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La rivoluzione industriale che ci sta cambiando

Presentiamo un interessante articolo scritto da Andrea Aimar e pubblicato sul sito “sbilanciamoci.info” che descrive, con sublime lucidità, il futuro che ci aspetta, che molti non vedono e che in parte già esiste. E’ piuttosto lungo ma ne vale senz’altro la pena. Buona lettura.

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rivoluzione_industrialeSono nomi di computer ad alta potenza di calcolo, software, start up, piattaforme: YuMi, StasMonkey, Watson, Tug, Sedasys, Coursera, Shutterstock, Digits, Warren, e-discovery, Baxter, Iamus, Workfusion, Sawyer. Rappresentano il presente dell’innovazione e l’anticipazione di un futuro probabile dove il lavoro umano diminuirà.

49% o 47% le ipotesi più radicali, 9% quelle più caute, 35% per chi preferisce una via di mezzo: dietro le percentuali i posti di lavoro che verrebbero bruciati dall’innovazione tecnologica. Tecnologie delle reti e dell’informazione, robot, macchine potentissime, big data: è più o meno questa la ricetta che si aggira per il mondo promettendo rivoluzioni digitali e industrie 4.0.

Chi minimizza ricorda l’introduzione del telaio meccanico a fine Ottocento e l’automazione degli anni ‘70 e ‘80: sembrava la fine del mondo ma era solo l’inizio di qualcosa di nuovo. Si bruciano posti di lavoro ma si ritrovano da altre parti. Ma assai più del “vissero tutti felici e contenti” sembra convincere la narrazione a la “Houston, abbiamo un problema”.

A guardarla da vicino, questa rivoluzione guidata da algoritmi intelligenti, sembra davvero un’altra storia. È difficile cercare riscontro in qualche precedente perché l’aumento di produttività che queste tecnologie promettono e la diversa qualità dei processi che possono innescare, raccontano di un salto di paradigma ben più alto dei precedenti. Non siamo di fronte solamente a innovazioni che migliorano sensibilmente le prestazioni, ovvero fanno meglio ciò che facevamo già prima, in questo caso fanno altro: cambiamo il modo in cui si gioca, ne modificano le regole, si comportano da tecnologie «game changer».

 

“Houston, abbiamo un problema” per almeno due ragioni.

La prima è che l’ondata di automazione in arrivo non colpirà solamente i lavori manuali a bassa qualifica ma avrà nel mirino anche quelle professioni medie intellettuali che siamo soliti attribuire alla classe media. Quei lavori che costituiscono l’ossatura delle economie terziarie dei paesi occidentali, da cui dipende anche la loro stabilità sociale. Se lavorate in uffici dove svolgete compiti di routine e seguite delle procedure standard potete iniziare a preoccuparvi. Perché ci sono degli algoritmi in grado di imparare ciò che fate se glielo insegnate (o se vi “osservano” mentre lavorate) e lo ripeteranno meglio: sbaglieranno meno, non dormiranno, non mangeranno, non si faranno distrarre, non andranno in ferie. Il mondo delle assicurazioni e della finanza, della pubblica amministrazione e di quella aziendale è pieno zeppo di questi tipi di impiego. Ma se siete giornalisti, autisti, medici, avvocati, manager di medio livello, insegnanti, non sedetevi sugli allori perché gli algoritmi sono lì in agguato. Stanno imparando non solo a copiare bene ciò che già fate, ma sanno “inventare” e “imparare facendo”: li chiamano «sistemi di apprendimento automatico» e vi batteranno in un gioco a quiz, guideranno per voi, scriveranno articoli più dettagliati ed emozionanti dei vostri, vi dedicheranno una canzone da loro composta. Fantascienza? Forse per alcune applicazioni estreme sì ma ciò che alcune macchine sono già in grado di fare ci raccontano di un futuro molto vicino. D’altronde chi avrebbe detto nel capodanno del 2000 che avremmo passato ore su di un social network (social che?!)? Oppure a metà Ottocento avreste creduto alla storia dell’uomo in grado di volare?

La seconda è che queste trasformazioni stanno avvenendo in un sistema economico dove:

  • tutti gli aumenti di produttività avvenuti nei decenni scorsi non hanno mai comportato un aumento dei salari;
  • gli aumenti di PIL (la crescita) non hanno avuto conseguenze sul livello di occupazione;
  • la massima prevalente continua essere la concorrenza basata sul basso costo del lavoro (globalizzazione dei mercati e delocalizzazioni docet);
  • le disuguaglianze sono aumentate radicalmente e per garantire il funzionamento della macchina, nonostante l’esistenza di lavoratori poveri/consumatori deboli, si è scelta la strada dell’indebitamento.

Tutto questo dentro una gigantesca «cattura del regolatore» ovvero il pubblico (lo Stato o gli Stati) che ha fatto e continua a fare gli interessi di pochi in nome di un falso bene comune.

Se la trasformazione tecnologico-produttiva prima evocata sarà guidata da queste logiche ci ritroveremo con ogni probabilità in un mondo ancora più diseguale.

Il mercato del lavoro vedrà una polarizzazione tra impieghi qualificati e una grande quantità di occupazioni di bassissimo livello, generatrici di lavoro povero. I lavori di natura intermedia si ridurranno drasticamente e la tendenza all’accentramento della ricchezza in poche mani sarà amplificata. Ne abbiamo già un’anticipazione con i monopoli dei giganti del web: nella logica del capitalismo di piattaforma connesso alle innovazioni il “primo che arriva” si prende tutto il mercato.

Le condizioni di lavoro peggioreranno perché sempre meno i processi di valorizzazione avranno bisogno del contributo umano: ciò significa che la maggior parte delle persone dovrà fare molti lavoretti per sperare di rimanere un lavoratore povero. Mentre la quota di disoccupazione di natura tecnologica salirà progressivamente a fronte di un sistema pubblico non in grado, a queste regole e a queste logiche, di rispondere ai nuovi bisogni.

Vivremo molte contraddizioni, alcune già tra noi: i prezzi dei beni si ridurranno, in quanto consumatori impoveriti saremo contenti di potere acquistare comunque ma nel frattempo ci staremo peggiorando la vita in quanto lavoratori (vedi alla voce Amazon, Uber, ecc.). Inoltre tutto ciò che faremo, diremo, penseremo, sarà valorizzato in qualche processo economico a noi sconosciuto: siamo e saremo il nuovo petrolio dell’economia futura, i dati e le informazioni che regaliamo vivendo la nostra vita sono il carburante più ambito.

Abbiamo di fronte due strade: subire questo progetto di trasformazione guidato dall’interesse di pochi oppure tentare di guidarlo nell’interesse di tanti.

 

I requisiti per agire

Piace di questi tempi dividere il mondo tra i nostalgici del passato e gli amanti del futuro, tra chi crede nel progresso e chi lo combatte in nome della conservazione. Sono categorie stanche, spesso vuote, a volte rovesciate di senso. Tra l’essere dei fan acritici della modernizzazione, di quelli che si accomodano sulla retorica del cambiamento inevitabile, oppure dei nostalgici di vecchi equilibri e con tentazioni para luddiste (a volte legittime), è possibile immaginare un’altra ipotesi?

Per esempio un progetto che sappia cogliere le sfide di questa modernizzazione, di queste innovazioni tecnologiche, ma le includa in un diverso paradigma economico?

Facciamolo un attimo questo sforzo di immaginazione: se si potrà produrre molto di più con molto meno lavoro umano, provate a pensare se tutta quella ricchezza che guadagneremo con il minimo sforzo ce la dividessimo fra tutti. Una società dell’abbondanza dove poter lavorare per necessità poche ore al giorno, dove garantire ad ognuno una quota base di reddito e la soddisfazione dei bisogni utili a una sussistenza degna.

Sforzatevi di immaginare tutta questa potenza di calcolo, le migliori tecnologie, le sterminate informazioni disponibili, utilizzate per migliorare la qualità di vita delle persone: servizi di cura costruiti su misura, politiche pubbliche con un elevato grado di efficacia, occupazioni meno faticose. Usate la fantasia per pensare a come queste innovazioni travolgenti che abbiamo tra le mani potrebbero facilitare una conversione ecologica necessaria. Nuovi stili di vita sostenibili, diversi modelli di consumo, produzioni poco energivore e di qualità, una differente distribuzione di energia, ecc.

Tutto questo è possibile se la maggioranza delle persone, quelle che vedono e vedrebbero la loro vita peggiorata dalle trasformazioni in corso, si uniranno intorno a un’idea e determineranno quei rapporti di forza necessari per confliggere con chi oggi guida questi cambiamenti.

E qua entra la politica, e l’idea di una «cultura del progetto» e della «proposta» che l’agire politico dovrebbe avere quando muove nell’interesse di molti. La chiamerò sinistra, ma se qualcuno su questo ha dei problemi, la chiami come crede. Io penso che nella storia della sinistra, nelle sue culture, ci siano le risorse utili per immaginare questa nuova società e affinare gli strumenti per ottenerla. Questa eredità esiste a patto che la sinistra, politica e sindacale, faccia i conti con la propria storia.

C’è una figura, insieme ad altre, che può essere utile per affrontare i nodi rimasti irrisolti. Penso a Bruno Trentin e a quel monito lanciato nel 1997, nel suo libro “La città del lavoro”:

“Se la sinistra non prende coscienza dell’ampiezza e della profondità della crisi d’identità che l’ha investita, ben prima del crollo definitivo delle esperienze del socialismo reale, e non si libera della cultura “fordista”, “sviluppista” e taylorista di cui è stata impregnata, per misurarsi con le fatiche di una politica fondata sulla democrazia e sul progetto di società, rialimentandosi con le nuove domande che si sprigionano nel conflitto sociale, allora essa sarà inevitabilmente condannata a subire una nuova rivoluzione passiva, di proporzioni ben più vaste e di una durata ben maggiore di quella lucidamente analizzata alla fine degli anni Venti, da Antonio Gramsci”.

Sta lì, in quelle poche parole, il succo di un cambio di impostazione necessario. In effetti le culture politiche e sindacali maggioritarie della sinistra hanno legato il proprio destino, in maniera subalterna, alle sorti di un certo tipo di capitalismo industriale. È valsa, anche oltre il tempo massimo, la regola che lo sviluppo delle forze produttive sarebbe andato a favore dei lavoratori. Attraverso lo Stato la classe operaia avrebbe ereditato il sistema produttivo fatto crescere dal capitale e lo avrebbe governato a suo favore. Che non fosse sufficiente cambiare l’autista della macchina per modificare la macchina lo ha reso chiaro la storia del Novecento.

Questa impostazione prevalente, il rimandare sempre a un “dopo” la presa del potere statale, ha di fatto interrotto una ricerca e una sperimentazione su quali dovessero essere le forme di organizzazione economica e sociale migliori. Questa interruzione non ha solo privato il movimento operaio e i suoi eredi di una capacità creativa e di un progetto di trasformazione, ma ha finito per far introiettare nell’antagonista per antonomasia del modello economico capitalista, gli stessi fini ultimi e le stesse modalità organizzative.

È quell’assenza di un’autonoma visione, quella mancanza di una propria strategia di mutamento del modello di sviluppo e di riforma dello Stato, che dev’essere interrogata per colmare oggi quei vuoti.

Ed è difficile non connettere a quell’impostazione subalterna, il disorientamento delle forze sindacali e politiche del lavoro dinanzi ai mutamenti degli anni ‘70 e ‘80, così come il mutismo degli anni successivi vissuti più con il torcicollo che con lo sguardo rivolto all’orizzonte. Quando sarebbe stato necessario, già allora, sostituire a una cultura della crescita una del limite e passare, con un proprio punto di vista autonomo, da un’economia della quantità a una della qualità.

E quei nodi irrisolti sono oggi da affrontare per essere in grado di raccogliere le nuove sfide e tentare un proprio progetto di trasformazione del gorgo di questa nuova rivoluzione del capitale.

Tenendo a mente come una bussola ciò che ci ricorda Juan Carlos Monadero: «Ci sono grosse differenze tra i popoli che vogliono conquistare qualcosa e quelli che temono di perdere ciò che hanno».

E quel «qualcosa» da conquistare è possibile definirlo se le forze e le culture che s’interrogano su di un’alternativa, saranno in grado di definire nuovi paradigmi e recupereranno un punto di vista autonomo. Se la sinistra tornerà ad occuparsi di organizzazione del lavoro, di riqualificazione dei processi produttivi e dei modelli di consumo, di governo degli orari e dei tempi di vita, potrà incarnare una proposta credibile in grado di non subire le attuali e prossime trasformazioni. Non si tratta solo di indicare nuovi orizzonti ma di essere in grado di praticare «qui ed ora» nuove possibilità, sperimentare soluzioni, stare nel flusso con chi ogni giorno “ci prova” nonostante tutto.

 

Una piattaforma per prendere tempo e un’occasione per guardare avanti

La sfida che serve giocare per dare corpo a un proprio progetto di trasformazione, obbliga a uno sforzo importante di immaginazione giuridica, economica e istituzionale. Sui modelli proprietari e sulle forme organizzative ci sarà bisogno di tutta la migliore intelligenza. Bisogna integrare le innovazioni tecnologiche in queste proposte di mutamento, servirà uscire dai sentieri consolidati e tracciare nuove strade.

Nel frattempo, mentre una vasta iniziativa di ricerca e sperimentazione dev’essere continuamente condotta, è necessario attrezzarsi con alcuni interventi in grado di facilitare il governo di questi anni e prendere tempo. Ci serve una piattaforma di base sulla quale chiamare a raccolta buona parte della società e potrebbe avere i seguenti pilastri:

– L’istituzione di un reddito di base che diverrà sempre più urgente nel momento in cui il lavoro povero e la disoccupazione tecnologica diverranno tendenze diffuse. Accanto a ciò urge un programma di redistribuzione di ricchezza attraverso la tassazione dei grandi patrimoni e lo spostamento delle imposte dal lavoro al capitale. È la condizione di partenza per ristabilire un minimo di validità a un contratto sociale oggi saltato.

– La riduzione e redistribuzione degli orari di lavoro, anch’essa necessaria in un contesto di riduzione di disponibilità di occupazione e per superare la contraddizione di persone costrette a lavorare moltissime ore e persone disoccupate.

– Una socializzazione e redistribuzione della ricchezza prodotta dalle innovazioni tecnologiche. l’ipotesi di una tassazione dei robot che sostituiscono lavoro potrebbe andare in questo senso ma anche qua serve immaginare nuovi strumenti in grado di garantire un godimento collettivo delle innovazioni.

Vale qui la riflessione per cui gli innovatori che riescono a rendere fruttuosa a livello economico una tecnologia sono gli ultimi anelli di una ricerca che ha coinvolto tutta la società e l’investimento pubblico. Google, Apple non esisterebbero senza i massicci investimenti in ricerca dei contribuenti.

– Una riforma del sistema finanziario per arginare la «cattura del regolatore» che viene agita soprattutto attraverso dinamiche impersonali dei mercati finanziari. Inoltre il recupero di una leva fiscale pubblica è necessaria per rendere effettivi nuove politiche industriali e sul lavoro, e per finanziarie una transizione verso altri modelli economici.

Dal 26 settembre al 1 ottobre si svolgeranno a Torino i G7 di Industria, Scienza, Lavoro. Una delle diverse occasioni in cui la visione di un’innovazione tecnologica a vantaggio di pochi verrà discussa nell’anacronistico ed elitario schema dei 7 più o meno grandi.

Vogliamo sfruttare questa occasione per dotarci di strumenti, proposte condivise e di una nostra lettura sui mutamenti in corso. Vogliamo organizzare in concomitanza del vertice una settimana di incontri, azioni, manifestazioni in cui gettare le basi di una strategia politica che ci permetta di non subire le trasformazioni in corso ma delineare un progetto di trasformazione in grado di cogliere le sfide del presente.

Intendiamo invitare lungo le rive del Po tutte le persone che in Italia e in Europa hanno cambiato o stanno cambiando il corso delle cose: chi ha studiato e ragionato su ciò che oggi, nel nostro mondo, sono diventati l’economia e il lavoro, che cosa ne muove le innovazioni, a vantaggio di chi, con quali effetti sulla società.

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Istat. Effetto Jobs Act: Renzi fa il 40% di disoccupazione giovanile

disoccupa_dic-16L’unico 40 per cento raggiunto dalle politiche di Matteo Renzi è quello della disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni. A dicembre il tasso è nuovamente balzato al 40,1%, in aumento di 0,2 punti percentuali sul mese precedente. È il livello più alto raggiunto da giugno 2015. Quello ufficiale è tornato al 12%, in rialzo di 0,4 punti su dicembre 2015, il più alto da giugno 2015, quando era al 12,2%.

I DATI FORNITI IERI DALL’ISTAT confermano il bilancio della «Renzinomics» a quasi due mesi dalle dimissioni del rottamatore da Palazzo Chigi. La più grande distribuzione di ricchezza pubblica verso le imprese che la storia italiana ricordi – circa 20 miliardi di euro spesi in tre anni per la decontribuzione dei nuovi assunti – hanno prodotto i seguenti risultati: un boom del lavoro a termine sull’anno (+155 mila con una crescita del 6,6%) e dell’occupazione dei lavoratori over 50 (+410 mila). Nello stesso periodo l’occupazione è crollata di 149 mila unità nella fascia teoricamente più «produttiva» tra i 35 e i 49 anni e di 20 mila unità tra i 25 e i 34 anni.

L’AUMENTO DEGLI OCCUPATI pari a 242 mila unità sull’anno va dunque contestualizzato: solo 111 mila sono «permanenti», la maggioranza è precaria e rispecchia la spaccatura tra under 24 e over 50 che caratterizza il mercato del lavoro italiano. Questi dati vanno ribaditi dal momento che dal governo per bocca del ministro del lavoro Poletti (ieri a Parigi dalla collega Miriam El Khomri, autrice della legge più odiata di Francia, la Loi Travail) si continua a fare finta di nulla. A parere di Poletti, da quando esiste il renzismo ci sono «602 mila occupati in più a partire dal febbraio 2014, 440 mila dei quali sono lavoratori stabili».

L’ISTAT CONFERMA anche la forte diminuzione degli inattivi: 478 mila in meno. Questo dato è di solito considerato positivo: significa che chi non cercava lavoro nel 2016 è entrato nelle file dei disoccupati. Questo non significa che ne ha trovato uno, e infatti il tasso di disoccupazione è aumentato. Significa che l’impoverimento medio delle famiglie italiane è aumentato e ha spinto coloro che prima non cercavano lavoro, pur avendone bisogno, a cercarlo. Non è escluso che nei prossimi mesi il tasso dell’inattività tornerà a crescere, dato che sul mercato non si trova occupazione fissa e quella che esiste è sempre più precaria, in nero e voucherizzata.

È IL SEGNO DELLA STAGNAZIONE in cui si trova il mercato del lavoro dopo due anni di trattamento renziano. Il dato che conferma una simile situazione è quello del tasso di occupazione: 57,3%,invariato rispetto a novembre e in aumento di 0,7 punti su dicembre 2015. Sono aumentati i lavoratori dipendenti (+52 mila), e in particolare quelli precari, mentre prosegue il crollo delle partite Iva: meno 52 mila. Uno dei peggiori risultati a livello dell’Eurozona. È l’effetto Jobs Act che può essere considerato uno strumento per la ri-subordinazione del lavoro all’interno del perimetro sempre più ristretto e precario del poco lavoro disponibile nel nostro paese.

«L’EFFETTO STAGNAZIONE dell’economia non produce quella fiducia che spingerebbe le imprese a rischiare un’assunzione stabile – sostiene Guglielmo Loy, segretario confederale Uil – Gli incentivi ancorché ridotti non bastano. Molte imprese si affidano a lavoratori già formati, come dimostra la crescita costante degli over 50». «Più del 75% dei nuovi contratti è a tempo determinato, segno che anche quando si creano nuovi posti di lavoro questi sono fragili ed incerti» sostiene Tania Sacchetti, segretario confederale Cgil che denuncia la riduzione degli ammortizzatori sociali che seguirà la riforma Renzi: «I prossimi mesi porterà ad un incremento dei licenziamenti nelle realtà produttive più deboli». Per Corso Italia l’emergenza si affronta con investimenti e formazione per produrre «lavoro di qualità».

I DATI SULLA DISOCCUPAZIONE hanno acceso anche la polemica politica. «L’unico 40% del Pd è la disoccupazione giovanile – ha commentato il sito di Beppe Grillo – Gli occupati stabili diminuiscono con l’afflosciarsi del doping degli incentivi hanno un lavoro solo tra gli over 50, imprigionati da una folle riforma Fornero». «è il fallimento delle politiche di Renzi – sostiene Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana – La disoccupazione è un’emergenza sociale e democratica».

(da controlacrisi.org)

Il Belpaese dove il lavoro è povero

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Un tempo c’erano i paesi ricchi, quelli poveri e – in mezzo – quelli “in via di sviluppo”. Poi la globalizzazione ha spazzato via questi ultimi, insieme  alla loro ambigua qualificazione, rimpiazzati con esotismi o neologismi da farmacia (dalle “Tigri asiatiche” ai “Bric”). Sono rimasti i paesi ricchi e quelli poveri. L’Italia era tra i primi, sesta-settima (o ottava?) potenza industriale del mondo e a buon titolo sedeva tra i signori della Terra. Ci siede ancora, ma sempre più abusivamente. Soprattutto dal punto di vista dei suoi abitanti. Perché se è vero che con la crisi finanziaria il numero e il patrimonio dei ricchi italiani sono cresciuti di un bel po’, come sempre accade quando il gioco si fa duro sono cresciuti molto di più i poveri e le loro miserie.

Parliamo di povertà vera, quella che sembrava bandita dallo sviluppo (l’ambiguo termine, appunto) del dopoguerra e della società dei consumi in cui ce n’era per tutti (o quasi); molto per alcuni, poco per altri, ma pezzettoni o pezzettini da distribuire. Con la crescita (ahia, altro termine imbroglione), con le politiche distributive, per avere consenso o per rispondere al conflitto sociale. Insomma, la storia dell’Italia repubblicana e democratica. Oggi il panorama è cambiato: quello nuovo, fatto di stracci, sudore e puzza, lo incontriamo agli angoli delle strade, nei discount, nei luoghi abbandonati delle città. E, ormai, persino nelle statistiche. Solo gli acccecati – dalla ricchezza o dal potere – non se ne accorgono (e magari sbattono contro un referendum).

Il numero secco è semplice quanto doloroso: in Italia 4,6 milioni di persone vivono nell’indigenza assoluta, quasi l’8% della popolazione residente. Dieci anni fa erano non arrivavano a 2 milioni. Un’impennata che ha toccato tutte le aree del paese, in quella ancor oggi più ricca – il nord – la povertà è persino triplicata: nel 2005 i poveri al nord erano 588mila e poco più di un milione al sud, oggi sono sono rispettivamente 1,8 e 2 milioni circa.

Oltre ai numeri è rilevante – e nuova – la qualità di questa povertà: le persone che non possono permettersi casa, vestiti, cibo e spese mediche non sono più solo i cosidetti “marginali” (come i clochard, gli ammalati cronici o i disoccupati di lunga data), ma tra loro cresce la quota di chi ha un’occupazione; e non sono solo le vittime del moderno riformismo che ha reso il lavoro sempre più precario o intermittente, ma anche i “lavoratori stabili”. Spesso il lavoro non mette al riparo da ristrettezze e immiserimenti: tra le famiglie operaie, ad esempio, il tasso di povertà è salito dal 3,9 all’11,7 per cento. E se con la crisi per i lavoratori il rischio di finire in miseria è aumentato nella maggioranza dei paesi Ue, l’Italia è il quarto paese in cui è cresciuto di più: nel 2005 erano a rischio povertà 8,7 lavoratori su 100, nel 2015 sono diventati 11. Qui siamo ancora sul terreno definito come “povertà assoluta” quella sotto i livelli della sussistenza. Appena più “sopra” ci sono i “relativamente poveri”, laddove il discrimine fissato dall’Istat è la spesa media per consumi pro capite. Contando le persone al di sotto della linea di povertà relativa si arriva a 8,3 milioni di poveri (tra “assoluti” e “relativi”, cioè il 13,7% della popolazione italiana contro l’11,1 del 2005).

C’è poi la “zona grigia” – quella più difficile da censire – costituita da chi la povertà non la vive ancora direttamente ma rappresenta un rischio concreto con il rischio di esclusione sociale. Si tratta di persone a basso reddito o che vivono in famiglie a “bassa intensità di lavoro”: l’Eurostat ha valutato che tra 2005 e 2015 questa quota è passata dal 25,6% al 28,7 per cento. In tutta l’Unione europea, l’Italia ha registrato un peggioramento inferiore solo a quello di Grecia, Spagna e Cipro.

In termini di famiglie (1.6 milioni quelle considerate povere, 6 su 100 in situazione d’indigenza, ben 30 su 100 quelle a rischio che, ad esempio, non possono permettersi di riscaldare tutti i giorni il proprio alloggio) le maggiori difficoltà si riscontrano tra i nuclei operai. Le famiglie che dipendono da una persona che sta cercando lavoro in un caso su cinque non possono permettersi uno standard di vita accettabile. Del resto le statistiche sull’occupazione a volte possono trarre in inganno. Infatti gli oltre 22 milioni di occupati italiani non sono tutti lavoratori a tempo pieno. Per l’Istat è sufficiente un’ora di lavoro a settimana per essere considerati occupati. In diversi casi una situazione lavorativa precaria o part-time può essere il fattore scatenante di una condizione di povertà. Rispetto al decennio scorso sono aumentati quelli che lavorano poche o pochissime ore a settimana: il numero di chi è occupato meno di dieci ore è cresciuto del 9% dal 2005, e salgono addirittura del 28% quelli che lavorano tra le 11 e le 25 ore. In questo capitolo si inserisce la beffa-tragedia dei voucher: erano meno di 25mila del 2008, sono saliti a quasi 1,4 milioni nel 2015 e nell’anno in corso probabilmente supereranno quota due milioni.

La crisi ha cambiato la “faccia” della povertà anche sul piano generazionale: fino al 2011 non c’erano grandi differenze tra le varie fasce d’età e i più poveri erano gli over 65 (circa 4,5% si trovava in povertà assoluta). Con la distruzione di posti di lavoro la situazione si è rovesciata: il tasso di povertà è diminuito tra gli anziani (4,1%) mentre è cresciuto tra i giovani: di oltre 3 volte tra i giovani-adulti (18-34 anni) e di quasi 3 volte tra i minorenni e nella fascia tra i 35 e i 64 anni. E a proposito di giovani, quelli tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano (i cosidetti Neet) in Italia sono il 15% del totale, quelli a rischio povertà il 32,2%.

L’impoverimento italiano rappresenta anche una cambiale sul futuro: le famiglie più penalizzate sono quelle giovani: negli ultimi dieci anni il tasso di povertà assoluta è aumentato di 3 volte quando il capofamiglia ha meno di 55 anni, è cresciuto di 2,7 volte quando ha tra i 55 e i 64 anni, mentre è diminuito nei casi in cui ha più di 65 anni.

Che tutto sia non solo peggiorato ma anche rovesciato rispetto agli anni dello “sviluppo” lo testimonia la condizione di grave disagio materiale tra i bambini: l’Italia è il secondo paese – dopo la Grecia – in cui più è aumentata la povertà infantile con l’11,4% dei bambini sotto i 6 anni che vive una grave privazione materiale (+5,3% sul 2005).

E, poi, le donne: oltre a quella sociale (operai) e generazionale (giovani) la crisi ha avuto anche una versione di genere, colpendo più le donne: il numero di quelle che vivono in povertà assoluta è più che raddoppiato tra 2005 e 2015. Nel 2005 viveva in povertà assoluta il 3,5% delle donne, nel 2015 la percentuale ha superato il 7%, tra le difficoltà di conciliare lavoro e famiglia e la differenza salariale tra i sessi cresciuta negli anni della crisi.

Come si vede le cifre sono impietose. Occupazione in calo, dumping salariale, precarietà sono state le chiavi di questo impoverimento. A cui vanno aggiunte le “politiche sociali”, cioè un progressivo smantellamento o – meglio – privatizzazione del welfare che contribuisce a un abbassamento dei redditi reali e a un peggioramento della qualità della vita; fino alla deprivazione materiale. Che oltre alla povertà porta con sé il disagio o la rabbia, la depressione o il rancore. O tutto questo insieme, nello spaesamento del presente. Ma questa è un’altra questione; anzi, la questione.

(dal sito FIOM)

Ragazzi, che figata la buona scuola: ora lavorate pure gratis

Alessandro Robecchi – pubblicato in Il Fatto Quotidiano 9 ottobre 2016

ac1e8628-4e49-4421-8e1d-d2ebf13fc78c_xlPassata un po’ in cavalleria perché il Paese sta pensando ad altro, non ha avuto il giusto risalto la notizia che i nostri figli – quelli che secondo il famoso psichiatra leopoldo Recalcati sono bloccati nella vita dall’ottusità dei padri – potrebbero formarsi oltre che sui banchi, anche alla scuola di McDonald’s. La famosa innovazione dell’alternanza scuola-lavoro è uno dei passi più deprimenti e al tempo stesso esilaranti della famosa buonascuola. L’iter lo conoscete tutti, è quello delle più recenti riforme renziane: 1. Annuncio roboante e applausi. 2. attuazione riforma: accuse di immobilismo a chi contesta e fiducia in Parlamento. 3. la riforma è avviata e non funziona un cazzo.

L’alternanza scuola-lavoro è una specie di ciliegina sulla torta: insomma, bisogna far vedere ai ragazzi cos’è il mondo del lavoro, no? E’ il motivo per cui presidi e dirigenti scolastici hanno passato ore al telefono pregando enti, istituzioni, parrocchie, musei, studi professionali, associazioni caritatevoli, volontariato, marziani e altri, di prendersi in carico per qualche ora qualche studente. Ora, visto che ci sono da piazzare alcune centinaia di migliaia di ragazzi per alcuni milioni di ore di lavoro (pardon, di alternanza scuola-lavoro), il ministero ha siglato alcuni accordi con aziende grandi e piccole, enti, multinazionali. Tra queste (in buona compagnia, tra Eni e Zara, tra Accenture e Fca), McDonald’s, che si impegna a creare diecimila “percorsi formativi” (traduzione, piazzare diecimila ragazzi) nei suoi ristoranti. Ogni percorso formativo comprende (tra le altre cose) 35 ore in un locale della catena. Lasciamo ad altri calcoli più precisi, ma diecimila per trentacinque fa 350.000 ore non retribuite. Ora i casi sono due: se è un lavoro, come dovrebbe, sono 350.000 ore che non lavoreranno quelli che di solito sono pagati per farlo. Se invece non è un lavoro, non si capisce cosa significhi alternanza scuola-lavoro. Puro surrealismo.

A questa caritatevole cessione di ore-lavoro gratuite a varie multinazionali, si aggiunge la componente didattica. Dicono a McDonald’s che ci sarà anche “una parte formativa in aula per spiegare come funziona il nostro modello di business”. Traduco: migliaia di studenti italiani avranno come unico insegnamento di economia (non prevista dai programmi delle superiori), le lezioni di business di un’azienda multinazionale, cui doneranno, per ringraziamento, alcune ore della loro vita.

L’alternanza scuola-lavoro, come si configura fin qui, oscilla dunque tra un frenetico arrovellarsi su come accumulare ore di “formazione” (la prego, la imploro, faccia fare un po’ di fotocopie ai ragazzi…) e il disegno ideologico: la grande azienda planetaria che ti spiega in classe il suo “modello di business”, e poi te lo fa anche vedere da vicino, tra il ketchup e il doppio bacon. Una perfetta sintesi delle riforme renziane, in perenne oscillazione tra “arrangiatevi, cazzi vostri” e il regalo ai potenti di turno. Si ufficializza così l’ingresso (surrettizio, strisciante, travestito da “formazione”) delle aziende nel mondo scuola. Viene in mente un piccolo eroe di cui nessuno si ricorda, il diciannovenne (allora, 1998) Mike Cameron che al Coke Day, giornata ufficiale della Coca Cola, sponsor della sua scuola, la Greenbriar High School di Evans, in Georgia, si presentò con una maglietta della Pepsi. Sacrilegio e provocazione. E infatti fu espulso e sospeso dalle lezioni. Non siamo ancora lì, ma ci stiamo avvicinando a grandi passi. E se le 350.000 ore di scuola-lavoro tra i tavoli di McDonald’s sostituiranno 350.000 ore di lavoro retribuito, il messaggio ai ragazzi sarà chiaro e forte: nel Walhalla delle riforme renziane il mondo del lavoro è una guerra tra poveri, chi lo fa per poco scalzato da chi lo fa gratis. Una vera lezione.

Morire di lavoro: la crescita senza audience

Scritto da Gabriele Polo, pubblicato sul sito FIOM-CGIL nazionale

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La crisi è finita. Dicono. E snocciolano dati da zerovirgolaqualcosa che segnalerebbero un rilancio italiano, con annessa spiegazione più che ovvia: “Le riforme iniziano a dare i loro frutti, Jobs Act in testa”. Così dicono.

Dicono meno di altri numeri. Del numero di disoccupati che rimane sostanzialmente invariato (più di tre milioni); del sesto posto tra i 28 paesi dell’Ue per tasso di disoccupazione (12%, peggio – o “meglio” – di noi solo Grecia, Spagna, Cipro, Croazia e Portogallo); del fatto che l’aumento dell’occupazione sia tutto degli ultracinquantenni “grazie” a un’età pensionistica tra le più alte del mondo (mentre un giovane su due continua a essere senza lavoro). Non dicono, poi, quasi nulla di quel che c’è tra le pieghe di questa “ripresa”. Di come si lavora nell’era del dopo articolo 18, della precarietà fatta legge, del “lavoro qualsiasi” accettato purché ci sia, dei voucher che dilagano in ogni settore, del ciclo continuo dai ritmi massacranti di centre fabbriche-miracolose, del neo-schiavismo in agricoltura. Di come si lavora e si vive, dicono poco. Pochissimo – quasi niente – di come si muore. Se non per qualche riga in cronaca nera con seguito di parole rituali.

Nell’ultima estate – dalla Puglia al Veneto – abbiamo saputo delle morti nei campi gestiti dai caporali; negli ultimi giorni – da Priolo a Torino – abbiamo letto di delitti atroci, in raffinerie o in fabbriche metalmeccaniche: morti soffocati o schiacciati. Anche per questo, volendo, ci sono numeri e statistiche. Nei primi sette mesi del 2015, in Italia, 643 persone sono morte sul lavoro, per incidenti o per fatica, per incuria delle norme o perché non c’era tempo per rispettarle. Magari per sfruttamento. Il numero degli “incidenti” è cresciuto moltissimo negli ultimi mesi e queste morti hanno anche una loro geografia, molto legata alla realtà industriale del paese: il primato è della Lombardia (70 morti), seguita dalla Toscana (46) e dal Veneto (42), mentre per quanto concerne il rischio di mortalità rispetto alla popolazione lavorativa, il record è del Nordest con un indice di 32,7 contro una media nazionale di 21,1.

Anche questi dati sono il frutto delle riforme? C’è una relazione tra le cifre esaltate e quelle nascoste? Giudicate voi, il guaio dei numeri è che si lasciano interpretare a piacere. Ma anche confrontare: nel primo semestre 2015 gli occupati sono cresciuti dello 0,7% rispetto allo stesso periodo del 2014; contemporaneamente i morti sul lavoro sono aumentati del 9,5%. Altri numeri. Altra crescita.

Lavorare meno, lavorare tutti: è giunta l’ora!

lmtO la crescita economica accelera di molto, o l’Italia ci metterà vent’anni a riportare il tasso di disoccupazione, salito oltre il 12% e stabilmente sopra il 41% per i giovani, ai livelli pre crisi.

La previsione è firmata dal Fondo monetario internazionale, lo stesso istituto che ha spinto la Grecia ad un passo dal collasso finanziario e che la vede tutt’ora in bilico precario.

E se la ricetta è quella indicata dallo stesso FMI, per il nostro paese, e soprattutto per i giovani, non c’è più speranza, visto che il tasso di crescita della nostra economia non supererà mai più la soglia dell’1%.

Noti economisti mondiali hanno infatti oramai dimostrato che nessuna delle economie europee riuscirà mai più a portarsi sui tassi di crescita pre crisi e molti di questi paesi difficilmente riusciranno a superare le due cifre con lo zero davanti ad una virgola.

Insomma prepariamoci ad un futuro senza lavoro, dove forse la soluzione per lavorare tutti sarà quella di dividersi il lavoro.

Qualche anno fa qualcuno ci era già arrivato ma è stato ricacciato ed allontanato per sempre dalla guida del paese.

Ma i tempi sono ora più maturi e lo slogan “lavorare meno lavorare tutti” è ora una chiamata collettiva che presto invaderà le strade, forse ancor prima della nostra coscienza sociale.

Leggi qui (link) la relazione prodotta dal Fondo Monetario Internazionale (in inglese).

Disoccupazione in Italia al 10,8%