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IL TAR DI MILANO: NO AL NUOVO INSEDIAMENTO DI TECNOLOGIE AMBIENTALI NEL SITO DELL’EURECO DI PADERNO DUGNANO

trasferimento-300x173Il Tar della Lombardia con sentenza n. 01747 dell’8 agosto annulla gli atti della Città Metropolitana che hanno autorizzato la società Tecnologie Ambientali s.r.l. di riprendere la produzione nel campo del trattamento di rifiuti con tipologie e modalità quasi identiche a quelle in precedenza autorizzate (e non rispettate) dalla ditta Eureco di Paderno Dugnano. Il ricorso è stato presentato dal Comune di Paderno Dugnano con intervento ad adiuvandum di Medicina Democratica (MD) difesa dall’avvocato Paola Ferrari del foro di Milano e con consulenza tecnica di Marco Caldiroli, responsabile Ambiente di MD.
Indimenticabile quanto è avvenuto il 4 novembre 2010 all’Eureco dove 4 operai hanno trovato la morte bruciati dal fuoco al seguito della lavorazione dei rifiuti svolge in spregio della normativa sulla sicurezza sul lavoro e a tutela dell’ambiente: un crimine che ricorda da vicino quanto già avvenuto alla Tyssen Krupp di Torino, dove i morti furono 7.
La popolazione di Paderno Dugnano, un comune importante del nord Milano di 50.000 abitanti, guidata dal “Comitato a sostegno dei famigliari delle vittime e dei lavoratori dell’Eureco” si è mobilitata inducendo il Comune a impedire che il nuovo (vecchio) insediamento industriale riprendesse la produzione. Non sono bastati i 4 operai morti e gli altri feriti con gravi conseguenze oltre che la perdita di lavoro e di reddito ? Non è bastata la condanna del titolare dell’Eureco Giovanni Merlino che forse non è estraneo alla richiesta di riapertura dell’impianto sotto un’altra ragione sociale ? Nemmeno è bastato il processo penale che ha visto l’esclusione delle parti civili Medicina Democratica e AIEA (Associazione Italiana Esposti Amianto) che maggiormente si sono mobilitati, non ancora chiuso nonostante il riconoscimento parziale delle responsabilità di Giovanni Merlino, per il quale i lavoratori dell’Eureco rimasti non sono stati pienamente risarciti pur privi di risorse economiche oltre che segnati duramente dall’incidente-crimine?

ALMENO UN PO’ DI GIUSTIZIA!
Ora l’Eureco, come stabilito dal TAR, per iniziativa del comune di Paderno che ha presentato ricorso e per intervento di MD ad adiuvandum, per quanto tale richiesta sia stata dichiarata inammissibile (secondo il TAR MD, in quanto legittimata avrebbe dovuto intervenire autonomamente), non riaprirà. E speriamo che la Città Metropolitana di Milano, cui certamente ci rivolgeremo a breve, non presenti ricorso al Consiglio di Stato per rendere possibile che la sentenza passi in giudicato.

Milano, 9 agosto 2017

Fulvio Aurora, responsabile vertenze legali Medicina Democrativa Movimento di Lotta per la Salute Onlus Lorena Tacco, MD Nord Milano

La rivoluzione industriale che ci sta cambiando

Presentiamo un interessante articolo scritto da Andrea Aimar e pubblicato sul sito “sbilanciamoci.info” che descrive, con sublime lucidità, il futuro che ci aspetta, che molti non vedono e che in parte già esiste. E’ piuttosto lungo ma ne vale senz’altro la pena. Buona lettura.

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rivoluzione_industrialeSono nomi di computer ad alta potenza di calcolo, software, start up, piattaforme: YuMi, StasMonkey, Watson, Tug, Sedasys, Coursera, Shutterstock, Digits, Warren, e-discovery, Baxter, Iamus, Workfusion, Sawyer. Rappresentano il presente dell’innovazione e l’anticipazione di un futuro probabile dove il lavoro umano diminuirà.

49% o 47% le ipotesi più radicali, 9% quelle più caute, 35% per chi preferisce una via di mezzo: dietro le percentuali i posti di lavoro che verrebbero bruciati dall’innovazione tecnologica. Tecnologie delle reti e dell’informazione, robot, macchine potentissime, big data: è più o meno questa la ricetta che si aggira per il mondo promettendo rivoluzioni digitali e industrie 4.0.

Chi minimizza ricorda l’introduzione del telaio meccanico a fine Ottocento e l’automazione degli anni ‘70 e ‘80: sembrava la fine del mondo ma era solo l’inizio di qualcosa di nuovo. Si bruciano posti di lavoro ma si ritrovano da altre parti. Ma assai più del “vissero tutti felici e contenti” sembra convincere la narrazione a la “Houston, abbiamo un problema”.

A guardarla da vicino, questa rivoluzione guidata da algoritmi intelligenti, sembra davvero un’altra storia. È difficile cercare riscontro in qualche precedente perché l’aumento di produttività che queste tecnologie promettono e la diversa qualità dei processi che possono innescare, raccontano di un salto di paradigma ben più alto dei precedenti. Non siamo di fronte solamente a innovazioni che migliorano sensibilmente le prestazioni, ovvero fanno meglio ciò che facevamo già prima, in questo caso fanno altro: cambiamo il modo in cui si gioca, ne modificano le regole, si comportano da tecnologie «game changer».

 

“Houston, abbiamo un problema” per almeno due ragioni.

La prima è che l’ondata di automazione in arrivo non colpirà solamente i lavori manuali a bassa qualifica ma avrà nel mirino anche quelle professioni medie intellettuali che siamo soliti attribuire alla classe media. Quei lavori che costituiscono l’ossatura delle economie terziarie dei paesi occidentali, da cui dipende anche la loro stabilità sociale. Se lavorate in uffici dove svolgete compiti di routine e seguite delle procedure standard potete iniziare a preoccuparvi. Perché ci sono degli algoritmi in grado di imparare ciò che fate se glielo insegnate (o se vi “osservano” mentre lavorate) e lo ripeteranno meglio: sbaglieranno meno, non dormiranno, non mangeranno, non si faranno distrarre, non andranno in ferie. Il mondo delle assicurazioni e della finanza, della pubblica amministrazione e di quella aziendale è pieno zeppo di questi tipi di impiego. Ma se siete giornalisti, autisti, medici, avvocati, manager di medio livello, insegnanti, non sedetevi sugli allori perché gli algoritmi sono lì in agguato. Stanno imparando non solo a copiare bene ciò che già fate, ma sanno “inventare” e “imparare facendo”: li chiamano «sistemi di apprendimento automatico» e vi batteranno in un gioco a quiz, guideranno per voi, scriveranno articoli più dettagliati ed emozionanti dei vostri, vi dedicheranno una canzone da loro composta. Fantascienza? Forse per alcune applicazioni estreme sì ma ciò che alcune macchine sono già in grado di fare ci raccontano di un futuro molto vicino. D’altronde chi avrebbe detto nel capodanno del 2000 che avremmo passato ore su di un social network (social che?!)? Oppure a metà Ottocento avreste creduto alla storia dell’uomo in grado di volare?

La seconda è che queste trasformazioni stanno avvenendo in un sistema economico dove:

  • tutti gli aumenti di produttività avvenuti nei decenni scorsi non hanno mai comportato un aumento dei salari;
  • gli aumenti di PIL (la crescita) non hanno avuto conseguenze sul livello di occupazione;
  • la massima prevalente continua essere la concorrenza basata sul basso costo del lavoro (globalizzazione dei mercati e delocalizzazioni docet);
  • le disuguaglianze sono aumentate radicalmente e per garantire il funzionamento della macchina, nonostante l’esistenza di lavoratori poveri/consumatori deboli, si è scelta la strada dell’indebitamento.

Tutto questo dentro una gigantesca «cattura del regolatore» ovvero il pubblico (lo Stato o gli Stati) che ha fatto e continua a fare gli interessi di pochi in nome di un falso bene comune.

Se la trasformazione tecnologico-produttiva prima evocata sarà guidata da queste logiche ci ritroveremo con ogni probabilità in un mondo ancora più diseguale.

Il mercato del lavoro vedrà una polarizzazione tra impieghi qualificati e una grande quantità di occupazioni di bassissimo livello, generatrici di lavoro povero. I lavori di natura intermedia si ridurranno drasticamente e la tendenza all’accentramento della ricchezza in poche mani sarà amplificata. Ne abbiamo già un’anticipazione con i monopoli dei giganti del web: nella logica del capitalismo di piattaforma connesso alle innovazioni il “primo che arriva” si prende tutto il mercato.

Le condizioni di lavoro peggioreranno perché sempre meno i processi di valorizzazione avranno bisogno del contributo umano: ciò significa che la maggior parte delle persone dovrà fare molti lavoretti per sperare di rimanere un lavoratore povero. Mentre la quota di disoccupazione di natura tecnologica salirà progressivamente a fronte di un sistema pubblico non in grado, a queste regole e a queste logiche, di rispondere ai nuovi bisogni.

Vivremo molte contraddizioni, alcune già tra noi: i prezzi dei beni si ridurranno, in quanto consumatori impoveriti saremo contenti di potere acquistare comunque ma nel frattempo ci staremo peggiorando la vita in quanto lavoratori (vedi alla voce Amazon, Uber, ecc.). Inoltre tutto ciò che faremo, diremo, penseremo, sarà valorizzato in qualche processo economico a noi sconosciuto: siamo e saremo il nuovo petrolio dell’economia futura, i dati e le informazioni che regaliamo vivendo la nostra vita sono il carburante più ambito.

Abbiamo di fronte due strade: subire questo progetto di trasformazione guidato dall’interesse di pochi oppure tentare di guidarlo nell’interesse di tanti.

 

I requisiti per agire

Piace di questi tempi dividere il mondo tra i nostalgici del passato e gli amanti del futuro, tra chi crede nel progresso e chi lo combatte in nome della conservazione. Sono categorie stanche, spesso vuote, a volte rovesciate di senso. Tra l’essere dei fan acritici della modernizzazione, di quelli che si accomodano sulla retorica del cambiamento inevitabile, oppure dei nostalgici di vecchi equilibri e con tentazioni para luddiste (a volte legittime), è possibile immaginare un’altra ipotesi?

Per esempio un progetto che sappia cogliere le sfide di questa modernizzazione, di queste innovazioni tecnologiche, ma le includa in un diverso paradigma economico?

Facciamolo un attimo questo sforzo di immaginazione: se si potrà produrre molto di più con molto meno lavoro umano, provate a pensare se tutta quella ricchezza che guadagneremo con il minimo sforzo ce la dividessimo fra tutti. Una società dell’abbondanza dove poter lavorare per necessità poche ore al giorno, dove garantire ad ognuno una quota base di reddito e la soddisfazione dei bisogni utili a una sussistenza degna.

Sforzatevi di immaginare tutta questa potenza di calcolo, le migliori tecnologie, le sterminate informazioni disponibili, utilizzate per migliorare la qualità di vita delle persone: servizi di cura costruiti su misura, politiche pubbliche con un elevato grado di efficacia, occupazioni meno faticose. Usate la fantasia per pensare a come queste innovazioni travolgenti che abbiamo tra le mani potrebbero facilitare una conversione ecologica necessaria. Nuovi stili di vita sostenibili, diversi modelli di consumo, produzioni poco energivore e di qualità, una differente distribuzione di energia, ecc.

Tutto questo è possibile se la maggioranza delle persone, quelle che vedono e vedrebbero la loro vita peggiorata dalle trasformazioni in corso, si uniranno intorno a un’idea e determineranno quei rapporti di forza necessari per confliggere con chi oggi guida questi cambiamenti.

E qua entra la politica, e l’idea di una «cultura del progetto» e della «proposta» che l’agire politico dovrebbe avere quando muove nell’interesse di molti. La chiamerò sinistra, ma se qualcuno su questo ha dei problemi, la chiami come crede. Io penso che nella storia della sinistra, nelle sue culture, ci siano le risorse utili per immaginare questa nuova società e affinare gli strumenti per ottenerla. Questa eredità esiste a patto che la sinistra, politica e sindacale, faccia i conti con la propria storia.

C’è una figura, insieme ad altre, che può essere utile per affrontare i nodi rimasti irrisolti. Penso a Bruno Trentin e a quel monito lanciato nel 1997, nel suo libro “La città del lavoro”:

“Se la sinistra non prende coscienza dell’ampiezza e della profondità della crisi d’identità che l’ha investita, ben prima del crollo definitivo delle esperienze del socialismo reale, e non si libera della cultura “fordista”, “sviluppista” e taylorista di cui è stata impregnata, per misurarsi con le fatiche di una politica fondata sulla democrazia e sul progetto di società, rialimentandosi con le nuove domande che si sprigionano nel conflitto sociale, allora essa sarà inevitabilmente condannata a subire una nuova rivoluzione passiva, di proporzioni ben più vaste e di una durata ben maggiore di quella lucidamente analizzata alla fine degli anni Venti, da Antonio Gramsci”.

Sta lì, in quelle poche parole, il succo di un cambio di impostazione necessario. In effetti le culture politiche e sindacali maggioritarie della sinistra hanno legato il proprio destino, in maniera subalterna, alle sorti di un certo tipo di capitalismo industriale. È valsa, anche oltre il tempo massimo, la regola che lo sviluppo delle forze produttive sarebbe andato a favore dei lavoratori. Attraverso lo Stato la classe operaia avrebbe ereditato il sistema produttivo fatto crescere dal capitale e lo avrebbe governato a suo favore. Che non fosse sufficiente cambiare l’autista della macchina per modificare la macchina lo ha reso chiaro la storia del Novecento.

Questa impostazione prevalente, il rimandare sempre a un “dopo” la presa del potere statale, ha di fatto interrotto una ricerca e una sperimentazione su quali dovessero essere le forme di organizzazione economica e sociale migliori. Questa interruzione non ha solo privato il movimento operaio e i suoi eredi di una capacità creativa e di un progetto di trasformazione, ma ha finito per far introiettare nell’antagonista per antonomasia del modello economico capitalista, gli stessi fini ultimi e le stesse modalità organizzative.

È quell’assenza di un’autonoma visione, quella mancanza di una propria strategia di mutamento del modello di sviluppo e di riforma dello Stato, che dev’essere interrogata per colmare oggi quei vuoti.

Ed è difficile non connettere a quell’impostazione subalterna, il disorientamento delle forze sindacali e politiche del lavoro dinanzi ai mutamenti degli anni ‘70 e ‘80, così come il mutismo degli anni successivi vissuti più con il torcicollo che con lo sguardo rivolto all’orizzonte. Quando sarebbe stato necessario, già allora, sostituire a una cultura della crescita una del limite e passare, con un proprio punto di vista autonomo, da un’economia della quantità a una della qualità.

E quei nodi irrisolti sono oggi da affrontare per essere in grado di raccogliere le nuove sfide e tentare un proprio progetto di trasformazione del gorgo di questa nuova rivoluzione del capitale.

Tenendo a mente come una bussola ciò che ci ricorda Juan Carlos Monadero: «Ci sono grosse differenze tra i popoli che vogliono conquistare qualcosa e quelli che temono di perdere ciò che hanno».

E quel «qualcosa» da conquistare è possibile definirlo se le forze e le culture che s’interrogano su di un’alternativa, saranno in grado di definire nuovi paradigmi e recupereranno un punto di vista autonomo. Se la sinistra tornerà ad occuparsi di organizzazione del lavoro, di riqualificazione dei processi produttivi e dei modelli di consumo, di governo degli orari e dei tempi di vita, potrà incarnare una proposta credibile in grado di non subire le attuali e prossime trasformazioni. Non si tratta solo di indicare nuovi orizzonti ma di essere in grado di praticare «qui ed ora» nuove possibilità, sperimentare soluzioni, stare nel flusso con chi ogni giorno “ci prova” nonostante tutto.

 

Una piattaforma per prendere tempo e un’occasione per guardare avanti

La sfida che serve giocare per dare corpo a un proprio progetto di trasformazione, obbliga a uno sforzo importante di immaginazione giuridica, economica e istituzionale. Sui modelli proprietari e sulle forme organizzative ci sarà bisogno di tutta la migliore intelligenza. Bisogna integrare le innovazioni tecnologiche in queste proposte di mutamento, servirà uscire dai sentieri consolidati e tracciare nuove strade.

Nel frattempo, mentre una vasta iniziativa di ricerca e sperimentazione dev’essere continuamente condotta, è necessario attrezzarsi con alcuni interventi in grado di facilitare il governo di questi anni e prendere tempo. Ci serve una piattaforma di base sulla quale chiamare a raccolta buona parte della società e potrebbe avere i seguenti pilastri:

– L’istituzione di un reddito di base che diverrà sempre più urgente nel momento in cui il lavoro povero e la disoccupazione tecnologica diverranno tendenze diffuse. Accanto a ciò urge un programma di redistribuzione di ricchezza attraverso la tassazione dei grandi patrimoni e lo spostamento delle imposte dal lavoro al capitale. È la condizione di partenza per ristabilire un minimo di validità a un contratto sociale oggi saltato.

– La riduzione e redistribuzione degli orari di lavoro, anch’essa necessaria in un contesto di riduzione di disponibilità di occupazione e per superare la contraddizione di persone costrette a lavorare moltissime ore e persone disoccupate.

– Una socializzazione e redistribuzione della ricchezza prodotta dalle innovazioni tecnologiche. l’ipotesi di una tassazione dei robot che sostituiscono lavoro potrebbe andare in questo senso ma anche qua serve immaginare nuovi strumenti in grado di garantire un godimento collettivo delle innovazioni.

Vale qui la riflessione per cui gli innovatori che riescono a rendere fruttuosa a livello economico una tecnologia sono gli ultimi anelli di una ricerca che ha coinvolto tutta la società e l’investimento pubblico. Google, Apple non esisterebbero senza i massicci investimenti in ricerca dei contribuenti.

– Una riforma del sistema finanziario per arginare la «cattura del regolatore» che viene agita soprattutto attraverso dinamiche impersonali dei mercati finanziari. Inoltre il recupero di una leva fiscale pubblica è necessaria per rendere effettivi nuove politiche industriali e sul lavoro, e per finanziarie una transizione verso altri modelli economici.

Dal 26 settembre al 1 ottobre si svolgeranno a Torino i G7 di Industria, Scienza, Lavoro. Una delle diverse occasioni in cui la visione di un’innovazione tecnologica a vantaggio di pochi verrà discussa nell’anacronistico ed elitario schema dei 7 più o meno grandi.

Vogliamo sfruttare questa occasione per dotarci di strumenti, proposte condivise e di una nostra lettura sui mutamenti in corso. Vogliamo organizzare in concomitanza del vertice una settimana di incontri, azioni, manifestazioni in cui gettare le basi di una strategia politica che ci permetta di non subire le trasformazioni in corso ma delineare un progetto di trasformazione in grado di cogliere le sfide del presente.

Intendiamo invitare lungo le rive del Po tutte le persone che in Italia e in Europa hanno cambiato o stanno cambiando il corso delle cose: chi ha studiato e ragionato su ciò che oggi, nel nostro mondo, sono diventati l’economia e il lavoro, che cosa ne muove le innovazioni, a vantaggio di chi, con quali effetti sulla società.

“Rispetto!”: sabato 17 giugno manifestazione nazionale a Roma

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“Rispetto!”: sabato 17 giugno manifestazione nazionale a Roma

Care compagne e cari compagni, per meglio comprendere la gravità di quanto sta accadendo in materia di voucher, vi proponiamo un breve riassunto:

  • 21 aprile 2017 – il parlamento converte in legge il decreto con il quale vengono cancellati i voucher, annullando di fatto la consultazione referendaria su cui avevamo raccolto le firme.
  • 23 maggio 2017 – nel corso della discussione alla Camera del decreto per la correzione della manovra economica cominciano a circolare emendamenti per la reintroduzione dei voucher sotto mentite spoglie e con un nuovo nome: il “Libretto di famiglia” per il lavoro occasionale in ambito domestico e il “Contratto PrestO” per consentire alle imprese fino ai 5 dipendenti di utilizzare i buoni lavoro.
  • 27 maggio 2017: un testo con l’ok del governo viene approvato in commissione bilancio della Camera. Verrà votato in aula lunedì 3 giugno.

In sintesi: in circa un mese di penoso teatrino il governo ha messo in atto un’operazione
vergognosa che rischia di far rientrare dalla finestra quello che è uscito dalla porta, ben
guardandosi dal discutere con chi, come la Cgil, aveva già presentato una proposta per
normare seriamente il lavoro occasionale in ambito domestico (articoli 80 e 81 della Carta dei diritti universali del lavoro).
Ci stanno prendendo in giro, stanno offendendo la democrazia e violando la
Costituzione: si tratta di un fatto gravissimo, che non ha precedenti nella storia della
Repubblica, che non possiamo far passare nel silenzio.
Care compagne e cari compagni, abbiamo il diritto e il dovere di reagire, anche a nome di quell’oltre un milione di persone che ci ha dato fiducia e un mandato chiaro, firmando per i referendum.
Per dare voce a chi non si rassegna ad essere snobbato e offeso, la Cgil ha deciso di
promuovere un appello e indire una manifestazione a Roma per sabato 17 giugno con uno slogan forte e chiaro: “Rispetto!”.
Il concentramento del corteo è previsto per le ore 9.00 del 17 giugno. I pullman partiranno da Milano (in luoghi ancora da definire) alle ore 23.00 di venerdì 16 giugno; il rientro a Milano è previsto tra le 23.00 e le 24.00 di sabato 17.

 

Miserabile accumulazione: Salari, produttività e impoverimento relativo dei lavoratori

Nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione del lavoratore, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare.

Miserabile accumulazione: Salari, produttività e impoverimento relativo dei lavoratori

L’attenzione notevole rivolta negli ultimi anni ai cambiamenti intervenuti nella distribuzione del reddito da numerosi studiosi (Milanovic, Picketty, Deaton) può essere utilizzata correttamente se si considerano le crescenti disuguaglianze come effetto e non come causa della crisi.

Salari fermi al livello di sussistenza

Per Karl Marx, la parola “miseria” non indica la povertà assoluta, avendo egli chiarito nel I libro del Capitale (in particolare nei par. 3 e 4 del cap. 23) che la legge dell’immiserimento della classe operaia non è contraddetta dalla possibilità che i salari dei lavoratori crescano durante l’accumulazione di capitale, almeno fino a un certo livello. Nella sua analisi, Marx distingue tre definizioni del salario. In primo luogo, e a un livello più immediato, il salario rappresenta la quantità di denaro che il lavoratore riceve dal suo datore di lavoro: è il salario “nominale” o “monetario”. Tuttavia, in un mondo in cui spetta ai capitalisti decidere quantità e prezzi della produzione, non possiamo accontentarci di considerare i salari nominali, ma dobbiamo considerare la quantità effettiva di beni e servizi che i salari sono in grado di acquistare, cioè i salari “reali”.

Figura 1 Tassi di variazione annuali dei salari nominali orari dei lavoratori negli Usa (1964 – 2012) fonte: Federal Reserve Economic Data (FRED)

miserabile accumulazione

Quello che appare in figura 1 è la variazione nel corso del tempo dei salari nominali dei lavoratori negli Usa: quindici anni di crescita anche sostenuta con incrementi annui compresi tra il 4 ed il 9 per cento, poi – in “coincidenza” con la svolta monetarista del 1979 – un drastico ridimensionamento che ha portato i salari a oscillare entro una banda molto più ristretta (tra l’1,5 ed il 4 per cento). Ma si tratta solo di un’immagine parziale di quanto è avvenuto.

Per calcolare e rendere confrontabili i salari reali, vale a dire la quantità di beni e servizi acquistabili dai lavoratori, è necessario considerare la variazione dei prezzi delle merci, vale a dire l’inflazione. Utilizzando come indicatore di inflazione l’indice dei prezzi al consumo, si nota (figura 2) che la fase di crescita reale del salario (che non supera mai il 4 per cento) non si interrompe – come poteva sembrare dall’immagine precedente – alla fine degli anni ’70, ma qualche anno prima. A partire dalla seconda metà degli anni ’70, infatti, i salari reali orari di chi lavora negli Usa crescono sempre meno, fino a raggiungere un picco negativo proprio nel 1979; a partire da allora, oscillazioni ridotte, che alternano momenti di crescita a momenti di diminuzione.

Figura 2 Tassi di variazione annuali dei salari reali orari dei lavoratori negli Usa (1964 – 2012) fonte: FRED

miserabile accumulazione

In termini di paga oraria, chi lavorava negli Usa a metà anni ’60 guadagnava in media due dollari e mezzo l’ora. Oggi ne guadagna circa venti: quasi dieci volte di più. Questo l’aumento del salario negli Usa in termini nominali (figura 3).

Figura 3 Livello dei salari nominali dei lavoratori negli Usa (1964-2012)

miserabile accumulazione

Utilizzando l’indice dei prezzi al consumo per riportare ad oggi il valore dei due dollari e mezzo del 1964, troviamo che corrispondono a 18 dollari e mezzo, il che equivale a dire che i lavoratori, con i due dollari e mezzo l’ora di 53 anni fa, potevano comprare un paniere (panierino) di merci che oggi costa-vale diciotto dollari e mezzo. È questo che si intende per “salario che oscilla attorno al livello di sussistenza”: chi lavora negli Usa lo fa per un livello reale di potere di acquisto che non è cambiato, se non per qualche decimale di punto, da cinquanta anni e più a questa parte (figura 4).

Figura 4 Livello dei salari reali dei lavoratori negli Usa

miserabile accumulazione

Chi – utilizzando la banca dati OECD – volesse mettere a confronto l’andamento dei salari dei lavoratori negli Usa con quelli di chi lavora in Italia nell’intervallo 1971-2015 otterrebbe un risultato come quello mostrato in figura 5.

Figura 5 Confronto tra i salari orari Usa e Italia (1971-2016) fonte: OECD

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Sappiamo da Marx che il salario rappresenta il valore (di scambio) della forza-lavoro. Questa è forse la più grande innovazione scientifica nel campo della teoria economica: il salario paga il valore della forza-lavoro, non il suo uso-consumo, ossia il lavoro, il cui equivalente monetario è al contrario incassato dai capitalisti che, per accrescere il plusvalore, puntano tutte le loro carte migliori sulla produttività.

L’aumento della produttività consente ai proprietari delle imprese di ottenere un volume maggiore di merci, volume, non valore, e questa è una delle contraddizioni più pesanti del modo capitalistico di produzione. Se confrontiamo l’andamento della produttività del lavoro in paesi diversi facendo attenzione alla differenza tra livelli assoluti e tassi di variazione, osserviamo che, nonostante sia vero che nel corso del tempo la dinamica della produttività abbia subito ovunque nel mondo un rallentamento anche notevole, ciononostante, considerando un intervallo di tempo significativo, la produttività del lavoro è cresciuta molto più di quanto siano cresciuti i salari reali e conseguentemente – come vedremo – la quota distributiva che spetta al lavoro si è ridotta. È evidente e noto il rallentamento della crescita della produttività in Italia a partire dai primi anni ‘90; quello che normalmente si omette è che, nei decenni precedenti, il ritmo di crescita della produttività in Italia non solo era elevato, ma superiore – per esempio – a quello che si registrava negli Usa (figura 6).

Figura 6 Produttività del lavoro nell’industria manifatturiera negli Usa e in Italia (1952-2012)

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Se a questo punto mettiamo a confronto la dinamica della produttività con quella del salario reale, il quadro che viene fuori è quello mostrato in figura 7: una forbice che – in Italia – si allarga per trent’anni, dalla seconda metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’90, poi è vero che la produttività smette di crescere, ma il salario reale pure, da prima e di più.

Figura 7 Andamento della produttività e del salario reale in Italia (1952-2014)

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Ma quanto detto non basta per capire la fondatezza della legge dell’immiserimento della classe lavoratrice, ed è per questo motivo che Marx ed Engels si riferiscono a tre dimensioni del salario, non semplicemente a due. “Innanzi tutto il salario è determinato anche dal suo rapporto col guadagno, col profitto del capitalista. Questo è il salario proporzionale, relativo. Il salario reale esprime il prezzo della forza-lavoro in rapporto col prezzo delle altre merci; il salario relativo, invece, la parte del valore nuovamente creato che spetta al lavoro immediato, in confronto con la parte che spetta al lavoro accumulato, al capitale” [1]. Da questo segue che il salario relativo, e dunque la quota che spetta al lavoro sul prodotto/reddito totale (il Pil, o il valore aggiunto) può diminuire anche se i salari reali, non solo quelli nominali, aumentassero. Molti di coloro che accusano Marx di aver sbagliato previsione ipotizzando che il capitalismo avrebbe ridotto alla fame i lavoratori fraintendono questo punto, e dunque la dimensione relativa dell’impoverimento che naturalmente, costituendo i lavoratori la parte di gran lunga maggioritaria della popolazione, diventa immiserimento generale, ma sempre in termini relativi.

Per Marx, che assume la definizione di salario relativo da Ricardo, è questa la dimensione che conta quando enuncia la legge generale dell’accumulazione, che equivale alla legge generale della sovrappopolazione. Scrive Marx: “Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione, il volume e l’energia del suo aumento, quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la forza produttiva del suo lavoro, tanto maggiore è l’esercito industriale di riserva […]. La legge per la quale una massa sempre crescente di mezzi di produzione, grazie al progresso compiuto nella produttività del lavoro sociale, può essere messa in moto mediante un dispendio di forza umana progressivamente decrescente, questa legge si esprime su base capitalistica – per la quale non è l’operaio che impiega i mezzi di lavoro, bensì sono i mezzi di lavoro che impiegano l’operaio – in questo modo: quanto più alta è la forza produttiva del lavoro, tanto più grande è la pressione degli operai sui mezzi della loro occupazione, e quindi tanto più precaria la loro condizione di esistenza: vendita della propria forza per l’aumento della ricchezza altrui […]. Ne consegue quindi che, nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione dell’operaio, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare […]. Questa legge determina un’accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale” [2].

A livello di mercato mondiale (secondo alcuni istituti di ricerca a partire dagli inizi degli anni ’80, per altri qualche anno prima) è andata proprio così: la quota del reddito spettante al lavoro è diminuita ovunque, più o meno, ma ovunque, dai paesi più accanitamente “liberisti”, dove i sindacati non contano molto, alle (ex) socialdemocrazie scandinave; dai paesi più “avanzati”, a quelli “emergenti”. In termini quantitativi, le stime dell’OECD (2015) relative a 59 paesi, per il periodo 1975 – 2012 riferiscono di cinque punti percentuali persi dal lavoro, dal 64 al 59 per cento.

Continuando l’analisi dell’economia Usa (figura 8), ancora la più importante e più rappresentativa del capitalismo globale, e mettendola anche in questo caso a confronto con l’Italia (figura 9), scopriamo che la tendenza negativa per la quota di reddito spettante al lavoro parte negli Usa dal 1970-71, anni in cui ai lavoratori andava quasi il 68 per cento dell’intero prodotto; a partire da quel biennio comincia una perdita di peso relativo del lavoro che si interrompe solo per il breve ciclo (tipicamente speculativo) della seconda metà degli anni novanta, con l’ultimo dato disponibile che corrisponde al 62 per cento: sei punti in meno, diciamo nella media. Per l’Italia il ciclo “glorioso” degli anni ’60 termina ben presto e dalla metà degli anni ’70 la quota di reddito che spetta al lavoro crolla dal 72 fino a un minimo del 52 per cento del reddito prodotto, salvo recuperare qualche punto negli ultimi anni (“nonostante” l’introduzione dell’euro?): in totale almeno quindici punti persi, diciamo tre volte in più della media mondiale. E allora, a che cosa serve la produttività?

Figure 8 e 9 Quote spettanti al lavoro relativamente al Pil – Usa e Italia

miserabile accumulazione

miserabile accumulazione

L’ossessione per la produttività

Tra le ipotesi proposte per spiegare un declino di tale portata della quota del lavoro sul reddito, alcuni economisti (Karabarbounis e Neiman) prendono in considerazione il cambiamento tecnologico, ma considerando solo un aspetto del fenomeno, ossia la diminuzione relativa del prezzo dei mezzi di produzione relativamente a quello dei beni di consumo; tale convenienza avrebbe costituito un fattore decisivo per spostare le decisioni dei capitalisti verso l’innovazione.

Ma, e qui la contraddizione menzionata prima, anche se l’aumentata produttività si manifesta in un aumento dei valori d’uso ottenuti con le stesse ore di lavoro di prima, questo non determina un aumento nel valore (di scambio) della massa di merci prodotte: il volume di merci ottenuto sarà maggiore, ma non il loro valore. Quei settori produttivi e quelle imprese che operano con il macchinario più moderno e le tecnologie più avanzate si approprieranno di valore sottratto ai capitalisti che non hanno innovato, dunque senza alcun effetto sistemico che non sia l’aumento della tendenza alla centralizzazione, da questo punto di vista. Approfondendo l’analisi, si comprende come il risultato più importante delle innovazioni tecnologiche riguarda gli effetti dell’aumento della produttività sulla riduzione del tempo di lavoro necessario per produrre merci che vedranno per questa via ridursi e non aumentare il proprio valore unitario.

Questo effetto vale per tutte le merci e particolarmente per quelle che fanno parte del paniere (panierino) di merci che serve alla riproduzione della forza-lavoro. Così, anche se i lavoratori ricevono in cambio della vendita della propria forza-lavoro lo stesso ammontare di valori d’uso o persino un ammmontare maggiore di quello che ricevevano prima dell’aumento della produttività, il tempo totale di lavoro necessario a produrre queste merci è diminuito e con esso è diminuito il loro valore. Nella giornata lavorativa di un operaio, il tempo di lavoro richiesto per produrre l’equivalente del proprio salario diminuisce, mentre aumenta la quota di lavoro superfluo, e dunque di plusvalore che i proprietari delle imprese possono estrarre dal lavoro. Poiché è impossibile allungare la durata della giornata lavorativa oltre determinati limiti fisici, questo meccanismo diventa lo strumento fondamentale a disposizione del capitalismo maturo per aumentare il plusvalore estorto ai lavoratori ed è questa è la ragione della vera e propria ossessione che la classe dei capitalisti nutre per la questione della produttività.

D’altro canto – e antiteticamente – l’introduzione di nuovi macchinari, l’uso di tecnologie avanzate consente pure di aumentare l’intensità del lavoro, che si riflette in una maggior tensione dell’ora di lavoro e in una sua minore porosità, fattori a cui va aggiunta in molti casi anche una estensione della durata dell’impegno lavorativo, sia che la si consideri su base giornaliera che su base annuale o addirittura sull’intero arco della vita lavorativa (l’età pensionabile che si allunga). Il più intenso utilizzo della forza-lavoro produce, per le stesse ore di lavoro, un maggiore ammontare di valore e questo, fermo restando il valore della forza-lavoro, consente al capitale di aumentare il pluslavoro e dunque il plusvalore da appropriarsi. Poiché l’intensificazione del lavoro causa pure un aumento della massa di merci prodotte, diventa difficile distinguere empiricamente quanto del maggiore valore d’uso è il risultato delle innovazioni tecnologiche e quanto dipende dal più intenso utilizzo del lavoro.

Tenendo a mente queste osservazioni, e al netto di altre questioni relative alla sua misurazione, il confronto tra salari e produttività, misurata come rapporto tra valore aggiunto e ore lavorate, ci può fornire una indicazione indiretta di quanto sia aumentato nel corso degli anni lo sfruttamento del lavoro senza che questo abbia comportato la risoluzione della crisi. Nel frattempo, un amministratore delegato (CEO) guadagna oggi 276 volte più di quanto guadagna un tipico lavoratore dipendente (figura 10).

Figura 10 Rapporto tra i compensi degli amministratori delegati ed i salari dei lavoratori negli USA (1965-2015)

miserabile accumulazione

Note:
L’autore insegna Economia politica alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teramo
[1] Karl Marx, Lavoro salariato e capitale, (con le modifiche di F. Engels)
[2] Karl Marx, Il capitale, Libro I capitolo 23.

06/05/2017 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Istat. Effetto Jobs Act: Renzi fa il 40% di disoccupazione giovanile

disoccupa_dic-16L’unico 40 per cento raggiunto dalle politiche di Matteo Renzi è quello della disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni. A dicembre il tasso è nuovamente balzato al 40,1%, in aumento di 0,2 punti percentuali sul mese precedente. È il livello più alto raggiunto da giugno 2015. Quello ufficiale è tornato al 12%, in rialzo di 0,4 punti su dicembre 2015, il più alto da giugno 2015, quando era al 12,2%.

I DATI FORNITI IERI DALL’ISTAT confermano il bilancio della «Renzinomics» a quasi due mesi dalle dimissioni del rottamatore da Palazzo Chigi. La più grande distribuzione di ricchezza pubblica verso le imprese che la storia italiana ricordi – circa 20 miliardi di euro spesi in tre anni per la decontribuzione dei nuovi assunti – hanno prodotto i seguenti risultati: un boom del lavoro a termine sull’anno (+155 mila con una crescita del 6,6%) e dell’occupazione dei lavoratori over 50 (+410 mila). Nello stesso periodo l’occupazione è crollata di 149 mila unità nella fascia teoricamente più «produttiva» tra i 35 e i 49 anni e di 20 mila unità tra i 25 e i 34 anni.

L’AUMENTO DEGLI OCCUPATI pari a 242 mila unità sull’anno va dunque contestualizzato: solo 111 mila sono «permanenti», la maggioranza è precaria e rispecchia la spaccatura tra under 24 e over 50 che caratterizza il mercato del lavoro italiano. Questi dati vanno ribaditi dal momento che dal governo per bocca del ministro del lavoro Poletti (ieri a Parigi dalla collega Miriam El Khomri, autrice della legge più odiata di Francia, la Loi Travail) si continua a fare finta di nulla. A parere di Poletti, da quando esiste il renzismo ci sono «602 mila occupati in più a partire dal febbraio 2014, 440 mila dei quali sono lavoratori stabili».

L’ISTAT CONFERMA anche la forte diminuzione degli inattivi: 478 mila in meno. Questo dato è di solito considerato positivo: significa che chi non cercava lavoro nel 2016 è entrato nelle file dei disoccupati. Questo non significa che ne ha trovato uno, e infatti il tasso di disoccupazione è aumentato. Significa che l’impoverimento medio delle famiglie italiane è aumentato e ha spinto coloro che prima non cercavano lavoro, pur avendone bisogno, a cercarlo. Non è escluso che nei prossimi mesi il tasso dell’inattività tornerà a crescere, dato che sul mercato non si trova occupazione fissa e quella che esiste è sempre più precaria, in nero e voucherizzata.

È IL SEGNO DELLA STAGNAZIONE in cui si trova il mercato del lavoro dopo due anni di trattamento renziano. Il dato che conferma una simile situazione è quello del tasso di occupazione: 57,3%,invariato rispetto a novembre e in aumento di 0,7 punti su dicembre 2015. Sono aumentati i lavoratori dipendenti (+52 mila), e in particolare quelli precari, mentre prosegue il crollo delle partite Iva: meno 52 mila. Uno dei peggiori risultati a livello dell’Eurozona. È l’effetto Jobs Act che può essere considerato uno strumento per la ri-subordinazione del lavoro all’interno del perimetro sempre più ristretto e precario del poco lavoro disponibile nel nostro paese.

«L’EFFETTO STAGNAZIONE dell’economia non produce quella fiducia che spingerebbe le imprese a rischiare un’assunzione stabile – sostiene Guglielmo Loy, segretario confederale Uil – Gli incentivi ancorché ridotti non bastano. Molte imprese si affidano a lavoratori già formati, come dimostra la crescita costante degli over 50». «Più del 75% dei nuovi contratti è a tempo determinato, segno che anche quando si creano nuovi posti di lavoro questi sono fragili ed incerti» sostiene Tania Sacchetti, segretario confederale Cgil che denuncia la riduzione degli ammortizzatori sociali che seguirà la riforma Renzi: «I prossimi mesi porterà ad un incremento dei licenziamenti nelle realtà produttive più deboli». Per Corso Italia l’emergenza si affronta con investimenti e formazione per produrre «lavoro di qualità».

I DATI SULLA DISOCCUPAZIONE hanno acceso anche la polemica politica. «L’unico 40% del Pd è la disoccupazione giovanile – ha commentato il sito di Beppe Grillo – Gli occupati stabili diminuiscono con l’afflosciarsi del doping degli incentivi hanno un lavoro solo tra gli over 50, imprigionati da una folle riforma Fornero». «è il fallimento delle politiche di Renzi – sostiene Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana – La disoccupazione è un’emergenza sociale e democratica».

(da controlacrisi.org)

“Il pubblico non funziona ma il privato non è certo da esempio”. Intervento di Federico Giusti

lavoroMolti lo avranno dimenticato ma il giuslavorista Pietro Ichino viene dalla Cgil, anzi è proprio da quelle fila che inizia la sua attività di studio anche se, dagli articoli scritti e pubblicati negli ultimi 10 o 15 anni, tutto potremmo pensare eccetto che ad una militanza nelle fila sindacale.

Il giuslavorista Ichino è tra i principali cantori della precarietà ma anche tra i principali protagonisti della campagna contro i cosiddetti fannulloni nel pubblico impiego, nonché ideatore di un ente inutile, la Civit (Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche), nel frattempo abolita e oggi sostituita , parzialmente, dall’Anac senza mai avere fornito una indicazione utile a costruire nel pubblico impiego un sistema di valutazione degno di questo nome (ammesso e non concesso che la performance possa avere una qualche utilità).

Ciclicamente dalle pagine di giornali e riviste On line riprende la campagna di Ichino mirante a ridurre le tutele individuali e collettive residue, a denunciare gli abusi dei sindacati e dei lavoratori che in realtà sono solo diritti e tali dovremmo considerarli.

I dirigenti hanno sicuramente responsabilità nel mancato funzionamento dei servizi pubblici ma se proprio bisogna partire siamo certi non lo si debba fare dalla politica?

La prima domanda da porsi è molto semplice: i decreti Madia hanno recato benefici alla pubblica amministrazione?
La nostra risposta è negativa

Dirigenti a tempo determinato non saranno ostaggio della politica piu’ di quelli di ruolo?
E soprattutto ha senso parlare di pubblica amministrazione come un corpo unico quando i 3 milioni di dipendenti sono suddivisi in piu’ comparti e contratti?
E siamo certi che un soggetto privato oggi potrebbe svolgere tutte le funzioni proprie dell’ente pubblico?

La risposta è ovviamente negativa perché la tendenza del privato è subentrare nella gestione di servizi dai quali possa trarre un ritorno economico, difficile ipotizzare che cio’ possa avvenire ovunque.

Ma le regole del privato possono essere estese al pubblico e viceversa? Anche su questo punto bisognerebbe aprire una lunga considerazione perché i fenomeni di corruzione si trovano tanto nel pubblico che nel privato, parliamo di corrotti e di corruttori.

Oggi esiste un sistema di regole per punire e colpire con severità alcuni reati, ma solo alcuni perché se esistono normative per il licenziamento rapido in caso di fraudolente timbrature del cartellino non altrettanto possiamo dire per molti altri reati.

Non stiamo a parlare di un sistema repressivo ma del fatto che i vari governi non hanno mai perseguito gli spezzatini delle gare e degli appalti, il subappalto, gli affidamenti diretti laddove sarebbe stato possibile bandire una gara pubblica e trasparente.

A nessuno è mai venuto in mente di far verificare alla Corte dei Conti la convenienza di alcune privatizzazioni scegliendo anche di perseguire i responsabili di questi processi che hanno accresciuto la spesa pubblica e le tasse dei cittadini.

Prendersela con fenomeni di mal costume come la fraudolenta timbratura del cartellino è fin troppo semplice, è giusto non lasciare impuniti comportamenti che si ripercuotono negativamente su tutti i lavoratori pubblici ma pensiamo che molti altri fenomeni corruttivi meriterebbero altrettanta passione moralizzatrice.

Ma leggere che lo stato dovrebbe abdicare a favore dei privati perché incapace di affermare una cultura delle regole è veramente troppo, soprattutto quando la predica arriva dal Pd che ha voluto smantellare le Province anticipando la riforma della Costituzione e, dopo essere stato bocciato il referendum del 4 dicembre scorso, non hanno avuto neppure il buon senso di cancellare la Legge Del Rio

Il pubblico non funziona ma il privato non è certo da esempio. Leggendo che Marchionne intende investire milioni di euro negli stabilimenti in Usa (per evitare ripercussioni dalla amministrazione Trump) ricorda che uno stato debole permette ai privati di delocalizzare la produzione dove il lavoro costa meno, dove ci sono finanziamenti statali a pioggia, dove il diritto del lavoro non esiste o dove si possa facilmente e impunemente aggirare le normative ambientali, insomma uno stato debole è l’anticamera della massimizzazione dei profitti di pochi.

Anni di chiacchere sulla valutazione e sulla trasparenza non hanno accresciuto i servizi e la facoltà decisionale , e di controllo dei cittadini, anni di chiacchere sulla inaffidabilità del pubblico sono stati funzionali alle privatizzazioni e a smantellare diritti e tutele per i lavoratori e le lavoratrici.

Che dire poi della trasparenza e dell’accesso ai dati? In Italia la Trasparenza arriva con anni di ritardo ma non sono previste sanzioni pecuniarie e amministrative per chi non conceda l’accesso ai dati richiesti. E poi, in nome della tutela economica e degli interessi dello stato, sarà possibile salvarsi in calcio d’angolo e non rispondere ad alcuna richiesta di trasparenza, insomma stabilita la norma arrivano le eccezioni che l’aggirano.

Senza articolo 18, con il blocco dei contratti e la perdita di potere di acquisto non è ripartita l’economia italiana, si sono solo accresciuti profitti e introiti derivanti dalle speculazioni finanziarie.

C’è quindi bisogno di ben altro che della retorica valutativa nostalgica della ricetta liberista e della supremazia del privato.
E soprattutto non abbiamo bisogno dei cantori di quella retorica valutativa che negli anni ha solo prodotto danni ai servizi pubblici, alla loro efficienza e alle buste paga dei lavoratori.
Non ce ne voglia il prof Ichino, ma dei suoi consigli preferiamo fare a meno.

(pubblicato in “ControLaCrisi.org”)

Il Belpaese dove il lavoro è povero

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Un tempo c’erano i paesi ricchi, quelli poveri e – in mezzo – quelli “in via di sviluppo”. Poi la globalizzazione ha spazzato via questi ultimi, insieme  alla loro ambigua qualificazione, rimpiazzati con esotismi o neologismi da farmacia (dalle “Tigri asiatiche” ai “Bric”). Sono rimasti i paesi ricchi e quelli poveri. L’Italia era tra i primi, sesta-settima (o ottava?) potenza industriale del mondo e a buon titolo sedeva tra i signori della Terra. Ci siede ancora, ma sempre più abusivamente. Soprattutto dal punto di vista dei suoi abitanti. Perché se è vero che con la crisi finanziaria il numero e il patrimonio dei ricchi italiani sono cresciuti di un bel po’, come sempre accade quando il gioco si fa duro sono cresciuti molto di più i poveri e le loro miserie.

Parliamo di povertà vera, quella che sembrava bandita dallo sviluppo (l’ambiguo termine, appunto) del dopoguerra e della società dei consumi in cui ce n’era per tutti (o quasi); molto per alcuni, poco per altri, ma pezzettoni o pezzettini da distribuire. Con la crescita (ahia, altro termine imbroglione), con le politiche distributive, per avere consenso o per rispondere al conflitto sociale. Insomma, la storia dell’Italia repubblicana e democratica. Oggi il panorama è cambiato: quello nuovo, fatto di stracci, sudore e puzza, lo incontriamo agli angoli delle strade, nei discount, nei luoghi abbandonati delle città. E, ormai, persino nelle statistiche. Solo gli acccecati – dalla ricchezza o dal potere – non se ne accorgono (e magari sbattono contro un referendum).

Il numero secco è semplice quanto doloroso: in Italia 4,6 milioni di persone vivono nell’indigenza assoluta, quasi l’8% della popolazione residente. Dieci anni fa erano non arrivavano a 2 milioni. Un’impennata che ha toccato tutte le aree del paese, in quella ancor oggi più ricca – il nord – la povertà è persino triplicata: nel 2005 i poveri al nord erano 588mila e poco più di un milione al sud, oggi sono sono rispettivamente 1,8 e 2 milioni circa.

Oltre ai numeri è rilevante – e nuova – la qualità di questa povertà: le persone che non possono permettersi casa, vestiti, cibo e spese mediche non sono più solo i cosidetti “marginali” (come i clochard, gli ammalati cronici o i disoccupati di lunga data), ma tra loro cresce la quota di chi ha un’occupazione; e non sono solo le vittime del moderno riformismo che ha reso il lavoro sempre più precario o intermittente, ma anche i “lavoratori stabili”. Spesso il lavoro non mette al riparo da ristrettezze e immiserimenti: tra le famiglie operaie, ad esempio, il tasso di povertà è salito dal 3,9 all’11,7 per cento. E se con la crisi per i lavoratori il rischio di finire in miseria è aumentato nella maggioranza dei paesi Ue, l’Italia è il quarto paese in cui è cresciuto di più: nel 2005 erano a rischio povertà 8,7 lavoratori su 100, nel 2015 sono diventati 11. Qui siamo ancora sul terreno definito come “povertà assoluta” quella sotto i livelli della sussistenza. Appena più “sopra” ci sono i “relativamente poveri”, laddove il discrimine fissato dall’Istat è la spesa media per consumi pro capite. Contando le persone al di sotto della linea di povertà relativa si arriva a 8,3 milioni di poveri (tra “assoluti” e “relativi”, cioè il 13,7% della popolazione italiana contro l’11,1 del 2005).

C’è poi la “zona grigia” – quella più difficile da censire – costituita da chi la povertà non la vive ancora direttamente ma rappresenta un rischio concreto con il rischio di esclusione sociale. Si tratta di persone a basso reddito o che vivono in famiglie a “bassa intensità di lavoro”: l’Eurostat ha valutato che tra 2005 e 2015 questa quota è passata dal 25,6% al 28,7 per cento. In tutta l’Unione europea, l’Italia ha registrato un peggioramento inferiore solo a quello di Grecia, Spagna e Cipro.

In termini di famiglie (1.6 milioni quelle considerate povere, 6 su 100 in situazione d’indigenza, ben 30 su 100 quelle a rischio che, ad esempio, non possono permettersi di riscaldare tutti i giorni il proprio alloggio) le maggiori difficoltà si riscontrano tra i nuclei operai. Le famiglie che dipendono da una persona che sta cercando lavoro in un caso su cinque non possono permettersi uno standard di vita accettabile. Del resto le statistiche sull’occupazione a volte possono trarre in inganno. Infatti gli oltre 22 milioni di occupati italiani non sono tutti lavoratori a tempo pieno. Per l’Istat è sufficiente un’ora di lavoro a settimana per essere considerati occupati. In diversi casi una situazione lavorativa precaria o part-time può essere il fattore scatenante di una condizione di povertà. Rispetto al decennio scorso sono aumentati quelli che lavorano poche o pochissime ore a settimana: il numero di chi è occupato meno di dieci ore è cresciuto del 9% dal 2005, e salgono addirittura del 28% quelli che lavorano tra le 11 e le 25 ore. In questo capitolo si inserisce la beffa-tragedia dei voucher: erano meno di 25mila del 2008, sono saliti a quasi 1,4 milioni nel 2015 e nell’anno in corso probabilmente supereranno quota due milioni.

La crisi ha cambiato la “faccia” della povertà anche sul piano generazionale: fino al 2011 non c’erano grandi differenze tra le varie fasce d’età e i più poveri erano gli over 65 (circa 4,5% si trovava in povertà assoluta). Con la distruzione di posti di lavoro la situazione si è rovesciata: il tasso di povertà è diminuito tra gli anziani (4,1%) mentre è cresciuto tra i giovani: di oltre 3 volte tra i giovani-adulti (18-34 anni) e di quasi 3 volte tra i minorenni e nella fascia tra i 35 e i 64 anni. E a proposito di giovani, quelli tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano (i cosidetti Neet) in Italia sono il 15% del totale, quelli a rischio povertà il 32,2%.

L’impoverimento italiano rappresenta anche una cambiale sul futuro: le famiglie più penalizzate sono quelle giovani: negli ultimi dieci anni il tasso di povertà assoluta è aumentato di 3 volte quando il capofamiglia ha meno di 55 anni, è cresciuto di 2,7 volte quando ha tra i 55 e i 64 anni, mentre è diminuito nei casi in cui ha più di 65 anni.

Che tutto sia non solo peggiorato ma anche rovesciato rispetto agli anni dello “sviluppo” lo testimonia la condizione di grave disagio materiale tra i bambini: l’Italia è il secondo paese – dopo la Grecia – in cui più è aumentata la povertà infantile con l’11,4% dei bambini sotto i 6 anni che vive una grave privazione materiale (+5,3% sul 2005).

E, poi, le donne: oltre a quella sociale (operai) e generazionale (giovani) la crisi ha avuto anche una versione di genere, colpendo più le donne: il numero di quelle che vivono in povertà assoluta è più che raddoppiato tra 2005 e 2015. Nel 2005 viveva in povertà assoluta il 3,5% delle donne, nel 2015 la percentuale ha superato il 7%, tra le difficoltà di conciliare lavoro e famiglia e la differenza salariale tra i sessi cresciuta negli anni della crisi.

Come si vede le cifre sono impietose. Occupazione in calo, dumping salariale, precarietà sono state le chiavi di questo impoverimento. A cui vanno aggiunte le “politiche sociali”, cioè un progressivo smantellamento o – meglio – privatizzazione del welfare che contribuisce a un abbassamento dei redditi reali e a un peggioramento della qualità della vita; fino alla deprivazione materiale. Che oltre alla povertà porta con sé il disagio o la rabbia, la depressione o il rancore. O tutto questo insieme, nello spaesamento del presente. Ma questa è un’altra questione; anzi, la questione.

(dal sito FIOM)