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Firma anche tu per una “Scuola Buona”

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In tutta Italia è iniziata la raccolta di firme per l’abrogazione di quattro parti importanti della Legge 107, voluta dal PD di Renzi e nota con il truffaldino nomignolo “Buona Scuola”.

Non è stato possibile proporre un referendum abrogativo dell’intera legge, che è pessima nella sua totalità, a causa del suo intreccio con norme finanziarie, che non possono essere soggette a referendum.

Sono state così individuate quattro parti “strategiche” della Legge 107 da sottoporre a referendum popolare.

 

RISORSE ALLE SCUOLE PUBBLICHE

Abrogando le disposizioni renziane, ogni donazione da parte dei cittadini confluisce solo all’interno del sistema d’istruzione nazionale, distribuendo le risorse tra scuole che ne hanno più o meno bisogno. Questo eviterà la creazione di scuole di serie A, più ricche, e scuole di serie B, più povere.

CHIAMATA DISCREZIONALE DEI DOCENTI

La riforma di Renzi ha voluto che il dirigente scolastico (il preside) possa chiamare a sua discrezione i docenti nel proprio Istituto e, se vuole, mandarli via dopo tre anni. Eliminando questa mostruosa norma, si eviteranno arbitrio, clientelismo e anche potere di condizionamento del dirigente nei confronti dei docenti.

ALTERNANZIA SCUOLA-LAVORO

La Legge 107 dispone che le scuole superiori diano ai loro studenti il limite minimo di 400-200 ore in azienda. Se esso verrà abrogato, saranno le singole scuole a poter decidere quante ore di esperienze professionali sono necessarie per i loro studenti; questo eviterà di far loro perdere tempo in esperienze inutili, disposte solo per formalità.

MERITOCRAZIA A SCUOLA

La cosiddetta “Buona Scuola” dà al dirigente scolastico il potere di assegnare un premio salariale ad alcuni docenti, che sceglie discrezionalmente. Sono esclusi i precari ed anche amministrativi ed ausiliari (i bidelli). Abrogando questa norma, i fondi che la legge ha assegnato per il premio, sottraendoli agli stessi Istituti, entrano a far parte della contrattazione integrativa nazionale e di scuola.

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Buona scuola: in arrivo il referendum.

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Buona scuola, in arrivo il referendum. Dopo quello promosso da Possibile di Pippo Civati nel 2015 (che non raccolse le firme necessarie), nuovo tentativo, e questa volta “dal basso”. Cioè dalle associazioni dei docenti e studenti, dai sindacati e dai comitati Lip (legge di iniziativa popolare). Ieri, domenica 7 febbraio, a Napoli è nato ufficialmente il comitato promotore del referendum. Ne fanno parte Flc Cgil, Gilda, Cobas, Unicobas, Anief e per gli studenti l’Uds, oltre a comitati e sigle minori.

Quattro quesiti in cantiere per abrogare altrettanti punti chiave della legge 107 . “Due sono già definiti – dice Giovanni Cocchi docente bolognese che fa parte dei comitati Lip – e cioè uno sullo School bonus e l’altro sulla chiamata diretta dei professor i da parte del dirigente scolastico, gli altri due sono da definire negli ultimi dettagli ma avranno come oggetto il comitato di valutazione e l’alternanza scuola-lavoro ”. Lo School bonus, ricordiamo, è la possibilità di concedere erogazioni liberali da parte di privati ad una scuola specifica, con il rischio di creare disuguaglianze tra scuole e aree del Paese. Sull’alternanza scuola lavoro il dibattito nel comitato – il cui coordinatore tecnico è il costituzionalista Massimo Villone – è ancora in corso. Si tratta infatti di capire se porre un limite alle 200 ore (per i licei) e alle 400 (per i tecnici) da dedicare nel triennio finale agli stage in aziende, enti pubblici, musei ecc, oppure se abrogare la possibilità di svolgere l’alternanza durante il periodo estivo. «In ogni caso si tratta di tutelare i diritti degli studenti a non essere sfruttati», dice Danilo Lampis dell’Uds che ha avviato una campagna tra gli studenti proprio per far emergere situazioni anomale. «Noi vorremmo un codice etico da parte delle imprese , ma anche la Carta dei diritti degli studenti in alternanza scuola-lavoro che il ministro aveva promesso di attuare, dall’autunno scorso e che invece è ancora arenato negli uffici del ministero a Viale Trastevere», sottolinea.

Tornando ai referendum, a marzo è prevista un’altra assemblea da cui usciranno i quesiti ormai redatti e il via alla campagna referendaria. Che per il momento non vede partecipare i partiti, che, se vorranno, fa notare Cocchi, potranno creare dei comitati di sostegno. Tre mesi di tempo per raccogliere almeno 600mila firme e poi la Corte costituzionale dovrà decidere se i quesiti sono ammissibili.

Ma qual è il clima che regna nelle scuole? “C’è il fuoco sotto la cenere”, dice il rappresentante dei comitati Lip. “La legge 107 ha già fatto vedere crepe come la supplentite o la fine toccata ai docenti del potenziamento: assunzioni senza verificare i reali bisogni delle scuole”, afferma Cocchi. Per questo motivo, una campagna referendaria può riaccendere la miccia e convogliare le delusioni e l’insoddisfazione che già hanno prodotto contestazioni a macchia di leopardo. Come è accaduto nelle Marche e in un liceo di Pisa dove i docenti si sono rifiutati di votare i due rappresentanti del Comitato di valutazione che ha il compito, tra l’altro, di elargire un bonus in denaro ai meritevoli.

Ma il referendum va preparato con molta attenzione , sottolinea Lampis. “I quesiti devono essere chiari e semplici e la campagna deve coinvolgere tutti, tenendo presente comunque che il referendum non è la panacea di tutti i mali. Ma la sua forza è anche quella di stare insieme agli altri percorsi referendari”. Che sono quelli ambientali, come il No Triv e quello sul Jobs act su cui la Cgil sta sondando i suoi iscritti.

Così tra pochi mesi, verso la metà di aprile, potrebbe accadere  che, mentre il presidente del Consiglio affila le armi per la “sua” campagna sul referendum costituzionale, dal basso, arriverebbero i referendum che mettono in crisi proprio i suoi gioielli: la Buona scuola, lo Sblocca Italia e forse anche il Jobs act .

di Donatella Coccoli da Controlacrisi

Vieni a scoprire l′asilo nido comunale!

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Per maggiorni informazioni leggi la Carta dei Servizi

Quando il diritto allo studio diventa merce.

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Non è la prima volta che la Ministra Giannini finisce decisamente fuori strada quando parla di università e diritto allo studio. Stavolta ha deciso di farlo a bordo di un’utilitaria da 10-12.000 €, una cifra ben superiore, a detta della ministra, di quella che uno studente spende in media per frequentare una laurea triennale alla Sapienza di Roma. Cosa c’entrerà un’automobile con una laurea triennale, vi chiederete? Forse qualcosa per chi ha in testa la formazione come investimento e autovalorizzazione personale, come bene da acquistare e scambiare. Assolutamente nulla invece per chi come noi ritiene che il diritto allo studio debba essere riconosciuto per quello che è, ovvero un diritto costituzionale.

A prescindere dalle affinità o divergenze tra un’utilitaria e un corso di laurea, tuttavia, il dato presentato dalla ministra è ovviamente falso. Come ha testimoniato Federica, studentessa di Giurisprudenza della Sapienza e coordinatrice di Link Sapienza, per frequentare l’università a Roma si spendono come minimo 13.620 € l’anno tra tasse, spese per i libri, l’affitto, le utenze e i trasporti, che, moltiplicati per tre anni, fanno più del triplo, quasi il quadruplo, della cifra dichiarata dalla Giannini. La retorica della formazione come sacrificio individuale e come investimento – che gli italiani non compiono perché troppo choosy – non è più sufficiente per nascondere questo dato sempre più drammatico. L’Italia è infatti, secondo il recente rapporto di Eurydice, il terzo Paese europeo per livello di tassazione studentesca: paghiamo in media tre volte tanto uno studente tedesco per frequentare l’università. Nel nostro Paese uno studente su dieci è idoneo alle borse di studio (il che non significa affatto che la riceverà, data la cronica mancanza di fondi), mentre in Francia o in Germania il rapporto sale fino a uno su quattro.

Si potrebbero snocciolare ancora molti dati, alcuni dei quali coinvolgono anche il mondo della scuola – solo nell’ultimo anno il Codacons ha stimato un aumento dei costi per libri e corredo scolastico dell’1,7%, con un esborso medio di 1.100 euro l’anno per studente – ma la sostanza rimane abbastanza chiara: studiare dovrebbe essere un diritto e invece, nella realtà italiana, sta diventando sempre più un lusso. Mentre in questi mesi è esploso il dramma di decine di migliaia di studenti universitari esclusi dal sistema del diritto allo studio a causa della riformulazione dei parametri dell’Isee, il Governo ha scelto una linea chiara e inequivocabile: sono zero, infatti, le risorse sul diritto allo studio previste nella Legge di Stabilità.

Probabilmente quando Renzi parlava dell’investimento sulla formazione si riferiva a qualche manovra brusca della sua ministra dell’Istruzione, non allo stanziamento dei fondi che sarebbero necessari per rendere l’istruzione gratuita e quindi realmente accessibile a tutti e per introdurre una misura universale di reddito di formazione che garantisca l’autonomia sociale a chi sceglie di studiare. È necessario cambiare decisamente rotta: per questa ragione ci mobiliteremo in tutte le piazze del Paese e a livello europeo il 17 novembre, in occasione della Giornata internazionale dei diritti studenteschi: vogliamo tutto #pertutti, privilegi per nessuno.

da Unione degli Studenti

“Buona scuola”. Scoperto un altro buco: mancano gli insegnanti di sostegno.

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Scoperto un altro buco nella cosiddetta “Buona scuola”: non ci sono insegnanti di sostegno. A lanciare l’allarme è l’Anief, che sottolinea come l’allerta sia partito nelle ultime ore: A Milano, per esempio, come ha detto il provveditore, ne mancano 1.900. Il numero così elevato è in relazione all’elevato numero di studenti disabili, che negli ultimi anni sono aumentati toccando la cifra di più di 12mila. Sono arrivate 700 certificazioni in più solo nell’ultimo mese, dicono al provveditorato, e “noi non abbiamo insegnanti per loro nonostante potremmo assumerne tantissimi”.
E non è solo una necessità dei grandi centri del Nord, ‘perché lo stesso problema c’è in Sicilia o in Calabria: mancano gli specialisti, non ce ne sono in tutta Italia’. Anche perché quelli che ci sono continuano a fare i supplenti’.
”Si tratta di un vero e proprio bug contenuto nella riforma – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – perché invece di cancellare la piaga del precariato scolastico, quella che il premier ha più volte chiamato ‘supplentite’, si è agito nel modo opposto: si continuano a tenere ai box, come supplenti, oltre 12mila docenti che, dopo essersi formati loro spese nelle università indicate dallo Stato, pagando circa 3mila euro a testa, potevano tranquillamente essere immessi in ruolo attraverso il piano straordinario di assunzioni previsto dalla riforma.
Ancor di più perché i posti vacanti sono tre volte tanto: l’anno prossimo, infatti, partirà con 90mila cattedre di sostegno coperte da personale di ruolo su oltre 120mila posti a tutti gli effetti vacanti”. “Non sono affatto numeri ingigantiti – secondo Anief – ma quelli necessari per garantire il diritto allo studio di più di 240mila alunni disabili certificati con problemi di apprendimento.
La carenza di docenti specializzati per i disabili riguarda tutte le regioni: ”nel Lazio mancano circa 700 insegnanti di sostegno”. La situazione in provincia non è migliore: a Pistoia ci sono ”46 cattedre vuote sul sostegno, ma mancano gli insegnanti”, a Prato le immissioni in ruolo non sono bastate: rimangono da coprire 34 cattedre per il sostegno. Potremmo andare avanti, ma ci fermiamo qui”, rileva il sindacato.
Eppure, aggiunge, “quello delle graduatorie esaurite è un problema che poteva essere tranquillamente superato. Governo e Parlamento, infatti, non hanno permesso l’accesso nelle GaE dei 12.840 insegnanti di sostegno specializzati negli ultimi anni, attraverso il primo e secondo ciclo di Tfa: si tratta di docenti – selezionati su un numero preciso di posti individuato annualmente dal Miur – che hanno svolto lo stesso percorso formativo dei colleghi che si sono specializzati nel sostegno alla disabilità, sino al 2011, attraverso le Ssis.
Invece, tutti questi specializzati, malgrado la Buona Scuola, anche quest’anno continueranno a sottoscrivere una supplenza – ad anno scolastico iniziato – su convocazione del dirigente scolastico”.Dai conteggi della rivista Tuttoscuola risulta che, complessivamente, se si tiene conto anche delle cattedre comuni, ”delle 71.143 domande presentate ne dovrebbero andare a buon fine soltanto 55.373”.
da “Controlacrisi”

Buona scuola: per gli insegnanti Sardi il rischio è la deportazione

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Cristiano Sabino, insegnante precario ed attivista del Fronte Indipendentista Unidu, in merito all’assunzione dei precari previsti da La Buona Scuola e al suo possibile effetto in Sardegna. 

Mi presento. Sono Cristiano Sabino e sono un insegnante precario inserito nelle ormai famose GAE (graduatorie ad esaurimento).

Nei prossimi giorni dovrò fare la fatidica domanda di assunzione in ruolo. All’indomani della legge sulla scuola verranno assunti infatti molti precari attinti appunto dalle graduatorie e dall’ultimo concorso.

Quella che sembra essere una buona notizia rischia di diventare un girone dantesco, in particolare per noi precari sardi.

Nella domanda infatti dovrò indicare tutte le province d’Italia in ordine di preferenza dichiarando la mia disponibilità. Nel caso non accettassi sarei fuori per sempre dal mondo della scuola cancellando così anni di studio, di formazione e di esperienza finalizzati a diventare un insegnante di alto livello.

Non solo, il meccanismo di assunzione per fasi successive prevede un’agghiacciante modalità secondo cui non è data alcuna possibilità di scelta.

Si rientra in una sorta di gigantesca lotteria per cui alla fine chi ha meno punti potrà magari lavorare vicino casa, mentre chi ha più punti verrà chiamato a migliaia di chilometri da casa, senza neppure poter optare per un posto sulla nuova figura dell’ “organico dell’autonomia” (il così detto organico funzionale).

Chi non accetta l’assunzione viene cancellato per sempre dalle graduatorie ed espluso definitivamente dal mondo della scuola.

Ho orientato tutta la mia vita a costruire qui in Sardegna raggiungendo notevoli risultati nello studio e nella formazione e l’idea di dover abbandonare la mia patria e i mie affetti e dover negare le scelte di una vita per piegarmi a questo orribile ricatto, mi provoca un senso di vertigine profondo e una dura morsa allo stomaco.

Ma al di là della mia questione personale il mio pensiero va a chi ha famiglia, ha figli piccoli, ha contratto un mutuo o magari ha parenti gravemente ammalati e bisognosi di cura (questo sistema non prevede neppure il rispetto della 104!) e materialmente non potrà accettare nessuna proposta lontano dall’isola.

Non si può considerare la Sardegna una “normale regione italiana”.

Semplicemente non lo è. Non ci sono gli stessi collegamenti aerei e non ci si può spostare via terra. Ultima in ordine di tempo la notizia che fino al 10 agosto non sarà disponibile nessuno biglietto da Milano per Cagliari (fonte Unione Sarda on-line), senza poi contare la gestione ormai monopolista delle tratte marittime.

Spostarsi da e per la Sardegna ormai è sia un calvario, sia un lusso che non molti possono frequentemente permettersi!

Credo che dovere degli insegnanti sardi e di tutti coloro che in Sardegna non siano collusi con questo sistema corrotto e autoritario sia quello di denunciare i parlamentari sardi favorevoli al ddl “la buona scuola”, fra cui c’è perfino la collega Caterina Pes, i quali hanno ancora una volta anteposto gli ordini di scuderia dei propri partiti agli interessi concreti dei cittadini che dovrebbero rappresentare.

Dovere invece della Regione sarebbe quello di esercitare la sua autonomia e sollevare la questione di legittimità come si stanno accingendo a fare Veneto, Calabria e Puglia, invece di fungere da mera esecutrice dei dettati imperiali che arrivano da Roma.

La legislazione presente permetterebbe alla Sardegna di impugnare davanti alla Corte Costituzionale la riforma della scuola, facendo così rispettare le proprie competenze autonomistiche (che hanno carattere costituzionale) e di ottenere lo stesso trattamento delle province del Trentino e della Valle d’Aosta che gestiscono il reclutamento degli insegnanti salvaguardando il legame sociale e culturale tra scuola e territorio, a maggior ragione in un contesto sociale come quello sardo, molto fragile e sotto pesante minaccia di spopolamento crescente.

La domanda di immissione in ruolo per i precari sarà una colossale deportazione di cervelli, il che andrà ad aggravare seriamente la già grave situazione di spopolamento che vive la nostra terra.

Opponiamoci in ogni modo a questa infame operazione autoritaria e fascista dello Stato italiano!

Oliva, la scuola italiana e Rieducational Channel

34eff3mIn un suo articolo del 10 luglio 2015, a ridosso dell’approvazione alla camera della cosiddetta ‘Buona scuola’ di Renzi, Attilio Oliva, presidente della Fondazione TreeLLLe,  sul Sole24Ore prende le difese dell’esecutivo e bolla come ‘conservatrici’ le resistenze dei milioni di cittadini che in questi ultimi mesi hanno manifestato e protestato contro il provvedimento e che, di fatto, sono rimaste inascoltate: Secondo Oliva il modello di scuola che genitori, alunni e docenti hanno difeso è indifendibile e cerca di dimostrarlo per punti. Ognuno dei punti è introdotto da una martellante ripetizione anaforica dell’espressione ‘Lo sapevate?’, che pretende di essere rivelatoria e didascalica, ma che in realtà – alla memoria del teleutente medio – non può che ricordare un famoso sketch di qualche anno fa di Vulvia, alias Corrado Guzzanti, che imitava parodicamente il tono dei voiceover documentaristici («Lo sapevate? Sapevatelo! Su RIEDUCATIONAL CHANNEL!»). Al di là del tono fastidioso e bacchettante, le argomentazioni addotte da Oliva meritano, comunque, punto per punto, una risposta.

1. Oliva ricorda che la nostra scuola è quella che in Europa ha più insegnanti rispetto al numero degli studenti (1:11 contro 1:15 della media europea) e che l’età media dei docenti è di oltre 55 anni (a fronte dei circa 40 della media europea). I due dati vengono citati come parte di un medesimo argomento, ma andrebbero in realtà scorporati. Partiamo dall’ultimo: è probabilmente vero che l’età media dei docenti italiani è alta. Questo, però, non è un demerito dei docenti: la scuola italiana è zeppa di insegnanti anziani che vorrebbero volentieri andare in pensione, ma non possono (perché l’età pensionabile è progressivamente aumentata negli anni) e di giovani che invece vorrebbero insegnare e si trovano impastoiati nei TFA, nel precariato e nelle mille contraddittorie regole di ingaggio create nell’ultimo ventennio dai governi di centro-destra che si sono succeduti alla guida del paese (governo Renzi compreso). Attribuire alla scuola italiana la responsabilità dell’elevata età media è un modo di indicare la luna e guardare il dito o, ancora peggio, di scaricare sulla scuola e sui suoi attori responsabilità che sono invece di tutta una classe politica (e, soprattutto, di un modello economico imperante che ha avvelenato i patti e i meccanismi di alternanza generazionali). Quanto al rapporto docente-discenti, dovremmo invece essere lieti del fatto che in Italia sia più basso che in altri paesi. Il rapporto ideale dovrebbe essere di un docente ogni dieci alunni e non certo di un docente ogni cinquanta! Virare verso le medie degli altri paesi occidentali significa andare sempre di più verso le classi pollaio. Evidentemente, però, ad Oliva non interessa tanto l’efficacia dell’insegnamento o la ‘sostenibilità’ dell’eco-sistema classe, quanto l’economicità del rapporto. È chiaro infatti che quanti più insegnanti ci sono, tanti più stipendi devono essere pagati. È una questione, si direbbe in inglese, di accountability (rendicontazione). Ma possiamo parlare della scuola e della trasmissione dei saperi e delle competenze soltanto in termini di rendicontazione?

2. Oliva lamenta il fatto che il reclutamento degli insegnanti “avviene per lo più grazie a sanatorie, senza alcuna attenzione né alla selezione di giovani laureati motivati né ad una valutazione dei precari sulla base della loro prova sul campo”. Ancora una volta, l’argomento mostra degli elementi di verità, ma viene presentato in maniera tendenziosa. Innanzitutto, bisognerebbe ricordare che la maniera migliore di reclutare un docente dovrebbe essere quella del concorso pubblico (il concorso del 2000 era durissimo, e le prove, soprattutto quelle scritte, sono state davvero selettive). Una volta reclutato, un docente viene assunto in prova e, alla fine dell’anno di prova, il suo operato viene valutato da una commissione di docenti della scuola in cui ha prestato servizio. Questa era e dovrebbe essere ancora la norma. Una norma che – sia detto per inciso – ha garantito e tuttora garantirebbe una professionalità e un’efficienza elevatissime. Il fatto è però che, dal 2000 fino al 2012, anno di indizione del concorso Profumo, non ci sono stati concorsi degni di questo nome. La politica italiana ha di fatto aumentato il numero delle ore di lavoro e diminuito il numero degli insegnanti, ha pasticciato inventandosi, anno dopo anno, percorsi di abilitazione e di reclutamento sempre più nuovi, inusitati e farraginosi, ha creato la selva di un precariato multiforme e, da ultimo, con il ministro Profumo, ha bandito parodie di concorsi in cui i posti di lavoro effettivi erano, alla fine dei conti, infinitamente minori rispetto a quelli messi al bando (per quanto io ricordi, pochissimi hanno raccontato di questo scandalo degli‘eso-dati’ della scuola italiana!). Il punto è che se si impedisce ai docenti anziani di andare in pensione, se si riducono le ore settimanali di lezione, se si tagliano posti di lavoro, è chiaro che salta anche il sistema del ricambio generazionale, e che non può esserci più alcuna selezione a mezzo di concorso. Semplicemente perché non ci sono posti da bandire. E se non c’è selezione, ci sono solo i passaggi di ruolo che tappano le falle dei pochissimi che finalmente giungono all’agognato ritiro. Chiamare questi passaggi di ruolo ‘sanatorie’ è, tecnicamente, una metafora, ma in pratica è anche – è doveroso dirlo – una vera gaglioffaggine. Come Oliva sa bene, la sanatoria è un istituto del diritto amministrativo italiano che rende legale un atto illegittimo in quanto privo dei requisiti essenziali previsti dall’ordinamento. Si sanano le case abusive, e non i posti di lavoro legittimi. Chiamare sanatorie i passaggi di ruolo significa implicitamente considerare ‘abusivi’ gli insegnanti che nella scuola lavorano a pieno titolo e con merito (un merito che non si dovrebbe misurare con i criteri economicistici e aritmetici o con le triple A di Standards & Poor, ma che forse ha a che fare con quella ‘qualità’, impalpabile sfuggente per sua natura, di cui parlava Robert Pirsig in Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta).

3. Oliva ricorda che «la nostra è la scuola d’Europa con più abbandoni (circa il 20%) e dove le assenze degli studenti sono oltre il doppio rispetto alla media». Il problema messo in rilievo è complesso, la risposta che viene data, invece, mi sembra semplicistica e, ancora una volta, denigratoria e lesiva della dignità degli insegnanti: «sarà forse perché le attività» che si svolgono a scuola «non riescono a coinvolgerli e interessarli?». È chiaro che ogni volta che un alunno abbandona gli studi (o semplicemente chiede un nullaosta per trasferirsi in un’altra classe o in un altro istituto), l’insegnante dovrebbe interrogarsi sul suo operato. Ma siamo sicuri che puntare il dito soltanto sulle responsabilità della scuola aiuti a risolvere il problema? Gli abbandoni, spesso, non hanno a che fare soltanto con l’insuccesso educativo o con l’inefficacia dei metodi di insegnamento. Lo sanno bene, del resto, tutti quegli insegnanti che operano in zone disagiate e degradate del nostro Paese (lo Zen, il Cep e lo Sperone a Palermo, Scampia in Campania). In molti casi, gli abbandoni non sono dovuti all’inefficacia degli interventi didattici, ma alla desolazione sociale, alla disintegrazione e all’assenza dello Stato in territori che sono lasciati in balia di quella stessa criminalità organizzata che spesso – nei momenti chiave della vita politica del nostro paese – ha operato come serbatoio e bacino di voti. Non mi è chiaro quali siano i piani del governo Renzi per fronteggiare il disastro e il degrado sociale del nostro territorio. Mi è un po’ più chiaro, invece, come abbia operato per il caso De Luca in Campania. Qualcuno direbbe che questi discorsi non hanno nulla a che fare con la scuola. Ma ne siamo proprio sicuri?

4. Oliva lamenta il fatto che «il 95% degli studenti frequenta scuole statali mentre quelle paritarie chiudono l’una dopo l’altra, perché le famiglie non riescono a sostenerne i costi». E aggiunge «si è manifestato contro una immaginaria “privatizzazione”, contro un attacco alla scuola pubblica, mentre ci si avvia di fatto al monopolio statale, con tutti i difetti di ogni monopolio». Ancora una volta mi pare che vengano confusi i piani e che, sulla base di un uso un po’ peloso delle metafore aziendalistiche, si proietti sulla scuola un modello violentemente  e inopportunamente economicistico. Come Oliva sa bene, il termine monopolio indica (cito da Wikipedia) «una forma di mercato, dove un unico venditore offre un prodotto o un servizio per il quale non esistono sostituti stretti (monopolio naturale) oppure opera in ambito protetto (monopolio legale, protetto da barriere giuridiche) .Consiste insomma nell’accentramento dell’offerta o della  domanda del mercato di un dato bene o servizio nelle mani di un solo venditore o di un solo compratore». Il fatto è però che la scuola non è (o meglio, non è ancora) ‘un mercato’. E se in una situazione di mercato la concorrenza fra aziende che offrono prodotti può rivelarsi positiva per i consumatori, nel mondo della scuola la competizione fra le agenzie educative porterà solo al disastro e a un aumento dello squilibrio sociale. Nel campo dell’istruzione, non vedo alcun rischio in quello che Oliva chiama ‘il monopolio di stato’ e che io invece chiamerei semplicemente ‘scuola della costituzione’. Bisognerebbe invece ricordare che chi difende le scuole private difende, nella maggior parte dei casi, dei diplomifici in cui torme di insegnanti sono costrette spesso a lavorare quasi gratis (o addirittura pagando da sé i propri contributi) per non rimanere indietro in quella vergognosa corsa a punti che è diventato il precariato. Ci sarebbero, su questo punto, moltissimi ragionamenti da fare, ma per amore di brevità, mi limito a rimandare Oliva e il mio lettore ad un ripasso della Costituzione italiana.
5. Con il punto cinque arriviamo addirittura alla paranoia: «lo sapevate che una famiglia interessata a trovare una buona scuola non dispone ad oggi di nessuna informazione ufficiale e deve affidarsi al “passaparola”? E che questo avviene perché la scuola statale è in realtà un luogo “privatissimo”». La scuola pubblica italiana, addirittura, sarebbe una sorta di Spectre, in cui non circolano informazioni e in cui c’è quasi bisogno di agenti del controspionaggio per sapere qualcosa sui piani dell’offerta formativa e sulle programmazioni didattiche (che sono invece pubblici!). Il fatto è però che i genitori e gli alunni, più che ai piani delle offerte formative e alle programmazioni didattiche, guardano anche e soprattutto alle competenze relazionali degli insegnanti, alla loro ‘umanità’, ovvero a tutta una serie di atteggiamenti, modi di porsi e di essere che nessun esito di prova INVALSI, nessun piano dell’offerta formativa e nessuna programmazione disciplinare ufficiale riuscirebbe a tradurre in numeri o in lettere. E le informazioni sul ‘versante umano’ della docenza le cercano, in privato e con il passaparola, sia i genitori che mandano gli alunni nelle scuole pubbliche sia quelli che li mandano nelle scuole private. Oliva, sempre al punto 5, lamenta poi che «della qualità degli insegnanti non si riesce a sapere quasi nulla» (e forse se lo domanda perché non ha mai letto un libro come Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, che spiega benissimo perché la ‘qualità’ sia qualcosa di così intrinsecamente sfuggente e relativo); quindi, in un capolavoro di disinformazione, arriva a sottolineare che gli insegnanti «ruotano “a domanda”fra una scuola e l’altra per circa il 20%», chiedendosi dove sia «l’attenzione per l’auspicabile “continuità didattica”». Data l’estrema sinteticità del periodare, risulta un po’ difficile divinare quale sia, per Oliva, il problema. Mi sembra comunque di capire che ciò che lo preoccupa è che gli insegnanti possano addirittura presentare domande di trasferimento da un istituto all’altro! Se così fosse – ma tutto ciò contrasterebbe con l’idea stessa di una scuola-azienda, essendo la mobilità uno degli ingredienti della competitività – Oliva auspica un ‘insegnante-servo-della-gleba’, legato a vita al suo istituto. Sia detto per inciso, se così fosse, anche molti insegnanti forse ci metterebbero la firma! Quello che non si dice è però che il numero spaventoso di esuberi determinati dai tagli del Ministro Gelmini ha portato moltissimi insegnanti (anche di ruolo) a girovagare di anno in anno da una scuola all’altra, alla faccia della continuità! Quello che poi non si racconta – ma qui in fondo la continuità rischia di diventare il minore dei mali – è lo scenario che si profila in una scuola dominata da presidi-padroni, in cui gli spazi di democrazia saranno sempre più ristretti, se non inesistenti.

6. Non poteva non mancare l’attacco di rito alle materie umanistiche: «lo sapevate che i nostri curricoli hanno un carattere enciclopedico (facile all’oblio) e una forte prevalenza delle materie cosiddette umanistiche rispetto a quelle scientifiche e tecniche? Che sono così rigidi da non permettere alcuna opzionalità per gli studenti? Che perfino il latino, che è opzionale in tutti i paesi del mondo, in Italia (e in Grecia) è invece materia obbligatoria per circa il 40% degli studenti delle secondarie?». Sul carattere enciclopedico dei nostri curricoli si potrebbe in fondo essere d’accordo. E in fondo potrebbe forse essere vitale e necessario sollevare un dibattito (serio, e non ‘all’amatriciana aziendalistica’) sul paradigma storicistico (e scarsamente cooperativo e inter-attivo) cui sono uniformati i nostri insegnamenti. Per il resto, mi sembra normale che il latino sia una materia opzionale in paesi come il Camerun, la Cina, il Qatar. Ma non riesco davvero a capire perché debba diventare opzionale proprio nel nostro paese, in cui la lingua latina fa parte del nostro heritage culturale. A meno che non si pensi che il latino e il greco (e che so io? il Partenone, il Colosseo, Pompei) siano i veri responsabili del debito pubblico, come sembra voler suggerire maliziosamente l’accostamento fra l’Italia e la Grecia che Oliva fa. Trovo poi discutibile la stessa distinzione fra materie umanistiche e materie scientifiche, che è figlia del crocianesimo gentiliano e che è stata foriera di disastri (non solo scolastici). Sul punto sei, comunque, ci sarebbe ovviamente molto da dire. Per il momento mi preme di rimandare soltanto alla lettura di Not for profit di Martha Nussbaum, che sottolinea la centralità degli studi umanistici per la salvaguardia della cultura democratica del mondo occidentale. Al di là di quello che dice la Nussbaum, comunque, ho il sospetto che nessuna scienza è davvero utile se non è anche‘umanistica’, e che, per converso, un umanesimo concepito soltanto come formalismo ed estetica fa forse tanti danni quanti ne può fare l’economicismo. Ma questi punti – lo ammetto – potrebbero essere sviluppati meglio. E forse un articolo come quello di Oliva non è il migliore punto di innesco per intraprendere un simile dibattito.
7. Al punto settimo, Oliva lamenta che la didattica della scuola italiana è «prevalentemente“trasmissiva” e che buona parte del tempo scuola è impegnato da lezioni ed interrogazioni, senza un coinvolgimento più motivante e interattivo degli studenti?». Su questo, confesso di concordare. Non concordo però sulla soluzione proposta da Oliva, che va nella direzione dei test. Scegliere la via dei test significa abolire completamente, dalla scuola pubblica, le competenze espressive, la capacità di prendere la parola e di esprimere il proprio pensiero, il proprio punto di vista ed eventualmente il proprio dissenso. Significa, in altri termini, smettere di essere cittadini attivi. A tale proposito, mi permetto di rimandare ad un esperimento didattico (per l’insegnamento del latino!) da me proposto ad una mia classe quinta, che prevedeva, al contrario, l’aumento delle attività di scrittura e delle competenze analitiche ed espressive, su un versante potentemente inter-attivo e cooperativo.
8. Il punto 8 non ammette sconti: «lo sapevate che nelle varie indagini Pisa dell’Ocse, che riguardano circa sessanta paesi, le competenze degli studenti quindicenni italiani sono sempre risultate sensibilmente al di sotto della media?». Non c’era bisogno che Oliva ce lo ricordasse, lo sapevamo. Mi permetto però di controbattere con una predizione e con una scommessa per il futuro:«scommettiamo che, una volta che la ‘Buona scuola’ entrerà a regime i risultati della scuola italiana peggioreranno ulteriormente?»
9. Con il punto 9, infine, l’articolo si chiude con una riflessione di natura marcatamente economica: «lo sapevate che tutte queste anomalie e ritardi non dipendono dalla lamentata carenza di risorse finanziarie, visto che la percentuale del Pil destinata alla nostra scuola è del 3%, cioè in media europea, e soprattutto che il nostro “ costo per studente” è addirittura più alto? Il problema sta tutto nella loro cattiva allocazione: troppe risorse al personale addetto (con stipendi più bassi, ma per un numero di addetti troppo alto) e troppo poche per la qualità del servizio (edilizia, premialità agli insegnanti e presidi meritevoli, assenza di un sistema di valutazione esterno delle scuole, pochissima ricerca)». Ometto il mio commento sulla logica premiale e sul sistema di valutazione proposto dalla ‘Buona scuola’. In fondo già molto, in merito, è stato scritto. Quanto al resto, non saprei da dove Oliva abbia tratto i suoi dati (anche perché non cita la sua fonte). Le cifre più aggiornate di cui dispongo io sono quelle pubblicate il 26 febbraio del 2015 su OrizzonteScuola. Ovviamente, sarei felice di essere smentito e di sapere che nel frattempo qualcosa è cambiato. Ma temo che non sarà così, anche perché mi consta che la spesa pubblica per la scuola diminuirà ancora, in Italia, nei prossimi quindici anni. Lo dice un articolo del Corriere della Sera del 10 aprile 2015:  «Lo sapevate?», direbbe il comico, «SAPEVATELO! SU RIEDUCATIONAL CHANNEL!».

(Articolo scritto da Pietro Li Causi e pubblicato sul blog “letteraturaenoi”)