Falsi allarmismi sui sacchetti per distrarre da aumenti di gas, autostrade e luce

Shopper-buste-biodegradabiliLe lobby energetiche e delle autostrade sono più furbe

Un nuovo spettro si aggira per l’Europa. È l’epidemia infettiva da uso delle retine riutilizzabili per acquistare frutta e verdura al supermercato. Sembra questo lo scenario apocalittico evocato dalle incomprensibili parole utilizzate due giorni fa nella nota del Ministero dell’ambiente sulle alternative ai sacchetti compostabili per alimenti, novità prevista dalla legge entrata in vigore l’1 gennaio. Una nota che rimpalla la responsabilità al Ministero della Salute per valutare la conformità alle norme igienico-sanitarie e che riprende le irritanti dichiarazioni del suo segretario generale Giuseppe Ruocco che preannuncia l’impossibilità a riutilizzare i sacchetti per improbabili rischi di contaminazioni batteriche. Siamo al paradosso. Non ci risulta che ci siano stati focolai di infezioni negli altri paesi europei causati dall’uso di retine riutilizzabili. E non ci risulta che i reparti dell’ortofrutta dei supermercati siano sterili come le camere operatorie. Chiunque può constatare nel reparto di frutta e verdura la presenza inevitabile della terra residua da attività agricole, con il suo naturale carico batterico alimentato dalla manipolazione dei clienti. Ma allora quali sarebbero questi rischi sanitari? Basta con i falsi allarmismi: serve una nota congiunta dei ministeri dell’Ambiente e della Salute che autorizzi la Grande distribuzione organizzata a garantire ai cittadini un’alternativa come le retine anche in Italia.

Questa è l’ultima puntata della telenovela su una norma sacrosanta finita nel tritacarne mediatico per errori imperdonabili commessi dal governo. La legge è del luglio 2017, non è possibile che ancora oggi i due ministri competenti non siano in grado di chiarire ai supermercati quali sporte riutilizzabili è possibile usare. L’improvvisazione governativa ha ridicolizzato una norma che conferma la leadership italiana nella lotta all’inquinamento da plastiche non gestite correttamente (si pensi ai divieti di produzione dei cotton fioc non compostabili e dell’uso delle microplastiche nei cosmetici approvati con l’ultima legge di bilancio). La nuova disposizione è più restrittiva rispetto ad altre adottate in Europa e deve essere un vanto. Il nostro Paese fino a 6 anni fa era tra i maggiori consumatori in Europa di sacchetti di plastica per la spesa, che grazie al bando degli shopper del 2012 sono stati ridotti del 55%. Il costo degli shopper serve a disincentivare l’usa e getta a vantaggio delle sporte riutilizzabili tornate di moda. Lo stesso deve avvenire anche per l’acquisto di frutta e verdura, prevedendo un’alternativa riutilizzabile. Altrimenti è meglio togliere dalla legge l’obbligo di pagamento per il consumatore del costo dei sacchetti compostabili, che tornerà a carico della Gdo.

Questa nuova legge, se sostenuta da adeguati controlli ancora poco diffusi, serve anche a contrastare l’illegalità che grava sulla metà dei sacchetti per l’asporto merci in circolazione, fatti in plastica tradizionale, spacciati da criminali importatori, distributori e produttori come se servissero “per uso interno” per frutta e verdura.

Grazie a questa legge si diffonderanno ulteriormente i sacchi compostabili utilizzabili per la raccolta differenziata dell’umido domestico per produrre compost senza plastica da smaltire. Si riconvertiranno altri petrolchimici arrugginiti in innovative bioraffinerie. E basta parlare di monopoli: le 150 aziende che producono sacchetti in Italia possono acquistare le bioplastiche da almeno 10 aziende della chimica verde mondiale con prezzi in concorrenza. C’è la Novamont italiana, la Basf tedesca, le multinazionali della chimica statunitense, olandese, spagnola e del sud est asiatico.

Se le recenti polemiche sui rincari avessero puntato i riflettori sugli aumenti dell’elettricità, del gas e dei pedaggi autostradali avremmo fatto un servizio utile ai cittadini. Ma le lobby energetiche e delle autostrade sono più furbe. Ai cittadini, che il prossimo 4 marzo decideranno chi governerà il paese nel prossimo futuro, il compito di non cadere nella trappola ordita dai veri poteri forti del Paese. Che inquinano pesantemente il mercato e l’ambiente italiano.

* direttore generale di Legambiente

(pubblicato su Controlacrisi.org)

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Federalismo e fisco. La sconfitta della politica economica

di Roberto Romano (dal sito sbilanciamoci.info)

referendum_autonomia_no_grazieI referendum di Lombardia e Veneto richiamano alcune riflessioni di politica economica e fiscale, e su come la politica ha risposto ai problemi che la società e i cittadini affrontano. Il prelievo fiscale è diventato il principale imputato della crisi economica e tutti i governi, di qualsiasi colore e livello, veicolano l’idea che la riduzione delle tasse o il trattenimento delle stesse nel proprio territorio permetterebbero una maggiore crescita. Una impostazione reaganiana che, purtroppo, ha fatto breccia nei cuori e nelle coscienze delle persone. Dopo la crisi del 2007 e la necessità di guidare i processi economici a livelli sovranazionali coerenti, sarebbe stata lecita una discussione politica più attenta alla politica economica, ma la storia iniziata con Reagan e Thatcher continua e precipita a livelli che interrogano coloro i quali vorrebbero contrastare certe derive. Sebbene sia noto che il fisco intervenga dopo che è stato maturato un reddito, l’alto prelievo fiscale è diventato il mantra di ogni politico. C’è un punto culturale o meglio ancora di egemonia culturale che dobbiamo assolutamente riprendere.

Dobbiamo ricordare che le risorse mobilitate dal sistema fiscale per sostenere la spesa pubblica è direttamente proporzionale alla complessità dei sistemi economici. Tanto più un’economia è sviluppata, tanto più il peso del prelievo fiscale diventa importante. Infatti, i servizi necessari al funzionamento delle economie moderne sono direttamente proporzionali al livello di sviluppo raggiunti dai singoli paesi. Non sorprende, quindi, che i livelli di tassazione siano più alti nei paesi a capitalismo maturo rispetto a paesi più arretrati. Inoltre, la struttura e la complessità economica esigono un sistema pubblico di regolazione e governo dell’economia coerente. In altri termini, lo sviluppo delle conoscenze tecniche e scientifiche, la distribuzione del reddito ante imposte degli attori sociali, la modificazione degli assetti produttivi, sono la cornice dell’impostazione dei sistemi fiscali, e devono essere coerenti rispetto agli obbiettivi che la politica e la società nel suo insieme prefigurano. Vale il monito della rivoluzione francese (Robespierre): il pagamento dell’imposta non è un dovere ma un diritto, perché nel pagamento dell’imposta sta per le classi più povere la tutela della libertà e l’indipendenza della politica. Sostanzialmente il sistema dei tributi è l’esito delle aspettative della società e, quindi, della struttura produttiva. Infatti, l’imposta è un prelievo operato in virtù del potere sovrano per il conseguimento del bene comune. Quindi il livello del prelievo fiscale non è basso o alto, piuttosto è coerente con gli obbiettivi della collettività. Sul punto De Mita (2015) è molto esplicito: si fa demagogia sia quando si dice di non voler mettere le mani nelle tasche degli italiani, sia quando si lusinga la gente con scelte minute (dagli 80 euro in busta paga all’esenzione della prima casa), così come si fa demagogia quando si sostiene che le tasse devono rimanere a casa propria.

Sebbene il fisco sia una leva di tutto rispetto per tassare il reddito in misura differenziata sia rispetto al presupposto e sia rispetto alla capacità contributiva, l’efficacia in termini di indirizzo economico è più contenuta della spesa (incentivi) pubblici. I tributi si sono sempre adattati ai modi di produzione e agli assetti patrimoniali emergenti dall’evoluzione economica della società. Con l’avvento dell’era industriale e, quindi, con il formarsi di una ampia classe di lavoratori dipendenti e con la diffusione delle attività di impresa, le imposte sui redditi da lavoro e da capitale hanno affiancato e superato per importanza le imposte sulla rendita fondiaria.

Teoricamente il federalismo fiscale è un processo dal basso verso l’alto e non viceversa, ma la storia economica sembra aver preso un sentiero opposto. Quello che sorprende e amareggia è come il fisco sia diventato il tema che unisce un po’ tutti: si cresce se diminuiscono le tasse. Se guardiamo alla politica economica di Lombardia e Veneto posso anche comprendere la fuga da questo oggetto, ma alcune crisi creditizie e di struttura di Veneto e Lombardia suggerirebbero delle politiche diverse da quelle veicolate dai referendum.