MEMORIA ANTIFASCISTA

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

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Disposizioni transitorie e finali

XII

È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.

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Milioni di No per una Repubblica democratica.

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Lo sapevamo. Sapevamo che il governo avrebbe scelto la data più lontana possibile dal presente, dall’oggi, per convocare la consultazione referendaria sulla controriforma costituzionale targata “Renzi – Boschi”.

Dunque, il 4 dicembre saremo tutte e tutti chiamati a decidere se preservare la repubblica democratica e parlamentare o se trasformarla in un equilibrismo imperfetto di poteri dove l’unica perfezione, o meglio l’unica delle certezze possibili, sta nell’attribuzione al governo di un ruolo che mai ha avuto in questi settanta anni di vita post-bellica.

Le polemiche degli ultimi giorni si sono concentrate, giustamente, sul testo che comparirà sulla scheda di votazione dove sarà riportato il titolo della Legge di riforma costituzionale e che – la denuncia è supportata da ampli elementi di verità – induce ad esprimere più un “sì” che un “no”.

Ma le polemiche, oggi, dovrebbero invece riguardare il merito del referendum, ciò che ci propone e che abbiamo già tentato di spiegare in molti articoli su “la Sinistra quotidiana”: fra tutti, vi riproponiamo quello scritto da Raniero La Valle che è un ottima disarticolazione delle ragioni del “sì” e una altrettanto ottima affermazione delle ragioni del “no”.

Una settimana in più o in meno ormai non farà la differenza nell’esito del voto. Si tenterà di condizionarlo con stratagemmi ed argomentazioni fondate su concetti già ampiamente decantati, abusati, inflazionati ogni qual volta ormai Renzi parla da un palco delle feste del PD o dalle tribune televisive dove, per fortuna, trova un contraddittorio di una certa qualità che gli impedisce di apparire ciò che vorrebbe: una sorta di Cid campeador, di salvatore della patria e di riqualificatore della democrazia italiana.

Il problema è l’impatto che hanno avuto e che avranno le ragioni del referendum (quindi della controriforma) a fronte delle stigmatizzazioni dei sei comitati del NO che stanno provando a trovare, quanto meno, una regia comunicativa.

Alcune cartucce sono state già sparate e sono quindi bruciate: che noi del NO si voti come Casapound è stata una caduta non solo di stile, ma una vera e propria “bischerata”, una provocazione che si è rivelata un boomerang per il governo. Tanto è vero che l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) si è schierata proprio per il NO.

Per il NO sono schierate l’Arci, la CGIL, la FIOM, i sindacati di base, i partiti della sinistra di alternativa come Rifondazione Comunista, il Partito Comunista Italiano, Sinistra Italiana e altri
Che tutte queste forze vogliano, votando e invitando a votare NO, instaurare un regime caotico e di disordine istituzionale è una affermazione che va oltre la privazione del senso: è una stupidaggine, letteralmente parlando e scrivendo.

Che, invece, con la vittoria del SI’ prosegua un cammino di depauperamento della delega rappresentativa, di depotenziamento della partecipazione popolare e, quindi, di spostamento del fulcro istituzionale da Palazzo Madama e Palazzo Montecitorio a Palazzo Chigi è, invece, la verità oggettiva, verificabile leggendo il testo della controriforma.
Un testo che anche sintatticamente è un capolavoro di incomprensione e su cui si sono stropicciati gli occhi e arruffati i capelli fior fiore di costituzionalisti emeriti.

Ma l’invito è questo: a leggere, ad informarsi e a mettere da parte gli istinti primordiali di cancellazione dei parlamentari come elemento principe di un rinnovamento della politica, di meno costi presunti e di maggiore creazione di spazi di agibilità democratica nel Paese e per il Paese.

Difendere la Costituzione e il ruolo del Parlamento non è mera conservazione politica e istituzionale, ma è semmai un atto di amore verso la debole libertà civile e sociale che ancora vive in Italia grazie proprio ad un equilibrio dei poteri che ha, nonostante i tanti attacchi ricevuti nel periodo craxiano, poi berlusconiano e ora renziano, ricevuto e che sono stati, con fortune alterne, respinti.

Il mondo dei diritti del lavoro è stato in questi ultimi quarant’anni privato di una serie di garanzie che erano, secondo gli abolizionisti (fautori delle magnifiche sorti e progressive delle privatizzazioni e del mercato a tutto spiano), un intralcio all’espansione economica, alla libertà di impresa e al benessere complessivo della società.

Avete sotto gli occhi la crisi economica che, più che altrove, perdura in Italia anche per la mancanza di uno stato-sociale capace di assorbire i colpi dell’anarchia merceologica, della concorrenza finanziaria internazionale dentro il contenitore vasto e contraddittorio chiamato “Unione Europea”.

Difendere la Costituzione e il Parlamento italiano oggi, votando il 4 dicembre “NO” al referendum, è l’ultima speranza di non consegnare il Paese nelle mani di chi vuole ancora più campo libero nel decisionismo di governo, per ridurre l’unica camera che rimarrà tale ad un pappagallo ripetente, un cagnolino scodinzolante, una scimmietta da saltimbanchi che, con una legge elettorale truffa che affida il 54% dei seggi ad una forza politica che al ballottaggio nazionale ottenga la vittoria dopo aver raggiunto anche soltanto il 25% dei voti al primo turno, sarà semplicemente l’esecutrice della volontà governativa.

La riforma di Renzi e Boschi non favorisce il consolidamento della democrazia repubblicana ma la mina alla base delle sue fondamenta e, dietro la parvenza del mantenimento del consenso espresso nelle libere elezioni, un uomo solo, al comando di un partito che nemmeno lontanamente è maggioranza assoluta nel Paese, potrà governare senza troppa preoccupazione delle opposizioni. Si ridurranno i voti di fiducia. Questo è certamente vero.
Chi ha il controllo completo di governo e Parlamento perché mai dovrebbe chiedere la fiducia a sé stesso?

Riflettiamoci. Tutte e tutti insieme. Diventiamo ognuna e ognuno un pezzetto di argine contro la peggiore deriva autoritaria che sia stata proposta in Italia dai tempi in cui, sulla scorta della Costituzione della Repubblica Romana del 1849, si iniziava a tratteggiare il volto della nuova Carta fondamentale di uno Stato distrutto esteriormente e interiormente, agonizzante sotto le macerie della guerra e del fascismo.

MARCO SFERINI

La REPUBBLICA è FINITA!

Oggi non è finita la prima o la seconda repubblica,

LA REPUBBLICA E’ FINITA!

ORA SERVE UN NUOVO

25 APRILE!

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La scuola pubblica sta per scomparire

(dal sito di Senago Bene Comune Carlo Avossa)

Procede il processo di privatizzazione della scuola pubblica. Come abbiamo già spiegato altrove, la scuola pubblica è quella dello Stato e definire “pubblica” una scuola privata è in realtà un furto d’identità, un imbroglio.

La privatizzazione della scuola della Repubblica procede attraverso diversi provvedimenti legislativi di cui l’animatrice principale è Valentina Aprea.

Chi è costei?

La Nostra, ex dirigente scolastica, è stata sottosegretario del mai compianto Ministro Letizia Moratti e, nell’attuale legislatura, presidente della VII Commissione parlamentare (Cultura e Istruzione). Di recente è stata chiamata dal presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, a far parte della sua Giunta, resa traballante dai numerosi casi di corruzione su cui sta indagando la magistratura.

Valentina Aprea, con sprezzo del pericolo, ha aderito all’invito di Formigoni, si è dimessa da parlamentare e adesso porta  nella giunta Formigoni, come Assessore regionale, tutto il suo impegno per la privatizzazione della scuola pubblica.

Nel suo impegno di presidente della VII Commissione, l’Aprea è riuscita a far approvare un disegno di legge nazionale di riforma degli Organi Collegiali della Scuola. Il testo è definitivo, è stato pubblicato e ora deve essere discusso dal Senato.

Nel disegno di legge rimane, con altro nome, il Collegio Docenti, ma i Consigli di Istituto scompaiono, sostituiti dai “Consigli dell’autonomia”, con poteri molto forti: per esempio, stabiliscono da soli “autonomia statutaria” e regolano la “ istituzione, la composizione e il funzionamento degli organi interni nonché le forme e le modalità di partecipazione della comunità scolastica”. Insomma, possono decidere praticamente tutto: orari, organismi interni, funzionamento, partecipazione. Non si può non vedere come l’idea stessa di una sola scuola, quella disegnata dalla Costituzione, scompare. L’organismo decisionale è in pratica un consiglio di amministrazione, molto ristretto, nel quale non è prevista la partecipazione di ausiliari e amministrativi (sottotraccia c’è il desiderio di appaltare all’esterno questi servizi), ma che include realtà esterne come le aziende: è il privato, che entra nel pubblico e ne determina gli indirizzi.

E’ previsto anche un “nucleo di valutazione”, che intende portare in questa scuola pubblica privatizzata una meritocrazia che sarebbe da eliminare da ogni istituzione che si occupa di formazione.

Questo disegno di legge è sostenuto trasversalmente sia dal PD che dal PdL.

Lasciato il Parlamento, l’Aprea si è dedicata alla Regione Lombardia ed ha continuato il suo progetto di privatizzazione: all’interno di un disegno di legge regionale denominato “Misure per la crescita…”, compaiono disposizioni -di dubbia correttezza costituzionale- che permetterebbero ai Dirigenti Scolastici la chiamata diretta degli insegnanti. Si tratta di uno strappo che mira a rendere il sistema scolastico regionale distinto da quello nazionale.

Tutto il quadro delinea un nuovo sistema scolastico italiano in cui la scuola della Repubblica non esiste più. Si intravede il futuro di una costellazione di scuole “di nicchia”, confessionali o settoriali, con risorse finanziarie (e quindi qualità) determinate dalle disponibilità finanziarie dell’utenza e indirizzi determinati dalle aziende finanziatrici. Le regole di funzionamento degli Istituti non saranno universali.

 Non è questa la scuola che vogliamo. Non vogliamo trasformare la cultura in un business né la scuola-azienda. Vogliamo pari opportunità per tutti, una scuola veramente pubblica. Vogliamo la scuola della Costituzione!