Rifugiati, benvenuti a Senago

La Prefettura invierà a Senago un certo numero di rifugiati. Non solo Senago ne ospiterà: tutti i Comuni limitrofi saranno impegnati nell’accoglienza. Non è certo quanti saranno a Senago; secondo la regola che si è data la Prefettura (2,5 profughi ogni mille abitanti di ciascun Comune), dovrebbero essere 54, ma i mezzi di informazione rendono […]

via Rifugiati, benvenuti a Senago — SENAGO BENE COMUNE

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GUERRA SENZA DISCUSSIONE

 

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Ho sentito la ministra Pinotti alla radio. Dunque il governo Renzi ha valutato e deciso, e offre agli USA le nostre basi militari prima ancora che gli USA le chiedano. Il governo è solerte, sollecito e premuroso, nello spirito della Buona Scuola vuole essere collaborativo, mai contrastivo; forse avrà una medaglia al valore per essere in servitù volontaria il primo, the first.

Ho sentito alla radio che l’intervento militare USA sulla Libia durerà un mese. Mi chiedo con quale criterio sia stabilita la durata di un mese. Dunque non c’entra come andranno le cose? Forse c’entra la quantità di armi che si vogliono consumare?
Di politica internazionale io però non m’intendo, invece il governo italiano che se ne intende sta valutando se e come partecipare.

Insomma più che produrre armi per fare le guerre, si fanno le guerre per smaltire le armi. E naturalmente per produrne di nuove, eh.

DONATELLA DONATI

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“…Se è vero che il ministro Gentiloni giusto due giorni fa dichiarava altero che sarebbe stato tutto da valutare e discutere un eventuale disponibilità dell’Italia nel prestare le proprie basi agli attacchi Usa verso la Libia giusto ieri la Pinotti invece ha lasciato intendere (con un intervento in Aula, eh) che tutto è già stato deciso e quindi l’Italia è a disposizione. In mezzo ovviamente non c’è stata discussione, al solito. Non sia mai che se ne parli in Parlamento: un governo scolpito con i decreti non si brucia qualche giorno di vacanza per la guerra. Figurati…”

GIULIO CAVALLI

FRANCIA: ALMENO SMETTIAMOLA CON LE CHIACCHIERE

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E’ inevitabile, ma non per questo meno insopportabile, che dopo tragedie come quella di Parigi si sollevi una nuvola di facili sentenze destinate, in genere, a essere smentite dopo pochi giorni, se non ore, e utili soprattutto a confondere le idee ai lettori. E’ la nebbia di cui approfittano i politicanti da quattro soldi, i loro fiancheggiatori nei giornali, gli sciocchi che intasano i social network. Con i corpi dei morti ancora caldi, tutti sanno già tutto: anche se gli stessi inquirenti francesi ancora non si pronunciano, visto che l’unico dei terroristi finora identificato, Omar Ismail Mostefai, 29 anni, francese, è stato “riconosciuto” dall’impronta presa da un dito, l’unica parte del corpo rimasta intatta dopo l’esplosione della cintura da kamikaze che indossava.

Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci, grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush, ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente.

Mentre gli intellettuali balbettano sui giornali e in Tv, la realtà fa il suo corso. Dell’Isis e delle sue efferatezze sappiamo tutto da anni, non c’è nulla da scoprire. E’ un movimento terroristico che ha sfruttato le repressioni del dittatore siriano Bashar al Assad per presentarsi sulla scena: armato, finanziato e organizzato dalle monarchie del Golfo (prima fra tutte l’Arabia Saudita) con la compiacenza degli Stati Uniti e la colpevole indifferenza dell’Europa.

Quando l’Isis si è allargato troppo, i suoi mallevadori l’hanno richiamato all’ordine e hanno organizzato la coalizione americo-saudita che, con i bombardamenti, gli ha messo dei paletti: non più in là di tanto in Iraq, mano libera in Siria per far cadere Assad. Il tutto mentre da ogni parte, in Medio Oriente, si levava la richiesta di combatterlo seriamente, di eliminarlo, anche mandando truppe sul terreno. Innumerevoli in questo senso gli appelli dei vescovi e dei patriarchi cristiani, ormai chiamati a confrontarsi con la possibile estinzione delle loro comunità.

Abbiamo fatto qualcosa di tutto questo? No. La Nato, ovvero l’alleanza militare che rappresenta l’Occidente, si è mossa? Sì, ma al contrario. Ha assistito senza fiatare alle complicità con l’Isis della Turchia di Erdogan, ma si è indignata quando la Russia è intervenuta a bombardare i ribelli islamisti di Al Nusra e delle altre formazioni.

Nel frattempo l’Isis, grazie a Putin finalmente in difficoltà sul terreno, ha esportato il suo terrore. Ha abbattuto sul Sinai un aereo di turisti russi (224 morti, molti più di quelli di Parigi) ma a noi (che adesso diciamo che quelli di Parigi sono attacchi “conto l’umanità”) è importato poco. Ha rivendicato una strage in un mercato di Beirut, in Libano, e ce n’è importato ancor meno. E poi si è rivolto contro la Francia.

Abbiamo fatto qualcosa? No. Abbiamo provato a tagliare qualche canale tra l’Isis e i suoi padrini? No. Abbiamo provato a svuotare il Medio Oriente di un po’ di armi? No, al contrario l’abbiamo riempito, con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ai primi posti nell’importazione di armi, vendute (a loro e ad altri) dai cinque Paei che siedono nel Consiglio di Sicurezza (sicurezza?) dell’Onu: Usa, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia.

Solo l’altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza.

Perché la verità è questa: se vogliamo eliminare l’Isis, sappiamo benissimo quello che bisogna fare e a chi bisogna rivolgersi. Facciamoci piuttosto la domanda: vogliamo davvero eliminare l’Isis? E’ la nostra priorità? Poi guardiamoci intorno e diamoci una risposta. Ma che sia sincera, per favore. Di chiacchiere e bugie non se ne può più.

di Fulvio Scaglione da “Famiglia Cristiana.it”

“La guerra è crudeltà senza regole né rispetto”

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«La guerra è cru­deltà senza regole né rispetto per nes­suno e dun­que senza regole e rispetto per gli ospe­dali o per i feriti» 

«Sì – aggiunge — pura cru­deltà: un ospe­dale viene bom­bar­dato dalle forze Nato in Afgha­ni­stan. Per errore, certo, come per errore in que­sti anni sono stati uccisi più di 19 mila civili! In realtà  non esi­stono con­ven­zioni e non esi­ste diritto uma­ni­ta­rio che possa impe­dire alla guerra di rive­larsi per quello che è: un mas­sa­cro di civili, donne, bam­bini, medici e infer­mieri. Nes­suno viene rispar­miato. Il bom­bar­da­mento di un ospe­dale è l’evidenza stessa della bru­ta­lità della guerra».

«Non voglio nem­meno entrare in con­si­de­ra­zioni di que­sto tipo per un fatto che è comun­que inac­cet­ta­bile: se poi si è trat­tato di un atto deli­be­rato o se invece è stato un errore, se si è trat­tato di una scelta fatta a tavo­lino da un gruppo di idioti o se è invece stato uno sba­glio, tutto que­sto mi sem­bra total­mente irri­le­vante quanto inac­cet­ta­bile. Tutto è già nella guerra ed è inu­tile stu­pirsi. È inu­tile sve­gliarsi improv­vi­sa­mente per una cosa che è sem­pre suc­cessa, suc­cede e suc­ce­derà se c’è una guerra. La guerra non si può uma­niz­zare, si può solo abolire».

Gino Strada da “Il Manifesto”

E i profughi che fine fanno?

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“Rara­mente era capi­tato di assi­stere a un così sfron­tato ribal­ta­mento della realtà, quale quello rea­liz­zato a par­tire dalle ore imme­dia­ta­mente suc­ces­sive al nau­fra­gio di dome­nica scorsa.

Da quat­tro giorni, l’intera que­stione dell’immigrazione è ridotta al suo atto ultimo, abietto e feroce.

Ovvero alla respon­sa­bi­lità cri­mi­nale di quelli che, in un cre­scendo melo­dram­ma­tico di reto­rica, sono chia­mati: schia­vi­sti, negrieri, traf­fi­canti di carne umana.

E così, tutti si affan­nano intorno alla dimen­sione finale della tra­ge­dia, per­ché è la più visi­bile: quella che con­cen­tra la più imme­diata e dif­fusa ostilità.

E que­sto con­sente, infine, di iden­ti­fi­care e trac­ciare il pro­filo del nuovo nemico asso­luto: lo Sca­fi­sta. Nes­suno sem­bra porsi la domanda cru­ciale: se pure riu­scis­simo, d’un colpo solo, a eli­mi­nare tutti quei «mer­canti di morte», avremo ridotto anche solo di qual­che unità il flusso dei migranti? Avremo limi­tato il numero delle vit­time? Avremo garan­tito una mag­giore sicu­rezza a quelle disgra­ziate aree del mondo?

La mia rispo­sta a que­sti inter­ro­ga­tivi è un no secco. Respin­gere i movi­menti di esseri umani al di là del Medi­ter­ra­neo, «bom­bar­dando i bar­coni» o «spa­rando sugli sca­fi­sti» o attuando un «blocco navale» avrebbe il solo effetto di allon­ta­nare le vit­time dal nostro sguardo. E di rimuo­verle dalla nostra espe­rienza indi­viduale e collettiva.

Luigi Manconi da “Il Manifesto”

La crisi ucraina

maidan_scontridi Luigi Marino

La crisi ucraina nasce con la mancata sottoscrizione da parte del Presidente Yanukovich dell’Accordo di associazione con la Unione Europea. Ma il Presidente in carica non poteva fare altrimenti a fronte di un’offerta di aiuto da parte della U.E. di appena 600 milioni di euro e di condizioni per la concessione di un prestito imposte dal F.M.I. ,che chiedeva tra l’altro una riduzione dei sussidi alle famiglie ,pari al 7% del bilancio statale . L’Ucraina è ritenuta un debitore inaffidabile, ma accettare l’offerta, assolutamente inadeguata rispetto ai gravi problemi del paese ,e le condizioni-capestro del FMI avrebbe comportato sacrifici insopportabili per la popolazione, con la sicura bocciatura nelle future elezioni presidenziali di Yanukovich. Di qui il propendere per l’aiuto russo, che si sostanzia subito nella sottoscrizione per tre miliardi di dollari di bond emessi dal governo ucraino ,con l’impegno della F.R. ad arrivare a quindici miliardi .
Di fronte alla scelta di Yanukovich di soprassedere alla firma dell’accordo con la U.E si sarebbe ben potuto attendere l’elezione del 2015 per scegliere democraticamente un altro Presidente più” europeista”, ma proprio l’atteggiamento assunto dalla U.E. e dalla Nato ha spinto i “radicali” allo scontro frontale. L’Unione Europea ha “ suscitato l’illusoria speranza che il Trattato di associazione sarebbe stato un preambolo all’adesione” ed “ ha risvegliato a Mosca il sospetto di un ulteriore spostamento della Nato ad Est contro i legittimi interessi della Russia” ha scritto sin dal febbraio di quest’anno e più volte ribadito l’ex Ambasciatore a Mosca Sergio Romano. Nella crisi ucraina le responsabilità della U.E. ,ma soprattutto dei vertici della Nato sono infatti innegabili. Quando fu unificata la Germania e poi si procedette all’allargamento della U.E. fu assunto l’impegno che mai la Nato si sarebbe ampliata verso l’area ex-sovietica. Quello che è invece avvenuto successivamente sin qui non poteva non essere interpretato inevitabilmente da Mosca come una forma di prosecuzione della guerra fredda con altri mezzi.

La verità è che dopo il Trattato di Pratica di mare del 2002 si pensava avviato un discorso di sicurezza collettiva dall’Atlantico agli Urali, ma la Nato non solo si è allargata oltre i confini della vecchia URSS, ma non nasconde l’obiettivo di una ulteriore espansione sino agli stessi confini della Federazione Russa. Polonia,Repubbliche baltiche,Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria, Romania, Croazia, Albania, Slovacchia, Slovenia sono entrate nella Nato, per cui la Russia teme giustamente che l’ingresso di altri paesi dell’ex-URSS possa costituire la via per accerchiare militarmente tutti i suoi confini occidentali.

Le cause originarie dell’attuale crisi ucraina rimandano quindi essenzialmente alle scelte operate dalla U.E. e dalla Nato ,alle speranze illusoriamente alimentate, tant’è che da più parti ed anche da Ferdinando Salleo, anch’egli ex ambasciatore a Mosca , si è sottolineato che “ in un tempo ragionevole nessuna ammissione nella U.E. è realisticamente possibile.”

Il non avere sottoscritto l’Accordo di associazione è stato il pretesto per organizzare un vero e proprio colpo di Stato con la destituzione da parte della Verkhovna Rada ucraina ,su sollecitazione delle forze di estrema destra, del presidente eletto direttamente dal popolo. Si tratta di un golpe “ de facto”, in quanto violando le norme costituzionali vigenti è stato modificato il sistema costituzionale dello Stato. Dopo la scelta da parte della piazza ,egemonizzata dalle forze di estrema destra ,del nuovo governo( con 7 ministri della destra),poi formalizzato da una Rada impaurita, sono stati subito assunti significativi laceranti provvedimenti: l’ingresso nei ranghi del ministero degli Interni delle centurie armate dell’estrema destra( “Settore di destra” , seguaci di Bandera ) e l’abolizione del bilinguismo, negando cioè ai russi del sud-est l’uso ufficiale della propria lingua.

L’Occidente ,come già nel bombardamento del Parlamento Russo da parte di Elc’yn, avalla di fatto la destituzione di un Presidente legittimamente eletto e le violazioni della Costituzione.

Poi inizia il “ solito tamtam sulle ruberie e sugli sprechi del capo deposto “, come ha scritto Enrico Mentana.

Con la caduta dell’URSS e le conseguenti privatizzazioni selvagge in tutte le Repubbliche ex sovietiche è stato realizzato il più colossale latrocinio del secolo con l’avvento dei cosiddetti oligarchi, che in Ucraina, a differenza della stessa Russia, non sono stati estromessi dalla gestione del potere ma sono direttamente al potere.

I prodromi della crisi sono già rinvenibili nell’incontro a Monaco il 1° febbraio del Segretario di Stato USA John Kerry con i leader dell’opposizione a Yanukovich e nella posizione assunta dalla responsabile degli esteri statunitense per l’Europa orientale Viktoria Nuland. Dopo è stato tutto un susseguirsi di dichiarazioni a sostegno delle barricate di Maidan ,da Bernard Henri Levi a Anne Applebaum del Washington Post, che ha sostenuto che i gruppi di estrema destra operanti non costituivano il problema maggiore, da Joscha Fischer a Adam Michnik sino a Kodorkovskij tanto per citare alcuni supporter. Insomma tutta una filiera ancora una volta in movimento, disposta a sorvolare sulla presenza delle forze fasciste come il Partito nazionalsocialista d’Ucraina ,inserito dal Centro Wiesenthal tra i movimenti più antisemiti esistenti e che insieme al Pravy Sektor (Il settore di destra) è stato accusato di avere organizzato a Kiev il tiro dei cecchini contro i poliziotti. Ora l’attività di questi gruppi di estrema destra si è spostata nel sud-est del paese.

Il 2 maggio a Odessa il gruppo neonazista Settore di destra ha distrutto la tendopoli sorta dinanzi ad edifici amministrativi per protestare contro il colpo di stato ed ha costretto gli antifascisti ad entrare nella Casa dei Sindacati poi incendiata con la morte di 48 innocenti. La tragedia di Odessa ha infiammato i sentimenti antifascisti della popolazione del sud-est ,che ha più volte richiesto alle autorità di Kiev di porre fine all’attività dei gruppi neonazisti del paese, ma senza nessun ascolto. Per non consentire la ripetizione di quanto accaduto ad Odessa anche nelle regioni di Doneck e Lugansk sono sorte qui milizie irregolari volontarie di difesa. La risposta del governo di Kiev è stata solo di carattere militare con l’uso dell’artiglieria pesante e dell’aviazione .Accanto alle forze armate dell’ ”operazione punitiva” sono state attivate formazioni militarizzate, dove sono confluiti neofascisti di ogni risma e battaglioni di mercenari finanziati da oligarchi ucraini. Migliaia di pacifici cittadini sono morti per le bombe dell’operazione punitiva, decine di migliaia sono stati costretti ad abbandonare le proprie case ,distrutte ed incendiate: una catastrofe umanitaria! A questo si aggiunga la tragedia delle tante famiglie miste ,profondamente colpite dai rigurgiti nazionalistici, che hanno messo a dura prova la loro coesione.

Lo scrittore ebreo Marek Halter ha scritto recentemente:” E’ l’America e la Nato che cercano di spingerci in una guerra contro Mosca. Se la comunità internazionale convincesse il governo di Kiev ad accettare un sistema federale non esisterebbe più alcun problema”. Il succedersi degli avvenimenti ha visto invece il prevalere del pregiudizio russofobo sul buon senso e sulla ricerca di una soluzione politica nel rispetto della volontà delle popolazioni interessate.

In modo del tutto pacifico la Cecoslovacchia non esiste più ed al suo posto sono sorte la Repubblica Ceca e la Slovacchia. In Italia di fronte alla minaccia del separatismo ed al problema delle minoranze etnolinguistiche furono dati Statuti Speciali alle regioni interessate, con consistenti supporti finanziari.

Alla vigilia del referendum in Scozia, la Rada ucraina, con i voti dei 335 deputati che risultano in carica dopo gli avvenimenti del febbraio scorso, ha ratificato l’accordo di associazione alla U.E. in contemporanea al voto dell’Europarlamento. Con questo accordo le merci ucraine hanno un accesso privilegiato al mercato europeo senza barriere .La parte commerciale dell’accordo resta però sospesa sino al 1° gennaio 2016. La Rada ha anche votato, a porte chiuse, il piano del Presidente Poroshenko ,che prevede per le regioni di Doneck e Lugansk una forma di autogoverno per tre anni ,compresa la possibilità di rafforzare le relazioni con la Russia, e l’uso della lingua russa come seconda lingua ufficiale . Forse è la traduzione in pratica di alcuni punti del negoziato con la Russia di Minsk. L’Accordo non è quindi il preambolo per l’adesione alla U.E.. Come sottolineano gli ex ambasciatori italiani a Mosca, a questa prospettiva non realistica si opporrebbe ,molto probabilmente, la maggioranza dei paesi dell’Unione .L’Ucraina è un paese con un territorio più grande della stessa Francia, con una popolazione di ben 47 milioni di abitanti e soprattutto con problemi economici enormi! Per salvare l’Ucraina dalla crisi economica e finanziaria occorrerebbero, secondo molti analisti, almeno 35 miliardi di dollari in due anni. E lo stesso Fondo Monetario Internazionale non concede nulla senza garanzie delle necessarie “riforme” che impone.

Dopo tante vittime innocenti e le distruzioni causate dai bombardamenti, le tante sofferenze patite dalle popolazioni del Donbass riesce oltre modo difficile pronosticare sino a che punto queste” concessioni” possano ritenersi accettabili dalle forze che invece hanno lottato e lottano per l’indipendenza .Si sarebbe ben potuto ricercare sin dall’inizio una soluzione politica ,isolando gli estremisti di destra ed evitando la tragedia della guerra civile, che ha acuito le divisioni nel paese ,ma anche nelle famiglie. In Ucraina vivono circa 17 milioni di russi e circa 4 milioni di ucraini vivono nella Federazione russa.

D’altra parte quanto è drammaticamente successo è anche il risultato di errori storici commessi in passato.

Negli anni ’20 gran parte dell’area geografica comprendente i territori di Doneck, di Zaporoz^e e di Lugansk, che storicamente facevano parte dell’impero russo sin dalla fine del 1700, fu aggregata alla Repubblica Socialista Ucraina. In questa decisione del governo sovietico giocava sia il principio etno-demografico, dal momento che nella neonata repubblica sovietica la popolazione era in maggioranza ucraina ,sia il fattore economico. In più casi infatti le regioni economiche , nelle quali si suddivideva tutto il territorio dell’ex URSS, erano formate in modo che aree meno sviluppate, essenzialmente agricole come quelle ad esempio dell’Ucraina occidentale, venissero agganciate ad aree più avanzate economicamente o più suscettibili di rapido sviluppo, in modo che queste ultime facessero da traino per le prime così da ottenere quindi un generale avanzamento complessivo.

Va da sé che in questa configurazione del territorio, nella concezione di Stalin , gli stessi confini delle Repubbliche della Unione non costituivano delimitazioni di carattere statuale, ma solo di carattere amministrativo ,restando impensabile la deflagrazione dell’URSS.

A questo si aggiunga il “regalo” di Kruscev della Crimea del 1954, senza una decisione del Soviet Supremo e senza sentire le popolazioni interessate. Ma è solo dal 1991 che queste terre sovietiche risultano comprese in confini statuali impropri sia dal punto di vista storico, che culturale e linguistico.

In questa diatriba sui confini ,all’inizio della crisi ucraina si è voluto ricordare da qualcuno il memorandum del 1994 di Budapest, firmato da USA, Russia ,Ucraina e Gran Bretagna ,sul rispetto dell’integrità territoriale ma senza ricordare gli altri impegni assunti ,compreso quello del non allargamento della Nato.

Ed ancora una volta è Sergio Romano a ricordare( 30.5.2014) che la clausola” rebus sic stantibus” sta a significare che “ogni accordo è costruito sulla base degli equilibri esistenti al momento della firma” e che “Finché daranno l’impressione di volere l’Ucraina nella U.E. e nella Nato, l’Europa e gli USA correranno il rischio di accogliere fra le loro braccia un paese dimezzato”. Di qui la necessità di “ trovare una soluzione che corrisponda alle comprensibili esigenze russe”.

Anche dopo la ratifica dell’Accordo di associazione alla U.E., resta il fatto che l’Ucraina dipende dal gas russo e dal prezzo “politico” di Gasprom, e che la produzione industriale dell’Ucraina Orientale è di fatto assorbita dal mercato russo ,non certamente dal mercato occidentale.

Ma la crisi ucraina ha evidenziato ancora una volta che la Nato, come è attualmente ed a maggior ragione se dovesse includere altri paesi dell’Europa Orientale, costituisce un pericoloso fattore di instabilità per gli equilibri del continente, che il suo attivismo nuoce ai rapporti della U.E. con la Russia non solo per le forniture energetiche. L’Europa non può fare a meno del mercato russo!, mentre in questa sua “cupidigia di servilismo “verso gli Usa procura danni solo a se stessa.

*Presidente dell’Associazione Maksim Gorkij di Napoli e Condirettore di MarxVentuno

Cartoline da GAZA CITY

Dall’8 luglio scorso, inizio della guerra voluta da Israele, ad oggi, sono oramai quasi 1500 le vittime palestinesi provocate dalle bombe israeliane.

Le prime vittime di questo genocidio sono però purtroppo i bambini, quasi 300! Numeri impressionanti per un conflitto impari che sta portando alla fine di un popolo intero.

Anche l’Onu contro Israele: “Attacchi a scuole non casuali, violato il diritto internazionale”