adeguamento + aumento = diminuzione

matematicaSul portale del Comune di Senago sono stati pubblicati gli “adeguamenti” delle tariffe dei mezzi di trasporto:

“Dal 1 febbraio 2015  scatta l’adeguamento delle tariffe dei servizi di trasporto pubblico regionale, come disposto dalla delibera regionale n. X/3007 del 9 gennaio 2015. L’adeguamento, pari a circa il 4%, deriva dalla riduzione delle risorse destinate alla gestione della rete ferroviaria e dei servizi di trasporto pubblico prevista a partire dal 2015.”

La prima impressione che ci appare è che la forma della comunicazione sembra essersi un po’ confusa in questo periodo.  Così si comunica “adeguamento” al posto di scrivere “aumento” del 4% dei costi.

Intanto le pensioni vengono anch’esse “adeguate”, +0,3% a cui occorre sottrarre lo 0,1% per via dell’inflazione reale che pare essere stata inferiore al previsto (+1,1%). Va conteggiato però anche l’adeguamento, cioè l’aumento delle imposte comunali che il Sindaco e la giunta di Senago hanno fatto (+0,4% rispetto all’anno precedente). Il risultato finale è che le pensioni avranno un “adeguamento” negativo, ovvero “diminuiranno”: circa -0,2%, a fronte di un’inflazione offerta dall’istat di +1,1% e di aumenti dei costi dei beni ben più maggiori.

Se non ci prendono per il culo ci manca molto poco.

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Pensioni. A chi serve la busta arancio

%eci.jpg(Di Beppe Scienza, pubblicato su il Fatto Quotidiano 18-12-2013 pag. 14)

Una promessa che era una minaccia: anche gli italiani avrebbero ricevuto la cosiddetta busta arancione.

L’industria della previdenza integrativa aveva infatti scoperto, qualche anno fa, che ai lavoratori svedesi arrivava una previsione della loro futura pensione, dentro appunto a una busta arancione.

Subito prese la palla al balzo e cominciò a richiedere a gran voce che anche l’Inps spedisse qualcosa di analogo agli italiani. Ufficialmente una comunicazione informativa, di fatto un potente mezzo di manipolazione. Quale strumento migliore per spingerli a sottoscrivere fondi pensione, polizze previdenziali e compagnia brutta? Certifichiamogli che la loro pensione sarà una miseria e così abboccheranno più facilmente.

Né stupisce l’appoggio da parte dei giornalisti ed economisti di regime, quando era semmai il caso di sollevare doverosi interrogativi sulla scarsissima attendibilità di previsioni pluridecennali.

Promisero la busta arancione nel 2009 l’allora ministro del lavoro Maurizio Sacconi e l’ancora presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua. Ad alcuni lavoratori doveva arrivare già nel marzo del 2010 e poi a tutti gli altri, senza pietà. Ci contavano banche e assicurazioni, sindacati e associazioni padronali, cioè quanti lucrano dal carrozzone della previdenza complementare.

Poi ad alcuni vennero i primi dubbi. Lo stesso Mastrapasqua a inizio 2011 ammise: “Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati, rischieremmo un sommovimento sociale”.

Così la busta arancione è stato un tormentone durato circa quattro anni: “Sta per arrivare”, “No, è stata stoppata”, “È quasi pronta”, “L’hanno bloccata”, “Partirà a fine mese” ecc.

Ora il ministro del lavoro Enrico Giovannini ne ha ufficializzato l’abbandono il 4 dicembre davanti alla commissione parlamentare di controllo sull’attività degli enti di previdenza: “…visto anche, come dimostrano i dati Ocse, la scarsa dimestichezza di molta parte della popolazione con la capacità anche matematica”. A parte il cattivo italiano, riscontriamo il solito vezzo di insultare i cittadini quando non si comportano come i governanti vorrebbero.

UNA PENSIONE, UN LAVORO PER UNA ESISTENZA LIBERA E DIGNITOSA

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La Costituzione della Repubblica Italiana stabilisce fra i principi fondamentali una norma, l’articolo 36: il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro ed in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
Oggi più che mai questo diritto fondamentale viene di fatto eluso, dimenticato, in buona parte anche tradito dalle massime cariche dello Stato, dai governi e dalle maggioranze parlamentari che approvano leggi capestro su pensioni e politiche del lavoro, cosiddette “riforme” che vanno contro i diritti dei lavoratori, dei pensionati e delle future generazioni: leggi e scelte governative che rafforzano e legittimano ancor più lo strapotere delle organizzazioni padronali e dei manager come Marchionne, che alla Fiat pratica solo la strada dei bassi salari, della precarietà e del ricatto, soprattutto con gli operai iscritti alla Fiom che rifiutano accordi fasulli e i soprusi aziendali.
Questo modello padronale vecchio stampo arbitrario e anticostituzionale, che fa scempio dei rapporti contrattuali e sindacali e cancella la libertà e la dignità del lavoratore, non si giustifica nemmeno con la grave crisi economica di mercato determinata dal sistema capitalistico, crisi che in modo strumentale anche il governo Monti e la Fornero hanno utilizzato a piene mani a giustificazione delle scelte politiche dei tagli e sacrifici a senso unico, con il sostegno di Alfano, Bersani e Casini e il borbottio dei segretari della Cisl e della Uil.
Tanto meno si giustifica la posizione traballante della Cgil con la sua debole risposta di lotta, insufficiente a contrastare le due pesanti controriforme attuate da Monti e Fornero: quella sul fronte delle pensioni e quella sul lavoro.
Questi gli effetti delle controriforme:  il peggioramento del sistema pensionistico, con l’allungamento dell’età pensionabile, la brutta vicenda irrisolta degli esodati e il blocco della già misera rivalutazione delle pensioni; sul fronte del lavoro, abbiamo assistito alla manomissione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori: un principio elementare di civiltà, che stabiliva che senza giusta causa non si può licenziare. Il lavoratore non può essere sottoposto all’arbitrio padronale al punto tale da poter perdere da un momento all’altro il proprio posto di lavoro senza che questo atto abbia una sua legittima giustificazione.
Per finire e non per ultimo (chissà cosa ci riserverà il futuro),  il governo Monti e la Confindustria, la Cisl e la Uil hanno firmato un accordo sulla produttività che rispecchia gli aspetti recessivi dell’articolo 8 introdotto dall’ex governo Berlusconi nella finanziaria del 2011. L’articolo 8  sostanzialmente ha svuotato il valore nazionale del Contratto Collettivo di Lavoro e  ha introdotto un sistema di deroghe che favorisce le sole imprese nella gestione del mercato del lavoro e condiziona in peggio la contrattazione aziendale sui salari, orari di lavoro, inquadramento, flessibilità e mobilità senza garantire l’occupazione.
In poche parole si lascia mano libera ad ogni singola azienda nel gestire come meglio le aggrada le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori. Sono misure che vanno a ledere la libertà e la dignità del lavoratore.
Bene ha fatto la Cgil a rispondere no a questo accordo sulla produttività, giudicando l’intesa un ulteriore arretramento sui salari reali e sul Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro; sarebbe importante che a questa decisione seguissero iniziative di lotta e di contrasto.
Le forze della sinistra, Rifondazione Comunista, il PdCI, la FdS, con SEL e l’IdV, con la FIOM e ANPI, di fronte a questa situazione di gravità e di disagio, sociale, politico ed economico di milioni di cittadini colpiti dai provvedimenti ingiusti del Governo Monti, hanno promosso una campagna di raccolta firme perché vengano abrogate tramite referendum popolari le odiose norme su pensioni e lavoro: la manomissione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, l’articolo 8 del decreto legge della finanziaria del 2011, la “riforma” Fornero.
Su queste questioni che riguardano i diritti Costituzionali del lavoro, per la difesa e dignità delle lavoratrici e lavoratori, le forze tutte della sinistra devono rispondere a tutto campo e con chiarezza se vogliono rappresentare ancora la classe lavoratrice, assumendo coerentemente delle posizioni politiche decise, nette e di forte critica all’attuale governo, allineato a quello precedente, e alle forze politiche che lo sostengono, tra le quali il PD, che stanno distruggendo le conquiste sociali e storiche di civiltà del mondo del lavoro e non solo.

Pensioni: presentato il referendum per cancellare la sciagurata riforma Fornero

Presentati in Cassazione i referendum contro la riforma Fornero sulle pensioni. Una riforma di una gravità assoluta che colpisce le lavoratrici e i lavoratori,  ha prodotto il dramma degli “esodati”,  aumenterà la disoccupazione giovanile e si accanisce contro le donne. Una riforma senza nessuna giustificazione economica poiché il nostro sistema previdenziale era in assoluto equilibrio, come ebbe a dire persino Monti nel proprio discorso di insediamento e la cui sola logica è quella di usare i contributi per le pensioni come un bancomat.

Fanno parte del comitato promotore del referendum sulle pensioni lavoratori e lavoratrici esodati, precari/e, esponenti di movimenti e partiti, tra i quali Federazione della Sinistra. La raccolta delle firme partirà nelle prossime settimane, dopo la pubblicazione del testo sulla Gazzetta ufficiale.

Il governo del PD e di Monti

Il rapporto sui primi 100 giorni del governo è un’operazione di propaganda che dimentica i sacrifici chiesti a lavoratori e pensionati italiani: questa è la cifra del governo “tecnico” di Monti, del PD e del PDL finalmente insieme.

L’esecutivo aveva come obiettivi giustizia sociale e uscita dalla crisi: e invece ha realizzato ingiustizia sociale e aggravato la crisi con i suoi provvedimenti. Ha fatto peggio di Berlusconi, perché almeno lui aveva un’opposizione mentre ora Monti parla e agisce “a reti unificate”.

L’elemento portante di questi primi cento giorni è costituito dall’attacco alle pensioni e dai tentativi di smantellamento dei diritti dei lavoratori, dall’articolo 18 alla cassa integrazione. Oltre alla mancanza di una tassa sui grandi patrimoni, al taglio delle grandi opere inutili e all’assenza di provvedimenti in favore di precari e disoccupati.

Altri cento giorni così sono una prospettiva drammatica per il Paese: la recessione peserà sempre di più sui lavoratori.

Per chi non se ne fosse accorto, questo è il governo di cui il Partito Democratico fa parte e, ad oggi, ogni manovra si è potuta fare proprio perchè il PD l’ha votata e sostenuta, fianco a fianco al PDL.

Loro la chiamano capacità di governare, noi la chiamiamo macelleria sociale.

Ecco in quali mani rischia di finire Senago.