Il lavoro….delle banche

78a2f8a03c7002f9de0cccba161feba9-ksEB-U10602292382414aUB-700x394@LaStampa.itSiccome le banche private italiane sono in “affanno” e, pur non essendo – a detta anche del ministro Padoan – comunque una situazione critica – il soccorso che spetta loro non è l’investimento di qualche privato che mette in essere un rischio di impresa, di capitalizzazione di una impresa, in questo caso…
No, il soccorso deve essere pubblico, deve venire dallo Stato italiano. Così, come è sempre stato: le banche si nutrono dei nostri risparmi, li investono male, perdono capitali nella concorrenza che è sempre concorrenza sleale in quanto è concorrenza e, poi, piangono calde lacrime davanti ai gradini della Banca d’Italia.
Così vanno le cose da molto, molto tempo. E mentre questo accade, il governo si preoccupa se iniziare una discussione sullo “spacchettamento” dei quesiti contenuti nel referendum (in)costituzionale.
Così vanno le cose… Si sta in sella un po’ per non morire e un po’ per garantire i privilegi e i profitti della grande concorrenza finanziaria… che mette in “affanno” le banche italiane.
Bel lavoro, vero?

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Morire per Bruxelles

La tempesta che si sta abbattendo sulle banche italiane è la conseguenza della politica criminale dell’Unione europea. Una politica a cui si sono sommati i gravissimi errori della politica italiana

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di Carlo Clericetti (pubblicato su sbilanciamoci.info)

La tempesta che si sta abbattendo sulle banche italiane è la conseguenza della politica criminale dell’Unione europea a cui si sono sommati i gravissimi errori della politica italiana. Oggi “scopriamo” come se fosse una sorpresa che il sistema bancario ha accumulato una montagna di crediti in sofferenza e deteriorati e ci troviamo a far fronte al problema a mani nude, ossia con quasi tutti gli strumenti che si potrebbero usare per risolverlo che o non sono nella nostra disponibilità o ci sono preclusi dall’interpretazione delle regole europee che viene decisa dalla Commissione, in particolare quella sugli “aiuti di Stato”. Quegli aiuti di Stato che sono stati profusi a piene mani da tutti gli altri paesi, la Germania più di tutti, ma per cui adesso noi saremmo fuori tempo.

E il bello è che adesso ci tocca pure ascoltare i Soloni di casa nostra pontificare sul fatto che avremmo dovuto farlo allora, all’inizio della crisi, accettando il commissariamento della Troika. Costoro trascurano un dettaglio: allora non ne avevamo bisogno, perché il nostro sistema bancario era stato quello meno colpito. Vediamo quale era, a fine 2008, il livello delle sofferenze bancarie e come si è evoluto.

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Il grafico arriva a fine 2014 quando il totale era di 183 milioni; secondo gli ultimi dati ha raggiunto i 216 milioni, con un aumento rispetto al dicembre 2008 di oltre il 400%. In mezzo ci sono sei anni della più grave crisi della nostra storia moderna, peggiore persino di quella degli anni Trenta. Ma c’è, soprattutto, una gestione folle di questa crisi, che ne ha prolungato e moltiplicato gli effetti.Nel momento in cui la speculazione internazionale attaccava i debiti pubblici, puntando a una rottura dell’euro, non si è risposto come si sarebbe potuto e dovuto, cioè facendo intervenire la banca centrale. Al contrario, mentre si ribadiva che la Bce non poteva per statuto andare in soccorso degli Stati, si dichiarava che ognuno doveva risolvere i suoi problemi da solo, rinunciando alla forza che avrebbe dato un’azione unitaria, e per di più si forzavano le manovre di bilancio nel senso dell’austerità, aggravando gli effetti della congiuntura avversa.

Ma avrebbe funzionato un intervento della Bce? Non ci possono essere dubbi in proposito, perché “ha” funzionato. Ormai tutti riconoscono che è stato il “whatever it takes” di Draghi a fermare la speculazione e far crollare gli spread. Se quella frase fosse stata detta subito, e non con un ritardo di anni, avrebbe evitato quello che è successo. Che è successo agli Stati dell’Eurozona contro i quali si scommetteva sull’uscita dall’euro, ma non al Regno unito, che non era certo in migliori condizioni, ma dove le banche sono state salvate dallo Stato e la banca centrale ha comprato il debito pubblico a piene mani. E tralasciamo gli Usa, di cui abbiamo a suo tempo detto.

Mentre dunque la crisi infuriava la risposta europea era di preoccuparsi del deficit, stipulare un trattato per la riduzione del debito e il pareggio di bilancio (il Fiscal compact) e pressare gli Stati sulle riforme del lavoro, cioè curare il dolore spargendo sale sulle ferite. E nel frattempo che cosa facevano i governi italiani? Seguivano pedissequamente queste politiche, vantandosi di essere tra i primi della classe perché tra i pochissimi a tenere il deficit sotto il limite del 3% e a mantenere, tranne che nel 2009, un saldo primario positivo. Bravissimi!

Ora, non diciamo nel 2011 quando l’attacco speculativo era più virulento, e nemmeno nel 2012 – ma certo Monti poteva andarci meno pesante invece di giocare ad essere “più tedesco dei tedeschi” – ma dopo il 27 luglio di quell’anno (cioè dopo che Draghi aveva pronunciato la fatidica frase), quando si è confermato ciò che molti dicevano, ossia che l’attacco non era dovuto all’alto debito, ma alla scommessa contro l’euro, ormai abbandonata, quello sarebbe stato il momento di bloccare la recessione, alimentando con investimenti pubblici la domanda interna agonizzante con o senza il consenso di Bruxelles, Berlino e sciagurata compagnia. Non avremmo avuto una decrescita protratta per ben tre anni, l’infinito crollo della produzione, le centinaia e centinaia di migliaia di fallimenti di imprese e di conseguenza nemmeno la crescita infinita delle sofferenze. Probabilmente anche il rapporto debito/Pil sarebbe migliorato invece di continuare a peggiorare, nonostante il maggior deficit, grazie alla crescita del denominatore.

Ma questo non è stato fatto, e persino la Legge di stabilità “espansiva” di quest’anno mantiene comunque un deficit sotto il 3% e un saldo primario positivo del 2,2. E neanche questo basta a Bruxelles, che continua a chiedere di più. Non solo. Grazie a queste politiche sciagurate ora le nostre banche hanno bisogno di un aiuto, la famosa “bad-bank” in cui collocare i crediti in sofferenza: verboten, sarebbe aiuto di Stato.

Il problema è molto semplice: si tratta di vedere quanto si può ricavare da quei crediti in sofferenza. Se il realizzo sarà al 10% del loro valore, come può accadere se si sarà costretti a darle via in fretta e furia, nei bilanci delle banche si aprirà una voragine di 50-60 miliardi. Se invece sarà possibile venderle senza fretta lo sconto sarà certamente molto minore, si potrebbe arrivare anche al 50%: niente più buco o quasi. E non potremmo farlo perché sarebbe “aiuto di Stato”, cioè quello che tutti gli altri hanno fatto fino a ieri?

Il balletto di scaramucce e riavvicinamenti fra Renzi e la Commissione può andare bene per un teatrino, ma qui il problema è un altro: “questa” Europa, anche al netto della pessima politica italiana, ci sta facendo affondare sempre di più. Qui non è più questione di essere più o meno europeisti, ma, ormai, più o meno masochisti. O si riesce a fare come Mrs. Thatcher, che quando voleva qualcosa la otteneva. Oppure bisognerà prendere atto che l’uscita è un enorme rischio, ma la permanenza una disastrosa certezza. Davvero vogliamo morire per Bruxelles?

Hai le tutele crescenti? Il tuo mutuo costa di più

renziJobs act. Tre banche smentiscono Renzi: il nuovo contratto è precario

Qual­cuno che di sicuro gua­da­gnerà dal con­tratto a tutele cre­scenti c’è. Si tratta delle ban­che ita­liane. E tutte lo faranno a spese dei gio­vani e dei nuovi con­trat­tua­liz­zati che non potranno più avere la tutela della rein­te­gra sul posto di lavoro can­cel­lata come l’articolo 18. Ma la sorte sarà pre­sto gene­ra­liz­zata se — come sosten­gono molti esperti del ramo — nel giro di dieci anni, attra­verso il turn over, nes­suno avrà più il vec­chio con­tratto a tempo indeterminato.

Lo stru­mento con cui gli isti­tuti di cre­dito nostrani lucre­ranno sui lavo­ra­tori è il mutuo per la casa. Pre­sen­tando il nuovo con­tratto a tutele cre­scenti, in con­fe­renza stampa a palazzo Chigi il 20 feb­braiO, Mat­teo Renzi parlò di «gior­nata sto­rica, attesa per molti anni da un’intera gene­ra­zione che ha visto la poli­tica fare la guerra ai pre­cari ma non al pre­ca­riato. Supe­riamo l’articolo 18 e i cococo. Nes­suno sarà più lasciato solo. Ci saranno più tutele per chi perde il posto e parole come mutuo, ferie, diritti e buo­nu­scita entrano nel voca­bo­la­rio di una gene­ra­zione che ne era stata è esclusa». Ad un mese e mezzo di distanza la sor­tita si sta rive­lando l’ormai solita spa­rata del pre­mier.
Il con­tratto è legge da quasi un mese ma nes­sun isti­tuto di cre­dito ita­liano ha deciso ancora se con­ce­derà un mutuo ad una per­sona che ha il con­tratto a tutele crescenti.

La scusa che ogni banca accampa non fa una piega: «Nes­suno si è ancora pre­sen­tato da noi a chie­dere un mutuo avendo il nuovo con­tratto». Anche fin­gersi neo assunti non porta ad avere rispo­ste più spe­ci­fi­che. «La richie­sta di mutuo io la giro alla cen­trale», risponde più di un addetto di front office nelle varie agen­zie di Roma di Uni­cre­dit, Banca Intesa e Mon­te­pa­schi, le tre mag­giori ban­che ita­liane.
Tutti però citano quello che diven­terà se non “un obbligo”, quanto meno “un ele­mento che crea un pre­giu­di­zio nell’erogazione del mutuo”. Lo stru­mento ha vari nomi: «polizza sul man­te­ni­mento del posto», «assi­cu­ra­zione sulla per­dita del lavoro», «garan­zia della con­ti­nuità del red­dito». La sostanza è la stessa: per avere un mutuo serve la cer­tezza del red­dito. E con il “tutele cre­scenti” il rischio di essere licen­ziati c’è. Ed è alto. Anche se non ancora calcolabile.

Ed è appunto que­sta inco­gnita — defi­nita in ter­mine ban­ca­rio «il tasso di rischio» — a fre­nare l’intero sistema ban­ca­rio. Se il pre­si­dente dell’Abi Anto­nio Patuelli, dopo set­ti­mane di melina in cui si appel­lava a Bce e all’autorità ban­ca­ria euro­pea (Eba) che dove­vano «meto­do­lo­gi­ca­mente» rispon­dere al que­sito se col “tutele cre­scenti” si poteva otte­nere un mutuo, lo scorso 6 marzo ha soste­nuto che «il con­tratto a tutele cre­scenti sarà ben visto dalle ban­che» in quanto «non è un con­tratto di serie B», sono suoi diri­genti – die­tro pro­messa dell’anonimato che cer­ti­fica la deli­ca­tezza dell’argomento per l’associazione di cate­go­ria – a spie­gare i ter­mini della que­stione. «Il pro­blema per le ban­che è misu­rare il rischio di licen­zia­mento. Oggi è impos­si­bile farlo. Lo sarà, ad esem­pio, fra un anno quando sapremo la per­cen­tuale dei licen­zia­menti: se sarà alta, il fat­tore di rischio sul tutele cre­scenti sarà allo stesso modo alto e le ban­che gli ero­ghe­ranno a fatica. Se sarà basso, gli isti­tuti saranno por­tati a con­si­de­rare il tutele cre­scenti una garan­zia simile al vec­chio con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato, con­ce­dendo più facil­mente il mutuo. Nel frat­tempo però — e qui c’è il cuore del pro­blema — per tute­larsi, tutte chie­de­ranno ai lavo­ra­tori col nuovo con­tratto di sot­to­scri­vere una polizza che li tuteli dal licenziamento».

Esempi di que­sti stru­menti met­tono i bri­vidi. Per una richie­sta — comun­que infor­male — di mutuo casa da soli 80mila euro, la Banca Popo­lare di Novara, ad esem­pio, a chi ha un con­tratto a tutele cre­scenti pro­pone una «polizza con­tro il licen­zia­mento da sti­pu­lare assieme al mutuo stesso». Il costo? «Circa 10mila euro». Dun­que un ottavo del totale dell’importo del mutuo. Una cifra che spal­mata — ad esem­pio — su dieci anni, farebbe salire la rata men­sile del mutuo di circa 40 euro al mese. La for­mula usata è mel­li­flua, ma chia­ris­sima nei suoi effetti. Dice il respon­sa­bile mutui dell’agenzia della Banca Popo­lare di Novara: «Certo, la polizza non è obbli­ga­to­ria. Ma la sua sot­to­scri­zione crea pre­giu­di­zio rispetto all’accettazione della richie­sta di mutuo». Insomma: «Se non accetta, il mutuo non glielo diamo».

Ad una filiale Uni­cre­dit invece le cifre non ven­gono citate, ma si va subito al sodo. «Senza una assi­cu­ra­zione sulla per­dita del lavoro non credo pro­prio che la nostra cen­trale potrà dare il suo con­senso. Sa, senza cer­tezze, come ci potrà ripa­gare in caso di licen­zia­mento?». Da Banca Intesa non va meglio: «La garan­zia della con­ti­nuità del red­dito è un ele­mento indi­spen­sa­bile per avere il mutuo», spiega l’impeccabile addetto ai mutui.

Esi­ste comun­que in tutti i casi “una subor­di­nata”. Ed è la stessa che viene chie­sta “in caso di con­tratti pre­cari”: «La garan­zia di geni­tori o parenti». Con una firma, saranno loro a pren­dersi la respon­sa­bi­lità di pagare il mutuo dei figli in caso di licen­zia­mento. Così facendo però il “tutele cre­scenti” per­pe­trerà l’apartheid che Renzi voleva can­cel­lare: solo chi ha geni­tori ric­chi, o per­lo­meno non poveri e pre­cari, aveva, ha e avrà — anche dopo il Jobs act — una casa di proprietà.

Nei giorni scorsi il mini­stro Giu­liano Poletti ha lodato come «rispo­sta posi­tiva ed impor­tante» «la deci­sione delle ban­che di di appli­care, per la con­ces­sione di mutui e pre­stiti ai lavo­ra­tori assunti con con­tratti di lavoro a tutele cre­scenti, gli stessi cri­teri di valu­ta­zione nel merito cre­di­ti­zio che veni­vano adot­tati per i lavo­ra­tori con il vec­chio con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato». In realtà si tratta di una for­za­tura nell’interpretazione delle parole di Gian­carlo Abete, pre­si­dente di Bnl. Che testual­mente ha invece soste­nuto: «Sento dire da qual­cuno che adesso le ban­che avranno più dif­fi­coltà a ero­gare i mutui. Ma io chiedo: è meglio un con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti o uno a pro­getto o addi­rit­tura in nero? Il mestiere delle ban­che è pre­stare denaro — ricorda — per­ciò sono sicuro che anche il sistema ban­ca­rio saprà accom­pa­gnare bene que­sta nuova sta­gione». Abete dun­que para­gona il nuovo con­tratto a tutele cre­scenti ai con­tratti pre­cari, e non al vec­chio tempo inde­ter­mi­nato. Ed è chiaro che rispetto a quelli dia più garan­zia alle banche.

In realtà Patuelli ha fatto rife­ri­mento anche alle inden­nità cre­scenti pre­vi­ste dal nuovo con­tratto soste­nendo come «l’indennizzo mone­ta­rio rap­pre­senta una garan­zia per le ban­che». Parole che — anche in que­sto caso — ven­gono rela­ti­viz­zate da uno dei suoi diri­genti all’Abi. «Ma l’indenizzo è due men­si­lità l’anno (in realtà una, se non si vorrà pas­sare dal giu­dice, ndr) , dun­que una cifra troppo bassa per garan­tire la banca dai rischi», spe­ci­fica il diri­gente di Abi.

L’argomento mutui-tutele cre­scenti è stato toc­cato anche durante la trat­ta­tiva sul rin­novo del con­tratto nazio­nale, chiusa mar­tedì scorso. Il capo dele­ga­zione dei ban­cari, Ales­san­dro Pro­fumo, in uscita da Mps, ha dato gene­ri­che garan­zie. Ma niente è stato messo nero su bianco nel con­tratto. Con­fer­mando il fatto che le ban­che aspet­te­ranno almeno un anno prima di avere una posi­zione certa. Ma nel frat­tempo gua­da­gne­ranno, ren­dendo obbli­ga­to­ria l’assicurazione con­tro il licen­zia­mento. Esat­ta­mente quanto Renzi ha tolto hai lavo­ra­tori italiani.

07/04/2015 09:38 | LAVOROITALIA | Fonte: Il Manifesto | Autore: Massimo Franchi ( Da Controlacrisi.org)

Privatizzare il signoraggio?

Rivalutare le quote delle banche private, così come previsto dal decreto Bankitalia, significa sottrarre al Tesoro parte di questi introiti di natura pubblica. Siamo in presenza di un processo di privatizzazione del signoraggio che, a danno della collettività, avvantaggia alcuni privati

In un lucido fondo su Affari&Finanza di lunedì 3 febbraio, Massimo Giannini elenca i punti che i “grillini” hanno frainteso (veramente parla di “falsificazione”) nella loro opposizione al “decreto Bankitalia”. Per dimostrare che non vi è stato “un altro regalo alle banche” (in linea con quanto affermato dal Ministero del Tesoro e commentato su questo sito da Andrea Baranes http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Bankitalia-una-toppa-peggiore-del-buco-22000) Giannini sostiene che la Banca d’Italia è, e rimane, un istituto di diritto pubblico e che non potrà mai essere privatizzata; che le quote di capitale possono appartenere solo a banche nazionali; che l’aumento di capitale (da 156.000 euro a 7,5 miliardi) è una semplice rivalutazione delle quote già esistenti nel bilancio di (alcune) banche nazionali: “nessuno sborsa un euro, né Via Nazionale, né il Tesoro” ed è quindi solo un “vantaggio virtuale”. Ma questo è vero? Non manca ancora un tassello alle considerazioni fin qui ineccepibili del vicedirettore de La Repubblica?

Perché le quote di capitale (nelle mani delle banche) abbiano un valore reale, tanto da poter essere alienate come previsto se superano la quota del 3%, esse devono fornire un rendimento. È proprio su questo rendimento atteso che Giannini si dimentica di renderci edotti. Senza farla troppo lunga, rivalutare il valore delle quote di partecipazione delle banche in Bankitalia significa anche rivalutare il loro reddito in occasione della distribuzione annuale degli utili. Se, nel 2012, le banche partecipanti hanno ricevuto tra dividenti e loro integrazione, poco più di 15.000 euro, sostanzialmente il 10% del valore capitale delle loro quote, quali saranno gli utili che verranno stornati alle banche partecipanti quando il valore delle loro quote è stato rivalutato a 7 miliardi e mezzo di euro? Se si assume un tasso del 4%, le banche private otterranno d’ora in poi 400 milioni di euro all’anno. Si può considerare questo un “vantaggio (solo) virtuale”?

Ma per giustificare una tale decisione occorre farsi alcune domande. Ad esempio, quale apporto hanno dato le banche private al capitale della banca centrale per garantirsi una rendita sicura vita natural durante? Direi nulla; come giustamente precisa Giannini: si tratta di una semplice colpo di penna, una rivalutazione che si dice inevitabile per aggiornare dati storici ormai altamente svalutati ma non si dice che la rivalutazione contabile di quote di capitale relative a una realtà bancaria storica priva di alcun legame con la situazione odierna, non ha alcun fondamento economico: è la brutale concessione di una ingiustificata situazione di rendita per quelle banche. Non mi si risponda che quelle banche saranno in prospettiva costrette a vendere parte di queste quote (che eccedano il 3%) poiché, da un lato, i ricavi che così otterrebbero non ci sarebbero in assenza di questa posizione di rendita e, dall’altro lato, sempreché il settore pubblico non sia costretto a riacquistare parte di queste quote (indebitandosi per riavere ciò che era suo), le quote che rimangono in mani private saranno comunque remunerate a carico degli utili della Banca d’Italia.

E questo solleva un’ulteriore perplessità. Da dove provengono gli utili della Banca d’Italia? In estrema sintesi, essi rappresentano il “signoraggio” dovuto all’emissione della moneta cartacea. Il signoraggio, come noto, esprime il valore del conio apposto dal Signore sulla moneta circolante che eccede il valore intrinseco della moneta-merce e che costituiva un’entrata per le finanze pubbliche. In presenza di moneta-carta, il signoraggio è la differenza tra il costo della moneta-carta (quasi-nullo) e il rendimento degli investimenti finanziari (in genere titoli di stato e valuta estera) che forniscono un reddito alla banca centrale. Il reddito dovuto all’emissione monetaria è, comunque la si metta, un reddito della collettività tanto che, nei fatti, gli utili realizzati dalla banca centrale vengono retrocessi al Tesoro (un miliardo e mezzo di euro nel 2012). La rivalutazione pretestuosa delle quote capitale delle banche private in Bankitalia significa sottrarre al Tesoro parte di questo signoraggio: siamo in presenza di un processo di privatizzazione del signoraggio che, di pertinenza collettiva, avvantaggia (alcuni) privati.

Se le mie considerazioni sono corrette, con questa operazione il Tesoro rinuncia per tutto l’avvenire a parte di questi introiti di natura pubblica e, temo, sia difficile giustificare la correttezza di una tale decisione. Si può certamente dire che l’attuale situazione delle banche è così grave da rendere necessario un intervento straordinario per evitare il dissesto dell’intero sistema. Non vi è dubbio che la situazione appare pesante, ma di fronte a questi pericoli aver accettato questa soluzione solleva almeno due questioni. La prima; se la questione era il salvataggio del sistema bancario (o di alcune delle banche principali), l’operazione avrebbe dovuto essere più trasparente definendo esplicitamente l’apporto, ma anche gli obblighi cui le banche beneficiarie avrebbero dovuto sottostare per garantire una più adeguata gestione dei fondi (penso al credito alle attività produttive). La seconda; se l’operazione aveva il senso di affrontare un problema “congiunturale”, ovvero le difficoltà di (alcune) banche, non ha alcuna logica adottare un intervento che avvantaggia tali banche in un orizzonte indefinito, molto oltre alla data entro la quale si auspica il risanamento dalla situazione creata dalla crisi finanziaria. Sono queste discrepanze tra il problema da affrontare e lo strumento adottato che rende perplessi sulle affermazioni che “non è stato fatto alcun regalo alle banche” o che l’operazione ha creato solo dei “vantaggi virtuali” per le (poche) banche private interessate.

(articolo pubblicato da:  http://www.sbilanciamoci.info)