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La rivoluzione industriale che ci sta cambiando

Presentiamo un interessante articolo scritto da Andrea Aimar e pubblicato sul sito “sbilanciamoci.info” che descrive, con sublime lucidità, il futuro che ci aspetta, che molti non vedono e che in parte già esiste. E’ piuttosto lungo ma ne vale senz’altro la pena. Buona lettura.

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rivoluzione_industrialeSono nomi di computer ad alta potenza di calcolo, software, start up, piattaforme: YuMi, StasMonkey, Watson, Tug, Sedasys, Coursera, Shutterstock, Digits, Warren, e-discovery, Baxter, Iamus, Workfusion, Sawyer. Rappresentano il presente dell’innovazione e l’anticipazione di un futuro probabile dove il lavoro umano diminuirà.

49% o 47% le ipotesi più radicali, 9% quelle più caute, 35% per chi preferisce una via di mezzo: dietro le percentuali i posti di lavoro che verrebbero bruciati dall’innovazione tecnologica. Tecnologie delle reti e dell’informazione, robot, macchine potentissime, big data: è più o meno questa la ricetta che si aggira per il mondo promettendo rivoluzioni digitali e industrie 4.0.

Chi minimizza ricorda l’introduzione del telaio meccanico a fine Ottocento e l’automazione degli anni ‘70 e ‘80: sembrava la fine del mondo ma era solo l’inizio di qualcosa di nuovo. Si bruciano posti di lavoro ma si ritrovano da altre parti. Ma assai più del “vissero tutti felici e contenti” sembra convincere la narrazione a la “Houston, abbiamo un problema”.

A guardarla da vicino, questa rivoluzione guidata da algoritmi intelligenti, sembra davvero un’altra storia. È difficile cercare riscontro in qualche precedente perché l’aumento di produttività che queste tecnologie promettono e la diversa qualità dei processi che possono innescare, raccontano di un salto di paradigma ben più alto dei precedenti. Non siamo di fronte solamente a innovazioni che migliorano sensibilmente le prestazioni, ovvero fanno meglio ciò che facevamo già prima, in questo caso fanno altro: cambiamo il modo in cui si gioca, ne modificano le regole, si comportano da tecnologie «game changer».

 

“Houston, abbiamo un problema” per almeno due ragioni.

La prima è che l’ondata di automazione in arrivo non colpirà solamente i lavori manuali a bassa qualifica ma avrà nel mirino anche quelle professioni medie intellettuali che siamo soliti attribuire alla classe media. Quei lavori che costituiscono l’ossatura delle economie terziarie dei paesi occidentali, da cui dipende anche la loro stabilità sociale. Se lavorate in uffici dove svolgete compiti di routine e seguite delle procedure standard potete iniziare a preoccuparvi. Perché ci sono degli algoritmi in grado di imparare ciò che fate se glielo insegnate (o se vi “osservano” mentre lavorate) e lo ripeteranno meglio: sbaglieranno meno, non dormiranno, non mangeranno, non si faranno distrarre, non andranno in ferie. Il mondo delle assicurazioni e della finanza, della pubblica amministrazione e di quella aziendale è pieno zeppo di questi tipi di impiego. Ma se siete giornalisti, autisti, medici, avvocati, manager di medio livello, insegnanti, non sedetevi sugli allori perché gli algoritmi sono lì in agguato. Stanno imparando non solo a copiare bene ciò che già fate, ma sanno “inventare” e “imparare facendo”: li chiamano «sistemi di apprendimento automatico» e vi batteranno in un gioco a quiz, guideranno per voi, scriveranno articoli più dettagliati ed emozionanti dei vostri, vi dedicheranno una canzone da loro composta. Fantascienza? Forse per alcune applicazioni estreme sì ma ciò che alcune macchine sono già in grado di fare ci raccontano di un futuro molto vicino. D’altronde chi avrebbe detto nel capodanno del 2000 che avremmo passato ore su di un social network (social che?!)? Oppure a metà Ottocento avreste creduto alla storia dell’uomo in grado di volare?

La seconda è che queste trasformazioni stanno avvenendo in un sistema economico dove:

  • tutti gli aumenti di produttività avvenuti nei decenni scorsi non hanno mai comportato un aumento dei salari;
  • gli aumenti di PIL (la crescita) non hanno avuto conseguenze sul livello di occupazione;
  • la massima prevalente continua essere la concorrenza basata sul basso costo del lavoro (globalizzazione dei mercati e delocalizzazioni docet);
  • le disuguaglianze sono aumentate radicalmente e per garantire il funzionamento della macchina, nonostante l’esistenza di lavoratori poveri/consumatori deboli, si è scelta la strada dell’indebitamento.

Tutto questo dentro una gigantesca «cattura del regolatore» ovvero il pubblico (lo Stato o gli Stati) che ha fatto e continua a fare gli interessi di pochi in nome di un falso bene comune.

Se la trasformazione tecnologico-produttiva prima evocata sarà guidata da queste logiche ci ritroveremo con ogni probabilità in un mondo ancora più diseguale.

Il mercato del lavoro vedrà una polarizzazione tra impieghi qualificati e una grande quantità di occupazioni di bassissimo livello, generatrici di lavoro povero. I lavori di natura intermedia si ridurranno drasticamente e la tendenza all’accentramento della ricchezza in poche mani sarà amplificata. Ne abbiamo già un’anticipazione con i monopoli dei giganti del web: nella logica del capitalismo di piattaforma connesso alle innovazioni il “primo che arriva” si prende tutto il mercato.

Le condizioni di lavoro peggioreranno perché sempre meno i processi di valorizzazione avranno bisogno del contributo umano: ciò significa che la maggior parte delle persone dovrà fare molti lavoretti per sperare di rimanere un lavoratore povero. Mentre la quota di disoccupazione di natura tecnologica salirà progressivamente a fronte di un sistema pubblico non in grado, a queste regole e a queste logiche, di rispondere ai nuovi bisogni.

Vivremo molte contraddizioni, alcune già tra noi: i prezzi dei beni si ridurranno, in quanto consumatori impoveriti saremo contenti di potere acquistare comunque ma nel frattempo ci staremo peggiorando la vita in quanto lavoratori (vedi alla voce Amazon, Uber, ecc.). Inoltre tutto ciò che faremo, diremo, penseremo, sarà valorizzato in qualche processo economico a noi sconosciuto: siamo e saremo il nuovo petrolio dell’economia futura, i dati e le informazioni che regaliamo vivendo la nostra vita sono il carburante più ambito.

Abbiamo di fronte due strade: subire questo progetto di trasformazione guidato dall’interesse di pochi oppure tentare di guidarlo nell’interesse di tanti.

 

I requisiti per agire

Piace di questi tempi dividere il mondo tra i nostalgici del passato e gli amanti del futuro, tra chi crede nel progresso e chi lo combatte in nome della conservazione. Sono categorie stanche, spesso vuote, a volte rovesciate di senso. Tra l’essere dei fan acritici della modernizzazione, di quelli che si accomodano sulla retorica del cambiamento inevitabile, oppure dei nostalgici di vecchi equilibri e con tentazioni para luddiste (a volte legittime), è possibile immaginare un’altra ipotesi?

Per esempio un progetto che sappia cogliere le sfide di questa modernizzazione, di queste innovazioni tecnologiche, ma le includa in un diverso paradigma economico?

Facciamolo un attimo questo sforzo di immaginazione: se si potrà produrre molto di più con molto meno lavoro umano, provate a pensare se tutta quella ricchezza che guadagneremo con il minimo sforzo ce la dividessimo fra tutti. Una società dell’abbondanza dove poter lavorare per necessità poche ore al giorno, dove garantire ad ognuno una quota base di reddito e la soddisfazione dei bisogni utili a una sussistenza degna.

Sforzatevi di immaginare tutta questa potenza di calcolo, le migliori tecnologie, le sterminate informazioni disponibili, utilizzate per migliorare la qualità di vita delle persone: servizi di cura costruiti su misura, politiche pubbliche con un elevato grado di efficacia, occupazioni meno faticose. Usate la fantasia per pensare a come queste innovazioni travolgenti che abbiamo tra le mani potrebbero facilitare una conversione ecologica necessaria. Nuovi stili di vita sostenibili, diversi modelli di consumo, produzioni poco energivore e di qualità, una differente distribuzione di energia, ecc.

Tutto questo è possibile se la maggioranza delle persone, quelle che vedono e vedrebbero la loro vita peggiorata dalle trasformazioni in corso, si uniranno intorno a un’idea e determineranno quei rapporti di forza necessari per confliggere con chi oggi guida questi cambiamenti.

E qua entra la politica, e l’idea di una «cultura del progetto» e della «proposta» che l’agire politico dovrebbe avere quando muove nell’interesse di molti. La chiamerò sinistra, ma se qualcuno su questo ha dei problemi, la chiami come crede. Io penso che nella storia della sinistra, nelle sue culture, ci siano le risorse utili per immaginare questa nuova società e affinare gli strumenti per ottenerla. Questa eredità esiste a patto che la sinistra, politica e sindacale, faccia i conti con la propria storia.

C’è una figura, insieme ad altre, che può essere utile per affrontare i nodi rimasti irrisolti. Penso a Bruno Trentin e a quel monito lanciato nel 1997, nel suo libro “La città del lavoro”:

“Se la sinistra non prende coscienza dell’ampiezza e della profondità della crisi d’identità che l’ha investita, ben prima del crollo definitivo delle esperienze del socialismo reale, e non si libera della cultura “fordista”, “sviluppista” e taylorista di cui è stata impregnata, per misurarsi con le fatiche di una politica fondata sulla democrazia e sul progetto di società, rialimentandosi con le nuove domande che si sprigionano nel conflitto sociale, allora essa sarà inevitabilmente condannata a subire una nuova rivoluzione passiva, di proporzioni ben più vaste e di una durata ben maggiore di quella lucidamente analizzata alla fine degli anni Venti, da Antonio Gramsci”.

Sta lì, in quelle poche parole, il succo di un cambio di impostazione necessario. In effetti le culture politiche e sindacali maggioritarie della sinistra hanno legato il proprio destino, in maniera subalterna, alle sorti di un certo tipo di capitalismo industriale. È valsa, anche oltre il tempo massimo, la regola che lo sviluppo delle forze produttive sarebbe andato a favore dei lavoratori. Attraverso lo Stato la classe operaia avrebbe ereditato il sistema produttivo fatto crescere dal capitale e lo avrebbe governato a suo favore. Che non fosse sufficiente cambiare l’autista della macchina per modificare la macchina lo ha reso chiaro la storia del Novecento.

Questa impostazione prevalente, il rimandare sempre a un “dopo” la presa del potere statale, ha di fatto interrotto una ricerca e una sperimentazione su quali dovessero essere le forme di organizzazione economica e sociale migliori. Questa interruzione non ha solo privato il movimento operaio e i suoi eredi di una capacità creativa e di un progetto di trasformazione, ma ha finito per far introiettare nell’antagonista per antonomasia del modello economico capitalista, gli stessi fini ultimi e le stesse modalità organizzative.

È quell’assenza di un’autonoma visione, quella mancanza di una propria strategia di mutamento del modello di sviluppo e di riforma dello Stato, che dev’essere interrogata per colmare oggi quei vuoti.

Ed è difficile non connettere a quell’impostazione subalterna, il disorientamento delle forze sindacali e politiche del lavoro dinanzi ai mutamenti degli anni ‘70 e ‘80, così come il mutismo degli anni successivi vissuti più con il torcicollo che con lo sguardo rivolto all’orizzonte. Quando sarebbe stato necessario, già allora, sostituire a una cultura della crescita una del limite e passare, con un proprio punto di vista autonomo, da un’economia della quantità a una della qualità.

E quei nodi irrisolti sono oggi da affrontare per essere in grado di raccogliere le nuove sfide e tentare un proprio progetto di trasformazione del gorgo di questa nuova rivoluzione del capitale.

Tenendo a mente come una bussola ciò che ci ricorda Juan Carlos Monadero: «Ci sono grosse differenze tra i popoli che vogliono conquistare qualcosa e quelli che temono di perdere ciò che hanno».

E quel «qualcosa» da conquistare è possibile definirlo se le forze e le culture che s’interrogano su di un’alternativa, saranno in grado di definire nuovi paradigmi e recupereranno un punto di vista autonomo. Se la sinistra tornerà ad occuparsi di organizzazione del lavoro, di riqualificazione dei processi produttivi e dei modelli di consumo, di governo degli orari e dei tempi di vita, potrà incarnare una proposta credibile in grado di non subire le attuali e prossime trasformazioni. Non si tratta solo di indicare nuovi orizzonti ma di essere in grado di praticare «qui ed ora» nuove possibilità, sperimentare soluzioni, stare nel flusso con chi ogni giorno “ci prova” nonostante tutto.

 

Una piattaforma per prendere tempo e un’occasione per guardare avanti

La sfida che serve giocare per dare corpo a un proprio progetto di trasformazione, obbliga a uno sforzo importante di immaginazione giuridica, economica e istituzionale. Sui modelli proprietari e sulle forme organizzative ci sarà bisogno di tutta la migliore intelligenza. Bisogna integrare le innovazioni tecnologiche in queste proposte di mutamento, servirà uscire dai sentieri consolidati e tracciare nuove strade.

Nel frattempo, mentre una vasta iniziativa di ricerca e sperimentazione dev’essere continuamente condotta, è necessario attrezzarsi con alcuni interventi in grado di facilitare il governo di questi anni e prendere tempo. Ci serve una piattaforma di base sulla quale chiamare a raccolta buona parte della società e potrebbe avere i seguenti pilastri:

– L’istituzione di un reddito di base che diverrà sempre più urgente nel momento in cui il lavoro povero e la disoccupazione tecnologica diverranno tendenze diffuse. Accanto a ciò urge un programma di redistribuzione di ricchezza attraverso la tassazione dei grandi patrimoni e lo spostamento delle imposte dal lavoro al capitale. È la condizione di partenza per ristabilire un minimo di validità a un contratto sociale oggi saltato.

– La riduzione e redistribuzione degli orari di lavoro, anch’essa necessaria in un contesto di riduzione di disponibilità di occupazione e per superare la contraddizione di persone costrette a lavorare moltissime ore e persone disoccupate.

– Una socializzazione e redistribuzione della ricchezza prodotta dalle innovazioni tecnologiche. l’ipotesi di una tassazione dei robot che sostituiscono lavoro potrebbe andare in questo senso ma anche qua serve immaginare nuovi strumenti in grado di garantire un godimento collettivo delle innovazioni.

Vale qui la riflessione per cui gli innovatori che riescono a rendere fruttuosa a livello economico una tecnologia sono gli ultimi anelli di una ricerca che ha coinvolto tutta la società e l’investimento pubblico. Google, Apple non esisterebbero senza i massicci investimenti in ricerca dei contribuenti.

– Una riforma del sistema finanziario per arginare la «cattura del regolatore» che viene agita soprattutto attraverso dinamiche impersonali dei mercati finanziari. Inoltre il recupero di una leva fiscale pubblica è necessaria per rendere effettivi nuove politiche industriali e sul lavoro, e per finanziarie una transizione verso altri modelli economici.

Dal 26 settembre al 1 ottobre si svolgeranno a Torino i G7 di Industria, Scienza, Lavoro. Una delle diverse occasioni in cui la visione di un’innovazione tecnologica a vantaggio di pochi verrà discussa nell’anacronistico ed elitario schema dei 7 più o meno grandi.

Vogliamo sfruttare questa occasione per dotarci di strumenti, proposte condivise e di una nostra lettura sui mutamenti in corso. Vogliamo organizzare in concomitanza del vertice una settimana di incontri, azioni, manifestazioni in cui gettare le basi di una strategia politica che ci permetta di non subire le trasformazioni in corso ma delineare un progetto di trasformazione in grado di cogliere le sfide del presente.

Intendiamo invitare lungo le rive del Po tutte le persone che in Italia e in Europa hanno cambiato o stanno cambiando il corso delle cose: chi ha studiato e ragionato su ciò che oggi, nel nostro mondo, sono diventati l’economia e il lavoro, che cosa ne muove le innovazioni, a vantaggio di chi, con quali effetti sulla società.

Il lavoro….delle banche

78a2f8a03c7002f9de0cccba161feba9-ksEB-U10602292382414aUB-700x394@LaStampa.itSiccome le banche private italiane sono in “affanno” e, pur non essendo – a detta anche del ministro Padoan – comunque una situazione critica – il soccorso che spetta loro non è l’investimento di qualche privato che mette in essere un rischio di impresa, di capitalizzazione di una impresa, in questo caso…
No, il soccorso deve essere pubblico, deve venire dallo Stato italiano. Così, come è sempre stato: le banche si nutrono dei nostri risparmi, li investono male, perdono capitali nella concorrenza che è sempre concorrenza sleale in quanto è concorrenza e, poi, piangono calde lacrime davanti ai gradini della Banca d’Italia.
Così vanno le cose da molto, molto tempo. E mentre questo accade, il governo si preoccupa se iniziare una discussione sullo “spacchettamento” dei quesiti contenuti nel referendum (in)costituzionale.
Così vanno le cose… Si sta in sella un po’ per non morire e un po’ per garantire i privilegi e i profitti della grande concorrenza finanziaria… che mette in “affanno” le banche italiane.
Bel lavoro, vero?

CITTÀ METROPOLITANA: QUALE DEMOCRAZIA?

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Sul futuro di Milano assistiamo ad un’asfissiante discussione sul nome del prossimo candidato Sindaco. Si aggiunge una disputa sulle cosiddette “primarie”, strumento estraneo al nostro ordinamento costituzionale e importato dal nord America, che è stato utile in alcune fasi della storia recente (primarie per Prodi e Pisapia), ma non è risolutivo per contrastare la dissoluzione della democrazia in corso, usurata dalla crisi economica e da troppe consultazioni elettorali con partecipazione sotto il 50% degli aventi diritto.

Se negli schieramenti contrapposti rimane un minimo di serietà, la premessa indispensabile sta nel ripristinare la sovranità popolare. Non è ammissibile che per la Città metropolitana anche nel 2016 siano coinvolti solo i cittadini di Milano città (meno di 1.300.000). Rimangono tagliati fuori circa 2 milioni di cittadini e 133 comuni che dovrebbero delegare completamente la rappresentanza a qualche centinaio di consiglieri comunali che si eleggono tra di loro. La sospensione della rappresentanza popolare dal 2014 al 2021 per tutti i cittadini fuori dal capoluogo diventa intollerabile!

La crisi economica e il lavoro, il post EXPO, il destino dei servizi pubblici locali e delle privatizzazioni, la riorganizzazione delle aziende pubbliche in senso metropolitano, l’edilizia scolastica e il sostegno alla disabilità, il trasporto pubblico, la tutela ambientale e il riassetto idrogeologico, le devastazioni autostradali e l’agricoltura, il contrasto a mafie e corruzione, l’antifascismo e l’antirazzismo, non sono temi delegabili a gruppi ristretti. Il nuovo Assessore all’Urbanistica di Milano, prof. Balducci, si accinge a “illuminare” i comuni del contado senza che nessuno lo abbia eletto per questo compito.

Trasparenza e pubblicità vanno imposte e si abbia la decenza di prevedere una apposita legge di pochi articoli per Milano Città metropolitana, introducendo l’elezione diretta immediata (2016) del Consiglio e del Sindaco metropolitano. Si indichi altresì l’obiettivo di lavorare concretamente perché nel 2021 si eleggano solo gli organi metropolitani superando il dualismo con la città di Milano.

Non basta prevedere nuovi poteri e l’elezione diretta dei Presidenti delle circoscrizioni di Milano città, accentuando la disparità democratica tra cittadini del capoluogo e tutti gli altri.

Una fase di ricostruzione della democrazia municipale non può essere attivata senza partecipazione diretta della popolazione e con un peso esorbitante del Comune di Milano.

Pannicelli caldi, fantomatici piani strategici e le politiche concrete del governo nazionale e di Regione Lombardia hanno già annientato l’esordio delle città metropolitane, con gravi conseguenze per la cittadinanza, i servizi erogati e il personale dipendente.

La deriva burocratica e tecnocratica è sotto gli occhi di tutte e tutti, con il proliferare di organismi di coordinamento e senza affrontare alcun problema (basta chiedere ai pendolari).

La risposta non può essere che il ripristino di un principio basilare della democrazia: una testa, un voto. Ci sono in campo proposte di forze civiche, di qualche parlamentare e soprattutto leggi di iniziativa popolare. Intere zone come il lodigiano (61 comuni) mostrano concreto interesse verso l’adesione alla Città metropolitana di Milano, ma ognuno senza abdicare al vincolo della rappresentanza diretta.

È quindi questo il momento di mostrare un minimo di coraggio per applicare la Costituzione, contrastare la pericolosa demolizione in corso dei principi e dei valori costituzionali e far decidere alle cittadine e ai cittadini, rilanciando un motore essenziale del progresso umano: la democrazia.

di Massimo Gatti consigliere provinciale di Milano

“Buona scuola”. Scoperto un altro buco: mancano gli insegnanti di sostegno.

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Scoperto un altro buco nella cosiddetta “Buona scuola”: non ci sono insegnanti di sostegno. A lanciare l’allarme è l’Anief, che sottolinea come l’allerta sia partito nelle ultime ore: A Milano, per esempio, come ha detto il provveditore, ne mancano 1.900. Il numero così elevato è in relazione all’elevato numero di studenti disabili, che negli ultimi anni sono aumentati toccando la cifra di più di 12mila. Sono arrivate 700 certificazioni in più solo nell’ultimo mese, dicono al provveditorato, e “noi non abbiamo insegnanti per loro nonostante potremmo assumerne tantissimi”.
E non è solo una necessità dei grandi centri del Nord, ‘perché lo stesso problema c’è in Sicilia o in Calabria: mancano gli specialisti, non ce ne sono in tutta Italia’. Anche perché quelli che ci sono continuano a fare i supplenti’.
”Si tratta di un vero e proprio bug contenuto nella riforma – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir – perché invece di cancellare la piaga del precariato scolastico, quella che il premier ha più volte chiamato ‘supplentite’, si è agito nel modo opposto: si continuano a tenere ai box, come supplenti, oltre 12mila docenti che, dopo essersi formati loro spese nelle università indicate dallo Stato, pagando circa 3mila euro a testa, potevano tranquillamente essere immessi in ruolo attraverso il piano straordinario di assunzioni previsto dalla riforma.
Ancor di più perché i posti vacanti sono tre volte tanto: l’anno prossimo, infatti, partirà con 90mila cattedre di sostegno coperte da personale di ruolo su oltre 120mila posti a tutti gli effetti vacanti”. “Non sono affatto numeri ingigantiti – secondo Anief – ma quelli necessari per garantire il diritto allo studio di più di 240mila alunni disabili certificati con problemi di apprendimento.
La carenza di docenti specializzati per i disabili riguarda tutte le regioni: ”nel Lazio mancano circa 700 insegnanti di sostegno”. La situazione in provincia non è migliore: a Pistoia ci sono ”46 cattedre vuote sul sostegno, ma mancano gli insegnanti”, a Prato le immissioni in ruolo non sono bastate: rimangono da coprire 34 cattedre per il sostegno. Potremmo andare avanti, ma ci fermiamo qui”, rileva il sindacato.
Eppure, aggiunge, “quello delle graduatorie esaurite è un problema che poteva essere tranquillamente superato. Governo e Parlamento, infatti, non hanno permesso l’accesso nelle GaE dei 12.840 insegnanti di sostegno specializzati negli ultimi anni, attraverso il primo e secondo ciclo di Tfa: si tratta di docenti – selezionati su un numero preciso di posti individuato annualmente dal Miur – che hanno svolto lo stesso percorso formativo dei colleghi che si sono specializzati nel sostegno alla disabilità, sino al 2011, attraverso le Ssis.
Invece, tutti questi specializzati, malgrado la Buona Scuola, anche quest’anno continueranno a sottoscrivere una supplenza – ad anno scolastico iniziato – su convocazione del dirigente scolastico”.Dai conteggi della rivista Tuttoscuola risulta che, complessivamente, se si tiene conto anche delle cattedre comuni, ”delle 71.143 domande presentate ne dovrebbero andare a buon fine soltanto 55.373”.
da “Controlacrisi”

Je suis charlatan


Giustamente, non si è ancora placata la vasta eco per gli atroci attentati parigini alla sede del periodico satirico Charlie Hebdo. Così come non si è  ancora arrestata la catena di solidarietà e di affinità nei confronti del giornale e dei suoi redattori massacrati nel vile attentato operato in nome di un Islam, che non è certo quello contenuto nel Corano e diffuso tra i musulmani, che sono per la stragrande maggioranza pacifici e vivono con grande armonia e serenità nei paesi europei ed occidentali.

Dodici i morti, tra i quali il direttore Stephene Charbonnier, detto Charb, e diversi collaboratori storici del periodico (Cabu, Tignous, Georges Wolinki, Honoré), due poliziotti e numerosi feriti.

C’è però nell’aria una sorta di enorme ed incontenibile ipocrisia che anche oggi domina con il suo lezzo inarrestabile l’intera vicenda e che assume contorni degni di una piece teatrale dell’assurdo. Nella solidarietà un po’ artificiosa e strumentale che alcuni giornalisti, rappresentanti politici, opinionisti e notisti politici hanno espresso non si può non evidenziare una grossolana incoerenza.

altri due...

 E’ verosimile credere che molti, soprattutto tra i giornalisti che hanno espresso il loro pieno sostegno alla satira ed alle libertà di espressione contro tutto e tutti, contro il sacro ed il profano, siano in realtà dei loschi mentitori, che esprimono una finta e pelosa solidarietà mentre razzolano nel più losco dei modi per poter evitare di concedere quella libertà di stampa e di satira che altrove è sacra, ma mai in casa propria.

E’ inoltre verosimile immaginare che i vignettisti ed i giornalisti di Charlie Hebdo, sostanzialmente di una sinistra che in Italia non ha quasi più cittadinanza, su posizioni comuniste, anarchiche e fortemente libertarie, non avrebbero certamente gradito la presenza di tanta viscida, untuosa e pelosa solidarietà tra coloro i quali si sono stracciati le vesti per una libertà che nei quotidiani su cui vergano i loro corsivi non esiste.

Infatti non darebbero spazio ad una sola delle vignette di Wolinsky e compagni. Nessuna satira alla Charlie Hebdo avrebbe mai trovato spazio nei giornali diretti da Belpietro, Sallusti, Ferrara ed altri accoliti. Oggi Sallusti, Santanchè e Ferrara parlano della loro legittimità a essere dalla parte di Charlie perchè loro erano già con Oriana Fallaci ai tempi della rabbia e dell’orgoglio dopo l’attentato di New York alle Torri Gemelle.

Peccato che forse non abbiano capito nulla. Loro, che in nome di una guerra santa, evocata a gran voce si schierano con Charlie Hebdo sono in realtà su posizioni più affini al folle integralista cristiano di Utoya che ha massacrato 90 ragazzi inermi in nome di una purezza della società occidentale. Tutto possono avere Sallusti e Ferrara fuorchè una benchè minima e velata comunione di ironia con Charlie Hebdo !!

 

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Permettete che faccia un po’ sensazione, oltre che senso ed anche schifo, sentire o leggere Sallusti dire che solo lui, Oriana Fallaci ed altri scribacchini vicini al centro destra possono affermare a gran voce “Je suis Charlie”. Insomma proprio gli stesssi che non hanno sollevato un sopracciglio quando a casa nostra Biagi, Santoro, Luttazzi, Guzzanti e tanti altri non potevano ed ancora oggi non possono liberamente esprimersi perchè la loro parola o la loro satira non era gradita al signore di turno che comandava l’etere con editti bulgari.

Sia lieve la terra ai compagni ed amici di Charlie Hebdo e magari si possa evitare che venga calpestata da maldestri e prezzolati venditori di notiziari a libro paga del potente di turno.

Comunque nessuna opinione rispetto alla classe giornalistica nostrana è migliore rispetto a quella espressa da Giorgio Gaber nella canzone qui sotto.

 

FIAT, LICENZIATI 4 LAVORATORI

wpid-maria-barattoCon un atto che purtroppo ha molti precedenti Fiat ha deciso di licenziare 4 operai dello stabilimento di Nola, accusati di aver inscenato il finto suicidio di Marchionne dopo quello vero di una lavoratrice (Maria Baratto, 47 anni, nella foto) che lottava per il suo diritto al rientro in fabbrica e contro le sevizie di anni di reparti confino e cassa integrazione. Incitazione alla violenza e grave nocumento morale ai vertici dell’azienda!!! Di questo sarebbero responsabili i quattro operai! Un manichino, una maschera e una finta bara sarebbero gli strumenti di tale “violenza” e “grave danno morale”. Il fatto gravissimo e’ che vengono licenziati quattro lavoratori che denunciavano la sequela di suicidi che costella la storia vergognosa di Fiat, ultimo quello di Maria Baratto. Sono stati oltre duecento i suicidi tra i cassintegrati fiat dopo il 1980.
Il padrone Marchionne non consente la libera espressione del dissenso né in azienda né fuori dai cancelli. Il suo dominio non ammette interferenze, piccole o grandi che siano. La tentata rappresaglia per lo sciopero alla Maserati la dice lunga. Ci schieriamo – senza se è senza ma – con i lavoratori licenziati e chiediamo la loro reintegra. Chiediamo che tutte le organizzazioni sindacali a partire dalla Fiom facciano altrettanto. Quando si colpisce un lavoratore si colpiscono tutti i lavoratori. Questi licenziamenti sono la risposta alla crescente difficoltà di Fiat, che lo sciopero Maserati ha reso evidente. Cala il consenso e cresce il malessere tra gli operai. Per questo Marchionne ha voluto dare un segno generale ai lavoratori, non alzate la testa perché verrà tagliata!
L’unica vera violenza e’ la sua. Sia quella che quotidianamente scarica sulla vita di uomini e donne a cui chiede di piegare il proprio corpo, sia quella che esercita su trasferiti, puniti, nominati alla gogna della cassa integrazione. Una lunga storia di inusitata violenza, sempre coperta dalla politica e da tanta parte del sindacato!
Ora basta! Non abbassate la testa lavoratori e lavoratrici Fiat!!!

di Sergio Bellavita (da Sinistra Anticapitalista)

PRECARI PER DECRETO E PER SEMPRE

Quarto_Stato

di Piergiorgio Alleva

C’è da essere indi­gnati, cer­ta­mente e anzi­tutto, per il con­te­nuto dell’annunziato Decreto che pre­ca­rizza defi­ni­ti­va­mente il mer­cato del lavoro​.La riforma del con­tratto di lavoro a ter­mine e di appren­di­stato che Mat­teo Renzi ha annun­ciato, come unica misura con­creta e imme­diata in mezzo allo scop­piet­tio dei suoi annunci di riforma, pre­clude per il futuro l’accesso ad un lavoro sta­bile a tutti i lavo­ra­tori gio­vani e adulti. Ma indi­gna­zione anche per il modo asso­lu­ta­mente pas­sivo con cui le forze poli­ti­che “di sini­stra” e le orga­niz­za­zioni sin­da­cali hanno accolto la noti­zia, anche per­ché pro­ba­bil­mente clo­ro­for­miz­zate dall’annunzio di una non disprez­za­bile “man­cia” elar­gita ai lavo­ra­tori sotto forma di sgra­vio Irpef.

Salvo gli oppor­tuni appro­fon­di­menti, la sostanza è comun­que chia­ris­sima e ine­qui­vo­ca­bile. Si vuole intro­durre la pos­si­bi­lità di sti­pula di un con­tratto di lavoro a ter­mine senza indi­ca­zione di alcuna cau­sale con durata lun­ghis­sima, fino a tre anni.

Si dirà, ipo­cri­ta­mente, che que­sto vale solo per il “primo con­tratto” a ter­mine tra lo stesso datore di lavoro e il lavo­ra­tore, ma l’ipocrisia è evi­dente, per­ché a ben guar­dare, il primo con­tratto a ter­mine acau­sale sarà anche l’ultimo, in quanto dopo i 36 mesi di lavoro scat­te­rebbe la regola legale, già esi­stente, secondo la quale con­ti­nuando la pre­sta­zione di lavoro il con­tratto si tra­sforma a tempo indeterminato.

Quale è, allora, la for­mula sem­pli­cis­sima che il Decreto offre e sug­ge­ri­sce al datore? Tenere il lavo­ra­tore con con­tratto acau­sale e alla sca­denza sosti­tuirlo. Dal punto di vista del lavo­ra­tore signi­fica cer­care ogni tre anni un diverso datore di lavoro, e ciò all’infinito, con­ce­dendo a Dio la dignità, e ras­se­gnan­dosi ad una totale sot­to­mis­sione a ricatti di ogni tipo, spe­rando di essere con­fer­mato a tempo inde­ter­mi­nato una volta o l’altra.

È evi­dente che così, lo stesso datore di lavoro nel suo com­plesso diven­terà una sorta di favola non tra­du­ci­bile in realtà. Rispondo subito ad una pre­ve­di­bile obie­zione: si dirà che però, secondo la bozza del Decreto, i lavo­ra­tori a con­tratto a ter­mine acau­sale non potranno supe­rare il 20% dell’occupazione azien­dale: si tratta comun­que di una per­cen­tuale assai alta (attual­mente i con­tratti pre­ve­dono il 10–15%), ed è evi­dente che quella “fascia” del 20% fun­zio­nerà come una sorta di anello esterno all’azienda, nella quale fini­ranno impri­gio­nati i nuovi assunti e dal quale usci­ranno solo per entrare in ana­logo anello di altra azienda.

Per i gio­vani e per i disoc­cu­pati, dun­que, vi è un solo futuro: restare per sem­pre pre­cari trien­nali, ora presso una azienda, ora presso un’altra, ma la stessa sorte attende i lavo­ra­tori già sta­bili i quali magari si sen­ti­ranno grati a Renzi per quella man­cia eco­no­mica nel caso doves­sero per qual­siasi ragione per­dere quel posto di lavoro.

Va poi aggiunto che il rispetto effet­tivo della per­cen­tuale mas­sima di occu­pati a ter­mine su un orga­nico è di dif­fi­cile moni­to­rag­gio: come si farà a sapere se l’azienda alfa di 100 dipen­denti o con 100 dipen­denti ha già col­mato la suo quota di 20 lavo­ra­tori a ter­mine? I dati già ci sareb­bero presso i Cen­tri per l’impiego, ma sono riser­vati. Occor­re­rebbe isti­tuire, presso i Cen­tri per l’impiego, una ana­grafe pub­blica dei rap­porti di lavoro per otte­nere l’indispensabile tra­spa­renza: sarebbe una dimo­stra­zione minima di one­stà da parte del governo e dell’azienda, ma dob­biamo con­fes­sare tutto il nostro scetticismo.

Resta da con­si­de­rare la con­for­mità di que­sto decreto alla nor­ma­tiva euro­pea in tema di con­tratto a ter­mine. Il peri­colo di abuso che la nor­ma­tiva Ue con­nette alla ripe­ti­zione di brevi con­tratti a ter­mine, è tutto con­den­sato nella pre­vi­sione di un lungo con­tratto a ter­mine acau­sale, dopo il quale, se il datore con­sen­tisse di con­ti­nuare la pre­sta­zione vi sarebbe la tra­sfor­ma­zione a tempo inde­ter­mi­nato, ma poi­ché non la con­sen­tirà, vi sarà una con­di­zione di disoc­cu­pa­zione e sot­toc­cu­pa­zione, per­ché il pros­simo datore di lavoro si com­por­terà nello stesso modo.

Il prin­ci­pio euro­peo che la bozza del Decreto con vistosa ipo­cri­sia ripete, per il quale la forma nor­male del con­tratto di lavoro è quella a tempo inde­ter­mi­nato, viene così non solo aggi­rato e vio­lato, ma ridotto ad una bur­letta e que­sto potrà essere fatto valere di fronte alla Corte di Giu­sti­zia Euro­pea. Per for­tuna, nel nostro paese fra il tanto dif­fuso con­for­mi­smo anche tra le forze poli­ti­che e sin­da­cali, esi­ste la coscienza cri­tica dei sin­goli ope­ra­tori indipendenti.

Resta da esa­mi­nare lo scem­pio del con­tratto di appren­di­stato che viene bana­liz­zato, eli­mi­nando qual­siasi severo con­trollo sulla effet­ti­vità della for­ma­zione pro­fes­sio­nale ed eli­mi­nando altresì quella ele­men­tare regola anti­frode per la quale non pote­vano essere con­clusi nuovi con­tratti di appren­di­stato dal datore di lavoro che non avesse con­fer­mato a tempo inde­ter­mi­nato i pre­ce­denti appren­di­sti. È evi­dente che una regola di que­sto genere andrebbe intro­dotta anche per la pos­si­bile sti­pula di con­tratti a ter­mine ed, invece, la volontà di eli­mi­narla ove già esi­ste, e cioè nell’apprendistato, dimo­stra quali sono le vere inten­zioni del governo di Mat­teo Renzi.

[Ricordiamo a tal proposito anche al commento di Franco Turigliatto ]

(Da Sinistra Anticapitalista)