SVILUPPO ECONOMICO Il paradosso della produttività

di Maurizio Ricci (pubblicato su http://www.ildiariodellavoro.it)
Potremmo chiamarlo il mistero della produttività svanita. Quando la Confindustria  rilancia l’idea di legare i contratti alla produttività, infatti, fa ricorso ad uno strumentario tutt’altro che inedito. Anzi, percorso più volte nel dialogo e nella  contrattazione. A patto di sapere, però, che, oggi, la  roduttività – l’unico autentico  motore della crescita economica e del miglioramento del tenore di vita – non è più il  moltiplicatore di una volta. In Italia, è da decenni la grande latitante della nostra economia e della nostra crescita asfittica. Ma il fenomeno è più ampio, anzi mondiale. Nonostante il succedersi delle rivoluzioni tecnologiche, la produttività scende inesorabilmente un po’ dovunque. E’ il puzzle che autorizza autorevoli economisti a parlare di grande stagnazione globale.

Il “Compendio di indicatori 2016 della produttività” che l’Ocse ha appena fatto uscire parla di “paradosso della produttività”. L’Italia, va detto, al paradosso non è neppure arrivata: il più prezioso indicatore dell’economia moderna precipita, da noi, fin dagli  anni ’90. Il Pil per ora lavorata cresceva del 2,65 per cento l’anno fra il 1970 e il 1996.

Ha rallentato giù fino allo 0,64 per cento fra il 1996 e il 2004. E’ rimpicciolito allo 0,04 per cento l’anno fra il 2004 e il 2014. In sostanza, negli ultimi dieci anni il Pil per ora lavorata è rimasto uguale. Anche se in modo meno vistoso, tuttavia, anche altri paesi, assai più dinamici del nostro, hanno subito un brusco rallentamento. Gli Usa sono passati dal 2,50 per cento l’anno all’1,12, dopo il 2004. La Germania dall’1,68 per cento allo 0,86 l’anno. Dove sta il paradosso? Nel fatto che “la produttività è rallentata durante un periodo di significativi mutamenti tecnologici, crescente partecipazione di aziende e paesi alla catene produttive internazionali e aumento dei livelli di istruzione della forza lavoro” dice l’Ocse. Se la produttività non cresce in queste condizioni, quando dovrebbe crescere? L’avvento di Big Data non avrebbe dovuto dare una scossa all’aumento di produttività pari all’introduzione dell’elettricità a inizio ‘900 e dell’informatica alla fine?

Una ipotesi, naturalmente, è che sia stato l’impatto della crisi finanziaria esplosa nel 2008 a segnare le diverse economie, al punto che la produttività non riesce a riprender quota. Ma il Compendio fa  giustizia di questa ipotesi consolatoria: il calo della produttività non è un fenomeno ciclico e  transitorio. In realtà, si scopre che l’investimento nell’informatica, come quota del Pil, è sistematicamente in caduta, negli ultimi anni, anche negli Usa e in Germania. Il contributo di questi investimenti alla produttività ha raggiunto il picco a fine anni ’90 e da allora sta gradualmente diminuendo. Ci sono dei dati illuminanti, per l’Italia, dentro i numeri dell’Ocse.

Rispetto alla produttività oraria americana, ad esempio, nonostante il nostro crollo degli ultimi anni, siamo tornati ai livelli degli anni ’70: un  lavoratore italiano producein un’ora, in media, tre quarti di quello che produce un lavoratore americano. Peccato che, negli anni ’90, fossimo arrivati al 96 per cento. Ma, al di là dei mali specifici dell’economia italiana – dalla flessibilità del lavoro alla carenza cronica di investimenti – i dati dell’Ocse alimentano una teoria che circola da qualche tempo fra gli economisti: nonostante il grande battage pubblicitario, la rivoluzione tecnologica di questi anni ha un potere trasformativo incomparabilmente minore rispetto ai grandi salti del ‘700 e dell’800. Fra il telefonino e l’interruttore della luce non c’è match.

Anche, e soprattutto, per quel che riguarda l’importanza diretta sulla produzione e sul lavoro. Bisogna inventarsi qualcos’altro.

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Qui Senago Libera – NOVEMBRE 2014

Pubblichiamo il terzo numero della Newsletter di SinistraSenago “Qui Senago Libera”.

L’atteso appuntamento con tutti i nostri lettori è con questo numero favoloso, ricco di articoli e buone proposte.

Buona Lettura.

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Mandiamo in pensione il Pil

Il prodotto interno lordo compie 80 anni. Molto più di un numero, il pil ha rappresentato un modello di società anche i processi politici e culturali. Ma come disse il suo stesso inventore, l’economista Simon Kuznets, ogni generazione deve riformulare i propri indicatori in risposta al mutare delle condizioni (di Lorenzo Fioramonti)

Il prodotto interno lordo (pil) ha appena compiuto ottant’anni. Fu, infatti, nel 1934 che Simon Kuznets presentò il primo rapporto sul sistema di contabilità nazionale al congresso degli Stati uniti. Nel pieno della Grande Depressione, i governi occidentali erano alla disperata ricerca di un qualche indicatore per monitorare lo stato dell’economia. Con il pil, Kuznets fece esattamente ciò: aggregò una serie di dati relativi alla spesa in beni e servizi nell’economia di mercato in un unico numero, disegnato per crescere in tempi di bonanza e decrescere in tempi di contrazione economica. Pochi anni dopo, la Seconda guerra mondiale conferì al pil e al sistema di contabilità nazionale un’importanza senza precedenti nella politica: Kuznets venne nominato advisor dell’amministrazione Roosevelet ed i suoi dati vennero utilizzati per pianificare la conversione dell’economia civile in macchina da guerra senza ostacolare i consumi interni, un vantaggio importante nel generare risorse per la guerra (evitando così le strozzature vissute dalla Germania di Hitler). Questo permise agli americani di surclassare tutte le altre nazioni coinvolte nel conflitto, terminando con un settore industriale intatto e milioni di consumatori pronti a sostenere l’espansione economica di Washington a livello globale nel periodo postbellico. Dopo Bretton Woods e la definizione delle prime linee guida sulla contabilità nazionale prodotte dall’Onu, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale cominciarono ad ‘esportare’ il pil nel resto del mondo, trasformando questo numero nel gold standard del successo economico del XX secolo.

Molto più di un numero, il pil ha rappresentato un modello di società, influenzando non solo le politiche economiche, ma anche processi politici e culturali. La nostra geografia, le nostre città, i nostri stili di vita sono definiti dal circolo di continua produzione e consumo esemplificato dal pil. Questo numero ha colonizzato anche il lessico della governance e la distribuzione del potere a livello globale. Club internazionali come il G8 o il G20 sono definiti in base al pil. Concetti come «mercati emergenti » e «potenze emergenti » sono legati alla crescita nominale del pil, così come la distinzione, decisamente discutibile, tra mondo sviluppato e sottosviluppato (o in via di sviluppo) .

Al giorno d’oggi, la convergenza delle crisi economiche, sociali e ambientali ha generato una preoccupazione crescente tra economisti progressisti, politici e studiosi, che stanno guidando un dibattito internazionale circa i difetti e le aberrazioni generate da questo numero. Recentemente, la rivista Nature ha pubblicato un appello globale che invita i governi a “lasciarsi il pil alle spalle”. Il pil è ‘lordo’ perché non include l’ammortamento di beni utilizzati nel processo di produzione (ad esempio, macchinari, attrezzi, veicoli, ecc.). Tutto ciò che è scambiato al di fuori del mercato (ad esempio all’interno delle famiglie, nelle economie informali, attraverso il baratto, ecc.) non conta per il pil. Inoltre, il pil non tiene conto del valore delle risorse naturali consumate nel processo di crescita economica, perché queste sono messe a disposizione gratuitamente da madre natura. Infine, il pil non prende in considerazione i costi economici dell’inquinamento e del degrado ambientale, che sono ovvie conseguenze dello sviluppo industriale. Un paese potrebbe distruggere il proprio sistema sociale, dilapidare le proprie risorse naturali e inquinare i propri ecosistemi in modo irreversibile, ma il pil registrerebbe tutti questi abusi come progresso economico.

Tali omissioni rendono il pil una misura molto selettiva della performance economica, e decisamente inadeguata e pericolosa se applicata alla misurazione del benessere sociale. I servizi resi al livello domestico, per esempio, hanno un impatto economico fondamentale, anche se non sono considerati ‘produttivi’ dal pil. Se i governi dovessero pagare per le innumerevoli funzioni svolte a livello domestico (dalla produzione di cibo, all’educazione dei bambini e cura degli anziani), le nostre economie smetterebbero di funzionare. Uno studio del Bureau of Economic Analysis stima che il valore della produzione domestica negli Stati uniti ha rappresentato oltre il 30 % dell’output economico ogni anno dal 1965 and 2010, con un picco del 39 % nel 1965 , scendendo al 25,7 % nel 2010. Ma il pil ignora le funzioni economiche svolte nel contesto familiare, nel volontariato e nella vita locale delle nostre comunità. In molti paesi, i beni e servizi scambiati informalmente forniscono la sussistenza necessaria a milioni di persone e spesso costituiscono la spina dorsale dell’economia reale, anche se non vengono registrati nel pil. Trascurare l’input delle risorse naturali solo perché non vengono ‘vendute’ da madre natura ci fa dimenticare che la crescita economica è possibile solo a causa di una fornitura continua di ‘capitale’ da parte degli ecosistemi naturali. La produzione agricola non sarebbe possibile senza terreni fertili, acqua, aria e altri servizi ecosistemici. L’industrializzazione non sarebbe possibile senza i combustibili fossili, gli idrocarburi e le fonti energetiche messe a disposizione dal pianeta. Quando queste risorse si esauriscono, si mette in pericolo non solo il progresso economico, ma anche l’equilibrio naturale che rende la vita possibile. È questo il modello di sviluppo che desideriamo nel XXI secolo?

Qualunque manuale di contabilità ci ricorda che il reddito è uguale al ricavo meno «tutti» i costi. Siccome pil non tiene conto di settori chiave della produzione economica informale e naturale, e trascura costi significativi (per esempio, quelli relativi all’inquinamento, le tensioni sociali, ecc.), nessun manager penserebbe di usarlo per monitorare la performance di un’azienda. Eppure, è diventato il parametro chiave per guidare le politiche di interi paesi. Anche l’Ocse riconosce che “se mai ci fosse un’icona controversa nel mondo delle statistiche, questa è il pil. Misura il reddito, ma non l’uguaglianza, misura la crescita, ma non la distruzione, e ignora valori come la coesione sociale e l’ambiente. Ciononostante, i governi, le imprese e probabilmente la maggior parte delle persone lo trattano come un dio.”Anche la commissione istituita da Joseph Stiglitz e Amartya Sen ha evidenziato la profonda inadeguatezza del pil come misura della performance economica, ricordandoci i rischi associati con il considerare il pil un indicatore di progresso: “questo porta a conclusioni fuorvianti circa il benessere delle persone, comportando decisioni politiche sbagliate.”

Già nel 1934, Kuznets mise in guardia la classe politica circa il rischio di abusare il pil. In particolare, sottolineò come “il benessere di una nazione non si può dedurre da una misura del reddito nazionale.” Alcuni anni dopo, sostenne che non ha senso promuovere la crescita del pil per sé. Non era la quantità della crescita che interessava Kuznets, ma la sua qualità. Kuznets sapeva molto bene che il modo in cui misuriamo la performance economica influenza le decisioni che prendiamo e le politiche che sosteniamo. Per questo raccomandò che ogni generazione avesse la libertà di cambiare il modo in cui si misura il progresso “formulando e riformulando i propri indicatori in risposta al mutare delle condizioni.” Con il pil siamo ancora fermi ad 80 anni fa. I rischi dell’inerzia sono enormi. Abbiamo bisogno di inventare un nuovo modello economico. È tempo di ascoltare Kuznets e mandare il pil in pensione.

(articolo pubblicato da:  http://www.sbilanciamoci.info)

Il Pil decollerà assieme agli F35

di Roberta Carlini

Cacciabombardieri, corazzate, bombe, munizioni. Tutte le armi distruttive vengono spostate nella contabilità del Pil, da un capitolo all’altro: e nel passaggio, acquistano valore. Così sale il Pil dei paesi più armati. Parola di Eurostat

Metti un turbo nel Pil. Le nuove direttive statistiche internazionali, con l’aggiornamento dei manuali a cui si attengono i sistemi nazionali di statistica in tutto il mondo, porteranno dal 2014 una sorpresa, cambiando i metodi di contabilizzazione delle spese militari. A essere “premiati”, con un salto in avanti del prodotto interno lordo, saranno soprattutto i paesi con maggior produzione di armamenti di tipo puramente offensivo; cioè quelle armi che si distruggono nel loro uso bellico, non appena raggiungono l’obiettivo per cui sono state costruite: ammazzare e distruggere.

Non che finora le armi siano state messe fuori dal Pil. Come denunciava Robert Kennedy nel celebre discorso del ’68 all’università del Kansas, sull’inadeguatezza di un indice che “misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”, il Pil cresce anche “con la produzione di napalm, missili e testate nucleari”. Solo che adesso si assisterà a un salto di qualità nella misurazione dei sistemi d’arma.

Tutto parte dall’aggiornamento del manuale di contabilità nazionale (sistema europeo dei conti SEC95), che entrerà in vigore nei paesi dell’Unione Europea dal 2014 (1): lì ci sono tutte le indicazioni sui nuovi metodi statistici di contabilizzazione delle grandezze economiche e finanziarie di ogni paese. Regole e metodi su cui si basa tutto il sistema europeo dei conti, e ai cui risultati fanno poi riferimento i governi, le politiche di convergenza, i giudizi degli analisti, la verifica degli obiettivi dei trattati europei (da Maastricht al fiscal compact).

Una delle novità riguarda proprio le spese militari. Novità metodologiche, ma con effetit sostanziali importanti. Attualmente, le spese militari sono considerate in modi diversi nella contabilità nazionale a seconda che siano passibili anche di un utilizzo civile (per esempio, una portaerei), oppure destinate a scopi esclusivamente distruttivi (per es., un missile). In questo secondo caso, non vanno ad arricchire il capitale di un paese, ma vengono classificate tra i “consumi intermedi”. Con i nuovi metodi invece, tutti gli acquisti di sistemi d’arma e dei relativi sistemi di supporto, purché utilizzati per un periodo superiore a un anno, saranno contabilizzati come investimenti in beni durevoli; anche le munizioni, le bombe e i pezzi di ricambio vengono spostati dai consumi intermedi per essere collocate fra le scorte.

Lo spostamento da un capitolo all’altro non è di poco conto. Evidente la sua implicazione simbolica e politica: i sistemi d’arma sono capitale fisso, che a tutti gli effetti contribuisce alla ricchezza e al benessere di un paese. Il che ha una immediata traduzione concreta: chi spende di più in armi, ad esempio per una guerra, aumenta la propria ricchezza e aumenta il volume di prodotto interno lordo. Con l’entrata in vigore dei nuovi criteri contabili, aumenteranno gli aggregati di capitale fisso dei vari paesi, e con essi cambierà il prodotto interno lordo. Il tutto, con l’aggiunta di una clausola di riservatezza dei dati: quelli militari saranno divulgati solo come valori aggregati – con scarso o nullo beneficio, dunque, per la comunità scientifica.

A beneficiare dei nuovi manuali di contabilità nazionale, saranno soprattutto i paesi con maggior spesa militare: Stati Uniti, Russia, Cina. Ma il premio statistico a uno sviluppo weapon based avrà importanti ripercussioni sull’Europa martoriata dalla speculazione sui debiti sovrani e sullo spread: la revisione statistica migliorerà come d’incanto, i conti di molti paesi. Eurostat sottolinea come l’impatto positivo delle armi distruttive sul Pil, in seguito alla revisione, cambi di molto da paese a paese con una media di mezzo punto di Pil. Per l’Italia, si tratterebbe di un aumento “contabile” del Pil di 800 milioni di euro.

Stima anche troppo prudente, secondo l’istituto nazionale di statistica olandese Cbs, che giunge a valutare un impatto positivo sul Pil olandese, dovuto al cambiamento di contabilizzazione, compreso fra i 725 e gli 826 milioni di euro. Per l’Italia – che ha una spesa militare pari al triplo di quella olandese, e un Pil del 30% superiore – non è ancora disponibile alcuna stima ufficiale: ma un confronto anche grossolano con i numeri forniti dal Cbs fa capire che la posta in gioco, in termini di revisione del Pil, è abbastanza alta.

E crescerebbe ancora se dovesse passare, negli accordi europei, la proposta da molte parti avanzata in passato di escludere dal rapporto debito/Pil le spese per investimenti pubblici: se le spese pubbliche in armamenti distruttivi vengono considerate investimenti, e per di più esclusi dalle tagliole di Maastricht, i ministeri della difesa europei avranno buon gioco a trovare la copertura finanziaria per i loro sistemi d’arma.

Anche se la revisione dei conti scatterà in Europa nel 2014, i vari istituti di statistica si sono già attrezzati per soddisfare tutti i nuovi requisiti dei manuali contabili. Dunque, è più che probabile che tra poco più di un anno assisteremo al doppio decollo dei chiacchierati cacciabombardieri F35 assieme a quello di un Pil inflazionato dalla spesa militare. Se qualcuno non si muoverà prima, magari tirando fuori dagli archivi il Bob Kennedy del 1968.

(1) Il sistema europeo dei conti, versione europea del manuale SNA 1993 dell’Ufficio di Statistica delle Nazioni Unite, stabilisce le regole per costruire gli aggregati macroeconomici su cui si concentra l’analisi economica e le politiche dei governi come le politiche di convergenza, la verifica degli obiettivi di Maastricht e la valutazione delle leggi finanziarie. Il processo di revisione dello SNA 1993, iniziato nel 2003 dall’Ufficio di Statistica delle Nazioni Unite è stato coordinato da un gruppo di lavoro di cui fanno parte Eurostat, Ocse, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, supportato da un comitato di esperti nazionali AEG (Advisory Expert Group), che ne ha prodotto la versione 2010 divenuta il riferimento per la successiva revisione del sistema europeo dei conti.

(www.sbilanciamoci.info)

La recessione è realtà

STIMA PRELIMINARE DEL PIL (dati ISTAT del 15 maggio 2012)

Nel primo trimestre 2012 il prodotto interno lordo (Pil), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2005, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,8% sul trimestre precedente e dell’1,3% rispetto al primo trimestre del 2011.

Il risultato congiunturale è la sintesi di un aumento del valore aggiunto dell’agricoltura e di una diminuzione del valore aggiunto dell’industria e dei servizi. Il primo trimestre del 2012 ha avuto due giornate lavorative in più rispetto sia al trimestre precedente sia al primo trimestre del 2011.

Nello stesso periodo il Pil è aumentato in termini congiunturali dello 0,5% negli Stati Uniti ed è diminuito dello 0,2% nel Regno Unito. In termini tendenziali, il Pil è aumentato del 2,1% negli Stati Uniti ed è rimasto stazionario nel Regno Unito.

La crescita acquisita per il 2012 è pari a -1,3%.

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