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SPRAR, la sigla che fa paura (alla sindaca)

sprarSui giornali e sui social si legge spesso una sigla, SPRAR; di cosa si tratta?

E’ un Sistema di Protezione per Richiedenti asilo e Rifugiati, in. vigore da più di dieci anni

L’Italia si è impegnata ad accogliere entro il secondo semestre del 2017 un numero pari a 1989 persone, in prevalenza cittadini siriani attualmente residenti in Libano e in minor parte cittadini eritrei residenti in Sudan. I paesi di provenienza dei 34039 beneficiari accolti nel 2016 sono stati in totale 86 con prevalenza di quelli africani e asiatici.

Sul totale delle donne accolte, ben il 40 % erano di nazionalità nigeriana, come il 25,3 % dei minori accolti.

Sul totale degli accolti 86,6 % erano uomini, il 13,3 % donne.

Nel 2016 sono state 28735 le persone accolte singolarmente (84,4 %) mentre 5307 facevano parte di un nucleo familiare (15,6 %)

Nel 2016 il 19 % degli interessati era in possesso di un diploma di scuola secondaria e il 7 % era in possesso di titolo di studio universitario.

Le strutture abitative dello SPRAR tendono a concretizzare i principi fondanti di un sistema mirato alla presa in carico di ogni singola persona e alla sua specificità: sono infatti caratterizzate dalla possibilità di ospitare ciascuna un numero contenuto di persone, oltre che dalla collocazione all’interno del centro abitato o comunque in una zona limitrofa e tendenzialmente collegate al servizio di mezzi pubblici.

Nel 2016 le abitazioni reperite sul territorio italiano e capaci di accogliere un numero limitato di persone, erano in parte di proprietà dell’ente locale e in altri casi prese in locazione, attraverso una ricerca nel mercato immobiliare privato. Gli appartamenti utilizzati sono stati 2873, destinati per il 35 % alle donne sole con figli o a famiglie.

Il primo atto della giovane sindaca di Senago è stato quello di recedere dall’accordo che il sindaco precedente aveva sottoscritto con la Prefettura. Con esso si sarebbero dovuti accogliere nel territorio senaghese circa 27 richiedenti asilo o rifugiati all’interno del progetto SPRAR, che prevede l’inserimento nel tessuto sociale di 1, fino a 3 persone ogni mille abitanti. Si trattava quindi di un numero ridotto, equivalente in pratica ad una classe scolastica. Il carico economico sarebbe stato a carico dello Stato, non del Comune; anzi, se l’Amministrazione avesse organizzato attività atte all’inserimento nel tessuto sociale di queste persone avrebbe ricevuto un sostegno economico. Ora leggiamo sui giornali che è stata emessa un’ordinanza per i proprietari che intendono mettere a disposizione i loro appartamenti sfitti: essi dovranno comunicare all’Amministrazione senaghese la sottoscrizione di contratti di locazione quindici giorni prima che essi vengano stipulati pena una sanzione amministrativa non specificata. Tra l’altro ci chiediamo se sia lecito minacciare una sanzione ma non specificarne l’ entità. Quale può essere la funzione di questa ordinanza se non quella di intimorire i proprietari e lasciare le persone richiedenti asilo o profughe quindici giorni di più in situazioni precarie? Ci chiediamo anche quale sia stato il significato e la forza del recesso dall’accordo già stipulato se ci si preoccupa dei proprietari degli appartamenti che, come nulla fosse cambiato, li metteranno a disposizione per il progetto SPRAR. Sicuramente avremo in meno i finanziamenti per i progetti che non verranno realizzati, interessanti per la Comunità intera, e forse avremo anche un maggior numero di ospiti.

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La rivoluzione industriale che ci sta cambiando

Presentiamo un interessante articolo scritto da Andrea Aimar e pubblicato sul sito “sbilanciamoci.info” che descrive, con sublime lucidità, il futuro che ci aspetta, che molti non vedono e che in parte già esiste. E’ piuttosto lungo ma ne vale senz’altro la pena. Buona lettura.

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rivoluzione_industrialeSono nomi di computer ad alta potenza di calcolo, software, start up, piattaforme: YuMi, StasMonkey, Watson, Tug, Sedasys, Coursera, Shutterstock, Digits, Warren, e-discovery, Baxter, Iamus, Workfusion, Sawyer. Rappresentano il presente dell’innovazione e l’anticipazione di un futuro probabile dove il lavoro umano diminuirà.

49% o 47% le ipotesi più radicali, 9% quelle più caute, 35% per chi preferisce una via di mezzo: dietro le percentuali i posti di lavoro che verrebbero bruciati dall’innovazione tecnologica. Tecnologie delle reti e dell’informazione, robot, macchine potentissime, big data: è più o meno questa la ricetta che si aggira per il mondo promettendo rivoluzioni digitali e industrie 4.0.

Chi minimizza ricorda l’introduzione del telaio meccanico a fine Ottocento e l’automazione degli anni ‘70 e ‘80: sembrava la fine del mondo ma era solo l’inizio di qualcosa di nuovo. Si bruciano posti di lavoro ma si ritrovano da altre parti. Ma assai più del “vissero tutti felici e contenti” sembra convincere la narrazione a la “Houston, abbiamo un problema”.

A guardarla da vicino, questa rivoluzione guidata da algoritmi intelligenti, sembra davvero un’altra storia. È difficile cercare riscontro in qualche precedente perché l’aumento di produttività che queste tecnologie promettono e la diversa qualità dei processi che possono innescare, raccontano di un salto di paradigma ben più alto dei precedenti. Non siamo di fronte solamente a innovazioni che migliorano sensibilmente le prestazioni, ovvero fanno meglio ciò che facevamo già prima, in questo caso fanno altro: cambiamo il modo in cui si gioca, ne modificano le regole, si comportano da tecnologie «game changer».

 

“Houston, abbiamo un problema” per almeno due ragioni.

La prima è che l’ondata di automazione in arrivo non colpirà solamente i lavori manuali a bassa qualifica ma avrà nel mirino anche quelle professioni medie intellettuali che siamo soliti attribuire alla classe media. Quei lavori che costituiscono l’ossatura delle economie terziarie dei paesi occidentali, da cui dipende anche la loro stabilità sociale. Se lavorate in uffici dove svolgete compiti di routine e seguite delle procedure standard potete iniziare a preoccuparvi. Perché ci sono degli algoritmi in grado di imparare ciò che fate se glielo insegnate (o se vi “osservano” mentre lavorate) e lo ripeteranno meglio: sbaglieranno meno, non dormiranno, non mangeranno, non si faranno distrarre, non andranno in ferie. Il mondo delle assicurazioni e della finanza, della pubblica amministrazione e di quella aziendale è pieno zeppo di questi tipi di impiego. Ma se siete giornalisti, autisti, medici, avvocati, manager di medio livello, insegnanti, non sedetevi sugli allori perché gli algoritmi sono lì in agguato. Stanno imparando non solo a copiare bene ciò che già fate, ma sanno “inventare” e “imparare facendo”: li chiamano «sistemi di apprendimento automatico» e vi batteranno in un gioco a quiz, guideranno per voi, scriveranno articoli più dettagliati ed emozionanti dei vostri, vi dedicheranno una canzone da loro composta. Fantascienza? Forse per alcune applicazioni estreme sì ma ciò che alcune macchine sono già in grado di fare ci raccontano di un futuro molto vicino. D’altronde chi avrebbe detto nel capodanno del 2000 che avremmo passato ore su di un social network (social che?!)? Oppure a metà Ottocento avreste creduto alla storia dell’uomo in grado di volare?

La seconda è che queste trasformazioni stanno avvenendo in un sistema economico dove:

  • tutti gli aumenti di produttività avvenuti nei decenni scorsi non hanno mai comportato un aumento dei salari;
  • gli aumenti di PIL (la crescita) non hanno avuto conseguenze sul livello di occupazione;
  • la massima prevalente continua essere la concorrenza basata sul basso costo del lavoro (globalizzazione dei mercati e delocalizzazioni docet);
  • le disuguaglianze sono aumentate radicalmente e per garantire il funzionamento della macchina, nonostante l’esistenza di lavoratori poveri/consumatori deboli, si è scelta la strada dell’indebitamento.

Tutto questo dentro una gigantesca «cattura del regolatore» ovvero il pubblico (lo Stato o gli Stati) che ha fatto e continua a fare gli interessi di pochi in nome di un falso bene comune.

Se la trasformazione tecnologico-produttiva prima evocata sarà guidata da queste logiche ci ritroveremo con ogni probabilità in un mondo ancora più diseguale.

Il mercato del lavoro vedrà una polarizzazione tra impieghi qualificati e una grande quantità di occupazioni di bassissimo livello, generatrici di lavoro povero. I lavori di natura intermedia si ridurranno drasticamente e la tendenza all’accentramento della ricchezza in poche mani sarà amplificata. Ne abbiamo già un’anticipazione con i monopoli dei giganti del web: nella logica del capitalismo di piattaforma connesso alle innovazioni il “primo che arriva” si prende tutto il mercato.

Le condizioni di lavoro peggioreranno perché sempre meno i processi di valorizzazione avranno bisogno del contributo umano: ciò significa che la maggior parte delle persone dovrà fare molti lavoretti per sperare di rimanere un lavoratore povero. Mentre la quota di disoccupazione di natura tecnologica salirà progressivamente a fronte di un sistema pubblico non in grado, a queste regole e a queste logiche, di rispondere ai nuovi bisogni.

Vivremo molte contraddizioni, alcune già tra noi: i prezzi dei beni si ridurranno, in quanto consumatori impoveriti saremo contenti di potere acquistare comunque ma nel frattempo ci staremo peggiorando la vita in quanto lavoratori (vedi alla voce Amazon, Uber, ecc.). Inoltre tutto ciò che faremo, diremo, penseremo, sarà valorizzato in qualche processo economico a noi sconosciuto: siamo e saremo il nuovo petrolio dell’economia futura, i dati e le informazioni che regaliamo vivendo la nostra vita sono il carburante più ambito.

Abbiamo di fronte due strade: subire questo progetto di trasformazione guidato dall’interesse di pochi oppure tentare di guidarlo nell’interesse di tanti.

 

I requisiti per agire

Piace di questi tempi dividere il mondo tra i nostalgici del passato e gli amanti del futuro, tra chi crede nel progresso e chi lo combatte in nome della conservazione. Sono categorie stanche, spesso vuote, a volte rovesciate di senso. Tra l’essere dei fan acritici della modernizzazione, di quelli che si accomodano sulla retorica del cambiamento inevitabile, oppure dei nostalgici di vecchi equilibri e con tentazioni para luddiste (a volte legittime), è possibile immaginare un’altra ipotesi?

Per esempio un progetto che sappia cogliere le sfide di questa modernizzazione, di queste innovazioni tecnologiche, ma le includa in un diverso paradigma economico?

Facciamolo un attimo questo sforzo di immaginazione: se si potrà produrre molto di più con molto meno lavoro umano, provate a pensare se tutta quella ricchezza che guadagneremo con il minimo sforzo ce la dividessimo fra tutti. Una società dell’abbondanza dove poter lavorare per necessità poche ore al giorno, dove garantire ad ognuno una quota base di reddito e la soddisfazione dei bisogni utili a una sussistenza degna.

Sforzatevi di immaginare tutta questa potenza di calcolo, le migliori tecnologie, le sterminate informazioni disponibili, utilizzate per migliorare la qualità di vita delle persone: servizi di cura costruiti su misura, politiche pubbliche con un elevato grado di efficacia, occupazioni meno faticose. Usate la fantasia per pensare a come queste innovazioni travolgenti che abbiamo tra le mani potrebbero facilitare una conversione ecologica necessaria. Nuovi stili di vita sostenibili, diversi modelli di consumo, produzioni poco energivore e di qualità, una differente distribuzione di energia, ecc.

Tutto questo è possibile se la maggioranza delle persone, quelle che vedono e vedrebbero la loro vita peggiorata dalle trasformazioni in corso, si uniranno intorno a un’idea e determineranno quei rapporti di forza necessari per confliggere con chi oggi guida questi cambiamenti.

E qua entra la politica, e l’idea di una «cultura del progetto» e della «proposta» che l’agire politico dovrebbe avere quando muove nell’interesse di molti. La chiamerò sinistra, ma se qualcuno su questo ha dei problemi, la chiami come crede. Io penso che nella storia della sinistra, nelle sue culture, ci siano le risorse utili per immaginare questa nuova società e affinare gli strumenti per ottenerla. Questa eredità esiste a patto che la sinistra, politica e sindacale, faccia i conti con la propria storia.

C’è una figura, insieme ad altre, che può essere utile per affrontare i nodi rimasti irrisolti. Penso a Bruno Trentin e a quel monito lanciato nel 1997, nel suo libro “La città del lavoro”:

“Se la sinistra non prende coscienza dell’ampiezza e della profondità della crisi d’identità che l’ha investita, ben prima del crollo definitivo delle esperienze del socialismo reale, e non si libera della cultura “fordista”, “sviluppista” e taylorista di cui è stata impregnata, per misurarsi con le fatiche di una politica fondata sulla democrazia e sul progetto di società, rialimentandosi con le nuove domande che si sprigionano nel conflitto sociale, allora essa sarà inevitabilmente condannata a subire una nuova rivoluzione passiva, di proporzioni ben più vaste e di una durata ben maggiore di quella lucidamente analizzata alla fine degli anni Venti, da Antonio Gramsci”.

Sta lì, in quelle poche parole, il succo di un cambio di impostazione necessario. In effetti le culture politiche e sindacali maggioritarie della sinistra hanno legato il proprio destino, in maniera subalterna, alle sorti di un certo tipo di capitalismo industriale. È valsa, anche oltre il tempo massimo, la regola che lo sviluppo delle forze produttive sarebbe andato a favore dei lavoratori. Attraverso lo Stato la classe operaia avrebbe ereditato il sistema produttivo fatto crescere dal capitale e lo avrebbe governato a suo favore. Che non fosse sufficiente cambiare l’autista della macchina per modificare la macchina lo ha reso chiaro la storia del Novecento.

Questa impostazione prevalente, il rimandare sempre a un “dopo” la presa del potere statale, ha di fatto interrotto una ricerca e una sperimentazione su quali dovessero essere le forme di organizzazione economica e sociale migliori. Questa interruzione non ha solo privato il movimento operaio e i suoi eredi di una capacità creativa e di un progetto di trasformazione, ma ha finito per far introiettare nell’antagonista per antonomasia del modello economico capitalista, gli stessi fini ultimi e le stesse modalità organizzative.

È quell’assenza di un’autonoma visione, quella mancanza di una propria strategia di mutamento del modello di sviluppo e di riforma dello Stato, che dev’essere interrogata per colmare oggi quei vuoti.

Ed è difficile non connettere a quell’impostazione subalterna, il disorientamento delle forze sindacali e politiche del lavoro dinanzi ai mutamenti degli anni ‘70 e ‘80, così come il mutismo degli anni successivi vissuti più con il torcicollo che con lo sguardo rivolto all’orizzonte. Quando sarebbe stato necessario, già allora, sostituire a una cultura della crescita una del limite e passare, con un proprio punto di vista autonomo, da un’economia della quantità a una della qualità.

E quei nodi irrisolti sono oggi da affrontare per essere in grado di raccogliere le nuove sfide e tentare un proprio progetto di trasformazione del gorgo di questa nuova rivoluzione del capitale.

Tenendo a mente come una bussola ciò che ci ricorda Juan Carlos Monadero: «Ci sono grosse differenze tra i popoli che vogliono conquistare qualcosa e quelli che temono di perdere ciò che hanno».

E quel «qualcosa» da conquistare è possibile definirlo se le forze e le culture che s’interrogano su di un’alternativa, saranno in grado di definire nuovi paradigmi e recupereranno un punto di vista autonomo. Se la sinistra tornerà ad occuparsi di organizzazione del lavoro, di riqualificazione dei processi produttivi e dei modelli di consumo, di governo degli orari e dei tempi di vita, potrà incarnare una proposta credibile in grado di non subire le attuali e prossime trasformazioni. Non si tratta solo di indicare nuovi orizzonti ma di essere in grado di praticare «qui ed ora» nuove possibilità, sperimentare soluzioni, stare nel flusso con chi ogni giorno “ci prova” nonostante tutto.

 

Una piattaforma per prendere tempo e un’occasione per guardare avanti

La sfida che serve giocare per dare corpo a un proprio progetto di trasformazione, obbliga a uno sforzo importante di immaginazione giuridica, economica e istituzionale. Sui modelli proprietari e sulle forme organizzative ci sarà bisogno di tutta la migliore intelligenza. Bisogna integrare le innovazioni tecnologiche in queste proposte di mutamento, servirà uscire dai sentieri consolidati e tracciare nuove strade.

Nel frattempo, mentre una vasta iniziativa di ricerca e sperimentazione dev’essere continuamente condotta, è necessario attrezzarsi con alcuni interventi in grado di facilitare il governo di questi anni e prendere tempo. Ci serve una piattaforma di base sulla quale chiamare a raccolta buona parte della società e potrebbe avere i seguenti pilastri:

– L’istituzione di un reddito di base che diverrà sempre più urgente nel momento in cui il lavoro povero e la disoccupazione tecnologica diverranno tendenze diffuse. Accanto a ciò urge un programma di redistribuzione di ricchezza attraverso la tassazione dei grandi patrimoni e lo spostamento delle imposte dal lavoro al capitale. È la condizione di partenza per ristabilire un minimo di validità a un contratto sociale oggi saltato.

– La riduzione e redistribuzione degli orari di lavoro, anch’essa necessaria in un contesto di riduzione di disponibilità di occupazione e per superare la contraddizione di persone costrette a lavorare moltissime ore e persone disoccupate.

– Una socializzazione e redistribuzione della ricchezza prodotta dalle innovazioni tecnologiche. l’ipotesi di una tassazione dei robot che sostituiscono lavoro potrebbe andare in questo senso ma anche qua serve immaginare nuovi strumenti in grado di garantire un godimento collettivo delle innovazioni.

Vale qui la riflessione per cui gli innovatori che riescono a rendere fruttuosa a livello economico una tecnologia sono gli ultimi anelli di una ricerca che ha coinvolto tutta la società e l’investimento pubblico. Google, Apple non esisterebbero senza i massicci investimenti in ricerca dei contribuenti.

– Una riforma del sistema finanziario per arginare la «cattura del regolatore» che viene agita soprattutto attraverso dinamiche impersonali dei mercati finanziari. Inoltre il recupero di una leva fiscale pubblica è necessaria per rendere effettivi nuove politiche industriali e sul lavoro, e per finanziarie una transizione verso altri modelli economici.

Dal 26 settembre al 1 ottobre si svolgeranno a Torino i G7 di Industria, Scienza, Lavoro. Una delle diverse occasioni in cui la visione di un’innovazione tecnologica a vantaggio di pochi verrà discussa nell’anacronistico ed elitario schema dei 7 più o meno grandi.

Vogliamo sfruttare questa occasione per dotarci di strumenti, proposte condivise e di una nostra lettura sui mutamenti in corso. Vogliamo organizzare in concomitanza del vertice una settimana di incontri, azioni, manifestazioni in cui gettare le basi di una strategia politica che ci permetta di non subire le trasformazioni in corso ma delineare un progetto di trasformazione in grado di cogliere le sfide del presente.

Intendiamo invitare lungo le rive del Po tutte le persone che in Italia e in Europa hanno cambiato o stanno cambiando il corso delle cose: chi ha studiato e ragionato su ciò che oggi, nel nostro mondo, sono diventati l’economia e il lavoro, che cosa ne muove le innovazioni, a vantaggio di chi, con quali effetti sulla società.

“La Beretta è CONTRO l’accoglienza”. A Senago inizia l’era delle grandi purghe.

Pubblicato sul sito “Senago Bene Comune” il 19/07/2017

Con una nota sul sito comunale, la nuova Sindaca di Senago fa sapere che rifiuta di ospitare un limitato numero di richiedenti asilo. Per questo ha ritirato l’adesione del Comune di Senago al protocollo “Per un’accoglienza equilibrata sostenibile e diffusa dei richiedenti la protezione internazionale”. Le motivazioni addotte per giustificare il provvedimento mettono in […]

via A Senago la Sindaca rifiuta i richiedenti asilo — SENAGO BENE COMUNE

Cosa sappiamo della salute disuguale in Italia?

Le  politiche di austerità hanno messo e stanno mettendo in crisi molte  le strutture del SSN. Da questo studio per ora non appaiono ancora in profondità i danni arrecati al patrimonio di salute della popolazione. E’ peggiorata la salute mentale in ragione della fatica di vivere in una società escludente per quanto attiene il lavoro e per le condizioni di precarietà diffusa in particolare tra i giovani. E’ altresì il Meridione ove si registrano le maggiori disuguaglianze di salute. Il mantenimento e il miglioramento del patrimonio di salute della popolazione dipende certo dalla possibilità di accesso alle cure , alle diagnosi precoci, all’alimentazione e più in generale alla prevenzione negli ambienti di vita e di lavoro. Determinanti fondamentali sono, alla pari,  le condizioni materiali di vita, dal salario alla qualità dell’abitazione alla stabilità di un reddito che consenta alle persone di progettare la propria vita. E’ con il linguaggio dei numeri e dei dati che il fascicolo curato dal Prof. Giuseppe Costa rappresenta lo stato dell’arte delle disuguaglianze di salute nel nostro paese.

Questo fascicolo informativo è stato curato dal Prof. Giuseppe Costa (Università di Torino, DORS e Servizio di Epidemiologia ASL TO3
del Piemonte, e INMP Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti ed il contrasto delle malattie della Povertà) con i contributi degli esperti INMP, ISS, AgeNas e ISTAT attivi nella Joint Action Europea sulle disuguaglianze di salute.

Cosa sappiamo della salute disuguale in Italia?
(17 pagine formato pdf )

http://www.diario-prevenzione.it/index.php?option=com_content&task=view&id=5355&Itemid=2

http://www.diario-prevenzione.it/doc17/Costa_Trento_2017.pdf

Destra e Lega Nord: un patto contro natura, il declino della civiltà italiana

SENAGO BENE COMUNE

di Domenico Condito

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Nell’ultima polemica sullo Ius soli la Lega Nord si è opposta al provvedimento, levandosi strumentalmente a difesa dell’italianità. Ritengo che l’accostamento della “Lega Nord” alla “italianità” più che un ossimoro, ch’è una figura retorica con una sua dignità semantica, sia l’espressione di una cialtroneria senza ritegno. Un nonsenso che contraddice la storia stessa del Carroccio e la sua natura di forza politica che punta a dissolvere l’unità nazionale.

Con buona pace della Destra alleata con la Lega, l’obiettivo a lungo termine di questo movimento politico rimane la secessione delle regioni settentrionali del Paese, nonostante le false ritrattazioni degli ultimi anni. Il disegno di smembramento dell’unità nazionale è stato accantonato solo momentaneamente per puro calcolo strategico. In realtà, si vanno gettando le basi per creare uno Stato nello Stato, che prima o poi potrebbe cedere alla tentazione di realizzare il grande strappo.
Lo stabilisce lo Statuto della Lega…

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Una Beretta senza colpe?

SENAGO BENE COMUNE

Lo scorso 13 giugno Il Giornale ha pubblicato un articolo in cui si esalta il risultato conseguito da Magda Beretta al primo turno delle elezioni comunali di Senago, dove la candidata della Lega Nord ha raccolto il 46,5% delle preferenze. Secondo Il Giornale, la leghista avrebbe “umiliato” il sindaco uscente Fois, candidato del PD, fermatosi al 27,7%. Vengono poi esaltate le virtù taumaturgiche di Magda Beretta, improbabile eroina senaghese, a cui si attribuisce un fantomatico «Girl power», che metterebbe addirittura “paura al PD di Senago”. Sembra quasi il remake di un vecchio cartone animato giapponese, dove al posto di lame rotanti e alabarde spaziali si materializza dal nulla un nuovo e terrificante “potere rosa”. Naturalmente si tratta di un pezzo di grossolana propaganda politica, con evidente intento manipolatorio. Ma questo tipo di propaganda va presa sul serio, perché risponde sempre a un mandante le cui intenzioni non sono mai…

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Grazie a tutti coloro che ci hanno votato. L’impegno di SinistraSenago continua!

Vi ricordiamo la ASSEMBLEA PUBBLICA ven 16 giugno ore 21 nella Sala Consiliare Comunale di Paderno Dugnano in v.Grandi, 15 sul tema:

“TRAM MILANO-LIMBIATE: LA SOLUZIONE UTILE PER GLI UTENTI ATTUALI E FUTURI”

con il patrocinio del Comune di Paderno Dugnano ed in collaborazione fra le Associazioni e i Comitati Sostenitori del Tram Interurbano promotori della serata: UTP – Associazione Utenti del Trasporto Pubblico, Gruppo Naturalistico della Brianza – Sez. Cusano Milanino  – Comitato per il Tram, Salviamo il Tram della Comasina Milano-Limbiate, GMMB – Gruppo Mobilità Monza e Brianza e il Rappresentante dei Viaggiatori alla Conferenza Regionale del TPL.

Scarica il volantino dell’iniziativa