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La rivoluzione industriale che ci sta cambiando

Presentiamo un interessante articolo scritto da Andrea Aimar e pubblicato sul sito “sbilanciamoci.info” che descrive, con sublime lucidità, il futuro che ci aspetta, che molti non vedono e che in parte già esiste. E’ piuttosto lungo ma ne vale senz’altro la pena. Buona lettura.

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rivoluzione_industrialeSono nomi di computer ad alta potenza di calcolo, software, start up, piattaforme: YuMi, StasMonkey, Watson, Tug, Sedasys, Coursera, Shutterstock, Digits, Warren, e-discovery, Baxter, Iamus, Workfusion, Sawyer. Rappresentano il presente dell’innovazione e l’anticipazione di un futuro probabile dove il lavoro umano diminuirà.

49% o 47% le ipotesi più radicali, 9% quelle più caute, 35% per chi preferisce una via di mezzo: dietro le percentuali i posti di lavoro che verrebbero bruciati dall’innovazione tecnologica. Tecnologie delle reti e dell’informazione, robot, macchine potentissime, big data: è più o meno questa la ricetta che si aggira per il mondo promettendo rivoluzioni digitali e industrie 4.0.

Chi minimizza ricorda l’introduzione del telaio meccanico a fine Ottocento e l’automazione degli anni ‘70 e ‘80: sembrava la fine del mondo ma era solo l’inizio di qualcosa di nuovo. Si bruciano posti di lavoro ma si ritrovano da altre parti. Ma assai più del “vissero tutti felici e contenti” sembra convincere la narrazione a la “Houston, abbiamo un problema”.

A guardarla da vicino, questa rivoluzione guidata da algoritmi intelligenti, sembra davvero un’altra storia. È difficile cercare riscontro in qualche precedente perché l’aumento di produttività che queste tecnologie promettono e la diversa qualità dei processi che possono innescare, raccontano di un salto di paradigma ben più alto dei precedenti. Non siamo di fronte solamente a innovazioni che migliorano sensibilmente le prestazioni, ovvero fanno meglio ciò che facevamo già prima, in questo caso fanno altro: cambiamo il modo in cui si gioca, ne modificano le regole, si comportano da tecnologie «game changer».

 

“Houston, abbiamo un problema” per almeno due ragioni.

La prima è che l’ondata di automazione in arrivo non colpirà solamente i lavori manuali a bassa qualifica ma avrà nel mirino anche quelle professioni medie intellettuali che siamo soliti attribuire alla classe media. Quei lavori che costituiscono l’ossatura delle economie terziarie dei paesi occidentali, da cui dipende anche la loro stabilità sociale. Se lavorate in uffici dove svolgete compiti di routine e seguite delle procedure standard potete iniziare a preoccuparvi. Perché ci sono degli algoritmi in grado di imparare ciò che fate se glielo insegnate (o se vi “osservano” mentre lavorate) e lo ripeteranno meglio: sbaglieranno meno, non dormiranno, non mangeranno, non si faranno distrarre, non andranno in ferie. Il mondo delle assicurazioni e della finanza, della pubblica amministrazione e di quella aziendale è pieno zeppo di questi tipi di impiego. Ma se siete giornalisti, autisti, medici, avvocati, manager di medio livello, insegnanti, non sedetevi sugli allori perché gli algoritmi sono lì in agguato. Stanno imparando non solo a copiare bene ciò che già fate, ma sanno “inventare” e “imparare facendo”: li chiamano «sistemi di apprendimento automatico» e vi batteranno in un gioco a quiz, guideranno per voi, scriveranno articoli più dettagliati ed emozionanti dei vostri, vi dedicheranno una canzone da loro composta. Fantascienza? Forse per alcune applicazioni estreme sì ma ciò che alcune macchine sono già in grado di fare ci raccontano di un futuro molto vicino. D’altronde chi avrebbe detto nel capodanno del 2000 che avremmo passato ore su di un social network (social che?!)? Oppure a metà Ottocento avreste creduto alla storia dell’uomo in grado di volare?

La seconda è che queste trasformazioni stanno avvenendo in un sistema economico dove:

  • tutti gli aumenti di produttività avvenuti nei decenni scorsi non hanno mai comportato un aumento dei salari;
  • gli aumenti di PIL (la crescita) non hanno avuto conseguenze sul livello di occupazione;
  • la massima prevalente continua essere la concorrenza basata sul basso costo del lavoro (globalizzazione dei mercati e delocalizzazioni docet);
  • le disuguaglianze sono aumentate radicalmente e per garantire il funzionamento della macchina, nonostante l’esistenza di lavoratori poveri/consumatori deboli, si è scelta la strada dell’indebitamento.

Tutto questo dentro una gigantesca «cattura del regolatore» ovvero il pubblico (lo Stato o gli Stati) che ha fatto e continua a fare gli interessi di pochi in nome di un falso bene comune.

Se la trasformazione tecnologico-produttiva prima evocata sarà guidata da queste logiche ci ritroveremo con ogni probabilità in un mondo ancora più diseguale.

Il mercato del lavoro vedrà una polarizzazione tra impieghi qualificati e una grande quantità di occupazioni di bassissimo livello, generatrici di lavoro povero. I lavori di natura intermedia si ridurranno drasticamente e la tendenza all’accentramento della ricchezza in poche mani sarà amplificata. Ne abbiamo già un’anticipazione con i monopoli dei giganti del web: nella logica del capitalismo di piattaforma connesso alle innovazioni il “primo che arriva” si prende tutto il mercato.

Le condizioni di lavoro peggioreranno perché sempre meno i processi di valorizzazione avranno bisogno del contributo umano: ciò significa che la maggior parte delle persone dovrà fare molti lavoretti per sperare di rimanere un lavoratore povero. Mentre la quota di disoccupazione di natura tecnologica salirà progressivamente a fronte di un sistema pubblico non in grado, a queste regole e a queste logiche, di rispondere ai nuovi bisogni.

Vivremo molte contraddizioni, alcune già tra noi: i prezzi dei beni si ridurranno, in quanto consumatori impoveriti saremo contenti di potere acquistare comunque ma nel frattempo ci staremo peggiorando la vita in quanto lavoratori (vedi alla voce Amazon, Uber, ecc.). Inoltre tutto ciò che faremo, diremo, penseremo, sarà valorizzato in qualche processo economico a noi sconosciuto: siamo e saremo il nuovo petrolio dell’economia futura, i dati e le informazioni che regaliamo vivendo la nostra vita sono il carburante più ambito.

Abbiamo di fronte due strade: subire questo progetto di trasformazione guidato dall’interesse di pochi oppure tentare di guidarlo nell’interesse di tanti.

 

I requisiti per agire

Piace di questi tempi dividere il mondo tra i nostalgici del passato e gli amanti del futuro, tra chi crede nel progresso e chi lo combatte in nome della conservazione. Sono categorie stanche, spesso vuote, a volte rovesciate di senso. Tra l’essere dei fan acritici della modernizzazione, di quelli che si accomodano sulla retorica del cambiamento inevitabile, oppure dei nostalgici di vecchi equilibri e con tentazioni para luddiste (a volte legittime), è possibile immaginare un’altra ipotesi?

Per esempio un progetto che sappia cogliere le sfide di questa modernizzazione, di queste innovazioni tecnologiche, ma le includa in un diverso paradigma economico?

Facciamolo un attimo questo sforzo di immaginazione: se si potrà produrre molto di più con molto meno lavoro umano, provate a pensare se tutta quella ricchezza che guadagneremo con il minimo sforzo ce la dividessimo fra tutti. Una società dell’abbondanza dove poter lavorare per necessità poche ore al giorno, dove garantire ad ognuno una quota base di reddito e la soddisfazione dei bisogni utili a una sussistenza degna.

Sforzatevi di immaginare tutta questa potenza di calcolo, le migliori tecnologie, le sterminate informazioni disponibili, utilizzate per migliorare la qualità di vita delle persone: servizi di cura costruiti su misura, politiche pubbliche con un elevato grado di efficacia, occupazioni meno faticose. Usate la fantasia per pensare a come queste innovazioni travolgenti che abbiamo tra le mani potrebbero facilitare una conversione ecologica necessaria. Nuovi stili di vita sostenibili, diversi modelli di consumo, produzioni poco energivore e di qualità, una differente distribuzione di energia, ecc.

Tutto questo è possibile se la maggioranza delle persone, quelle che vedono e vedrebbero la loro vita peggiorata dalle trasformazioni in corso, si uniranno intorno a un’idea e determineranno quei rapporti di forza necessari per confliggere con chi oggi guida questi cambiamenti.

E qua entra la politica, e l’idea di una «cultura del progetto» e della «proposta» che l’agire politico dovrebbe avere quando muove nell’interesse di molti. La chiamerò sinistra, ma se qualcuno su questo ha dei problemi, la chiami come crede. Io penso che nella storia della sinistra, nelle sue culture, ci siano le risorse utili per immaginare questa nuova società e affinare gli strumenti per ottenerla. Questa eredità esiste a patto che la sinistra, politica e sindacale, faccia i conti con la propria storia.

C’è una figura, insieme ad altre, che può essere utile per affrontare i nodi rimasti irrisolti. Penso a Bruno Trentin e a quel monito lanciato nel 1997, nel suo libro “La città del lavoro”:

“Se la sinistra non prende coscienza dell’ampiezza e della profondità della crisi d’identità che l’ha investita, ben prima del crollo definitivo delle esperienze del socialismo reale, e non si libera della cultura “fordista”, “sviluppista” e taylorista di cui è stata impregnata, per misurarsi con le fatiche di una politica fondata sulla democrazia e sul progetto di società, rialimentandosi con le nuove domande che si sprigionano nel conflitto sociale, allora essa sarà inevitabilmente condannata a subire una nuova rivoluzione passiva, di proporzioni ben più vaste e di una durata ben maggiore di quella lucidamente analizzata alla fine degli anni Venti, da Antonio Gramsci”.

Sta lì, in quelle poche parole, il succo di un cambio di impostazione necessario. In effetti le culture politiche e sindacali maggioritarie della sinistra hanno legato il proprio destino, in maniera subalterna, alle sorti di un certo tipo di capitalismo industriale. È valsa, anche oltre il tempo massimo, la regola che lo sviluppo delle forze produttive sarebbe andato a favore dei lavoratori. Attraverso lo Stato la classe operaia avrebbe ereditato il sistema produttivo fatto crescere dal capitale e lo avrebbe governato a suo favore. Che non fosse sufficiente cambiare l’autista della macchina per modificare la macchina lo ha reso chiaro la storia del Novecento.

Questa impostazione prevalente, il rimandare sempre a un “dopo” la presa del potere statale, ha di fatto interrotto una ricerca e una sperimentazione su quali dovessero essere le forme di organizzazione economica e sociale migliori. Questa interruzione non ha solo privato il movimento operaio e i suoi eredi di una capacità creativa e di un progetto di trasformazione, ma ha finito per far introiettare nell’antagonista per antonomasia del modello economico capitalista, gli stessi fini ultimi e le stesse modalità organizzative.

È quell’assenza di un’autonoma visione, quella mancanza di una propria strategia di mutamento del modello di sviluppo e di riforma dello Stato, che dev’essere interrogata per colmare oggi quei vuoti.

Ed è difficile non connettere a quell’impostazione subalterna, il disorientamento delle forze sindacali e politiche del lavoro dinanzi ai mutamenti degli anni ‘70 e ‘80, così come il mutismo degli anni successivi vissuti più con il torcicollo che con lo sguardo rivolto all’orizzonte. Quando sarebbe stato necessario, già allora, sostituire a una cultura della crescita una del limite e passare, con un proprio punto di vista autonomo, da un’economia della quantità a una della qualità.

E quei nodi irrisolti sono oggi da affrontare per essere in grado di raccogliere le nuove sfide e tentare un proprio progetto di trasformazione del gorgo di questa nuova rivoluzione del capitale.

Tenendo a mente come una bussola ciò che ci ricorda Juan Carlos Monadero: «Ci sono grosse differenze tra i popoli che vogliono conquistare qualcosa e quelli che temono di perdere ciò che hanno».

E quel «qualcosa» da conquistare è possibile definirlo se le forze e le culture che s’interrogano su di un’alternativa, saranno in grado di definire nuovi paradigmi e recupereranno un punto di vista autonomo. Se la sinistra tornerà ad occuparsi di organizzazione del lavoro, di riqualificazione dei processi produttivi e dei modelli di consumo, di governo degli orari e dei tempi di vita, potrà incarnare una proposta credibile in grado di non subire le attuali e prossime trasformazioni. Non si tratta solo di indicare nuovi orizzonti ma di essere in grado di praticare «qui ed ora» nuove possibilità, sperimentare soluzioni, stare nel flusso con chi ogni giorno “ci prova” nonostante tutto.

 

Una piattaforma per prendere tempo e un’occasione per guardare avanti

La sfida che serve giocare per dare corpo a un proprio progetto di trasformazione, obbliga a uno sforzo importante di immaginazione giuridica, economica e istituzionale. Sui modelli proprietari e sulle forme organizzative ci sarà bisogno di tutta la migliore intelligenza. Bisogna integrare le innovazioni tecnologiche in queste proposte di mutamento, servirà uscire dai sentieri consolidati e tracciare nuove strade.

Nel frattempo, mentre una vasta iniziativa di ricerca e sperimentazione dev’essere continuamente condotta, è necessario attrezzarsi con alcuni interventi in grado di facilitare il governo di questi anni e prendere tempo. Ci serve una piattaforma di base sulla quale chiamare a raccolta buona parte della società e potrebbe avere i seguenti pilastri:

– L’istituzione di un reddito di base che diverrà sempre più urgente nel momento in cui il lavoro povero e la disoccupazione tecnologica diverranno tendenze diffuse. Accanto a ciò urge un programma di redistribuzione di ricchezza attraverso la tassazione dei grandi patrimoni e lo spostamento delle imposte dal lavoro al capitale. È la condizione di partenza per ristabilire un minimo di validità a un contratto sociale oggi saltato.

– La riduzione e redistribuzione degli orari di lavoro, anch’essa necessaria in un contesto di riduzione di disponibilità di occupazione e per superare la contraddizione di persone costrette a lavorare moltissime ore e persone disoccupate.

– Una socializzazione e redistribuzione della ricchezza prodotta dalle innovazioni tecnologiche. l’ipotesi di una tassazione dei robot che sostituiscono lavoro potrebbe andare in questo senso ma anche qua serve immaginare nuovi strumenti in grado di garantire un godimento collettivo delle innovazioni.

Vale qui la riflessione per cui gli innovatori che riescono a rendere fruttuosa a livello economico una tecnologia sono gli ultimi anelli di una ricerca che ha coinvolto tutta la società e l’investimento pubblico. Google, Apple non esisterebbero senza i massicci investimenti in ricerca dei contribuenti.

– Una riforma del sistema finanziario per arginare la «cattura del regolatore» che viene agita soprattutto attraverso dinamiche impersonali dei mercati finanziari. Inoltre il recupero di una leva fiscale pubblica è necessaria per rendere effettivi nuove politiche industriali e sul lavoro, e per finanziarie una transizione verso altri modelli economici.

Dal 26 settembre al 1 ottobre si svolgeranno a Torino i G7 di Industria, Scienza, Lavoro. Una delle diverse occasioni in cui la visione di un’innovazione tecnologica a vantaggio di pochi verrà discussa nell’anacronistico ed elitario schema dei 7 più o meno grandi.

Vogliamo sfruttare questa occasione per dotarci di strumenti, proposte condivise e di una nostra lettura sui mutamenti in corso. Vogliamo organizzare in concomitanza del vertice una settimana di incontri, azioni, manifestazioni in cui gettare le basi di una strategia politica che ci permetta di non subire le trasformazioni in corso ma delineare un progetto di trasformazione in grado di cogliere le sfide del presente.

Intendiamo invitare lungo le rive del Po tutte le persone che in Italia e in Europa hanno cambiato o stanno cambiando il corso delle cose: chi ha studiato e ragionato su ciò che oggi, nel nostro mondo, sono diventati l’economia e il lavoro, che cosa ne muove le innovazioni, a vantaggio di chi, con quali effetti sulla società.

Miserabile accumulazione: Salari, produttività e impoverimento relativo dei lavoratori

Nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione del lavoratore, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare.

Miserabile accumulazione: Salari, produttività e impoverimento relativo dei lavoratori

L’attenzione notevole rivolta negli ultimi anni ai cambiamenti intervenuti nella distribuzione del reddito da numerosi studiosi (Milanovic, Picketty, Deaton) può essere utilizzata correttamente se si considerano le crescenti disuguaglianze come effetto e non come causa della crisi.

Salari fermi al livello di sussistenza

Per Karl Marx, la parola “miseria” non indica la povertà assoluta, avendo egli chiarito nel I libro del Capitale (in particolare nei par. 3 e 4 del cap. 23) che la legge dell’immiserimento della classe operaia non è contraddetta dalla possibilità che i salari dei lavoratori crescano durante l’accumulazione di capitale, almeno fino a un certo livello. Nella sua analisi, Marx distingue tre definizioni del salario. In primo luogo, e a un livello più immediato, il salario rappresenta la quantità di denaro che il lavoratore riceve dal suo datore di lavoro: è il salario “nominale” o “monetario”. Tuttavia, in un mondo in cui spetta ai capitalisti decidere quantità e prezzi della produzione, non possiamo accontentarci di considerare i salari nominali, ma dobbiamo considerare la quantità effettiva di beni e servizi che i salari sono in grado di acquistare, cioè i salari “reali”.

Figura 1 Tassi di variazione annuali dei salari nominali orari dei lavoratori negli Usa (1964 – 2012) fonte: Federal Reserve Economic Data (FRED)

miserabile accumulazione

Quello che appare in figura 1 è la variazione nel corso del tempo dei salari nominali dei lavoratori negli Usa: quindici anni di crescita anche sostenuta con incrementi annui compresi tra il 4 ed il 9 per cento, poi – in “coincidenza” con la svolta monetarista del 1979 – un drastico ridimensionamento che ha portato i salari a oscillare entro una banda molto più ristretta (tra l’1,5 ed il 4 per cento). Ma si tratta solo di un’immagine parziale di quanto è avvenuto.

Per calcolare e rendere confrontabili i salari reali, vale a dire la quantità di beni e servizi acquistabili dai lavoratori, è necessario considerare la variazione dei prezzi delle merci, vale a dire l’inflazione. Utilizzando come indicatore di inflazione l’indice dei prezzi al consumo, si nota (figura 2) che la fase di crescita reale del salario (che non supera mai il 4 per cento) non si interrompe – come poteva sembrare dall’immagine precedente – alla fine degli anni ’70, ma qualche anno prima. A partire dalla seconda metà degli anni ’70, infatti, i salari reali orari di chi lavora negli Usa crescono sempre meno, fino a raggiungere un picco negativo proprio nel 1979; a partire da allora, oscillazioni ridotte, che alternano momenti di crescita a momenti di diminuzione.

Figura 2 Tassi di variazione annuali dei salari reali orari dei lavoratori negli Usa (1964 – 2012) fonte: FRED

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In termini di paga oraria, chi lavorava negli Usa a metà anni ’60 guadagnava in media due dollari e mezzo l’ora. Oggi ne guadagna circa venti: quasi dieci volte di più. Questo l’aumento del salario negli Usa in termini nominali (figura 3).

Figura 3 Livello dei salari nominali dei lavoratori negli Usa (1964-2012)

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Utilizzando l’indice dei prezzi al consumo per riportare ad oggi il valore dei due dollari e mezzo del 1964, troviamo che corrispondono a 18 dollari e mezzo, il che equivale a dire che i lavoratori, con i due dollari e mezzo l’ora di 53 anni fa, potevano comprare un paniere (panierino) di merci che oggi costa-vale diciotto dollari e mezzo. È questo che si intende per “salario che oscilla attorno al livello di sussistenza”: chi lavora negli Usa lo fa per un livello reale di potere di acquisto che non è cambiato, se non per qualche decimale di punto, da cinquanta anni e più a questa parte (figura 4).

Figura 4 Livello dei salari reali dei lavoratori negli Usa

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Chi – utilizzando la banca dati OECD – volesse mettere a confronto l’andamento dei salari dei lavoratori negli Usa con quelli di chi lavora in Italia nell’intervallo 1971-2015 otterrebbe un risultato come quello mostrato in figura 5.

Figura 5 Confronto tra i salari orari Usa e Italia (1971-2016) fonte: OECD

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Sappiamo da Marx che il salario rappresenta il valore (di scambio) della forza-lavoro. Questa è forse la più grande innovazione scientifica nel campo della teoria economica: il salario paga il valore della forza-lavoro, non il suo uso-consumo, ossia il lavoro, il cui equivalente monetario è al contrario incassato dai capitalisti che, per accrescere il plusvalore, puntano tutte le loro carte migliori sulla produttività.

L’aumento della produttività consente ai proprietari delle imprese di ottenere un volume maggiore di merci, volume, non valore, e questa è una delle contraddizioni più pesanti del modo capitalistico di produzione. Se confrontiamo l’andamento della produttività del lavoro in paesi diversi facendo attenzione alla differenza tra livelli assoluti e tassi di variazione, osserviamo che, nonostante sia vero che nel corso del tempo la dinamica della produttività abbia subito ovunque nel mondo un rallentamento anche notevole, ciononostante, considerando un intervallo di tempo significativo, la produttività del lavoro è cresciuta molto più di quanto siano cresciuti i salari reali e conseguentemente – come vedremo – la quota distributiva che spetta al lavoro si è ridotta. È evidente e noto il rallentamento della crescita della produttività in Italia a partire dai primi anni ‘90; quello che normalmente si omette è che, nei decenni precedenti, il ritmo di crescita della produttività in Italia non solo era elevato, ma superiore – per esempio – a quello che si registrava negli Usa (figura 6).

Figura 6 Produttività del lavoro nell’industria manifatturiera negli Usa e in Italia (1952-2012)

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Se a questo punto mettiamo a confronto la dinamica della produttività con quella del salario reale, il quadro che viene fuori è quello mostrato in figura 7: una forbice che – in Italia – si allarga per trent’anni, dalla seconda metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’90, poi è vero che la produttività smette di crescere, ma il salario reale pure, da prima e di più.

Figura 7 Andamento della produttività e del salario reale in Italia (1952-2014)

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Ma quanto detto non basta per capire la fondatezza della legge dell’immiserimento della classe lavoratrice, ed è per questo motivo che Marx ed Engels si riferiscono a tre dimensioni del salario, non semplicemente a due. “Innanzi tutto il salario è determinato anche dal suo rapporto col guadagno, col profitto del capitalista. Questo è il salario proporzionale, relativo. Il salario reale esprime il prezzo della forza-lavoro in rapporto col prezzo delle altre merci; il salario relativo, invece, la parte del valore nuovamente creato che spetta al lavoro immediato, in confronto con la parte che spetta al lavoro accumulato, al capitale” [1]. Da questo segue che il salario relativo, e dunque la quota che spetta al lavoro sul prodotto/reddito totale (il Pil, o il valore aggiunto) può diminuire anche se i salari reali, non solo quelli nominali, aumentassero. Molti di coloro che accusano Marx di aver sbagliato previsione ipotizzando che il capitalismo avrebbe ridotto alla fame i lavoratori fraintendono questo punto, e dunque la dimensione relativa dell’impoverimento che naturalmente, costituendo i lavoratori la parte di gran lunga maggioritaria della popolazione, diventa immiserimento generale, ma sempre in termini relativi.

Per Marx, che assume la definizione di salario relativo da Ricardo, è questa la dimensione che conta quando enuncia la legge generale dell’accumulazione, che equivale alla legge generale della sovrappopolazione. Scrive Marx: “Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione, il volume e l’energia del suo aumento, quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la forza produttiva del suo lavoro, tanto maggiore è l’esercito industriale di riserva […]. La legge per la quale una massa sempre crescente di mezzi di produzione, grazie al progresso compiuto nella produttività del lavoro sociale, può essere messa in moto mediante un dispendio di forza umana progressivamente decrescente, questa legge si esprime su base capitalistica – per la quale non è l’operaio che impiega i mezzi di lavoro, bensì sono i mezzi di lavoro che impiegano l’operaio – in questo modo: quanto più alta è la forza produttiva del lavoro, tanto più grande è la pressione degli operai sui mezzi della loro occupazione, e quindi tanto più precaria la loro condizione di esistenza: vendita della propria forza per l’aumento della ricchezza altrui […]. Ne consegue quindi che, nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione dell’operaio, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare […]. Questa legge determina un’accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale” [2].

A livello di mercato mondiale (secondo alcuni istituti di ricerca a partire dagli inizi degli anni ’80, per altri qualche anno prima) è andata proprio così: la quota del reddito spettante al lavoro è diminuita ovunque, più o meno, ma ovunque, dai paesi più accanitamente “liberisti”, dove i sindacati non contano molto, alle (ex) socialdemocrazie scandinave; dai paesi più “avanzati”, a quelli “emergenti”. In termini quantitativi, le stime dell’OECD (2015) relative a 59 paesi, per il periodo 1975 – 2012 riferiscono di cinque punti percentuali persi dal lavoro, dal 64 al 59 per cento.

Continuando l’analisi dell’economia Usa (figura 8), ancora la più importante e più rappresentativa del capitalismo globale, e mettendola anche in questo caso a confronto con l’Italia (figura 9), scopriamo che la tendenza negativa per la quota di reddito spettante al lavoro parte negli Usa dal 1970-71, anni in cui ai lavoratori andava quasi il 68 per cento dell’intero prodotto; a partire da quel biennio comincia una perdita di peso relativo del lavoro che si interrompe solo per il breve ciclo (tipicamente speculativo) della seconda metà degli anni novanta, con l’ultimo dato disponibile che corrisponde al 62 per cento: sei punti in meno, diciamo nella media. Per l’Italia il ciclo “glorioso” degli anni ’60 termina ben presto e dalla metà degli anni ’70 la quota di reddito che spetta al lavoro crolla dal 72 fino a un minimo del 52 per cento del reddito prodotto, salvo recuperare qualche punto negli ultimi anni (“nonostante” l’introduzione dell’euro?): in totale almeno quindici punti persi, diciamo tre volte in più della media mondiale. E allora, a che cosa serve la produttività?

Figure 8 e 9 Quote spettanti al lavoro relativamente al Pil – Usa e Italia

miserabile accumulazione

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L’ossessione per la produttività

Tra le ipotesi proposte per spiegare un declino di tale portata della quota del lavoro sul reddito, alcuni economisti (Karabarbounis e Neiman) prendono in considerazione il cambiamento tecnologico, ma considerando solo un aspetto del fenomeno, ossia la diminuzione relativa del prezzo dei mezzi di produzione relativamente a quello dei beni di consumo; tale convenienza avrebbe costituito un fattore decisivo per spostare le decisioni dei capitalisti verso l’innovazione.

Ma, e qui la contraddizione menzionata prima, anche se l’aumentata produttività si manifesta in un aumento dei valori d’uso ottenuti con le stesse ore di lavoro di prima, questo non determina un aumento nel valore (di scambio) della massa di merci prodotte: il volume di merci ottenuto sarà maggiore, ma non il loro valore. Quei settori produttivi e quelle imprese che operano con il macchinario più moderno e le tecnologie più avanzate si approprieranno di valore sottratto ai capitalisti che non hanno innovato, dunque senza alcun effetto sistemico che non sia l’aumento della tendenza alla centralizzazione, da questo punto di vista. Approfondendo l’analisi, si comprende come il risultato più importante delle innovazioni tecnologiche riguarda gli effetti dell’aumento della produttività sulla riduzione del tempo di lavoro necessario per produrre merci che vedranno per questa via ridursi e non aumentare il proprio valore unitario.

Questo effetto vale per tutte le merci e particolarmente per quelle che fanno parte del paniere (panierino) di merci che serve alla riproduzione della forza-lavoro. Così, anche se i lavoratori ricevono in cambio della vendita della propria forza-lavoro lo stesso ammontare di valori d’uso o persino un ammmontare maggiore di quello che ricevevano prima dell’aumento della produttività, il tempo totale di lavoro necessario a produrre queste merci è diminuito e con esso è diminuito il loro valore. Nella giornata lavorativa di un operaio, il tempo di lavoro richiesto per produrre l’equivalente del proprio salario diminuisce, mentre aumenta la quota di lavoro superfluo, e dunque di plusvalore che i proprietari delle imprese possono estrarre dal lavoro. Poiché è impossibile allungare la durata della giornata lavorativa oltre determinati limiti fisici, questo meccanismo diventa lo strumento fondamentale a disposizione del capitalismo maturo per aumentare il plusvalore estorto ai lavoratori ed è questa è la ragione della vera e propria ossessione che la classe dei capitalisti nutre per la questione della produttività.

D’altro canto – e antiteticamente – l’introduzione di nuovi macchinari, l’uso di tecnologie avanzate consente pure di aumentare l’intensità del lavoro, che si riflette in una maggior tensione dell’ora di lavoro e in una sua minore porosità, fattori a cui va aggiunta in molti casi anche una estensione della durata dell’impegno lavorativo, sia che la si consideri su base giornaliera che su base annuale o addirittura sull’intero arco della vita lavorativa (l’età pensionabile che si allunga). Il più intenso utilizzo della forza-lavoro produce, per le stesse ore di lavoro, un maggiore ammontare di valore e questo, fermo restando il valore della forza-lavoro, consente al capitale di aumentare il pluslavoro e dunque il plusvalore da appropriarsi. Poiché l’intensificazione del lavoro causa pure un aumento della massa di merci prodotte, diventa difficile distinguere empiricamente quanto del maggiore valore d’uso è il risultato delle innovazioni tecnologiche e quanto dipende dal più intenso utilizzo del lavoro.

Tenendo a mente queste osservazioni, e al netto di altre questioni relative alla sua misurazione, il confronto tra salari e produttività, misurata come rapporto tra valore aggiunto e ore lavorate, ci può fornire una indicazione indiretta di quanto sia aumentato nel corso degli anni lo sfruttamento del lavoro senza che questo abbia comportato la risoluzione della crisi. Nel frattempo, un amministratore delegato (CEO) guadagna oggi 276 volte più di quanto guadagna un tipico lavoratore dipendente (figura 10).

Figura 10 Rapporto tra i compensi degli amministratori delegati ed i salari dei lavoratori negli USA (1965-2015)

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Note:
L’autore insegna Economia politica alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teramo
[1] Karl Marx, Lavoro salariato e capitale, (con le modifiche di F. Engels)
[2] Karl Marx, Il capitale, Libro I capitolo 23.

06/05/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Lo specchio di Davos

A Davos, in Svizzera, ogni anno, in gennaio, il pianeta si guarda allo specchio ed è uno specchio dorato. La novità questa volta è il presidente della Cina che ormai entra di pieno diritto tra gli invitati che sono capi di stato e miliardari, con un corteggio di consulenti, commentatori e compagnia bella. Il controcanto…

via Lo specchio di Davos — Sbilanciamoci.info

Se la Bce sostiene multinazionali e cambiamenti climatici — Sbilanciamoci.info

Scoppia un incendio. Per fortuna arrivano i pompieri. Che però si mettono a versare sempre più acqua in una piscina piena, mentre la casa a fianco sta bruciando. A giugno 2016 la BCE lancia l’ennesimo piano per provare a rilanciare l’economia del vecchio continente. Visto che anni passati a “stampare soldi” tramite il quantitative easing…

via Se la Bce sostiene multinazionali e cambiamenti climatici — Sbilanciamoci.info

SVILUPPO ECONOMICO Il paradosso della produttività

di Maurizio Ricci (pubblicato su http://www.ildiariodellavoro.it)
Potremmo chiamarlo il mistero della produttività svanita. Quando la Confindustria  rilancia l’idea di legare i contratti alla produttività, infatti, fa ricorso ad uno strumentario tutt’altro che inedito. Anzi, percorso più volte nel dialogo e nella  contrattazione. A patto di sapere, però, che, oggi, la  roduttività – l’unico autentico  motore della crescita economica e del miglioramento del tenore di vita – non è più il  moltiplicatore di una volta. In Italia, è da decenni la grande latitante della nostra economia e della nostra crescita asfittica. Ma il fenomeno è più ampio, anzi mondiale. Nonostante il succedersi delle rivoluzioni tecnologiche, la produttività scende inesorabilmente un po’ dovunque. E’ il puzzle che autorizza autorevoli economisti a parlare di grande stagnazione globale.

Il “Compendio di indicatori 2016 della produttività” che l’Ocse ha appena fatto uscire parla di “paradosso della produttività”. L’Italia, va detto, al paradosso non è neppure arrivata: il più prezioso indicatore dell’economia moderna precipita, da noi, fin dagli  anni ’90. Il Pil per ora lavorata cresceva del 2,65 per cento l’anno fra il 1970 e il 1996.

Ha rallentato giù fino allo 0,64 per cento fra il 1996 e il 2004. E’ rimpicciolito allo 0,04 per cento l’anno fra il 2004 e il 2014. In sostanza, negli ultimi dieci anni il Pil per ora lavorata è rimasto uguale. Anche se in modo meno vistoso, tuttavia, anche altri paesi, assai più dinamici del nostro, hanno subito un brusco rallentamento. Gli Usa sono passati dal 2,50 per cento l’anno all’1,12, dopo il 2004. La Germania dall’1,68 per cento allo 0,86 l’anno. Dove sta il paradosso? Nel fatto che “la produttività è rallentata durante un periodo di significativi mutamenti tecnologici, crescente partecipazione di aziende e paesi alla catene produttive internazionali e aumento dei livelli di istruzione della forza lavoro” dice l’Ocse. Se la produttività non cresce in queste condizioni, quando dovrebbe crescere? L’avvento di Big Data non avrebbe dovuto dare una scossa all’aumento di produttività pari all’introduzione dell’elettricità a inizio ‘900 e dell’informatica alla fine?

Una ipotesi, naturalmente, è che sia stato l’impatto della crisi finanziaria esplosa nel 2008 a segnare le diverse economie, al punto che la produttività non riesce a riprender quota. Ma il Compendio fa  giustizia di questa ipotesi consolatoria: il calo della produttività non è un fenomeno ciclico e  transitorio. In realtà, si scopre che l’investimento nell’informatica, come quota del Pil, è sistematicamente in caduta, negli ultimi anni, anche negli Usa e in Germania. Il contributo di questi investimenti alla produttività ha raggiunto il picco a fine anni ’90 e da allora sta gradualmente diminuendo. Ci sono dei dati illuminanti, per l’Italia, dentro i numeri dell’Ocse.

Rispetto alla produttività oraria americana, ad esempio, nonostante il nostro crollo degli ultimi anni, siamo tornati ai livelli degli anni ’70: un  lavoratore italiano producein un’ora, in media, tre quarti di quello che produce un lavoratore americano. Peccato che, negli anni ’90, fossimo arrivati al 96 per cento. Ma, al di là dei mali specifici dell’economia italiana – dalla flessibilità del lavoro alla carenza cronica di investimenti – i dati dell’Ocse alimentano una teoria che circola da qualche tempo fra gli economisti: nonostante il grande battage pubblicitario, la rivoluzione tecnologica di questi anni ha un potere trasformativo incomparabilmente minore rispetto ai grandi salti del ‘700 e dell’800. Fra il telefonino e l’interruttore della luce non c’è match.

Anche, e soprattutto, per quel che riguarda l’importanza diretta sulla produzione e sul lavoro. Bisogna inventarsi qualcos’altro.

Il lavoro….delle banche

78a2f8a03c7002f9de0cccba161feba9-ksEB-U10602292382414aUB-700x394@LaStampa.itSiccome le banche private italiane sono in “affanno” e, pur non essendo – a detta anche del ministro Padoan – comunque una situazione critica – il soccorso che spetta loro non è l’investimento di qualche privato che mette in essere un rischio di impresa, di capitalizzazione di una impresa, in questo caso…
No, il soccorso deve essere pubblico, deve venire dallo Stato italiano. Così, come è sempre stato: le banche si nutrono dei nostri risparmi, li investono male, perdono capitali nella concorrenza che è sempre concorrenza sleale in quanto è concorrenza e, poi, piangono calde lacrime davanti ai gradini della Banca d’Italia.
Così vanno le cose da molto, molto tempo. E mentre questo accade, il governo si preoccupa se iniziare una discussione sullo “spacchettamento” dei quesiti contenuti nel referendum (in)costituzionale.
Così vanno le cose… Si sta in sella un po’ per non morire e un po’ per garantire i privilegi e i profitti della grande concorrenza finanziaria… che mette in “affanno” le banche italiane.
Bel lavoro, vero?

Il gioco alpino per proteggere il clima

af5542d3-7934-47b2-842c-5e901390c9b1Ogni persona può permettersi di emettere 6,8 chili di CO2 al giorno, per mantenere in equilibrio il clima. Convertiamo ora questo valore in un punteggio: ogni persona ha a disposizione 100 punti al giorno.

Noi mangiamo, acquistiamo vestiti, abitiamo in case, d’inverno le riscaldiamo, d’estate le raffreschiamo e di sera le illuminiamo, viaggiamo in treno, bus e auto – il nostro stile di vita produce direttamente e indirettamente CO2. In questo momento viviamo molto sopra la soglia di compatibilità. Invece dei tollerabili 100 punti, stiamo consumando in media 450 punti al giorno. Noi viviamo al disopra delle nostre possibilità – e questo non solo per le emissioni di CO2. Consumare di più rende più felici? Vive meglio chi viaggia più velocemente e macina più chilometri? Una buona giornata è una giornata in cui rispettiamo i limiti.

Verifica quanti punti consumi nella vita quotidiana.

Le nostre giornate sono scandite da gesti in parte simili: alzarsi, lavarsi, fare colazione, andare al lavoro, lavorare, pranzare e cenare, dedicarsi al tempo libero, dormire. Quasi ogni attività è connessa all’emissione di CO2. Riscaldare la casa, andare in ufficio, la pasta a mezzogiorno, le ore davanti al computer…

Cerca alternative con meno punti.

Per ogni attività ci sono alternative che fanno consumare meno punti. Ridurre di un grado il riscaldamento, bere caffè biologico, andare a lavorare in bicicletta, utilizzare un laptop a basso consumo, fare una passeggiata alla sera e mille altre cose.

Vivere nelle Alpi con 100 punti.

Le Alpi sono un ambiente sensibile, che reagisce molto velocemente al cambiamento climatico. Nelle Alpi le persone possono dare un importante contributo alla protezione del clima. Le città e i comuni dei sette Stati alpini sono posti di fronte a questa sfida. Per questo hanno bisogno del sostegno dei rispettivi abitanti. Con “100max – il gioco alpino per proteggere il clima” le famiglie e i comuni possono sperimentare se e come se la cavano con 100 punti al giorno.

Come funziona.

Per due settimane all’anno i nuclei familiari partecipanti convertono in punti tutto quello che consumano, gli abiti che indossano, come si spostano. Su www.100max.org potete calcolare i vostri punti, memorizzarli, confrontarli con i risultati di una settantina di altri nuclei familiari partecipanti e scambiarvi buoni consigli. Nel sito si può anche vedere come e dove si possono risparmiare punti. Dopo la prima settimana di 100max e prima dell’inizio della seconda settimana, i nuclei familiari hanno un paio di mesi di tempo per ricercare e apprendere quali possibilità di perfezionamento presenta il proprio stile di vita e se vivere totalizzando meno punti per l’emissione di CO2 comporta necessariamente una perdita di qualità della vita.

Che cosa succede quando?

Gennaio, febbraio 2016 Formazione dei nuclei familiari partecipanti nei comuni 100max
29.02 – 06.03.2016 Prima settimana 100max
Da marzo a maggio 2016 Manifestazioni locali nei comuni 100max

I nuclei familiari cercano di ridurre il loro punteggio

30.05 – 05.06.2016 Seconda settimana 100max
11.10 – 15.10.2016 100max alla Settimana alpina a Grassau/D