Eurostat: il 16% degli italiani non ha i soldi per scaldare adeguatamente la propria abitazione, quasi il doppio della media UE. A rischio anziani, neonati, malati cronici e disabili

front5083209Vivere in una casa fredda oltre che essere disagevole mette anche a rischio la salute. E per gli italiani la situazione sembra peggiorata: nel 2006 in difficoltà a riscaldare la casa era infatti “solo” il 10,4% della popolazione. In Europa dati molto diversi da un Paese all’altro con una media dell’8,7% in progressivo miglioramento dopo il picco negativo nel 2011 con l’11%. La situazione più grave in Bulgaria (39%), seguita da Lituania e Grecia (29%). In Lussemburgo e Finlandia problema quasi inesistente. 

L’8,7% degli europei ha difficoltà economiche a scaldare adeguatamente la propria abitazione. Il dato è stato pubblicato oggi da Eurostat che ha aggiornato la sua indagine periodica su questo indicatore sociale rilevando che, dopo il picco rilevato nel 2011 con l’11%, la situazione è progressivamente migliorata.

Non è così per l’Italia che al contrario mostra un incremento notevole della popolazione che non può permettersi un riscaldamento adeguato. Nel 2006, primo anno di rilevazione riportato da Eurostat, gli italiani … continuna leggere sul sito “quotidianosanità.it” clicca qui

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Istat. Effetto Jobs Act: Renzi fa il 40% di disoccupazione giovanile

disoccupa_dic-16L’unico 40 per cento raggiunto dalle politiche di Matteo Renzi è quello della disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni. A dicembre il tasso è nuovamente balzato al 40,1%, in aumento di 0,2 punti percentuali sul mese precedente. È il livello più alto raggiunto da giugno 2015. Quello ufficiale è tornato al 12%, in rialzo di 0,4 punti su dicembre 2015, il più alto da giugno 2015, quando era al 12,2%.

I DATI FORNITI IERI DALL’ISTAT confermano il bilancio della «Renzinomics» a quasi due mesi dalle dimissioni del rottamatore da Palazzo Chigi. La più grande distribuzione di ricchezza pubblica verso le imprese che la storia italiana ricordi – circa 20 miliardi di euro spesi in tre anni per la decontribuzione dei nuovi assunti – hanno prodotto i seguenti risultati: un boom del lavoro a termine sull’anno (+155 mila con una crescita del 6,6%) e dell’occupazione dei lavoratori over 50 (+410 mila). Nello stesso periodo l’occupazione è crollata di 149 mila unità nella fascia teoricamente più «produttiva» tra i 35 e i 49 anni e di 20 mila unità tra i 25 e i 34 anni.

L’AUMENTO DEGLI OCCUPATI pari a 242 mila unità sull’anno va dunque contestualizzato: solo 111 mila sono «permanenti», la maggioranza è precaria e rispecchia la spaccatura tra under 24 e over 50 che caratterizza il mercato del lavoro italiano. Questi dati vanno ribaditi dal momento che dal governo per bocca del ministro del lavoro Poletti (ieri a Parigi dalla collega Miriam El Khomri, autrice della legge più odiata di Francia, la Loi Travail) si continua a fare finta di nulla. A parere di Poletti, da quando esiste il renzismo ci sono «602 mila occupati in più a partire dal febbraio 2014, 440 mila dei quali sono lavoratori stabili».

L’ISTAT CONFERMA anche la forte diminuzione degli inattivi: 478 mila in meno. Questo dato è di solito considerato positivo: significa che chi non cercava lavoro nel 2016 è entrato nelle file dei disoccupati. Questo non significa che ne ha trovato uno, e infatti il tasso di disoccupazione è aumentato. Significa che l’impoverimento medio delle famiglie italiane è aumentato e ha spinto coloro che prima non cercavano lavoro, pur avendone bisogno, a cercarlo. Non è escluso che nei prossimi mesi il tasso dell’inattività tornerà a crescere, dato che sul mercato non si trova occupazione fissa e quella che esiste è sempre più precaria, in nero e voucherizzata.

È IL SEGNO DELLA STAGNAZIONE in cui si trova il mercato del lavoro dopo due anni di trattamento renziano. Il dato che conferma una simile situazione è quello del tasso di occupazione: 57,3%,invariato rispetto a novembre e in aumento di 0,7 punti su dicembre 2015. Sono aumentati i lavoratori dipendenti (+52 mila), e in particolare quelli precari, mentre prosegue il crollo delle partite Iva: meno 52 mila. Uno dei peggiori risultati a livello dell’Eurozona. È l’effetto Jobs Act che può essere considerato uno strumento per la ri-subordinazione del lavoro all’interno del perimetro sempre più ristretto e precario del poco lavoro disponibile nel nostro paese.

«L’EFFETTO STAGNAZIONE dell’economia non produce quella fiducia che spingerebbe le imprese a rischiare un’assunzione stabile – sostiene Guglielmo Loy, segretario confederale Uil – Gli incentivi ancorché ridotti non bastano. Molte imprese si affidano a lavoratori già formati, come dimostra la crescita costante degli over 50». «Più del 75% dei nuovi contratti è a tempo determinato, segno che anche quando si creano nuovi posti di lavoro questi sono fragili ed incerti» sostiene Tania Sacchetti, segretario confederale Cgil che denuncia la riduzione degli ammortizzatori sociali che seguirà la riforma Renzi: «I prossimi mesi porterà ad un incremento dei licenziamenti nelle realtà produttive più deboli». Per Corso Italia l’emergenza si affronta con investimenti e formazione per produrre «lavoro di qualità».

I DATI SULLA DISOCCUPAZIONE hanno acceso anche la polemica politica. «L’unico 40% del Pd è la disoccupazione giovanile – ha commentato il sito di Beppe Grillo – Gli occupati stabili diminuiscono con l’afflosciarsi del doping degli incentivi hanno un lavoro solo tra gli over 50, imprigionati da una folle riforma Fornero». «è il fallimento delle politiche di Renzi – sostiene Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana – La disoccupazione è un’emergenza sociale e democratica».

(da controlacrisi.org)

Il Belpaese dove il lavoro è povero

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Un tempo c’erano i paesi ricchi, quelli poveri e – in mezzo – quelli “in via di sviluppo”. Poi la globalizzazione ha spazzato via questi ultimi, insieme  alla loro ambigua qualificazione, rimpiazzati con esotismi o neologismi da farmacia (dalle “Tigri asiatiche” ai “Bric”). Sono rimasti i paesi ricchi e quelli poveri. L’Italia era tra i primi, sesta-settima (o ottava?) potenza industriale del mondo e a buon titolo sedeva tra i signori della Terra. Ci siede ancora, ma sempre più abusivamente. Soprattutto dal punto di vista dei suoi abitanti. Perché se è vero che con la crisi finanziaria il numero e il patrimonio dei ricchi italiani sono cresciuti di un bel po’, come sempre accade quando il gioco si fa duro sono cresciuti molto di più i poveri e le loro miserie.

Parliamo di povertà vera, quella che sembrava bandita dallo sviluppo (l’ambiguo termine, appunto) del dopoguerra e della società dei consumi in cui ce n’era per tutti (o quasi); molto per alcuni, poco per altri, ma pezzettoni o pezzettini da distribuire. Con la crescita (ahia, altro termine imbroglione), con le politiche distributive, per avere consenso o per rispondere al conflitto sociale. Insomma, la storia dell’Italia repubblicana e democratica. Oggi il panorama è cambiato: quello nuovo, fatto di stracci, sudore e puzza, lo incontriamo agli angoli delle strade, nei discount, nei luoghi abbandonati delle città. E, ormai, persino nelle statistiche. Solo gli acccecati – dalla ricchezza o dal potere – non se ne accorgono (e magari sbattono contro un referendum).

Il numero secco è semplice quanto doloroso: in Italia 4,6 milioni di persone vivono nell’indigenza assoluta, quasi l’8% della popolazione residente. Dieci anni fa erano non arrivavano a 2 milioni. Un’impennata che ha toccato tutte le aree del paese, in quella ancor oggi più ricca – il nord – la povertà è persino triplicata: nel 2005 i poveri al nord erano 588mila e poco più di un milione al sud, oggi sono sono rispettivamente 1,8 e 2 milioni circa.

Oltre ai numeri è rilevante – e nuova – la qualità di questa povertà: le persone che non possono permettersi casa, vestiti, cibo e spese mediche non sono più solo i cosidetti “marginali” (come i clochard, gli ammalati cronici o i disoccupati di lunga data), ma tra loro cresce la quota di chi ha un’occupazione; e non sono solo le vittime del moderno riformismo che ha reso il lavoro sempre più precario o intermittente, ma anche i “lavoratori stabili”. Spesso il lavoro non mette al riparo da ristrettezze e immiserimenti: tra le famiglie operaie, ad esempio, il tasso di povertà è salito dal 3,9 all’11,7 per cento. E se con la crisi per i lavoratori il rischio di finire in miseria è aumentato nella maggioranza dei paesi Ue, l’Italia è il quarto paese in cui è cresciuto di più: nel 2005 erano a rischio povertà 8,7 lavoratori su 100, nel 2015 sono diventati 11. Qui siamo ancora sul terreno definito come “povertà assoluta” quella sotto i livelli della sussistenza. Appena più “sopra” ci sono i “relativamente poveri”, laddove il discrimine fissato dall’Istat è la spesa media per consumi pro capite. Contando le persone al di sotto della linea di povertà relativa si arriva a 8,3 milioni di poveri (tra “assoluti” e “relativi”, cioè il 13,7% della popolazione italiana contro l’11,1 del 2005).

C’è poi la “zona grigia” – quella più difficile da censire – costituita da chi la povertà non la vive ancora direttamente ma rappresenta un rischio concreto con il rischio di esclusione sociale. Si tratta di persone a basso reddito o che vivono in famiglie a “bassa intensità di lavoro”: l’Eurostat ha valutato che tra 2005 e 2015 questa quota è passata dal 25,6% al 28,7 per cento. In tutta l’Unione europea, l’Italia ha registrato un peggioramento inferiore solo a quello di Grecia, Spagna e Cipro.

In termini di famiglie (1.6 milioni quelle considerate povere, 6 su 100 in situazione d’indigenza, ben 30 su 100 quelle a rischio che, ad esempio, non possono permettersi di riscaldare tutti i giorni il proprio alloggio) le maggiori difficoltà si riscontrano tra i nuclei operai. Le famiglie che dipendono da una persona che sta cercando lavoro in un caso su cinque non possono permettersi uno standard di vita accettabile. Del resto le statistiche sull’occupazione a volte possono trarre in inganno. Infatti gli oltre 22 milioni di occupati italiani non sono tutti lavoratori a tempo pieno. Per l’Istat è sufficiente un’ora di lavoro a settimana per essere considerati occupati. In diversi casi una situazione lavorativa precaria o part-time può essere il fattore scatenante di una condizione di povertà. Rispetto al decennio scorso sono aumentati quelli che lavorano poche o pochissime ore a settimana: il numero di chi è occupato meno di dieci ore è cresciuto del 9% dal 2005, e salgono addirittura del 28% quelli che lavorano tra le 11 e le 25 ore. In questo capitolo si inserisce la beffa-tragedia dei voucher: erano meno di 25mila del 2008, sono saliti a quasi 1,4 milioni nel 2015 e nell’anno in corso probabilmente supereranno quota due milioni.

La crisi ha cambiato la “faccia” della povertà anche sul piano generazionale: fino al 2011 non c’erano grandi differenze tra le varie fasce d’età e i più poveri erano gli over 65 (circa 4,5% si trovava in povertà assoluta). Con la distruzione di posti di lavoro la situazione si è rovesciata: il tasso di povertà è diminuito tra gli anziani (4,1%) mentre è cresciuto tra i giovani: di oltre 3 volte tra i giovani-adulti (18-34 anni) e di quasi 3 volte tra i minorenni e nella fascia tra i 35 e i 64 anni. E a proposito di giovani, quelli tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano (i cosidetti Neet) in Italia sono il 15% del totale, quelli a rischio povertà il 32,2%.

L’impoverimento italiano rappresenta anche una cambiale sul futuro: le famiglie più penalizzate sono quelle giovani: negli ultimi dieci anni il tasso di povertà assoluta è aumentato di 3 volte quando il capofamiglia ha meno di 55 anni, è cresciuto di 2,7 volte quando ha tra i 55 e i 64 anni, mentre è diminuito nei casi in cui ha più di 65 anni.

Che tutto sia non solo peggiorato ma anche rovesciato rispetto agli anni dello “sviluppo” lo testimonia la condizione di grave disagio materiale tra i bambini: l’Italia è il secondo paese – dopo la Grecia – in cui più è aumentata la povertà infantile con l’11,4% dei bambini sotto i 6 anni che vive una grave privazione materiale (+5,3% sul 2005).

E, poi, le donne: oltre a quella sociale (operai) e generazionale (giovani) la crisi ha avuto anche una versione di genere, colpendo più le donne: il numero di quelle che vivono in povertà assoluta è più che raddoppiato tra 2005 e 2015. Nel 2005 viveva in povertà assoluta il 3,5% delle donne, nel 2015 la percentuale ha superato il 7%, tra le difficoltà di conciliare lavoro e famiglia e la differenza salariale tra i sessi cresciuta negli anni della crisi.

Come si vede le cifre sono impietose. Occupazione in calo, dumping salariale, precarietà sono state le chiavi di questo impoverimento. A cui vanno aggiunte le “politiche sociali”, cioè un progressivo smantellamento o – meglio – privatizzazione del welfare che contribuisce a un abbassamento dei redditi reali e a un peggioramento della qualità della vita; fino alla deprivazione materiale. Che oltre alla povertà porta con sé il disagio o la rabbia, la depressione o il rancore. O tutto questo insieme, nello spaesamento del presente. Ma questa è un’altra questione; anzi, la questione.

(dal sito FIOM)

Morire per Bruxelles

La tempesta che si sta abbattendo sulle banche italiane è la conseguenza della politica criminale dell’Unione europea. Una politica a cui si sono sommati i gravissimi errori della politica italiana

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di Carlo Clericetti (pubblicato su sbilanciamoci.info)

La tempesta che si sta abbattendo sulle banche italiane è la conseguenza della politica criminale dell’Unione europea a cui si sono sommati i gravissimi errori della politica italiana. Oggi “scopriamo” come se fosse una sorpresa che il sistema bancario ha accumulato una montagna di crediti in sofferenza e deteriorati e ci troviamo a far fronte al problema a mani nude, ossia con quasi tutti gli strumenti che si potrebbero usare per risolverlo che o non sono nella nostra disponibilità o ci sono preclusi dall’interpretazione delle regole europee che viene decisa dalla Commissione, in particolare quella sugli “aiuti di Stato”. Quegli aiuti di Stato che sono stati profusi a piene mani da tutti gli altri paesi, la Germania più di tutti, ma per cui adesso noi saremmo fuori tempo.

E il bello è che adesso ci tocca pure ascoltare i Soloni di casa nostra pontificare sul fatto che avremmo dovuto farlo allora, all’inizio della crisi, accettando il commissariamento della Troika. Costoro trascurano un dettaglio: allora non ne avevamo bisogno, perché il nostro sistema bancario era stato quello meno colpito. Vediamo quale era, a fine 2008, il livello delle sofferenze bancarie e come si è evoluto.

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Il grafico arriva a fine 2014 quando il totale era di 183 milioni; secondo gli ultimi dati ha raggiunto i 216 milioni, con un aumento rispetto al dicembre 2008 di oltre il 400%. In mezzo ci sono sei anni della più grave crisi della nostra storia moderna, peggiore persino di quella degli anni Trenta. Ma c’è, soprattutto, una gestione folle di questa crisi, che ne ha prolungato e moltiplicato gli effetti.Nel momento in cui la speculazione internazionale attaccava i debiti pubblici, puntando a una rottura dell’euro, non si è risposto come si sarebbe potuto e dovuto, cioè facendo intervenire la banca centrale. Al contrario, mentre si ribadiva che la Bce non poteva per statuto andare in soccorso degli Stati, si dichiarava che ognuno doveva risolvere i suoi problemi da solo, rinunciando alla forza che avrebbe dato un’azione unitaria, e per di più si forzavano le manovre di bilancio nel senso dell’austerità, aggravando gli effetti della congiuntura avversa.

Ma avrebbe funzionato un intervento della Bce? Non ci possono essere dubbi in proposito, perché “ha” funzionato. Ormai tutti riconoscono che è stato il “whatever it takes” di Draghi a fermare la speculazione e far crollare gli spread. Se quella frase fosse stata detta subito, e non con un ritardo di anni, avrebbe evitato quello che è successo. Che è successo agli Stati dell’Eurozona contro i quali si scommetteva sull’uscita dall’euro, ma non al Regno unito, che non era certo in migliori condizioni, ma dove le banche sono state salvate dallo Stato e la banca centrale ha comprato il debito pubblico a piene mani. E tralasciamo gli Usa, di cui abbiamo a suo tempo detto.

Mentre dunque la crisi infuriava la risposta europea era di preoccuparsi del deficit, stipulare un trattato per la riduzione del debito e il pareggio di bilancio (il Fiscal compact) e pressare gli Stati sulle riforme del lavoro, cioè curare il dolore spargendo sale sulle ferite. E nel frattempo che cosa facevano i governi italiani? Seguivano pedissequamente queste politiche, vantandosi di essere tra i primi della classe perché tra i pochissimi a tenere il deficit sotto il limite del 3% e a mantenere, tranne che nel 2009, un saldo primario positivo. Bravissimi!

Ora, non diciamo nel 2011 quando l’attacco speculativo era più virulento, e nemmeno nel 2012 – ma certo Monti poteva andarci meno pesante invece di giocare ad essere “più tedesco dei tedeschi” – ma dopo il 27 luglio di quell’anno (cioè dopo che Draghi aveva pronunciato la fatidica frase), quando si è confermato ciò che molti dicevano, ossia che l’attacco non era dovuto all’alto debito, ma alla scommessa contro l’euro, ormai abbandonata, quello sarebbe stato il momento di bloccare la recessione, alimentando con investimenti pubblici la domanda interna agonizzante con o senza il consenso di Bruxelles, Berlino e sciagurata compagnia. Non avremmo avuto una decrescita protratta per ben tre anni, l’infinito crollo della produzione, le centinaia e centinaia di migliaia di fallimenti di imprese e di conseguenza nemmeno la crescita infinita delle sofferenze. Probabilmente anche il rapporto debito/Pil sarebbe migliorato invece di continuare a peggiorare, nonostante il maggior deficit, grazie alla crescita del denominatore.

Ma questo non è stato fatto, e persino la Legge di stabilità “espansiva” di quest’anno mantiene comunque un deficit sotto il 3% e un saldo primario positivo del 2,2. E neanche questo basta a Bruxelles, che continua a chiedere di più. Non solo. Grazie a queste politiche sciagurate ora le nostre banche hanno bisogno di un aiuto, la famosa “bad-bank” in cui collocare i crediti in sofferenza: verboten, sarebbe aiuto di Stato.

Il problema è molto semplice: si tratta di vedere quanto si può ricavare da quei crediti in sofferenza. Se il realizzo sarà al 10% del loro valore, come può accadere se si sarà costretti a darle via in fretta e furia, nei bilanci delle banche si aprirà una voragine di 50-60 miliardi. Se invece sarà possibile venderle senza fretta lo sconto sarà certamente molto minore, si potrebbe arrivare anche al 50%: niente più buco o quasi. E non potremmo farlo perché sarebbe “aiuto di Stato”, cioè quello che tutti gli altri hanno fatto fino a ieri?

Il balletto di scaramucce e riavvicinamenti fra Renzi e la Commissione può andare bene per un teatrino, ma qui il problema è un altro: “questa” Europa, anche al netto della pessima politica italiana, ci sta facendo affondare sempre di più. Qui non è più questione di essere più o meno europeisti, ma, ormai, più o meno masochisti. O si riesce a fare come Mrs. Thatcher, che quando voleva qualcosa la otteneva. Oppure bisognerà prendere atto che l’uscita è un enorme rischio, ma la permanenza una disastrosa certezza. Davvero vogliamo morire per Bruxelles?

Grecia al referendum: il governo difende la dignità di tutti

e29d1bf5737091e1377be0555a7e049ef76497e4cbe4381da8c7e535_175x175Ogni persona dotata di un minimo di intelligenza e di onestà dovrebbe oggi ringraziare Tsipras e il popolo greco per aver dato, pagando un prezzo certamente caro, un senso a parole che da troppo tempo ne erano prive.

Intanto alla parola “democrazia“, che proprio in Grecia ha avuto origine più di due millenni e qualche secolo fa. Una parola avvilita e umiliata dal governo del capitale che ne fa strame da tempo, specie in Europa. Mascherati dietro la presunta oggettività dei dati economici, i funzionarietti al servizio della finanza intendono perpetuare, spacciandolo per l’unico possibile, un sistema fortemente iniquo e foriero di ingiustizie e di distruzioni di cui dovremmo sbarazzarci al più presto se vogliamo garantire un futuro all’Europa e all’umanità.

Poi alla parola “Europa“. Nata per affermare anche diritti sociali e pace, si è trasformata negli ultimi anni in un mostruoso apparato burocratico asservito alle lobby finanziarie che a Bruxelles fanno il bello e il cattivo tempo. Un’Europa priva di ogni senso di identità comune e di solidarietà come dimostrato anche dall’ignobile scaricabarile sui richiedenti asilo. Un’Europa del genere è destinata a far proliferare, come un verminaio incontrollabile, decine di Salvini, di Le Pen e di membri di Alba Dorata, la quale. come si è saputo di recente, non a caso partecipò, una ventina di anni fa all’orribile massacro di Srebrenica che costituì il momento culminante della guerra jugoslava che segnò il reingresso a pieno titolo della violenza bellica e dei crimini contro l’umanità nella storia europea.

Poi alla parola “giustizia sociale“. Dalla Grecia vessata dalla finanza, dove la disoccupazione e la povertà di massa raggiungono vette inusitate, si leva la forza di un popolo che proclama la necessità di dire basta a politiche scellerate che stanno provocando devastazioni senza fine anche da noi e in tutta l’Europa, sia mediterranea che continentale.

Certamente anche alla parola “razionalità economica“. Che per essere tale deve valere per la maggioranza del popolo e non per un pugno di usurai. Deve vedere il reinvestimento della ricchezza nell’economia reale, quella in grado di soddisfare le esigenze materiali e ideali delle persone in carne ed ossa, e non essere rinchiusa nei forzieri blindati dei Paperoni autoreferenziali che fanno finta di governarci.

Anche, direi, alla parola “politica“, che da sempre costituisce, come affermò un grande filosofo greco, una caratteristica ineliminabile e nobile dell’essere umano. Ma che l’asservimento alla finanza e ai poteri economici ha ridotto a qualcosa degno di Buzzi e Carminati, dei partiti privi di spina dorsale e di ideali, si chiamino essi Pd, Forza Italia o in altro modo.

E’ per ridare senso a queste parole fondamentali per il genere umano, oggi ridotte a un balbettio senza senso, che il popolo greco si accinge a votare il 5 luglio. Con ogni probabilità il governo Tsipras otterrà la grande maggioranza dei consensi. Un popolo non si piega con le minacce, i ricatti e la violenza, sia essa di tipo bellico od economico. Stupisce che i tedeschi, che dalla Grecia come dal resto di Europa furono scacciati a furor di popolo settant’anni fa, non l’abbiano ancora capito.

Quello che è certo è che con la rottura dei negoziati e il referendum greco finisce per sempre l’Europa in cui abbiamo creduto e si apre una fase storica nuova. Sarebbe opportuno che anche nell’afasica Italia si tengano analoghe consultazioni per capire se il popolo è bovinamente allineato sulle non posizioni del suo governo di decerebrati o, come ritengo, aspira a qualcosa di differente dall’immangiabile zuppa attuale.

Come conclude Tsipras il suo messaggio al popolo greco che indice il referendum, sono in gioco sovranità e dignità. Altri due concetti fondamentali, E non solo per i Greci.

Ringraziamoli per avercelo ricordato e per difenderli anche per noi.

Fabio Marcelli da “IL Fatto Quotidiano”

Il regime del salario. Il TFR magico e la finanziarizzazione del welfare

La bacchetta magica con cui nel bel paese immaginario si sarebbe trasformata la crisi in prospettiva di crescita mostra finalmente tutto il potere delle sue illusioni. Il nostro eccentrico illusionista ha avuto un colpo di genio degno di uno che scala le classifiche del prestigio internazionale. Il trucco che ci presentano oggi i nostri saltimbanchi in giacchetta di pelle è (rullo di tamburi): il TFR in busta paga! La logica è: «aumentati il salario da solo, perché il mercato deve ripartire e noi contiamo su di te»! È un po’ come se, nel mezzo dello show, il nostro prestigioso illusionista avesse richiesto l’aiuto di un volontario dal pubblico e avesse preso per le orecchie il lavoratore in prima fila per infilarlo alla bell’e meglio nella scatola magica che lo farà a fette…

Ancora una volta, infatti, lavoratori e lavoratrici dovrebbero indirettamente farsi carico dell’allarmante mancanza di liquidità delle aziende e della crisi finanziaria, questa volta autofinanziandosi l’aumento del salario. In che modo? La proposta è ancora vaga, ma l’idea che negli ultimi giorni è circolata a più riprese è che il lavoratore potrà «scegliere», al posto di un aumento di salario che è ormai un ormai miraggio, di farsi anticipare parte del salario lordo, il TFR – di norma non percepibile immediatamente ma messo da parte in vista di una liquidazione futura – senza però gravare sulle casse dell’impresa. Quest’ultima, infatti, potrà chiedere alla banca (che aderirà a un’apposita convenzione su base volontaria), padrona indiscussa di questa operazione, di anticipare la somma da versare al lavoratore, che verrà poi rimborsata dall’impresa alla banca alla fine rapporto di lavoro con la stessa remunerazione garantita al TFR in azienda.

Le aziende cioè continuerebbero ad accantonare il TFR nel modo attualmente previsto (nel proprio bilancio, versandolo all’INPS o a un fondo di previdenza, secondo la normativa) e a pagare l’importo della liquidazione al momento della chiusura del rapporto di lavoro. La quota annuale o mensile al lavoratore che ne fa richiesta verrebbe erogata da un’istituzione finanziaria (banche o Cassa Depositi e prestiti). Alla fine del rapporto di lavoro, l’impresa erogherebbe la liquidazione non al lavoratore che «teoricamente» (visto che una parte gli è stata sottratta dallo Stato tramite la tassazione ordinaria) l’ha già ricevuta, ma all’istituto bancario che ha fornito l’anticipo e che guadagnerebbe un tasso di rivalutazione del TFR all’1,5% più lo 0,75% dell’inflazione (oggi equivalente a 2,25%). In questo modo le imprese non dovrebbero sopportare costi aggiuntivi perché il costo dell’intermediazione bancaria (a carico dell’impresa) sarebbe esattamente quello che l’impresa già oggi sostiene per remunerare il TFR. Nel caso in cui l’impresa si trovasse nella condizione di non poter pagare, la banca sarà garantita da un apposito fondo INPS (con contro-garanzia dello Stato), pagato dai contribuenti.

Questo è a tutti gli effetti un autofinanziamento, senza contare che gli unici a rimetterci sarebbero i lavoratori perché, mentre le banche guadagnano interessi sul prestito, le aziende vedono tutelata la loro liquidità e rimborsano le banche a parità di condizioni, i lavoratori dovrebbero invece pagare una tassazione ordinaria sul TFR anticipato, dal quale lo Stato guadagnerebbe non poco. Inoltre, tutti i lavoratori nel loro complesso finirebbero per pagare con le loro imposte tutti quei TFR che le imprese realmente o appositamente fallite non potrebbero più rimborsare alle banche. Insomma tutti contenti tranne lavoratori e lavoratrici che, come i bambini al circo, dovrebbero fare i volontari paganti nel gioco di prestigio, venendo «usati», ufficialmente, per far ripartire i consumi e per i profitti dei veri protagonisti. Si tratta però anche di un processo di finanziarizzazione del welfare, o meglio, a ben vedere, di una finanziarizzazione «d’uscita», ovvero di un’operazione finalizzata a far uscire il «welfare» dalle aziende, trasformando la previdenza sociale in salario con la bacchetta magica della finanza. Paradossalmente, con l’ingresso della finanza nel rapporto di lavoro, il welfare scompare. Il TFR infatti è pur sempre uno strumento della previdenza sociale, ma allo stesso tempo è completamente inglobato nel bilancio delle aziende secondo una finanziarizzazione in entrata. La richiesta del TFR in busta paga rappresenta una finanziarizzazione in uscita, che è possibile solo grazie all’intervento delle banche, proprio perché chi ha goduto degli effetti dell’entrata non sarebbe in grado di liberare autonomamente quello che ha funzionato a tutti gli effetti come un prestito dei lavoratori alle imprese.

Il TFR in busta paga, infatti, è estremamente funzionale alla frammentazione del lavoro e alla conversione del welfare universale in un welfare secondario gestito a livello di impresa, i cui aspetti previdenziali si affermerebbero più facilmente come leva gestionale delle cosiddette risorse umane, da un lato riducendo la concorrenzialità dei fondi complementari a cogestione sindacale (fondi pensione di vario tipo) e dall’altro conseguendo riduzioni di costo del lavoro sotto il profilo sia contributivo sia fiscale.

La possibilità di ottenere il TFR in busta paga in base all’ultimo provvedimento proposto dal nostro grande e potente Houdini riguarda soltanto quelle lavoratrici e quei lavoratori del settore privato che sono tutelati da contratti «standard» e che maturano un TFR, mentre non è prevista per i dipendenti pubblici e per tutte quelle tipologie di contratti precari e accessori dove il TFR o non c’è o è minimo. Secondo gli esperti della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro «è necessario sottolineare che questa proposta non porterà a un aumento delle retribuzioni. Si tratta, infatti, solo di un sistema di autofinanziamento con cui i lavoratori si anticipano indennità future, mettendo però a rischio gli equilibri pensionistici e indirizzando i futuri pensionati a una misera esistenza».

Uno sguardo al futuro di queste riforme del lavoro, tese a stabilizzare la precarietà anziché la condizione di lavoratori e lavoratrici, ci permette di prevedere (anche noi abbiamo i nostri poteri magici!) che questa proposta è l’ennesimo gioco di prestigio per lavoratori e lavoratrici che si trovano di fronte ai contratti accessori e precari tramite i quali non potranno far alcun riferimento a tutele previdenziali e a diritti sul lavoro per come li abbiamo conosciuti nei contratti indeterminati. Figuriamoci scelte discrezionali sul TFR! Anche per un illusionista così bravo è difficile far comparire il TFR dove non c’è. Ma in compenso bisogna ammettere che è molto bravo a farlo scomparire dove c’è e non si tratta affatto di pochi intimi. Pur essendo una decisione volontaria quella di usufruire del TFR nell’immediato, è chiaro che il lavoratore è messo alle strette e la proposta segue la formula magica: riformiamo il lavoro con la crisi finanziaria. Questa è la vera scatola magica dalla quale nessun lavoratore è finora uscito intero. Sembra invece che il trucco delle tre carte – governo banche e imprese – funzioni molto bene perché oggi permette di rendere produttiva l’erosione del welfare a scapito dei redditi dei lavoratori e delle lavoratrici.

Ma allora perché molte imprese hanno storto il naso di fronte a questo provvedimento? Se è vero che con ogni probabilità le piccole e medie imprese saranno tutelate e non sopporteranno costi aggiuntivi (anche se bisogna vedere quale sarà la soglia considerata…), è anche vero che l’accordo con le banche non sarà valido per tutte e le grandi aziende dovranno fare da sole. Il problema delle illusioni è che producono realtà, vale a dire, in questo caso, la legittimazione politica di un mago da cabaret. Non basta perciò strappare il sipario o svelare a gran voce l’illusione, guastando la festa al pubblico pagante, perché è dimostrato che con 80 euro si possono comprare molte cose ed è veramente ridicolo dire che non servono a niente. O che sono un’ingiustizia. Quello che bisogna fare è cambiare la realtà di chi ogni giorno fa i conti in euro mancanti.

Come si deve fare con ogni prestigiatore, quindi, seguiamolo, senza farci distrarre da tutti i suoi trucchi. Con l’erogazione mensile del TFR lo stipendio aumenterebbe e si avrebbero più soldi da spendere subito, il tutto nell’ottica dell’aumento del potere d’acquisto, del rilancio dei consumi e del «viviamo il presente» speculando sul futuro dei precari. Carpe diem! Cogli la rosa quando è il momento che domani appassirà! (e questa appassirà anche prima di domani…) Ogni rosa ha però le sue spine:

Non si può parlare di un reale aumento del salario, perché l’incremento percepito appartiene già a lavoratori e lavoratrici. C’è solo uno spostamento temporale e non in termini di guadagno, nell’ottica della produttività dell’incertezza. Il trucco in questione penalizza i redditi più alti, perché applicando la tassazione ordinaria, le tasse aumentano con l’aumentare del reddito. Il lavoratore gode di un aumento immediato del salario, una somma che ora accantona o sfrutta, ma alla fine prende meno soldi perché nel lungo periodo paga più tasse e rinuncia a una delle poche forme di risparmio che garantisce interessi certi e rischi zero. La chiamavano previdenza…

Non si può parlare di un reale aumento del salario, perché se il reddito mensile aumenta, il reddito annuo rimane lo stesso e forse diminuisce a causa della tassazione ordinaria sul TFR e dell’aumento delle tasse sui fondi complementari. La realtà è che la questione del salario non è ancora stata affrontata direttamente, intervenendo realmente sul suo aumento e istituendo un salario minimo che non giochi al ribasso.

Non si può parlare di un reale aumento del salario, anche perché si tratta in ogni caso di percepire cifre minime. Gli esperti della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro stimano infatti che ci sarebbe un aumento di 40 euro se il TFR venisse erogato al 50%, di 62 euro se erogato al 75% e di 82 euro se erogato al 100%. Queste cifre comporterebbero comunque un maggior imponibile ISEE, perché, come abbiamo detto, non sarebbero più considerate come retribuzione speciale, com’era in passato in caso di TFR anticipato, ma come retribuzione ordinaria, vale a dire priva delle agevolazioni fiscali della prima, imponendo quindi ai lavoratori il pagamento delle imposte al tasso ordinario. In parole semplici, il lavoratore se la suona e se la canta, ma soprattutto se lo paga, l’aumento di salario. Questi soldi, infatti, come i famosi 80 euro in busta paga, che dovrebbero migliorare la qualità della vita presente, non solo lo faranno al costo di rendere miserabile quella futura (la rosa appassita), ma nei fatti non miglioreranno neppure le condizioni attuali, perché si tratta solo di entrate ottenute a caro prezzo per il lavoratore, di un’illusione ottica, dal momento che questi soldi vengono decurtati del valore delle agevolazioni fiscali. In questo modo, il guadagno immediato sul salario passa dalle tasche dei lavoratori alle imprese (che potranno così gestire al meglio le loro risorse umane senza il grattacapo degli aumenti salariali), dalle imprese alle banche e alle casse dello Stato (le spine!)

Dulcis in fundo, questa misura ha un effetto negativo sulla previdenza integrativa, provocando un aumento delle tasse sui fondi pensione (dal 12,5 al 20%).

Il trattamento di fine rapporto perde in questo modo definitivamente la sua natura previdenziale a tutela di lavoratori e lavoratrici per diventare uno dei tanti strumenti per governare la crisi fuori dall’emergenza, per gestire normalmente la precarietà quotidiana, imponendo un nuovo modello di cittadinanza che renda cogente la coazione al lavoro e garantisca la circolazione produttiva della povertà. Si tratta di quell’illusione progressiva del welfare che a livello globale sta ridefinendo i rapporti di forza e che segna la trasformazione definitiva del welfare in dispositivo di riproduzione della forza-lavoro e di messa a valore dell’incertezza. Dalla monetizzazione alla finanziarizzazione del welfare, oggi le riforme sul lavoro si fanno riducendo tutto al nudo salario e stabilendo così un comando ferreo su ogni forma di cooperazione sociale. Il regime del salario si impone grazie a questa illusione continua della possibilità del lavoro, nella forma tanto evocata dell’occupabilità, che agita pochi quattrini in cambio di una condanna all’incertezza.

Come gli incantesimi delle vecchie streghe nelle favole di una volta, la riforma del welfare in tutta Europa promette qualcosa oggi per togliere molto domani. La differenza è però che quello che promette oggi è meno di quello che ci spetta. Le streghe erano assai più generose.

Come in ogni favola che si rispetti la maledizione si combatte organizzando un piano per colpire la strega. La nostra priorità ora deve essere quella di opporre a queste illusioni letteralmente da quattro soldi una comunicazione politica capace di non solo metterle a nudo, ma anche di organizzare un’offensiva reale, complessiva e non occasionale, cioè in vista di quell’avvenire che governi, imprese e banche non sanno immaginare. Dobbiamo riuscire a essere il coccodrillo per Capitan Uncino. Dobbiamo smetterla di farci rubare il tempo sotto forma di denaro. Il tempo è dalla mia parte, diceva qualcuno. E ognuno dovrebbe finalmente poterlo dire per sé.

articolo pubblicato sul sito “AUTOCOVOCATI contro la crisi”

Crisi a Senago: chi ha ragione? Chi ha torto?

tiro-alla-funeMezza Senago sta discutendo di quello che (non) sta avvenendo in un Consiglio Comunale bloccato da chi, maggioranza o opposizione, vuole far cadere la Giunta Fois. L’altra mezza Senago, probabilmente, se ne infischia.

I più sfiduciati che appartengono alla prima categoria, prima o poi, andranno ad unirsi alla seconda. Questo non importa nulla agli artificieri dell’implosione: o forse è proprio quello che vogliono ottenere.

Eppure, a ben riflettere, sarebbe sbagliato trovare unicamente in queste meschine manovre tutta la responsabilità del pantano in cui l’Istituzione più vicina ai cittadini si trova.

Certo, la responsabilità diretta è di quei consiglieri che … continua a leggere su SENAGO BENE COMUNE clicca qui.