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Buona scuola: in arrivo il referendum.

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Buona scuola, in arrivo il referendum. Dopo quello promosso da Possibile di Pippo Civati nel 2015 (che non raccolse le firme necessarie), nuovo tentativo, e questa volta “dal basso”. Cioè dalle associazioni dei docenti e studenti, dai sindacati e dai comitati Lip (legge di iniziativa popolare). Ieri, domenica 7 febbraio, a Napoli è nato ufficialmente il comitato promotore del referendum. Ne fanno parte Flc Cgil, Gilda, Cobas, Unicobas, Anief e per gli studenti l’Uds, oltre a comitati e sigle minori.

Quattro quesiti in cantiere per abrogare altrettanti punti chiave della legge 107 . “Due sono già definiti – dice Giovanni Cocchi docente bolognese che fa parte dei comitati Lip – e cioè uno sullo School bonus e l’altro sulla chiamata diretta dei professor i da parte del dirigente scolastico, gli altri due sono da definire negli ultimi dettagli ma avranno come oggetto il comitato di valutazione e l’alternanza scuola-lavoro ”. Lo School bonus, ricordiamo, è la possibilità di concedere erogazioni liberali da parte di privati ad una scuola specifica, con il rischio di creare disuguaglianze tra scuole e aree del Paese. Sull’alternanza scuola lavoro il dibattito nel comitato – il cui coordinatore tecnico è il costituzionalista Massimo Villone – è ancora in corso. Si tratta infatti di capire se porre un limite alle 200 ore (per i licei) e alle 400 (per i tecnici) da dedicare nel triennio finale agli stage in aziende, enti pubblici, musei ecc, oppure se abrogare la possibilità di svolgere l’alternanza durante il periodo estivo. «In ogni caso si tratta di tutelare i diritti degli studenti a non essere sfruttati», dice Danilo Lampis dell’Uds che ha avviato una campagna tra gli studenti proprio per far emergere situazioni anomale. «Noi vorremmo un codice etico da parte delle imprese , ma anche la Carta dei diritti degli studenti in alternanza scuola-lavoro che il ministro aveva promesso di attuare, dall’autunno scorso e che invece è ancora arenato negli uffici del ministero a Viale Trastevere», sottolinea.

Tornando ai referendum, a marzo è prevista un’altra assemblea da cui usciranno i quesiti ormai redatti e il via alla campagna referendaria. Che per il momento non vede partecipare i partiti, che, se vorranno, fa notare Cocchi, potranno creare dei comitati di sostegno. Tre mesi di tempo per raccogliere almeno 600mila firme e poi la Corte costituzionale dovrà decidere se i quesiti sono ammissibili.

Ma qual è il clima che regna nelle scuole? “C’è il fuoco sotto la cenere”, dice il rappresentante dei comitati Lip. “La legge 107 ha già fatto vedere crepe come la supplentite o la fine toccata ai docenti del potenziamento: assunzioni senza verificare i reali bisogni delle scuole”, afferma Cocchi. Per questo motivo, una campagna referendaria può riaccendere la miccia e convogliare le delusioni e l’insoddisfazione che già hanno prodotto contestazioni a macchia di leopardo. Come è accaduto nelle Marche e in un liceo di Pisa dove i docenti si sono rifiutati di votare i due rappresentanti del Comitato di valutazione che ha il compito, tra l’altro, di elargire un bonus in denaro ai meritevoli.

Ma il referendum va preparato con molta attenzione , sottolinea Lampis. “I quesiti devono essere chiari e semplici e la campagna deve coinvolgere tutti, tenendo presente comunque che il referendum non è la panacea di tutti i mali. Ma la sua forza è anche quella di stare insieme agli altri percorsi referendari”. Che sono quelli ambientali, come il No Triv e quello sul Jobs act su cui la Cgil sta sondando i suoi iscritti.

Così tra pochi mesi, verso la metà di aprile, potrebbe accadere  che, mentre il presidente del Consiglio affila le armi per la “sua” campagna sul referendum costituzionale, dal basso, arriverebbero i referendum che mettono in crisi proprio i suoi gioielli: la Buona scuola, lo Sblocca Italia e forse anche il Jobs act .

di Donatella Coccoli da Controlacrisi

Gli ex cgil votano contro lo Statuto

giorgio-cremaschiArticolo di Giorgio Cremaschi

Ci sono comportamenti che non possono essere ascritti alle diversità di ruoli e funzioni. La Cgil chiederà a milioni di lavoratori il 12 dicembre di fare a meno di 8 ore di prezioso salario per scioperare contro il jobact. Tutti gli ex dirigenti della Cgil eletti con il PD han votato a favore di quella legge contro la quale i loro ex rappresentati scenderanno in lotta. Guglielmo Epifani è stato il predecessore e anche colui che ha costruito l’elezione di Susanna Camusso, Cesare Damiano é stato vice segretario della Fiom, Valeria Fedeli, vice presidente del senato, è stata segretaria generale dei tessili. Assieme a loro molti altri dirigenti di categorie e strutture confederali meno conosciuti, in qualità di parlamentari del PD oggi votano il Jobact. È un fatto politico rilevante, un danno enorme per la Cgil, altro che lobby dei sindacalisti in parlamento. Nella tradizione laburista britannica i dirigenti sindacali  che diventano deputati portano nelle istituzioni gli interessi della loro organizzazione. Da noi i parlamentari di provenienza Cgil non fanno neanche obiezione di coscienza di fronte ad un provvedimento che provoca dolore e rabbia nei loro ex rappresentati. Cioè coloro, per essere ancora più chiari, a cui qualcosa dovrebbero, visto che stanno dove stanno proprio in virtù delle lunga carriera sindacale.

E proprio qui sta il punto. Il comportamento di Epifani e di  tutti gli altri porta acqua al mulino di chi associa il sindacato alla casta e alla degenerazione della politica. In questo essi sono perfettamente e utilmente renziani. Nell’ultimo congresso della Cgil la nostra piccola minoranza aveva chiesto che si ponesse una regola al conflitto d’interessi nelle carriere dei dirigenti sindacali. Avevamo chiesto che non si potesse passare immediatamente da un importante ruolo nell’organizzazione ad un altro nelle istituzioni. E a maggior ragione che ai dirigenti Cgil non fosse permesso, pena risarcimenti verso gli iscritti, di saltare la scrivania delle trattative sindacali diventando manager aziendali. Chi viaggia in treno e parla con qualche ferroviere sa quanto abbia nuociuto alla credibilità stessa della Cgil, il fatto che Mauro Moretti sia passato direttamente dalla segretaria del sindacato trasporti alla direzione delle ferrovie. Bisognava pensarci e capire che nell’Italia di oggi, che non é certo quella di DiVittorio, lo sbocco politico e aziendale delle carriere sindacali avrebbe fatto danno. Invece queste nostre richieste sul conflitto di interessi son state respinte con sufficienza e fastidio, con quella stessa chiusura ottusa che si è opposta al nostro avviso di prepararsi in tempo allo scontro con Renzi. Contro cui ora la Cgil è costretta a fare lo sciopero generale, mentre i suoi ex dirigenti stanno dall’altra parte.

No, non se la cava Susanna Camusso ignorando il voto in parlamento di colui che chiamava capo quando era in Cgil. E neppure può risolverla dicendo che adesso Epifani fa un altro mestiere. Perché nell’Italia di oggi non sarebbero pochi quelli che penserebbero che chi proclama gli scioperi oggi, li tradirà domani quando troverà una collocazione migliore.
No, far finta di niente aggrava solo un danno che il gruppo dirigente attuale della Cgil ha una sola via per contenere. L’attuale segreteria deve dichiarare la rottura politica e morale con gli ex che han votato il jobact e fare di questo atto un momento di una più profonda ricollocazione della Cgil. Una ricollocazione in una posizione indipendente dagli schieramenti elettorali e  contro il Pd renziano. Altrimenti già il 13 dicembre la Cgil  inizierà una rovinosa ritirata.

Camusso sempre più giù: precipita il consenso in Cgil

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Il caso. Dopo il Congresso, la leader perde ancora voti. Segreteria “blindata” in funzione anti-Landini e inefficacia rispetto al governo Renzi: debolezze che ormai non piacciono più neanche ai suoi

Certo non deve essere per nulla facile tro­varsi al ver­tice di un sin­da­cato – ancor di più, della Cgil – quando al governo c’è un “asfal­ta­tore” come Mat­teo Renzi. Ma la segre­ta­ria Susanna Camusso, nono­stante le forti per­dite di con­senso interno subite al Con­gresso dello scorso mag­gio, non sem­bra aver ancora tro­vato la rotta giu­sta per ricom­pat­tare la sua orga­niz­za­zione, per por­tarla al livello richie­sto dalla sfida con il pre­mier. I numeri par­lano chiaro, ed è stato un crollo con­ti­nuo, inar­re­sta­bile: se per eleg­gere la sua mag­gio­ranza al Diret­tivo ha preso un buon 80%, al momento della ricon­ferma a segre­ta­ria quella cifra è pre­ci­pi­tata al 69%. Peg­gio ancora l’altroieri, quando per appro­vare la nuova squa­dra con­fe­de­rale, il Diret­tivo le ha con­cesso uno stri­min­zito 62%.

Di voto in voto, sem­bra avvi­ci­narsi peri­co­lo­sa­mente il 50% (potrebbe notare qual­che mali­gno), cifre a cui un sin­da­cato per tanti versi ancora “antico” come la Cgil – abi­tuato alle auto­ce­le­bra­zioni “bul­gare” – non pare pronto. Ma illa­zioni a parte, quei numeri vanno ana­liz­zati. Anche per­ché noi stessi, ieri, abbiamo par­lato di un 68% e non di un 62%: cifre entrambe vere, solo che la prima si rife­ri­sce al totale dei pre­senti, la seconda a quella degli aventi diritto. E al primo scru­ti­nio, come è avve­nuta que­sta ele­zione, secondo le regole della Cgil conta la seconda. Stesso iden­tico mec­ca­ni­smo si era veri­fi­cato alla ricon­ferma di Camusso: l’aveva votata il 73% dei pre­senti, ma sol­tanto il 69% degli aventi diritto.

Insomma siamo a una per­dita netta di 5 o addi­rit­tura 7 punti rispetto all’elezione a segre­ta­ria: la nuova squa­dra che ha inte­grato Nino Baseotto, Gianna Fra­cassi e Franco Mar­tini, è insomma quasi più sgra­dita della stessa lea­der? O più sem­pli­ce­mente, da ini­zio mag­gio a oggi si sono acuiti i mal­con­tenti insiti nella stessa mag­gio­ranza camus­siana, per­ché la segre­ta­ria non sta riu­scendo ad affron­tarli? Va tenuto conto anche del fatto che Camusso, per la sua rie­le­zione, ebbe 105 voti a favore su 151 aventi diritto, adesso ridotti a 94: con 39 con­trari (con­tro i 36 pre­ce­denti) e 5 aste­nuti (con­tro 2). Gli assenti sono saliti a 12 (con­tro 8), di cui ben 11 della maggioranza.

Insomma, senza voler affo­gare nes­suno con una messe di numeri, è evi­dente che Camusso con­ti­nua a per­dere pezzi. Cer­chiamo allora qual­che moti­va­zione “poli­tica” di que­sta caduta.

Innan­zi­tutto, la nuova squa­dra, e il ten­ta­tivo di iso­lare la mino­ranza: far entrare Nino Baseotto, segre­ta­rio lom­bardo, è un chiaro segnale di guerra. Baseotto aveva infatti fir­mato a fine marzo una let­tera a paga­mento su l’Unità di attacco fron­tale a Lan­dini. Prima ancora, aveva orga­niz­zato un con­ve­gno a Milano, per l’estensione del Testo unico sulla rap­pre­sen­tanza, a cui non aveva invi­tato sol­tanto la Fiom (piut­to­sto incre­di­bile, visto che è una delle cate­go­rie più coin­volte, e insieme l’unica voce dissonante).

Incon­tro mila­nese, tra l’altro, pas­sato alla sto­ria della Cgil non tanto per le tesi espo­ste dagli inter­ve­nuti, quanto più per le “botte” a Gior­gio Cre­ma­schi, che aveva chie­sto di poter intervenire.

Insomma, Baseotto è uno “sherpa”, un “pasda­ran” della segre­ta­ria, che assur­gendo al suo lato destro nel governo con­fe­de­rale della Cgil, ine­vi­ta­bil­mente segna in modo sim­bo­lico quasi una nuova mis­sion per la squa­dra. Esce Nicola Nico­losi, che sep­pure abbia svolto, nella stessa mag­gio­ranza, un ruolo di “spina nel fianco”, poi­ché appar­te­neva all’area Lavoro e Società, adesso essendo pas­sato con i “lan­di­niani” è asso­lu­ta­mente out.

Esce anche Elena Lat­tuada, ma lei andrà a sosti­tuire Baseotto alla guida della Lom­bar­dia. Per tirare le somme, la nuova segre­te­ria viene vista come una blin­da­tura ancora più forte di Camusso intorno a sé e ai suoi: il che già dal Con­gresso ha dato cer­ta­mente fasti­dio a strut­ture come l’Emilia Roma­gna, o lo Spi, che pur restan­dole leali, cre­dono sia comun­que giu­sto – per la salute dell’organizzazione e per una sua mag­giore effi­ca­cia – aprire alla minoranza.

Infatti erano state l’Emilia e lo Spi a sbloc­care l’impasse del Con­gresso, quando fu sospeso per 3 ore al momento dell’elezione degli organi di garan­zia, facendo tor­nare a più miti con­si­gli Camusso, che voleva occu­pare più caselle del con­sueto. Ma le cri­ti­che sono anche per la gestione “esterna” del sin­da­cato, e non solo per la carenza di demo­cra­zia interna: che risul­tati sta otte­nendo la Cgil?

C’è la piat­ta­forma su fisco e pen­sioni con Cisl e Uil – è vero – ma già da ora, per il low pro­file che le si è voluto (o potuto) dare, appare come una bat­ta­glia persa, come fu con­tro la riforma For­nero. E ci sono anche due altre mine poste da Renzi: la prima è l’invio auto­ma­tico dei 730, annun­ciato per il 2015. Vor­rebbe dire il tra­collo dei Caf, grande cen­tro di finan­zia­mento per le ini­zia­tive sin­da­cali. E ancora, il governo vor­rebbe dimez­zare i per­messi sin­da­cali del pub­blico impiego. Pic­coli ter­re­moti che toglie­reb­bero spazi e fondi alla Cgil, e che rischiano di far vacil­lare chi sta al vertice.

di Antonio Sciotto – il manifesto

Porcellum versione Camusso

cgilLo scontro al Congresso Cgil. Sbarramento del 3% per entrare al Direttivo, tempi ridotti per il dibattito, numero di delegati non adeguato per la minoranza. Landini guida la nuova opposizione: “Regole così mai viste neanche nella peggiore assemblea di condominio”

E così anche la Cgil può dire di avere il suo “por­cel­lum”. Se la rela­zione di aper­tura di Susanna Camusso ha aspra­mente con­te­stato la riforma costi­tu­zio­nale e la legge elet­to­rale del pre­mier Renzi, dall’altro lato al suo interno il sin­da­cato applica una norma che can­cella di fatto la rap­pre­sen­tanza pro­por­zio­nale e rende neces­sa­ria una soglia di sbar­ra­mento per entrare nel Diret­tivo. La norma fun­ziona così: per poter con­cor­rere all’elezione nel par­la­men­tino Cgil, devi rac­co­gliere firme pari al 3% della pla­tea dei dele­gati al Congresso.

Que­sta regola ha creato ieri un pro­blema all’unica mino­ranza per il momento uffi­cial­mente pre­sente nel sin­da­cato, quella del docu­mento 2 di Gior­gio Cre­ma­schi: avendo preso quest’ultima il 2,4% dei dele­gati al Con­gresso, pari a 23 (su com­ples­sivi 953), le man­cano ben 6 firme – da chie­dere in giro, neces­sa­ria­mente agli avver­sari – per­ché l’area sia rappresentata.

E’ vero che a un certo punto, dopo il bastone, è arri­vata la carota: la segre­ta­ria con­fe­de­rale Elena Lat­tuada ha offerto la sua firma, facendo capire quindi che la stessa Camusso non vuole esclu­dere fat­tual­mente la pic­cola mino­ranza cre­ma­schiana, ma il prin­ci­pio rimane. “E’ la prima volta che si sce­glie di non appli­care il pro­por­zio­nale puro in Cgil: un deciso cam­bio di rotta che impe­di­sce a tutte le voci, spe­cial­mente a quelle in dis­senso, di essere pre­senti”, lamenta Cremaschi.

L’evento forse dall’esterno potrà sem­brare minimo, ma in effetti è un segnale che si inse­ri­sce in un qua­dro di forti scon­tri tra la mag­gio­ranza camus­siana e la scis­sione che si è creata nel suo stesso docu­mento, quella gui­data da Mau­ri­zio Lan­dini. Con Lan­dini si sono uniti altri espo­nenti di mino­ranza Cgil: Gianni Rinal­dini, Dome­nico Moc­cia, Nicola Nico­losi, e il trait d’union della nuova oppo­si­zione a Susanna Camusso sono gli emen­da­menti fir­mati da que­sti sin­da­ca­li­sti. Sulle pen­sioni, la con­trat­ta­zione, il red­dito minimo.

Sul cal­colo dei voti agli emen­da­menti si è sca­te­nata la guerra: secondo la mino­ranza, hanno preso il 46% dei con­sensi, e quindi – in base al prin­ci­pio dell’”equilibrato rap­porto” con­cor­dato con la mag­gio­ranza — avreb­bero dovuto avere un’adeguata rap­pre­sen­tanza (almeno il 30–35% dei dele­gati al Con­gresso). Ma agli emen­danti è stato rico­no­sciuto solo il 15%, e da lì a cascata quindi discen­derà una sot­to­va­lu­ta­zione della loro pre­senza al Diret­tivo. Lan­dini e Rinal­dini hanno più volte defi­nito il metodo di cal­colo appli­cato dai camus­siano come “truffaldino”.

In que­sto con­te­sto già tesis­simo, oltre al “por­cel­lum” ieri si è aggiunto il restrin­gi­mento dei tempi per pre­sen­tare le liste. In pra­tica, anzi­ché dare come ter­mine ultimo per la pre­sen­ta­zione delle liste per il Diret­tivo la con­clu­sione del dibat­tito (quindi almeno la serata di oggi, o la mat­ti­nata di domani), si è scelto di porre la dead line alle 9,30 di oggi. La mino­ranza lo ha preso come un affronto.

“Non ho mai visto regole simili nean­che nelle peg­giori assem­blee di con­do­mi­nio – ha pro­te­stato Lan­dini – Si chiude il dibat­tito senza nean­che averlo aperto, appena con­clusa la rela­zione del segre­ta­rio gene­rale”. Un attacco fron­tale a Camusso. “Se si fa una ope­ra­zione di que­sta natura, si con­ferma il carat­tere non demo­cra­tico e l’idea un po’ auto­ri­ta­ria di come si gesti­sce una orga­niz­za­zione come la Cgil”.

Pro­te­ste dello stesso tono sono venute da Mari­gia Mau­lucci, Ser­gio Bel­la­vita, Cre­ma­schi, Nico­losi, e Rinal­dini: “Per­ché pren­derci in giro e spen­dere tanti soldi se il con­gresso è finito ancora prima di ini­ziare? — si chiede l’ex segre­ta­rio della Fiom — Prendo atto che que­sto è un con­gresso che non c’è: per­ché pre­sen­tare liste prima che ognuno possa espri­mersi con­ferma che il con­gresso non esiste”.

A que­sto punto le liste saranno dun­que almeno due (quella di Camusso e quella rife­ri­bile a Lan­dini), e diven­te­ranno tre se Cre­ma­schi sarà riu­scito a met­tere insieme le 6 firme neces­sa­rie per otte­nere lo sdo­ga­na­mento. Fino a ieri sera si ragio­nava sulla pos­si­bi­lità che i com­po­nenti del diret­tivo pos­sano essere 151, ma non esi­ste un numero defi­nito: poi­ché le liste sono bloc­cate, se alcuni camus­siani temes­sero di rima­nere fuori, si potrebbe deci­dere da parte della mag­gio­ranza di ampliare quella cifra (il Diret­tivo uscente è com­po­sto da 179 mem­bri). Ma a quel punto, ovvia­mente, aumen­te­reb­bero pro­por­zio­nal­mente anche gli eletti della nuova minoranza.

“Maggioritario sindacale con soglia di sbarramento”

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Accordo rappresentanza, Cremaschi spara a zero: “Maggioritario sindacale con soglia di sbarramento”

“L’accordo è la istituzionalizzazione della austerità nei luoghi di lavoro. In pratica l’accordo istituisce il maggioritario sindacale con soglia di sbarramento”. E’ questa in sintesi l’opinione di Giorgio Cremaschi sull’accordo tra sindacati e Confindustria siglato ieri sulla rappresentanza. Un giudizio fortemente critico e politico che non manca però, in una nota comparsa nel blog di Micromega, di mettere in evidenza alcuni elementi di merito.

Il primo punto di merito sollevato da Cremaschi riguarda il ‘vulnus’ democratico provocato dalla contraddizione tra legge da una parte e accordo tra privati dall’altra. In pratica, il testo nato dal confronto tra sindacati confederali e imprenditori non essendo passato dal Parlamento ha obiettivamente una forza minore dal punto di vista normativo. E questo a cominciare dalla cosiddetta ‘soglia di sbarramento’. “In pratica ‘accordo istituisce il maggioritario sindacale con soglia di sbarramento – sottolinea Cremaschi -. Attenzione, lo sbarramento vero non è quel confuso 5% di rappresentatività che dovrebbe dare accesso al tavolo dei contratti, quello è un trucco per gonzi e giornalisti economici, perché la selezione avviene prima. Infatti fruiscono del diritto alla rappresentanza solo le organizzazioni che sottoscrivono l’accordo impegnandosi al rispetto di tutte le sue parti”. Perché non dare a tutti la possibilità di presentera liste? “Escluso così preventivamente tutto il mondo sindacale che non si riconosce in CGIL, CISL UIL – sottolinea Cremaschi – e ancor di più esclusa ogni nuova rappresentanza del mondo del lavoro, affermato il principio che chi siede al tavolo oggi occupa tutti i posti presenti e futuri, il maggioritario serve a disciplinare ciò che resta di diversità conflittuale, per capirci la FIOM e quelle RSU che ancora organizzano scioperi”.

L’altro elementi di critica è l’esigibilità del referendum, che pure è stato un cavallo di battaglia di tutta l’opposizione in Cgil. Nel testo si parla genericamente di consultazione, tutta ancora da normare. “Sugli accordi decide la stessa maggioranza e – aggiunge Cremaschi – consulta i lavoratori, in modalità certificate da definire. Cioè non necessariamente con il referendum, ma anche con il voto palese registrato in assemblea. Sotto questo aspetto l’accordo è più arretrato del modello Marchionne, che è stato instaurato con il referendum”.

Infine, il diritto di sciopero. Anche qui il testo firmato non fa nessun riferimento all’abolizione del diritto di sciopero in caso di dissenso, ma viene tutto rimandato al contratto nazionale di categoria in cui ci sarà scritto nero su bianco il capitolo delle sanzioni contro chi non si attiene al dettato del contratto di categoria. “I firmatari si impegnano a definire nei contratti “clausole di raffreddamento”, – scrive Cremaschi – cioè inibizione dello sciopero e delle azioni legali. E non esiste clausola di raffreddamento che non preveda sanzioni per chi non la rispetta. Per capirci, se questa intesa fosse stata operativa quando la Fiat impose l’accordo capestro a Pomigliano, la FIOM avrebbe dovuto accettare l’intesa e in cambio sarebbe rimasta al tavolo e avrebbe continuato a godere dei diritti sindacali. Ora la CGIL firma quell’accordo e lo estende a tutto il mondo del lavoro anche per conto della FIOM”.

Ora la parola passa alla Fiom, sul cui profilo categoriale questo accordo sembra essere ritagliato nel tentativo di neutralizzare le contrarietà, e all’opposizione interna alla Cgil.

01/06/2013 13:55 | LAVOROITALIA | Autore: fabio sebastiani

(Da ControLaCrisi. org)

OGGI I METALMECCANICI !!

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OGGI I METALMECCANICI

 

La manifestazione di oggi della Fiom a Roma ricorda finalmente a tutti l’esistenza dell’oppressione di classe, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della violenza del sistema del profitto che nega diritti e distrugge vite e natura.

I lavoratori metalmeccanici, come altre volte in momenti decisivi della storia del nostro paese, hanno detto una parola di verita’, indicato un obiettivo di giustizia e liberta’, condotto una lotta per il bene comune, convocato tutte e tutti a resistere alla violenza di un sistema di potere iniquo, rapace, criminale.

Che il lavoro non sia schiavitu’ ma diritto.

Che la produzione serva al benessere dell’umanita’ e non alla sua oppressione, alla sua alienazione, al suo annichilimento.

Che l’economia si saldi all’ecologia e all’affermazione dei diritti umani di tutti gli esseri umani.

Che la repubblica sia realmente tale, e quindi l’ordinamento giuridico e i suoi organi di governo e la pubblica amministrazione non siano piu’ la maschera e il feudo del comitato d’affari degli sfruttatori, dei rapinatori.

I ricchi rapinatori non hanno mai cessato di condurre la loro feroce lotta di classe contro le loro vittime, che costituiscono la quasi totalita’ dell’umanita’. E’ tempo che le vittime dell’oppressione si riconoscano come tali, si organizzino, entrino nella lotta per liberare se stesse e liberando se stesse liberino l’umanita’ tutta.

La sinistra e’ questa organizzazione e questa lotta delle oppresse e degli oppressi, delle sfruttate e degli sfruttati, dell’umanita’ umiliata e offesa; e’ questa organizzazione e questa lotta dell’emancipazione e del riscatto comune, della solidarieta’ e della liberazione comune; oppure non e’ nulla.

La sinistra oggi necessaria: internazionalista, dei diritti umani di tutti gli esseri umani, della difesa della biosfera casa comune dell’umanita’ intera.

La sinistra oggi necessaria: ecologista e femminista, socialista e libertaria, per l’eguaglianza di diritti e la pluralita’ delle identita’, per la pace e la giustizia: in una parola, nonviolenta. Ovvero in lotta contro tutte le violenze e le menzogne, contro tutte le oppressioni e le vilta’.

La manifestazione dei metalmeccanici chiama l’intero popolo italiano alla presa di coscienza e all’impegno.

 

Il “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo

 

Viterbo, 18 maggio 2013

 

Mittente: “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: nbawac@tin.it e centropacevt@gmail.com , web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

Considerazioni CCNL metalmeccanici

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Prime considerazioni di merito sul testo dell’accordo separato sul CCNL metalmeccanici

[di Sergio Bellavita – Rete28Aprile Fiom]

Salario
I 130 euro di incremento dei minimi definiti dall’intesa separata nascondono due gabole non da poco:
In primo luogo si sana qualsiasi scostamento tra quanto avuto nel triennio precedente, i 127 euro, e il tasso di inflazione reale. In termini sindacali significa che persino la foglia di fico dell’accordo separato sul modello contrattuale del 2009 che defini’ l’indicatore IPCA e il successivo recupero dello scostamento, tranne la famosa inflazione importata su cui si erano esercitati molti sindacalisti di professione, altro non era che una balla colossale per consentire la riduzione dei salari.
In secondo luogo l’intesa stabilisce che la seconda rata ( 45 euro al quinto livello il 1/1/14)e la terza ( 50 euro al quinto livello il 1/1/15) sono nei fatti a disposizione delle singole aziende che potranno posticiparne il riconoscimento fino a 12 mesi e/o darli alla contrattazione di secondo livello, o meglio a disposizione di intese aziendali per particolari obbiettivi, secondo quanto definito dal patto sulla produttivita’ siglato recentemente. Sebbene sia stato definito, per ora, un riallineamento sui minimi nazionali che induce a presupporre il mantenimento formale del valore del contratto nazionale, l’introduzione di questo schema di possibile deroga sui minimi, da una parte apre per la prima volta ad una differenziazione temporanea dei minimi salariali nazionali, dall’altra sottrae risorse alla contrattazione di secondo livello, i padroni dal loro punto di vista penseranno di disporre a loro piacimento di quelle tranche e le riconosceranno nei tempi dovuti solo a fronte di ulteriori ricatti e peggioramenti.
Si sostanzia cosi sempre piu’ la contrattazione di restituzione o di ricatto, secondo lo schema ormai ben noto. Quali aziende potranno usufruirne? Tutte quelle interessate da crisi,avvio produzioni o incrementi produttivita’. Cioe’ tutte.
Sulle qualifiche si compie l’ennesima operazione a danno dei lavoratori. Nel 2005 e nel 2008 resistemmo alle pretese di Federmeccanica di introdurre un livello aggiuntivo tra terzo e quarto come tentativo di impedire il passaggio dal terzo al 4 livello, assolutamente di miglior favore per i lavoratori. Nacque cosi’ la mediazione della terza erp, non molto positiva ma comunque confinata ad alcune tipologie lavorative. Ora con la pattuizione di una 3 super si condannano i terzi livelli a non diventare mai quarti.
Sempre sull’inquadramento sono previste ulteriori manomissioni nei prossimi mesi con l’evidente obbiettivo di cancellare l’automatismo tra secondo e terzo livello e introdurre il 4 super, livello tra quarto e quinto con il sapore della stessa beffa realizzata con il 3 super.
Incredibile quanto previsto sulla contrazione temporanea dell’orario di lavoro in caso di minor lavoro. Fermo restando l’esistenza degli ammortizzatori sociali ( bonta’ loro!!!)l’azienda, previo esame con le rsu, senza cioe’ alcun vincolo ad intese, puo’ disporre di ferie e permessi dei lavoratori anche in modo collettivo. Un bel modo per dire senza mezzi termini che la crisi la pagano direttamente i lavoratori! Una pesante lesione del diritto del lavoratore a godere le proprie ferie e permessi secondo le proprie esigenze.
Si escludono dal computo quelle in corso di maturazione, mentre si prendono, non solo il residuo anni precedenti, ma persino quello gia’ maturato nel corso dell’anno e non ancora goduto. Sugli orari di lavoro si compie il vero omaggio a federmeccanica. Si conferma che l’orario settimanale di lavoro e’ di 40 ore, ma solo in maniera simbolica in quanto e’ computato come media annuale, salvo accordi aziendali. In sostanza si conferma, in ossequio a accordo 28 giugno e patto produttivita’ il possibile aumento dell’orario di lavoro settimanale ( ferrovieri docet).
Si cancella ogni potere della rsu sulla flessibilita’ di orario in quanto l’azienda ha il solo obbligo all’esame congiunto, poi trascorsi dieci giorni applica l’orario anche unilateralmente.
La collocazione della mezzora di pausa refezione sul turno e’ consegnata a intese aziendali. Viene introdotto l’obbligo al lavoratore in turno che non viene sostituito a farsi anche l’altro turno per intero. Ulteriore deroga ai bisogni fisiologici umani. Tali lavoratori sono esentati per sei giorni da altro straordinario ma nessun recupero o riposo compensativo. Si incrementa il numero di ore di flessibilita’ max in un anno, che passano cosi’ da 64 a 80. L’azienda anche qui potra’ fruirne unilteralmente dopo aver disbrigato l’ esame congiunto con le rsu.
Per quanto attiene ai PAR, permessi annui retribuiti, l’accordo separato consegna alle aziende 5 giornate all’anno di PAR dei lavoratori. L’impegno tra le parti sul premio di risultato e’ eloquente. Si definisce che tra i criteri per il riconoscimento del premio c’e’ l’effettiva prestazione di flessibilita’. Cioe’ il premio fedelta’ per chi partecipa alla flessibilita’ aziendale, una sorta di premio partecipazione, variante del premio presenza. Sul trattamento di malattia l’accordo separato fa un’operazione meschina. Si introduce un meccanismo di pesante penalizzazione per le cosidette malattie brevi, quelle cioe’ sino a 5 giorni di durata. Oltre la terza malattia breve nel corso dell’anno verra’ ridotta la retribuzione, del 34% per la quarta malattia e del 50% per la quinta e successiva. In sostanza si riduce drammaticamente il riconoscimento economico della malattia andando persino oltre l’attacco ai primi 3 gg di carenza, pagati al 100% dalle aziende, in quanto e’ l’intero periodo,max 5, ad essere colpito. Nascono pertanto quattro possibili fasce di retribuzione malattia: 50% 66% 80% 100% Le imprese ottengono cosi’ di aggredire la parte piu’ consistente, perche’ piu’ frequente, del diritto alla malattia e concedono un simbolico incremento ai rari casi di malattie della seconda fascia del precedente schema che passa dal 50% all’80%.
Questi i principali punti che ad una prima veloce lettura appaiono piu deleteri dell-intesa separata.
Sergio Bellavita Rete 28 aprile Fiom