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‘Ndrangheta a Seregno, cade la giunta e cade la Lega!

Ieri hanno arrestato il sindaco di Seregno. Che succede ora?

via Il Sindaco di Seregno agli arresti: cosa succede ora? — il Barbarossa

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“La Beretta è CONTRO l’accoglienza”. A Senago inizia l’era delle grandi purghe.

Pubblicato sul sito “Senago Bene Comune” il 19/07/2017

Con una nota sul sito comunale, la nuova Sindaca di Senago fa sapere che rifiuta di ospitare un limitato numero di richiedenti asilo. Per questo ha ritirato l’adesione del Comune di Senago al protocollo “Per un’accoglienza equilibrata sostenibile e diffusa dei richiedenti la protezione internazionale”. Le motivazioni addotte per giustificare il provvedimento mettono in […]

via A Senago la Sindaca rifiuta i richiedenti asilo — SENAGO BENE COMUNE

Salviamo la Costituzione

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La Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza sta correndo un grave rischio, quello del suo stravolgimento. L’ANPI ha espresso un giudizio estremamente negativo sul testo della legge di revisione costituzionale, approvato da una maggioranza, peraltro variabile e ondeggiante, prevalsa nel voto parlamentare, anziché come frutto di un consenso maturato fra le forze politiche.

Invitiamo tutti i cittadini a votare NO il 4 dicembre perchè siamo di fronte ad una revisione pasticciata che renderebbe il funzionamento delle istituzioni estremamente confuso e farraginoso. La modifica di ben 47 articoli della Costituzione avrebbe un pericoloso impatto sui principi fondamentali. Se vincesse il sì ci troveremmo di fronte ad un Senato, non più eletto dai cittadini ma, che pur privo dell’investitura popolare, eserciterebbe  importanti funzioni legislative. Il primo ad essere toccato sarebbe quindi l’articolo 1 della Costituzione che recita : “La sovranità appartiene al popolo”. Inoltre verrebbe intaccato anche un altro principio fondamentale espresso nell’articolo 5 “la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”. La revisione prevede infatti che su proposta del governo lo Stato possa intervenire anche in materie di competenza esclusiva delle Regioni. In tal modo le Regioni perderebbero quasi completamente la loro autonomia legislativa.La revisione costituzionale porterebbe inevitabilmente al rafforzamento del potere esecutivo. Il suo intreccio con la legge elettorale che prevede un premio di maggioranza esorbitante alla Camera dei Deputati per la lista vincente, cambierebbe sostanzialmente la forma di governo. La democrazia costituzionale ne risulterebbe stravolta. I cittadini rimarrebbero senza voce: con un Senato non più eletto dal popolo ma da consiglieri regionali che si eleggono fra loro, con una Camera dove domina una maggioranza artificiale creata distorcendo l’esito del voto. Una Camera in cui la maggioranza dominerebbe le istituzioni, estendendo la sua influenza alle stesse istituzioni di garanzia. Se questo scenario dovesse prevalere la nostra non sarebbe più una Repubblica parlamentare.

E’ da decenni che gli Italiani stanno attendendo cambiamenti. L’attesa non riguarda però la Carta Costituzionale che è gia stata modificata numerose volte. L’attesa è per il cambiamento del Paese, per riforme che rendano la vita di ognuno degna di essere vissuta. Ma per far questo non si può pensare, come si sostiene, di “modernizzare”, o meglio stravolgere la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Il Paese lo si cambia attuando la Costituzione nei suoi principi e nei suoi valori fondamentali, a cominciare dall’art.1 che recita “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

Per tutti questi motivi invitiamo gli elettori a votare NO il 4 Dicembre.

ANPI Provinciale di Milano

La sindrome di Stoccolma

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Michele Serra, citando un mio scritto su Micromega, riconosce che la Costituzione renziana è il punto d’arrivo di una restaurazione consistente in un trasferimento della sovranità dal popolo ai mercati, ed anzi dice che questo concetto è “folgorante” per quanto è vero. Però ciò si sarebbe già realizzato da tempo, segnando una sconfitta della sinistra, nella quale lo stesso Serra si annovera, e i trenta-quarantenni di oggi non farebbero che prenderne atto.

Secondo questa tesi la riforma Boschi-Renzi non farebbe che tradurre in norme questa nuova realtà, e questa sarebbe la ragione di votare “sì” a questa innocente proposta. Ne verrebbe dunque confermato che il popolo non è più sovrano, sovrani sono i mercati e la nuova Costituzione invece di permettere e promuovere la riconquista della sovranità al popolo, la consegnerebbe, irrevocabile, al Mercato. E poiché le Costituzioni sono destinate a durare, questa è la scelta che noi, sconfitti, lasceremmo a determinare la vita delle generazioni future.

È molto sorprendente che questa posizione (implicita ma negata nella propaganda ufficiale) sia ora resa esplicita e formalizzata sulla pagina più autorevole della “Repubblica”. Certo, non c’è niente di disonorevole in una sconfitta politica. Ma nel passaggio dello scettro dal popolo ai signori del Mercato non c’è solo la sconfitta della sinistra, c’è la sconfitta di tutto il costituzionalismo moderno e dello stesso Stato di diritto: il popolo sovrano infatti è il cardine stesso della democrazia e della Costituzione.

Mettere super partes la nuova realtà per cui esso è tolto dal trono, sottrarre questo mutamento alla lotta politica, accettarlo come un fatto compiuto e finale, non è solo un efficientismo da quarantenni, è una scelta. E se a farlo è la sinistra, non è solo una sconfitta, è una caduta nella “sindrome di Stoccolma”, è un suicidio, ma col giubbotto esplosivo addosso, che distrugge insieme alla sinistra la politica, la democrazia e la libertà.

di Raniero La Valle

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Io voto No

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Semplicemente NO.

14708132_10209316267815144_3761368984072808765_nLeggo da molte parti l’invito a ponderare il proprio voto al prossimo referendum e ad esaminare – per così dire – oggettivamente i quesiti referendari, come se questi fossero posti da tecnici neutrali che hanno a cuore solo il buon funzionamento della macchina-stato. Già, “come se”, facendo finta che. Perchè -perdonate la malizia – io ai quesiti tecnici non ci credo. Io non credo che le modifiche alla Costituzione siano un semplice aggiustamento tecnico per oliare i meccanismi decisionali e non riesco a valutarli fuor di contesto.

E il contesto mi dice che il primo provvedimento che ha minato profondamente il valore di una Costituzione tanto bella quanto inattuata, è stato la subordinazione dei suoi sommi principi all’obbligo di raggiungere il pareggio di bilancio. In altre parole si è subordinata la politica agli interessi economici, a quelli dominanti naturalmente, perchè degli interessi economici dei 125 milioni di europei a rischio povertà poco importa. Ma come si fa a governare contro 125 milioni di cittadini (quelli poveri, a cui forse bisognerebbe aggiungere molte decine di milioni di scontenti e depressi)? Levandogli rappresentanza politica.

Ecco questa mi sembra la cifra, il senso di queste riforme costituzionali, levare ulteriore potere alle persone, specialmente ai più deboli, quelli che non hanno finanziamenti per i loro partiti, soldi per formare i propri dirigenti politici, tempo per riflettere e far pesare le proprie istanze sul piano politico.

Crisi di rappresentanza, la nostra, (non solo nostra, è un fenomeno globale, che mette in dubbio il concetto stesso di democrazia); crisi che ha ad esempio portato il movimento 5 stelle – finora senza un esito apprezzabile – a sfiorare la soglia del potere promettendo decisioni collettive, gruppi di discussione online e quant’altro: in una parola promettendo democrazia diretta. E anche se alla guida del M5s c’è un autocrate che fa il bello e il cattivo tempo del movimento, il fatto che tanta gente ci creda è un segno evidente di come stanno le cose, e dà ragione del quasi 50% di astensioni verso cui veleggia quella che fu un tempo una invidiata democrazia partecipata.

Democrazia ammirata e controversa, perchè per decidere ci si imbarcava in epiche discussioni, rimandi tra le Camere, estenuanti discussioni, alternanze di governi, ma che pur così bicamerale, così proporzionale, ha prodotto lo statuto dei lavoratori, la sanità pubblica per tutti, la legge 180 sui manicomi, e tante di quelle riforme avanzate (la scuola pubblica, l’università di massa che ha sfornato cervelli pescandoli da tutte le classi sociali, l’edilizia popolare…) che i cosiddetti riformisti di oggi (quelli del jobs act per intenderci) dovrebbero levarsi il cappello.

Mi sembra la scena di Brian di Nazareth dei Monty Python – ambientato in Palestina ai tempi di Gesù Cristo, la scena in cui un oratore rivolto ad un gruppuscolo di scontenti dell’occupazione romana, chiedeva retorico: “che hanno fatto i romani per noi?” e una voce rispondeva dal pubblico “gli acquedotti?” e poi al suo ribattere “vabbè, ma a parte gli acquedotti?” e dal pubblico in sequenza: “le scuole?; le strade?; la legge scritta?”. Il confuso bicameralismo perfetto e il vituperato sistema proporzionale hanno fatto davvero molto per noi, più delle varie e inutili riforme elettorali che lo hanno via via ridotto fino a quasi (è storia di oggi) cancellarlo.

Torno quindi al referendum e mi dico che c’è tanta falsità e retorica nel chiedere – con il referendum – “un governo che decida”, perchè se ci sono ancora limiti all’esecutivo (e ce ne sono pochi – si vedano i continui voti di fiducia e l’uso smodato della decretazione d’urgenza) questi dipendono dai conflitti reali che la condizione del Paese necessariamente sviluppa e che la politica ha l’obbligo di far emergere, non di soffocare.

Vediamo allora cosa si propone nei referendum: un Senato non più eletto dal popolo e con poteri minori, che annulla il bicameralismo perfetto, garanzia di equilibrio nelle decisioni politiche. Un accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo e uno svuotamento delle competenze delle Regioni. E non mi si venga a dire che l’Italicum non c’entra nulla con i referendum: è stato concepito insieme, mira a rendere una minoranza padrona assoluta del potere politico, e se pure verrà cambiato dubito fortemente che aumenterà la rappresentatività della Camera, reintegrando principi di proporzionalità e reintroducendo la possibilità di scegliere i propri rappresentanti.

Insomma non ci illudiamo, il contesto conta e quello che viene chiamato Renzismo è un contesto chiarissimo, che chiede di avere mani libere per governare, istituendo maggioranze fittizie pronte a legiferare anche contro le maggioranze reali, prono agli interessi della finanza, delle banche, della grande industria; e chi oggi politicizza il referendum, ne ha – credo – tutte le ragioni, così come credo che ne abbiamo davvero tante noi per votare NO a questo referendum, aspettando di votare SI a quello davvero auspicabile che proporrà di invalidare le elezioni se non raggiungono un quorum di almeno il 66% dei votanti…

di Silvio Montanaro

Riappropiamoci della Costituzione

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C’è un manifesto che promuove il SÌ al referendum che recita: “Cara Italia, vuoi diminuire il numero dei politici? Basta un Sì”.

C’è qualcosa che fa più impressione delle imperfezioni della riforma. Ed è il racconto della riforma stessa. Lo spirito con cui viene promossa.

Come se i costi della politica, anzi dei politici secondo questa vulgata, fossero slegati dalla qualità dei politici stessi.

Come se non c’entrasse nulla il fatto che i partiti (anche il mio) stanno rinunciando alla funzione di selezionare classe dirigente di qualità.

Come se ridurre il numero dei rappresentanti del popolo (di questo parliamo) rimediasse automaticamente alle storture di un paese che ha smesso di crescere, che ha rimosso il tema delle nuove generazioni, che non investe nella qualità e nella ricerca come sarebbe adeguato a un grande paese, che non sa più cosa sia la questione meridionale (c’è ancora eh), che è diventato insopportabilmente più diseguale, che ha spesso ridotto a lettera morta la progressività delle tasse, che promuove becere campagne sulla fertilità ma non si occupa delle condizioni materiali di quelle coppie che un figlio lo vorrebbero ma non possono permetterselo, manco fosse un’auto di lusso.

Come se quello slogan non avesse un impatto negativo sulla credibilità e autorevolezza dei politici che si salvano dalla scure.

Come se il mio ruolo di deputato, nel rapporto con i cittadini, non venisse reso irresponsabilmente più fragile proprio da questa furia iconoclasta.

Come se riformare la Costituzione per ridurre il numero dei politici non volesse dire che domani mattina uno possa svegliarsi e dire: “Scusate signori, ne avete eliminati 200. Ma perché non 300 o 400? Anzi, facciamo così, perché non diamo una bella delega a un gruppo ristretto che si occupi del paese?”.

Per favore, fermate questa macchina, qualunque idea abbiate di questa riforma. Pensate per un attimo a ciò che accade il minuto dopo questo referendum e alla fatica di rimettere insieme i cocci e ristabilire un clima che stiamo colpevolmente avvelenando.

Riappropriamoci di un vocabolario da paese civile. Vale per un fronte e per l’altro. Questo sì sarebbe un bel passo verso la modernità.

Francesco Laforgia