere decisioni, giuste o sbagliate, per provare a riattivare un ciclo economico positivo.

Ogni mattina si attende il responso dei mercati incrociando le dita, con lo stesso atteggiamento con il quale gli antichi greci si rivolgevano all’oracolo di Delfi. La passività non si limita all’aspetto economico e finanziario: la politica boccheggia anche su altri fronti. Il massacro in Siria, la deriva nordafricana, l’infinito conflitto afgano e quello israelo-palestinese, i covi dei pirati offshore, le mafie che insanguinano interi Paesi sono tutti problemi da risolvere. Però si rimandano decisioni e azioni a un tempo sempre di là da venire.

Il mondo del 2013 paga le conseguenze di due giganteschi vuoti, l’uno conseguenza dell’altro. Il primo è la mancanza di leadership globale. Gli Stati Uniti rimangono una potenza globale ormai solo in virtù della loro forza militare, ma al loro interno sono dissanguati dal conflitto tra democratici e repubblicani sulla riforma del fisco e più in generale sul modello di società. L’Europa è invece zavorrata dalla crisi dei Paesi più deboli, non risolta in tempo, e dalle politiche imposte da quelli più forti, che dalle difficoltà degli altri Stati cercano di trarre guadagno. La Cina, l’India e il Brasile sono ancora potenze regionali, prive di peso reale negli equilibri “che contano”. Il resto del mondo è semplicemente ininfluente.

Il secondo vuoto, legato al primo, è quello delle idee. Il mondo ha bisogno di una rivoluzione culturale, politica ed economica che parta dal basso. La riflessione sul modello di sviluppo va tradotta in politiche possibili: occorre immaginare meccanismi istituzionali internazionali che stimolino azioni collettive così che si possano produrre beni pubblici globali. E occorre distinguere una volta per tutte ciò che è giusto sia affidato al mercato e ciò che invece deve rimanere di pertinenza della sfera pubblica, perché sia garantita l’universalità dell’accesso ai beni fondamentali.

La qualità dell’ambiente, la redistribuzione di redditi e ricchezze, la promozione di politiche fiscali giuste e sostenibili, il controllo dei mercati, la diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione, la riconversione delle fonti energetiche, la lotta senza tregua alle mafie e alla corruzione: tutti questi temi dovrebbero far parte della nuova agenda del mondo.

Davanti alla crisi degli Stati, una simile rivoluzione può nascere soltanto dalla forza di cittadini organizzati e partecipi. Per questo, in testa all’agenda del 2013, va collocata la tutela del primo bene comune: la democrazia, quella vecchia modalità di convivenza civile senza la quale l’orizzonte diventa buio. È proprio lei, la democrazia, che rischia di pagare il prezzo più salato della crisi economica e di credibilità di una politica miope.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare network)

 

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Anno dopo anno il Natale si allontana sempre di più dal suo significato originario, cioè ricordare la nascita in Medio Oriente di quel bambino ebreo che sarebbe diventato “figlio di Dio”, aggiungendo un nuovo capitolo alla tradizione monoteista mosaica. Una religione, quella cristiana, che si sarebbe sviluppata soprattutto in Europa e poi dall’Europa nel mondo, grazie al colonialismo. Il Natale, nel senso religioso della ricorrenza, è una festa di preghiera e di speranza: in questi termini coinvolge però solo i cristiani, e cioè una minoranza dell’umanità. Invece la festa del Natale, intesa in senso laico, coinvolge miliardi di persone in più.

Per diventare veramente globale, una ricorrenza religiosa come il Natale doveva essere depotenziata dal punto di vista della fede e caricata di nuovi significati e di nuovi simboli. I significati acquisiti sono quelli del buonismo classico: il giorno di Natale “si torna tutti buoni”, e la speranza di un futuro migliore è permessa per 24 ore. Il simbolo laico è ormai planetario: Babbo Natale, ovvero Santa  Claus trasformato in un omone vestito di rosso che abita nel Circolo polare artico, nella patria dei lapponi, circondato da renne e da un esercito fantastico che costruisce giocattoli. È la libera reinterpretazione di un’altra figura religiosa, san Nicola di Mira, il vescovo turco che, secondo i resoconti disponibili, nella sua vita fu protettore dei bambini e diede esempio di grande generosità, donando ai più poveri nei momenti del loro massimo bisogno. Dal santo caritatevole all’icona della Coca Cola il passo è stato relativamente breve, e il giorno di Natale diventiamo tutti buoni come san Nicola. Ecco il nuovo significato della festa, ormai depotenziata dal suo aspetto religioso.

Il Natale della bontà e del dono, e soprattutto di quest’ultimo, è quindi il migliore volano per le vendite di fine anno, periodo nel quale si registrano per esempio i picchi di acquisti di prodotti di elettronica. Arriviamo infine così alla festa globale dei buoni sentimenti per la gioia dei fabbricanti di gadget (e di cibi pregiati). Una festa che non discrimina per appartenenza etnica o religiosa, ma solo per possibilità economica. Una festa laica che va bene in Italia e Germania, ma anche in India, Cina o Nigeria. Una festa non più comandata dal vescovo, ma dai media.

Il Natale, nella sua versione contemporanea, ha anticipato di decenni la globalizzazione e il suo valore fondante, quello dell’uguaglianza universale a partire dell’omologazione nei consumi. Un  mondo forgiato dalle multinazionali che offrono gli stessi prodotti ovunque, fabbricandoli dove è più conveniente. È una festa antica e insieme del futuro, che domani potrebbe vedere insidiato il suo primato da Halloween o dal capodanno cinese, ma che oggi gode di una popolarità difficile da scalfire. E se la profezia dei maya si dimostrerà errata, buon Natale anche quest’anno!

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Conoscenza e cultura: “Una guida per comprendere l’islam”

 

Una breve guida illustrata per comprendere l’Islam

 

Questa guida islamica è rivolta ai non-musulmani che desiderano comprendere l’Islam, i musulmani e il sacro Corano.  È ricca di informazioni, di riferimenti, di bibliografia e illustrazioni.  È stata rivista e curata da molti professori e persone colte.  È breve e semplice da leggere, sebbene contenga molto sapere scientifico.  Contiene tutto il libro, A Brief Illustrated Guide to Understanding Islam (Una breve guida illustrata per comprendere l’Islam), e altro ancora.

Vai al sito

 

 

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QUELLE FIACCOLE NON ILLUMINANO, OSCURANO

Il partito della Lega Nord ha indetto per sabato 17 novembre, a Cinisello Balsamo, la fiaccolata “No moschea a Cinisello”.
I fatti sono questi: a Cinisello è stato costituito un centro di cultura islamica , l’IQRAA, con sede in un capannone di via Fleming.
L’associazione organizzatrice ha depositato lo Statuto presso il Comune ed ha presentato un programma di attività che il sindaco di Cinisello Daniela Gasparini ha definito “degno di interesse”.
La Lega, manifestando anche in questa occasione odio verso i musulmani, dice di no. A prescindere. Senza curarsi del fatto che non c’è il progetto per una moschea a Cinisello. Che  il centro IQRAA non è una moschea. Che i fedeli di religione islamica sono migliaia a Cinisello. Che la nostra Costituzione garantisce a tutti la libertà di professare qualunque religione. Che il principio di uguaglianza è sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Come se ci trovassimo ancora nel medioevo, i leghisti conducono una battaglia oscurantista: dicono di no “a qualsiasi forma di islamizzazione” di quella che definiscono “la nostra terra”. Ma il nostro Paese è la terra anche di chi non è leghista, cioè la stragrande maggioranza della popolazione, di Cinisello e d’Italia. Non solo: l’Italia è la terra anche dei cittadini migranti.
La Lega di Cinisello ha portato anche, per così dire, altri argomenti per impedire che possa funzionare il centro IQRAA, contestando irregolarità edilizie e relative alla destinazione d’uso del capannone. I problemi edilizi sono noti al Comune di Cinisello ed entro i tempi stabiliti dalla legge (90 giorni) l’associazione islamica adeguerà i locali regolarizzando la destinazione d’uso oppure si trasferirà, come ha tranquillamente dichiarato lo stesso Usama El Santawy, responsabile del centro IQRAA.
Indispettita dal fatto che l’Amministrazione di Cinisello non sia andata subito con le ruspe ed i dobermann a scacciare gli odiati musulmani con la scusa delle irregolarità edilizie, la Lega ha strillato che, poiché i fedeli pregano in quella sede, allora il capannone di via Fleming è una moschea, abusiva perché nessuno ha avuto il permesso di stabilire colà un luogo di culto.
Come a dire che se a casa di qualcuno viene recitato il rosario, allora quella casa è una chiesa. Non regge: al sindaco Gasparini non è giunta alcuna richiesta di apertura di una moschea.
Ma in realtà il punto non è questo.
Il punto è che a Cinisello i fedeli islamici sono migliaia e devono pur avere un posto per ritrovarsi e anche per pregare. E’ loro diritto. Se non sarà in via Fleming, allora sarà altrove. Soltanto un istinto segregazionista potrebbe suggerire che questi fedeli debbano essere deportati altrove, o debbano nascondersi per pregare. Abitano da noi e pregano qui: solo il ritorno ad epoche buie del passato remoto o recente potrebbe portare a differenti soluzioni… definitive.
In democrazia tutti possono fare fiaccolate e la democrazia è una bella cosa, anche se non trova molto spazio nei pressi della Lega. I leghisti facciano la loro fiaccolata, ne hanno il diritto. Forse sono mossi, oltre che dall’odio per chi non è bianco, cristiano e settentrionale, anche dal problema del calo verticale di credibilità e di consensi che gli ultimi scandali politici hanno causato al loro partito.
Con le fiaccole i leghisti vogliono illuminare il loro odio per i musulmani, ma anche oscurare i problemi che hanno in casa loro e di fronte a tutto il popolo italiano. Del quale fanno parte anche i migranti, di ogni fede e provenienza.