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MEMORIA ANTIFASCISTA

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

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Disposizioni transitorie e finali

XII

È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.

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Difendiamo la Costituzione

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Alle cittadine e ai cittadini raccomandiamo un voto consapevole e responsabile.

Non si tratta di una legge ordinaria ma della Costituzione, la nostra Carta fondamentale.
Modifiche sbagliate e destinate a non funzionare, così come lo stravolgimento del sistema
ideato dai Costituenti, avrebbero effetti imprevedibili e disastrosi per l’equilibrio dei poteri,
per la rappresentanza, per l’esercizio della sovranità popolare, in sostanza per la stessa
democrazia, che invece va rafforzata, potenziata e difesa con la piena attuazione della
Costituzione repubblicana.

Consapevolmente e responsabilmente, votate NO.

  • Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale ANPI;
  • Susanna Camusso, Segretaria Generale CGIL;
  • Francesca Chiavacci, Presidente Nazionale ARCI.
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Io voto no

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Io voto No

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Riappropiamoci della Costituzione

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C’è un manifesto che promuove il SÌ al referendum che recita: “Cara Italia, vuoi diminuire il numero dei politici? Basta un Sì”.

C’è qualcosa che fa più impressione delle imperfezioni della riforma. Ed è il racconto della riforma stessa. Lo spirito con cui viene promossa.

Come se i costi della politica, anzi dei politici secondo questa vulgata, fossero slegati dalla qualità dei politici stessi.

Come se non c’entrasse nulla il fatto che i partiti (anche il mio) stanno rinunciando alla funzione di selezionare classe dirigente di qualità.

Come se ridurre il numero dei rappresentanti del popolo (di questo parliamo) rimediasse automaticamente alle storture di un paese che ha smesso di crescere, che ha rimosso il tema delle nuove generazioni, che non investe nella qualità e nella ricerca come sarebbe adeguato a un grande paese, che non sa più cosa sia la questione meridionale (c’è ancora eh), che è diventato insopportabilmente più diseguale, che ha spesso ridotto a lettera morta la progressività delle tasse, che promuove becere campagne sulla fertilità ma non si occupa delle condizioni materiali di quelle coppie che un figlio lo vorrebbero ma non possono permetterselo, manco fosse un’auto di lusso.

Come se quello slogan non avesse un impatto negativo sulla credibilità e autorevolezza dei politici che si salvano dalla scure.

Come se il mio ruolo di deputato, nel rapporto con i cittadini, non venisse reso irresponsabilmente più fragile proprio da questa furia iconoclasta.

Come se riformare la Costituzione per ridurre il numero dei politici non volesse dire che domani mattina uno possa svegliarsi e dire: “Scusate signori, ne avete eliminati 200. Ma perché non 300 o 400? Anzi, facciamo così, perché non diamo una bella delega a un gruppo ristretto che si occupi del paese?”.

Per favore, fermate questa macchina, qualunque idea abbiate di questa riforma. Pensate per un attimo a ciò che accade il minuto dopo questo referendum e alla fatica di rimettere insieme i cocci e ristabilire un clima che stiamo colpevolmente avvelenando.

Riappropriamoci di un vocabolario da paese civile. Vale per un fronte e per l’altro. Questo sì sarebbe un bel passo verso la modernità.

Francesco Laforgia 

Milioni di No per una Repubblica democratica.

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Lo sapevamo. Sapevamo che il governo avrebbe scelto la data più lontana possibile dal presente, dall’oggi, per convocare la consultazione referendaria sulla controriforma costituzionale targata “Renzi – Boschi”.

Dunque, il 4 dicembre saremo tutte e tutti chiamati a decidere se preservare la repubblica democratica e parlamentare o se trasformarla in un equilibrismo imperfetto di poteri dove l’unica perfezione, o meglio l’unica delle certezze possibili, sta nell’attribuzione al governo di un ruolo che mai ha avuto in questi settanta anni di vita post-bellica.

Le polemiche degli ultimi giorni si sono concentrate, giustamente, sul testo che comparirà sulla scheda di votazione dove sarà riportato il titolo della Legge di riforma costituzionale e che – la denuncia è supportata da ampli elementi di verità – induce ad esprimere più un “sì” che un “no”.

Ma le polemiche, oggi, dovrebbero invece riguardare il merito del referendum, ciò che ci propone e che abbiamo già tentato di spiegare in molti articoli su “la Sinistra quotidiana”: fra tutti, vi riproponiamo quello scritto da Raniero La Valle che è un ottima disarticolazione delle ragioni del “sì” e una altrettanto ottima affermazione delle ragioni del “no”.

Una settimana in più o in meno ormai non farà la differenza nell’esito del voto. Si tenterà di condizionarlo con stratagemmi ed argomentazioni fondate su concetti già ampiamente decantati, abusati, inflazionati ogni qual volta ormai Renzi parla da un palco delle feste del PD o dalle tribune televisive dove, per fortuna, trova un contraddittorio di una certa qualità che gli impedisce di apparire ciò che vorrebbe: una sorta di Cid campeador, di salvatore della patria e di riqualificatore della democrazia italiana.

Il problema è l’impatto che hanno avuto e che avranno le ragioni del referendum (quindi della controriforma) a fronte delle stigmatizzazioni dei sei comitati del NO che stanno provando a trovare, quanto meno, una regia comunicativa.

Alcune cartucce sono state già sparate e sono quindi bruciate: che noi del NO si voti come Casapound è stata una caduta non solo di stile, ma una vera e propria “bischerata”, una provocazione che si è rivelata un boomerang per il governo. Tanto è vero che l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) si è schierata proprio per il NO.

Per il NO sono schierate l’Arci, la CGIL, la FIOM, i sindacati di base, i partiti della sinistra di alternativa come Rifondazione Comunista, il Partito Comunista Italiano, Sinistra Italiana e altri
Che tutte queste forze vogliano, votando e invitando a votare NO, instaurare un regime caotico e di disordine istituzionale è una affermazione che va oltre la privazione del senso: è una stupidaggine, letteralmente parlando e scrivendo.

Che, invece, con la vittoria del SI’ prosegua un cammino di depauperamento della delega rappresentativa, di depotenziamento della partecipazione popolare e, quindi, di spostamento del fulcro istituzionale da Palazzo Madama e Palazzo Montecitorio a Palazzo Chigi è, invece, la verità oggettiva, verificabile leggendo il testo della controriforma.
Un testo che anche sintatticamente è un capolavoro di incomprensione e su cui si sono stropicciati gli occhi e arruffati i capelli fior fiore di costituzionalisti emeriti.

Ma l’invito è questo: a leggere, ad informarsi e a mettere da parte gli istinti primordiali di cancellazione dei parlamentari come elemento principe di un rinnovamento della politica, di meno costi presunti e di maggiore creazione di spazi di agibilità democratica nel Paese e per il Paese.

Difendere la Costituzione e il ruolo del Parlamento non è mera conservazione politica e istituzionale, ma è semmai un atto di amore verso la debole libertà civile e sociale che ancora vive in Italia grazie proprio ad un equilibrio dei poteri che ha, nonostante i tanti attacchi ricevuti nel periodo craxiano, poi berlusconiano e ora renziano, ricevuto e che sono stati, con fortune alterne, respinti.

Il mondo dei diritti del lavoro è stato in questi ultimi quarant’anni privato di una serie di garanzie che erano, secondo gli abolizionisti (fautori delle magnifiche sorti e progressive delle privatizzazioni e del mercato a tutto spiano), un intralcio all’espansione economica, alla libertà di impresa e al benessere complessivo della società.

Avete sotto gli occhi la crisi economica che, più che altrove, perdura in Italia anche per la mancanza di uno stato-sociale capace di assorbire i colpi dell’anarchia merceologica, della concorrenza finanziaria internazionale dentro il contenitore vasto e contraddittorio chiamato “Unione Europea”.

Difendere la Costituzione e il Parlamento italiano oggi, votando il 4 dicembre “NO” al referendum, è l’ultima speranza di non consegnare il Paese nelle mani di chi vuole ancora più campo libero nel decisionismo di governo, per ridurre l’unica camera che rimarrà tale ad un pappagallo ripetente, un cagnolino scodinzolante, una scimmietta da saltimbanchi che, con una legge elettorale truffa che affida il 54% dei seggi ad una forza politica che al ballottaggio nazionale ottenga la vittoria dopo aver raggiunto anche soltanto il 25% dei voti al primo turno, sarà semplicemente l’esecutrice della volontà governativa.

La riforma di Renzi e Boschi non favorisce il consolidamento della democrazia repubblicana ma la mina alla base delle sue fondamenta e, dietro la parvenza del mantenimento del consenso espresso nelle libere elezioni, un uomo solo, al comando di un partito che nemmeno lontanamente è maggioranza assoluta nel Paese, potrà governare senza troppa preoccupazione delle opposizioni. Si ridurranno i voti di fiducia. Questo è certamente vero.
Chi ha il controllo completo di governo e Parlamento perché mai dovrebbe chiedere la fiducia a sé stesso?

Riflettiamoci. Tutte e tutti insieme. Diventiamo ognuna e ognuno un pezzetto di argine contro la peggiore deriva autoritaria che sia stata proposta in Italia dai tempi in cui, sulla scorta della Costituzione della Repubblica Romana del 1849, si iniziava a tratteggiare il volto della nuova Carta fondamentale di uno Stato distrutto esteriormente e interiormente, agonizzante sotto le macerie della guerra e del fascismo.

MARCO SFERINI